Se non ora quando
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura
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Luglio-agosto 1944
Mentre le patate bollivano nel pentolone, ed altre patate arrostivano sotto la cenere, il sindaco si guardava intorno, studiando i visi degli stranieri nella luce rossa del fuoco. Accanto a lui, nel cerchio, era sua moglie, dal viso largo, dagli zigomi alti e dall' espressione impassibile. Non guardava i gedalisti, guardava il marito, come se temesse per lui, volesse proteggerlo, e insieme impedirgli di dire cose imprudenti. _ Voi siete ebrei, _ disse il vecchio ad un tratto, con voce tranquilla. La moglie gli parlò rapidamente all' orecchio, e lui le rispose: _ Calmati, Seweryna; tu non mi lasci mai parlare. _ Questo è russo, disse Gedale indicando Piotr; _ tutti noi siamo ebrei, russi e polacchi. Ma come ci hanno riconosciuti? _ Dagli occhi, _ disse il sindaco. _ C' erano ebrei anche qui fra noi, e avevano gli occhi come i vostri. _ Come sono i nostri occhi? _ chiese Mendel. _ Inquieti. Come quelli delle bestie inseguite. _ Noi non siamo più bestie inseguite, _ disse Line. Molti dei nostri sono morti combattendo. I nostri nemici sono i vostri, quelli che hanno distrutto le vostre case. Il sindaco tacque per qualche minuto, masticando la sua razione di patate, poi disse: _ Ragazza, le cose qui da noi non sono così semplici. In questo villaggio, per esempio, gli ebrei e i polacchi sono stati insieme per non so quanti secoli, ma fra loro non c' è mai stata simpatia. I polacchi faticavano nei campi, gli ebrei erano artigiani e commercianti, raccoglievano le tasse per conto dei padroni delle terre, e il prete in chiesa diceva che erano stati loro a vendere Cristo e a crocifiggerlo. Noi non abbiamo mai sparso il loro sangue, ma quando sono venuti i tedeschi nel 1939, e come prima cosa hanno incominciato a spogliare gli ebrei, a deriderli, a picchiarli e a chiuderli nei ghetti, devo dire la verità .... Qui di nuovo intervenne Seweryna, bisbigliando qualcosa all' orecchio del marito; ma questo scosse le spalle e continuò. _ ... devo dire la verità, siamo stati contenti, e sono stato contento anch' io. Neanche i tedeschi ci erano simpatici, ma pensavamo che fossero venuti per fare giustizia, o insomma per portare via i soldi agli ebrei e darli a noi. _ Erano dunque tanto ricchi, gli ebrei a Zborz? _ chiese Gedale. _ Tutti dicevano di sì. Erano vestiti male, ma la gente diceva che questo veniva dal fatto che erano avari. E diceva anche altro, la gente: che gli ebrei erano bolscevichi, che volevano collettivizzare le terre come in Russia, e ammazzare tutti i preti. _ Ma non ha senso! _ intervenne Line: _ Come potevano essere insieme ricchi, avari e bolscevichi? _ Sì che ha senso, invece. Un polacco diceva che tutti gli ebrei sono ricchi, e un altro polacco diceva che sono tutti comunisti. E un altro polacco ancora diceva che un ebreo è ricco, e un altro è comunista. Lo vedete che non è semplice. Ma le cose si sono fatte ancora più complicate dopo, quando i tedeschi hanno dato i fucili agli ucraini perché li aiutassero a massacrare gli ebrei, e invece gli ucraini sparavano a noi e ci portavano via il bestiame, e quando i partigiani russi hanno cominciato a disarmare e a portare via i partigiani polacchi. Su voialtri io ho cambiato idea dopo, quando ho visto coi miei occhi che cosa hanno fatto i tedeschi agli ebrei di Opatòw. _ Che cosa gli hanno fatto? _ chiese Mendel. _ Li hanno tirati fuori dal ghetto e li hanno chiusi tutti dentro il cinematografo: anche i bambini, i vecchi e i moribondi, più di duemila in un cinema di cinquecento posti. Li hanno lasciati lì dentro sette giorni senza dargli da mangiare né bere, e sparavano a quelli di noi che avevano compassione e cercavano di passargli qualcosa dalle finestre; e sparavano anche a quegli altri di noi, sì, che gli portavano acqua ma volevano in cambio i loro ultimi denari. Poi hanno aperto le porte e gli hanno ordinato di uscire. Ne sono usciti vivi solo un centinaio, e loro li hanno uccisi sulla piazza, e hanno ordinato a noi di seppellirli tutti, quelli della piazza e quelli rimasti dentro il cinema. Ecco, a vedere i bambini morti in quel modo io ho cominciato a capire che gli ebrei sono gente come noi, e che i tedeschi avrebbero finito col fare a noi quello che avevano fatto a loro; ma se vi devo dire la verità, non lo hanno ancora capito tutti. E vi racconto queste cose perché quando uno sbaglia è bene che riconosca i suoi errori, e anche perché avete mietuto e avete raccolto le patate. _ Sindaco, _ disse Gedale, _ le cose che ci hai raccontate non ci sono nuove, ma abbiamo noi cose nuove da raccontare a te. Forse noi vi sembriamo strani: devi sapere che un ebreo vivo è un ebreo strano. Devi sapere che quello che hai visto a Opatòw è successo dappertutto dove i tedeschi hanno preso piede, in Polonia, in Russia, in Francia, in Grecia. E devi anche sapere che se i tedeschi uccidono con le armi o con la fame un polacco su cinque, di ebrei non ne lasciano vivo uno. _ Non sono nuove, le cose che mi dici. Noi non abbiamo neppure la radio, ma le notizie arrivano lo stesso. Lo sappiamo, quello che hanno fatto i tedeschi, e quello che continuano a fare, qui e dappertutto. _ Non sai tutto. Ci sono altre cose, talmente orribili che tu non le crederesti: eppure avvengono non lontano da qui. Di noi si salvano solo quelli che hanno scelto la nostra via. _ Anche di questo mi sono accorto subito. Che siete gente armata. _ Ancora dagli occhi? _ chiese Gedale ridendo. _ No, non dagli occhi, tutte le vostre giubbe hanno la spalla sinistra lucida per via della cinghia del fucile. Per favore, per il vostro Dio, per il nostro e per tutti i Santi, non attaccate i tedeschi qui. Andate più avanti, andate dove volete, ma non fate guasti qui, altrimenti sarà stato inutile che abbiate lavorato per noi. Ma perché non vi nascondete nei boschi e non aspettate che arrivino i russi? Non sono più tanto lontani, forse sono già davanti a Lublino; quando il vento è favorevole, si sente il rumore dell' artiglieria. _ Anche le nostre cose non sono semplici, _ disse Gedale. _ Noi siamo ebrei e siamo russi e siamo partigiani. Come russi, ci piacerebbe aspettare che passi il fronte, e poi riposarci e andare a cercare le nostre case, ma le nostre case non ci sono più, e neanche le nostre famiglie; e se tornassimo, forse nessuno ci vorrebbe, come quando si toglie un cuneo da un ceppo, e poi il legno si richiude. Come partigiani, la nostra guerra è diversa da quella dei soldati, e tu lo sai: non la si combatte al fronte, ma dietro le spalle del nemico. E come ebrei, abbiamo davanti una lunga strada. Che cosa faresti tu, sindaco, se ti trovassi solo, a mille chilometri dal tuo paese, e sapessi che il tuo paese, e i campi, e la famiglia, non esistono più? _ Io sono vecchio, e credo che mi impiccherei a un trave. Ma se fossi più giovane andrei in America: come ha fatto mio fratello, che ha avuto più coraggio di me e ha visto più lontano. _ Hai detto bene; anche fra gli ebrei c' è chi ha parenti in America, e desidera andare con loro. Ma nessuno di questa banda ha parenti in America: la nostra America non è così lontana. Noi combatteremo fino alla fine della guerra, perché crediamo che fare la guerra sia una brutta cosa, ma che uccidere i nazisti sia la cosa più giusta che si possa fare oggi sulla faccia della Terra; e poi andremo in Palestina, e cercheremo di costruirci la casa che abbiamo perduta, e di ricominciare a vivere come vive tutta l' altra gente. Per questo non ci fermeremo qui e proseguiremo verso ponente: per restare alle spalle dei tedeschi, e per trovare la strada verso la nostra America. Finite le patate, gedalisti e contadini erano andati a dormire; sull' aia erano rimasti solo Gedale, Mendel, Line, il sindaco e sua moglie. Il sindaco fissava le braci con aria assorta, poi disse: _ Che cosa andrete a fare in Palestina? _ A coltivare la terra, _ disse Line, _ laggiù la terra sarà nostra. _ Andrete a fare i contadini? _ chiese il sindaco. _ Fate bene ad andare lontano da qui, ma fate male a fare i contadini. Fare i contadini è brutto. _ Andremo a vivere come vivono tutti gli altri popoli, disse Line, che aveva appoggiato la mano sul braccio di Mendel. Mendel aggiunse: _ Faremo tutti i lavori che ci saranno da fare. _ ... salvo che raccogliere le tasse per conto dei padroni delle terre, _ aggiunse Gedale. Il vento era caduto, si vedevano le lucciole danzare ai margini dell' aia, e nel silenzio della notte si poté constatare che il vecchio aveva detto la verità: di lontano, da un punto non precisato, forse da molti punti, giungeva il brontolio sommesso del fronte, pieno di speranza e di minaccia. Il sindaco si alzò faticosamente in piedi e disse che era ora di andare a dormire: _ Sono contento di avervi incontrato. Sono contento che voi abbiate mietuto per noi. Sono contento di aver parlato con voi come si parla con amici, ma sono anche contento che voi ve ne andiate. Era più facile mantenere i contatti, e ricevere notizie dal resto del mondo, nelle paludi e nei boschi della Polessia piuttosto che nella terra fittamente abitata in cui la banda di Gedale procedeva nell' agosto 1944. Spostarsi di notte, ed evitare i centri abitati, era diventata una regola stretta, ma anche adottando queste ovvie precauzioni, ogni strada da attraversare e soprattutto ogni ponte costituivano un pericolo e un problema. La zona brulicava di tedeschi: non più dei loro collaboratori sempre più infidi e sfiduciati, ma di tedeschi autentici, dell' esercito e della polizia, di tutti i centri abitati, ed in andirivieni frenetico lungo le strade e le ferrovie. I russi avevano sfondato a Lublino, avevano passato la Vistola presso Sandomierz ed avevano costituito una forte testa di ponte sulla riva sinistra, ed i tedeschi preparavano il contrattacco. I contatti con i contadini, necessari per gli approvvigionamenti, erano stati ridotti al minimo indispensabile; Gedale non voleva che si parlasse, né del resto i contadini, terrorizzati e disorientati, desideravano parlare. In queste condizioni, paradossalmente, la principale fonte di informazioni erano i giornali, trovati raramente nei casolari di campagna, più spesso recuperati laceri e sporchi dai depositi di immondizie, qualche volta temerariamente comprati da Jòzek nelle edicole. Dai giornali avevano appreso che gli Alleati sbarcati in Normandia avanzavano verso Parigi; che il 20 luglio un attentato a Hitler era fallito; che Varsavia era insorta (il "Vo5lkischer Beobachter" minimizzava i fatti, parlava di "traditori, sovversivi e banditi"). Ma anche altre notizie avevano appreso, e queste non venivano dai giornali. Oltre che di tedeschi, le retrovie pullulavano di gente vaga, che come i gedalisti stessi non amava la luce del giorno: erano polacchi, ucraini, lituani, tartari dei corpi ausiliari tedeschi che avevano fiutato il vento, avevano disertato, e adesso vivevano alla macchia, di borsa nera o di banditismo; erano partigiani delle varie formazioni polacche che avevano perso i contatti con le loro unità ed avevano trovato rifugio presso i contadini; ed inoltre, contrabbandieri professionali, ladri di strada, e spie dei tedeschi e dei russi che si nascondevano sotto i panni di tutte le altre categorie nominate. Da questa gente Gedale aveva avuto conferma alle voci che aveva sentito prima, e di cui aveva fatto cenno al sindaco di Zborz: i tedeschi avevano smantellato i loro primi campi di sterminio, Treblinka, Sobibòr, Belzec, Majdanek, Chelmno, ma soltanto per sostituirli con uno che valeva per tutti, in cui avevano sfruttato l' esperienza di tutti gli altri, Auschwitz in Alta Slesia. Qui avevano ucciso e bruciato polacchi e russi e prigionieri di tutta Europa, ma soprattutto ebrei; e adesso stavano sterminando, treno su treno, gli ebrei d' Ungheria. Da un disertore ucraino avevano appreso infine una notizia inquietante: le bande di partigiani russi, paracadutati dietro le linee o evasi dai Lager tedeschi, non si comportavano tutte alla stessa maniera. Alcuni comandanti avevano liberato campi di lavoro di ebrei, avevano salvato e protetto i superstiti che vi avevano trovati, ed avevano offerto loro di entrare nei loro reparti. Altri, invece, avevano tentato di sciogliere con la forza gruppi di partigiani ebrei in cui si erano imbattuti nelle foreste: c' erano stati combattimenti e morti. Altri ebrei erano stati disarmati o uccisi da reparti più o meno regolari di partigiani polacchi. _ Ci accettano come martiri: forse, dopo, ci faranno monumenti nei ghetti, ma come alleati non ci accettano, disse Dov. _ Noi faremo la nostra strada, _ disse Gedale; _ decideremo il da farsi volta per volta e momento per momento. Il momento di decidere venne presto. Sia Mendel, sia Dov e Line, avevano intuito che il passaggio della frontiera polacca aveva comportato un profondo mutamento nei piani di Gedale, o meglio nella natura delle sue improvvisazioni. Si sentiva più lontano dalla Russia, non solo materialmente: più scoperto, più autonomo, più minacciato e insieme più libero. In breve, più responsabile. Ancora una volta, verso il 20 di agosto, si era allontanato dalla banda, ma non aveva portato regali né aveva fatto acquisti. Contro la sua abitudine, che era di prendere le decisioni in confuse assemblee, si appartò subito con Dov, Mendel e Line, che non lo avevano mai visto così teso. Non fece preamboli: _ A venti chilometri da qui c' è un Lager, vicino a Chmielnik. Non è dei più grandi: sono solo centoventi prigionieri, tutti ebrei salvo i Kapos. Lavorano tutti in una fabbrica poco lontana, dove si producono apparecchiature di precisione per l' aeronautica .... _ Come sai queste cose? _ chiese Mendel. _ Le so. Adesso il fronte si avvicina, la fabbrica sarà trasferita in Germania, e tutti i prigionieri saranno uccisi perché conoscono certi segreti. Non sanno se saranno uccisi sul posto o altrove: hanno mandato un messaggio all' esterno, vorrebbero tentare una rivolta se sapessero di essere appoggiati. Dicono che i tedeschi di guardia non sono molti, dieci o dodici. _ I prigionieri hanno armi? _ Non ne parlano, quindi non ne hanno. _ Andiamo a vedere, _ disse Dov; _ non possiamo fare molto, ma andiamo a vedere. _ Sì, ma non tutti, _ disse Gedale. _ Saremmo troppo visibili. È la prima volta che ci dividiamo, ma qui bisogna dividerci. Andremo in sei: dovremo giocare sulla sorpresa, se mancherà quella non faremo nulla di buono, anche se fossimo trenta. _ Possiamo mandare una risposta? _ chiese Line. _ Non possiamo. Sarebbe troppo pericoloso, anche per loro. Dobbiamo andare sul posto: partire subito. _ Noi quattro e chi? _ chiese ancora Line, che sembrava ansiosa di tagliarsi i ponti alle spalle. Gedale esitò: _ Dov no: Dov resta col grosso. Da noi non ci sono gradi, ma di fatto è il vicecomandante. E fra noi è quello che ha più esperienza. Dov non manifestò alcun sentimento, né a parole né con l' espressione del viso, ma Mendel comprese che non erano quelli i motivi per cui Gedale lo escludeva, e che Dov stesso li aveva compresi e ne era rattristato. _ Noi tre, Piotr, Mottel e Arié, _ propose Mendel. _ Non Arié: è zoppo e non ha esperienza militare, disse Gedale. _ Ma è bravo con il coltello! _ Mottel è più bravo di lui. Arié non è ancora maturo, non lo voglio. Voglio Leonid. Mendel e Line, stupiti, parlarono contemporaneamente: _ Ma Leonid non è ... Leonid non sta bene. Non è in condizioni di combattere. _ Leonid deve combattere. Ne ha bisogno come del pane e dell' aria che respira. E noi abbiamo bisogno di lui: è stato prigioniero dei tedeschi, sa come è fatto un Lager. È paracadutista, ha seguito il corso, è pratico di sabotaggi e di azioni di kommando. Ed ha coraggio: lo ha dimostrato di recente. _ Lo ha dimostrato in un modo strano, _ disse Line. _ Ha solo bisogno di essere inquadrato e di ricevere ordini chiari, _ disse Gedale con durezza inconsueta. _ Credete a me. A Kossovo ne avevamo altri come lui, e so quello che dico. Così detto si alzò in piedi, a significare che il discorso era chiuso. Dov e Line si allontanarono; a Mendel, che era rimasto, Gedale disse: _ Va' a prepararti anche tu, orologiaio. Ho esperienza di queste cose: per le imprese disperate ci vogliono uomini disperati. _ Le imprese disperate non si fanno, _ disse Mendel; ma si avviò a prepararsi, come Gedale aveva ordinato. Gedale gli appoggiò una mano sulla spalla e gli diede una leggera spinta, dicendogli: _ Ah, Mendel, la conosco, la tua saggezza. È anche la mia, ma qui è fuori posto. Valeva forse cent' anni fa, varrà di nuovo fra cento anni, ma qui vale come la neve dell' anno scorso. Partirono a notte. Erano tutti e sei buoni camminatori, oltre le armi non portavano carichi, e le armi stesse non erano molto pesanti: magari lo fossero state. Ciò non di meno, impiegarono cinque o sei ore a raggiungere i dintorni di Chmielnik perché nessuno di loro era pratico dei luoghi, e perché dovevano evitare le strade e gli abitati. Alla luce dell' alba il paese appariva triste, nero di fumo e di polvere di carbone, circondato da un orizzonte di basse colline, di cumuli di carbone e di scorie, di ciminiere e di capannoni. Altro tempo persero per trovare il Lager; le indicazioni che aveva avute Gedale erano sommarie, e il paese appariva disseminato di Lager, o meglio di recinti di filo spinato: _ Una grande prigione, _ mormorò Line a Mendel, che camminava dietro di lei. Aveva approfittato di un momento in cui fra loro due non c' era Leonid; fosse caso o calcolo, per tutta quella marcia di avvicinamento Leonid aveva sempre fatto in modo di interporsi fra Mendel e Line, pur senza mai rivolgere loro la parola. Camminava rapido, con aria tesa e risoluta. Trovarono prima la fabbrica che il Lager, anzi, fu la fabbrica stessa che li mise sulla buona via. Frammezzo a quelle vecchie fornaci, distillerie di catrame, tettoie che coprivano cumuli di rottami, fonderie annerite, spiccava perché era nuova, grande e pulita: videro di lontano che accanto al cancello d' ingresso c' era una garitta. Il Lager non doveva essere lontano, ed infatti lo trovarono a tre chilometri, annidato in una conca. Era diverso dagli altri recinti che avevano visti prima. La recinzione era doppia, con un ampio corridoio fra i due quadrati di filo metallico; le baracche erano dipinte a colori mimetici: erano quattro, non molto grandi, sui quattro lati di uno spiazzo. Dal centro dello spiazzo si levava una colonna di fumo nero. All' esterno dei reticolati c' erano due torri di guardia in legno e una villetta bianca. _ Avviciniamoci, _ disse Gedale: l' anfiteatro collinoso intorno al Lager era coperto di boscaglia, e lo si poteva fare senza pericolo. Discesero cautamente; trovarono uno sbarramento di filo spinato rugginoso, lo seguirono per un tratto e videro una garitta di tavole. La porta era aperta, e dentro non c' era nessuno: _ Solo mozziconi di sigarette, disse Mottel che era entrato a vedere. Non fu difficile recidere il filo spinato; i sei ripresero a discendere, ma si fermarono impietriti: il vento aveva girato, il fumo veniva verso di loro, e tutti allo stesso istante ne avevano percepito l' odore, che era di carne bruciata. _ È finito tutto. Siamo arrivati troppo tardi, _ disse Gedale. Dal punto che avevano raggiunto si distinguevano meglio i dettagli: la colonna di fumo proveniva da una catasta, intorno alla quale si affaccendavano uomini, non molti, forse una decina. Mendel lasciò scivolare a terra il mitragliatore che stringeva in mano, e lui stesso si lasciò andare a sedere in mezzo ai cespugli. Si sentiva oppresso da un' ondata di stanchezza quale non ricordava di avere provata mai. Stanchezza di mille anni, e insieme nausea, collera e orrore. Collera nascosta e sopraffatta dall' orrore. Collera impotente, gelata, senza più un fuoco da cui attingere calore e voglia di resistere. Voglia di non resistere, di sciogliersi in fumo; in quel fumo. E vergogna e stupore: stupore che i suoi compagni fossero rimasti in piedi, con le armi in mano, e trovassero voce per parlare fra loro; ma le loro voci gli arrivavano come di lontano, attraverso il cuscino della sua nausea. _ Hanno fretta, i bastardi, _ disse Gedale. _ Se ne sono andati. Non vogliono lasciare tracce. Piotr disse: _ Non se ne saranno andati tutti. Qualcuno sarà pure rimasto, a sorvegliare questo lavoro, e noi lo dobbiamo uccidere _. "Piotr è il migliore", pensò Mendel, sentendo la sua voce tranquilla. "Il solo vero soldato. Vorrei essere Piotr. Bravo Piotr". Si sentì guardato da Line e si alzò in piedi. _ Saranno rimasti in sei, _ disse Leonid, che apriva bocca per la prima volta da quando erano partiti. _ Perché sei? _ disse Gedale. _ Due torrette, e tre per ogni torretta che si avvicendano nei turni di guardia. I tedeschi fanno così _. Ma Mottel e Line, che fra tutti avevano gli occhi migliori, dissero che le cose potevano stare diversamente: da quella distanza si distingueva bene il balconcino in cima alle torrette, e le mitragliatrici puntate verso il Lager non c' erano più. Che cosa ci sarebbe rimasta a fare una sentinella senza la mitragliatrice? _ Saranno nella villa. A sorvegliare il lavoro della catasta ne basta uno, _ disse Mottel. _ Certo molti non saranno rimasti, a fare la guardia a un campo smobilitato. Stanotte li attaccheremo, non importa quanti siano, _ disse Gedale. _ Vedremo se il lavoro va avanti anche di notte, ma io non credo. Decideremo in conseguenza. Mendel disse: _ In qualunque maniera noi li attacchiamo, la prima cosa che faranno sarà di uccidere quelli che lavorano alla catasta. È gente che non deve parlare. _ Non ha importanza che quelli muoiano, _ disse Line. _ Perché? _ rispose Mendel. _ Sono gente come noi. _ Non sono più come noi. Non potranno mai più guardarsi negli occhi. Per loro sarà meglio essere morti _. Gedale disse a Line che non stava a lei decidere il destino di quei disgraziati, e Piotr disse a tutti che quelli erano discorsi senza senso. Mangiarono di mala voglia il poco che si erano portati dietro e si disposero ad aspettare la notte; al crepuscolo il fuoco della catasta fu spento, ma i prigionieri non furono trasferiti nella villa. Trascorsero alcune ore sdraiati, in una sosta inquieta che non era né sonno né riposo. Mendel provò uno strano sollievo quando Piotr disse "andiamo". Un sollievo doppio: perché l' attesa era finita, e perché l' ordine era venuto da Piotr. Nonostante l' oscuramento di guerra, la villa e il Lager erano illuminati da fanali. Leonid disse che anche il campo di Smolensk, da cui era fuggito nel gennaio del '43, di notte era illuminato: i tedeschi temevano più le evasioni che i bombardamenti aerei. C' era una sentinella sola, che sorvegliava sia la villa sia il campo: faceva un giro a . intorno all' uno e all' altra, a intervalli regolari, ma alcune volte in un senso, altre nel senso opposto. _ Vai, _ disse Piotr a Mottel. Mottel discese silenzioso e si appostò all' ombra, dietro la cantonata della villa; anche gli altri cinque si avvicinarono a una trentina di metri. La sentinella sembrava assonnata; avanzò con passo lento fin quasi davanti a Mottel, poi si chinò, forse per allacciarsi una scarpa, e riprese il suo giro nel senso inverso. Girò attorno al Lager, sparì dietro la villa e non ricomparve più; si vide invece Mottel, che era uscito dal suo nascondiglio e faceva cenno di avanzare. Tutti guardarono Gedale con aria interrogativa, Gedale guardò Piotr, e anche Piotr fece cenno di scendere. Piotr avanzò per primo: teneva in mano una bomba a mano italiana, una di quelle bombe da assalto che fanno molto più fracasso che danno, ma in quel momento i gedalisti non ne avevano altre. Piotr si avvicinò alla villa; le finestre al piano terreno erano tre, ed erano protette da inferriate. Piotr si accostò alla prima, e fece cenno a Gedale e a Line di accostarsi alle altre due; piazzò Mendel e Leonid dietro una siepe, davanti alla porta d' ingresso. Poi, col calcio del mitragliatore infilato attraverso l' inferriata, sfondò i vetri della sua finestra, gettò dentro la sua bomba e si curvò; Line e Gedale fecero lo stesso alle altre due finestre. Ci furono due sole esplosioni: per qualche motivo la bomba di Gedale non aveva funzionato. Gedale ne buttò una seconda, poi lui, Line, Piotr e Mottel corsero ad appostarsi dietro la siepe che circondava la villa: era una siepe di mirto, molto bassa, tanto da costringere tutti a stare quasi sdraiati. Per qualche istante non successe nulla; poi si udì il crepitio di un' arma automatica: qualcuno sparava a raffiche, alla cieca, lungo il corridoio della villa e fuori della porta. Mendel si appiattì al suolo, sentì le pallottole fischiare a mezz' aria sopra la sua testa, e con la coda dell' occhio vide Leonid scattare in piedi. _ Giù! _ gli soffiò, cercando di trattenerlo: ma Leonid gli sfuggì, saltò la siepe, sparò una raffica in risposta e si precipitò a testa bassa in direzione della porta. Dalla villa venne un colpo solo, isolato, e Leonid cadde per traverso sulla soglia. Dalla porta uscirono due o tre raffiche brevi. Mendel, senza levarsi in piedi, si spostò lungo la siepe; era chiaro che il tedesco sparava dal fondo del corridoio, perché i colpi foravano la siepe su un ventaglio stretto. Dalla posizione che aveva assunto, Mendel era fuori tiro, ma anche il tedesco era fuori della portata della sua arma. Mendel aveva ancora due bombe a mano: strappò la sicura di una e la scagliò al di sopra della testa in direzione della porta. La bomba esplose poco oltre il corpo di Leonid, e il tedesco uscì con le mani alzate: era uno Scharführer delle SS. Non sembrava ferito, e si guardava intorno con le labbra contratte a scoprire i denti. _ Non ti muovere, _ gli gridò Mendel in tedesco: _ Tieni le mani alzate. Sei sotto tiro _. Mentre parlava, vide Line superare la siepe, figuretta ridicola negli abiti militari troppo larghi; con passo tranquillo, senza dar segno di fretta né di nervosismo, si portò alle spalle del tedesco, aprì la fondina, ne estrasse la pistola d' ordinanza, se la mise in tasca e raggiunse Mendel. Anche Gedale e Piotr si erano alzati in piedi. Gedale parlò brevemente con Piotr, poi chiese al tedesco: _ Quanti siete? _ Cinque; quattro dentro, e uno di sentinella. _ Che ne è dei tre che sono rimasti dentro? _ Uno è morto di sicuro. Gli altri non so. _ Andiamo a vedere, _ disse Gedale a Piotr e a Mendel. Lasciarono il tedesco alla custodia di Line e Mottel e si avviarono intorno alla villa per guardare dalle finestre. _ Aspettate, _ disse Piotr: si sfilò la giacca, ne legò insieme le maniche in modo da farne un fagotto grosso come la testa di un uomo, lo infilò nella canna del mitragliatore e lo presentò davanti alle inferriate, gridando forte: _ Chi va là? _ Non rispose nessuno, né ci fu segno di vita. _ Va bene, _ disse Piotr. Si rimise la giacca ed entrò nella villa. Dal di fuori si udirono i suoi passi, poi un colpo singolo di pistola. Piotr riuscì: _ Due erano già morti; il terzo quasi. Leonid aveva il petto trapassato: doveva essere morto sul colpo. La sentinella uccisa da Mottel giaceva in una pozza di sangue, con la gola squarciata. Mottel mostrò il suo famoso coltello: _ Se si vuole che uno non gridi, bisogna fare così, _ disse a Mendel con serietà professionale; tagliare subito, qui sotto il mento _. Solo allora si accorsero che qualcuno aveva assistito al combattimento: una decina di figure umane erano uscite dalle baracche del Lager, allo strepito degli scoppi e degli spari, ed ora se ne stavano in silenzio a guardare, dietro la barriera di filo spinato. Alla luce dei fanali apparivano smunti, laceri nelle vesti a righe grige e azzurre, coi visi neri di fumo e di barba mal rasa. _ Bisogna liberarli, uccidere il tedesco e andarcene, disse Piotr. Gedale accennò di sì col capo; Mottel si avvicinò alla recinzione, ma Mendel lo trattenne: _ Aspetta: può essere un reticolato elettrico _. Si avvicinò e vide che tra i pali e il filo non c' erano isolatori. Voleva essere più certo: si guardò intorno, trovò a terra uno spezzone di tondino da cemento, lo piantò a terra presso la recinzione, poi ne spinse l' estremità contro i fili per mezzo di un pezzo di legno. Non avvenne nulla; Mottel e Piotr, con il calcio dei fucili, abbatterono un tratto di recinzione praticando una breccia. I dieci prigionieri esitavano a uscire. _ Venite fuori, _ disse Gedale. _ Li abbiamo uccisi tutti, salvo quello lì. _ Chi siete? _ chiese uno di loro, alto e curvo. _ Partigiani ebrei, _ rispose Gedale, Accennò col capo alla catasta, e aggiunse: _ Siamo arrivati troppo tardi. E voi chi siete? _ Tu lo vedi, _ rispose il prigioniero alto. _ Eravamo centoventi, lavoravamo per la Luftwaffe. Ci hanno messi da parte, noi dieci, e hanno ammazzato tutti gli altri. Ci hanno messi da parte per fare questo lavoro. Mi chiamo Goldner, ero un ingegnere. Vengo da Berlino _. Gli altri prigionieri si erano avvicinati, ma stavano alle spalle di Goldner e non parlavano. _ Che cosa mi sapete dire di quel tipo laggiù? _ chiese Gedale, indicando il tedesco con le mani alzate. _ Uccidetelo subito. Non importa come. Non lasciatelo parlare. Era il capo; era lui che dava gli ordini, e sparava anche lui, dalla torretta. Gli piaceva. Uccidetelo subito. _ Vuoi ucciderlo tu? _ chiese Gedale. _ No, _ rispose Goldner. Gedale sembrava indeciso. Poi si accostò al tedesco, che stava sempre con le mani alzate, sotto il tiro di Line e Mottel, e gli tastò rapidamente le tasche e gli abiti. _ Puoi abbassare le mani. Dammi il piastrino. Il tedesco armeggiò con la catenella, ma non riuscì ad aprire il fermaglio; venne Piotr, glielo strappò dal collo con uno strattone e lo consegnò a Gedale, che lo mise in tasca. Gedale disse: _ Siamo ebrei. Non so perché te lo dico, non cambia molto, ma vogliamo che tu lo sappia. Avevo un amico che scriveva canzoni. Voi lo avete preso, e gli avete lasciato mezz' ora di tempo perché scrivesse l' ultima. Tu no, vero? Voi non scrivete canzoni. Il tedesco fece cenno di no col capo. _ È la prima volta che parlo con uno di voi, _ disse ancora Gedale. _ Se ti lasciassimo libero che cosa faresti? Il tedesco si raddrizzò sulla vita: _ Basta con queste storie. Fate presto e pulito _. Gedale arretrò di un passo ed alzò l' arma, poi la riabbassò e disse a Mottel: _ L' uniforme ci può servire. Vedi tu _. Mottel spinse il tedesco dentro la villa e provvide, presto e pulito. _ Andiamocene, _ disse Gedale, ma Line chiese: _ Non firmiamo? _ Tutti la guardarono perplessi; la ragazza insistette: _ Dobbiamo dire che siamo stati noi: altrimenti non ha senso. Piotr era contrario: _ Sarebbe una sciocchezza e un rischio inutile _. Gedale e Mendel erano incerti. _ Noi chi? _ chiese Mendel: _ Noi sei? O tutta la banda? O tutti quelli che ... _, ma Mottel troncò gli indugi. Corse alla catasta, raccolse un pezzo di carbone, e scrisse sull' intonaco bianco della villa cinque grosse lettere ebraiche: VNTNV. _ Che cosa hai scritto? _ chiese Piotr. _ "Vnatnu", "Ed essi restituiranno". Lo vedi, si legge da destra a sinistra e da sinistra a destra: vuol dire che tutti possono dare e tutti possono restituire. _ Capiranno? _ chiese ancora Piotr. _ Capiranno quanto basta, _ rispose Mottel. _ Venite con noi, _ disse Gedale a Goldner: ma la sua voce mancava di convinzione. _ Ognuno di noi farà la sua scelta, _ disse Goldner, ma io non verrò. Non siamo come voi, non stiamo bene con gli altri uomini. I dieci confabularono per un momento, poi dichiararono a Gedale che erano del parere di Goldner, tutti tranne uno. Avrebbero aspettato i russi nascosti nel bosco o nelle macerie dei villaggi distrutti. Quello che si era dichiarato disposto a seguire i gedalisti era un giovane di Budapest. Si avviò con i cinque, che, benché appesantiti dalle nuove armi, marciavano spediti, ma dopo mezz' ora di cammino crollò a sedere su un sasso. Disse che preferiva ritornare indietro con gli altri nove. Mendel non sognava da molto tempo: non ricordava più quando gli fosse accaduto per l' ultima volta, forse quando la guerra non era ancora scoppiata. Quella notte, forse perché era stanco della tensione e della marcia, fece un sogno strano. Era a Strelka, nel suo piccolo laboratorio di orologiaio, quello che lui stesso si era montato in uno sgabuzzino di casa sua: era stretto, ma nel sogno era ancora più stretto, Mendel non poteva neppure allargare i gomiti per lavorare. Tuttavia stava lavorando, aveva davanti a sé dozzine di orologi, tutti fermi e guasti, e lui stava riparandone uno, con il monocolo incastrato nell' orbita e in mano un minuscolo cacciavite. Erano venuti due uomini a cercarlo, e gli avevano ordinato di seguirli; Rivke non era d' accordo che lui andasse, era incollerita e aveva paura, ma lui li aveva seguiti ugualmente. Lo avevano condotto giù per una scala, o forse era il pozzo di una miniera, e poi per una lunga galleria: il soffitto era dipinto di nero e alle pareti erano appesi molti orologi. Questi non erano fermi: si sentiva il loro ticchettio, ma ognuno di loro segnava un' ora diversa, ed alcuni, addirittura, camminavano all' indietro; di questo, Mendel si sentiva vagamente colpevole. Gli veniva incontro, lungo la galleria, un uomo vestito in borghese, con la cravatta e un' aria sprezzante; gli chiedeva chi era, e Mendel non sapeva rispondere: non ricordava più il suo nome, né dove era nato, nulla. Lo svegliò Dov, e svegliò anche Line che gli dormiva al fianco. Come avviene dopo i sonni profondi, Mendel stentò a riconoscere dove si trovava; poi ricordò, la sera prima la banda si era rifugiata nei sotterranei di una vetreria abbandonata: il soffitto era nero come quello del suo sogno. Bella e Sissl avevano fatto cuocere una zuppa e la stavano distribuendo. Gedale era già sveglio, e stava raccontando a Dov come era andata l' impresa: _ ... insomma, i più bravi sono stati Piotr e Mottel. E Line, sì, certo. L' uniforme eccola qui, con i gradi e tutto: perfino stirata. _ Credi che ci servirà? _ chiese Dov. _ No, è un gioco troppo pericoloso. La venderemo: ci penserà Jòzek. Jòzek stava scucchiaiando la sua zuppa accanto a Pavel, a Piotr e a Ròkhele Bianca. _ ... ma era sabato, _ disse Pavel: _ Dopo che il sole è tramontato il venerdì sera, è già sabato: e ammazzare di sabato non è peccato? Ròkhele era sulle spine. _ Ammazzare è peccato sempre. _ Anche ammazzare una SS? _ chiese Pavel provocatorio. _ Anche. O forse no: una SS è come un Filisteo, e Sansone li ammazzava. È stato un eroe perché ammazzava i Filistei. _ Ma forse non li ammazzava di sabato, _ disse Jòzek. _ Insomma, io non lo so. Perché mi tormentate? Mio marito avrebbe saputo rispondervi. Era rabbino, e voi siete tutti quanti ignoranti e miscredenti. _ Che cosa ne è stato di tuo marito? _ chiese Piotr. _ Lo hanno ucciso. È stato il primo che hanno ucciso nel nostro paese. Lo hanno costretto a sputare sulla Torà e poi lo hanno ucciso. _ E non è forse stato uno delle SS ad ucciderlo? _ Certo. Aveva la testa di morto sul berretto. _ Ecco, vedi? _ concluse Piotr: _ Se Mottel lo avesse ucciso prima, tuo marito sarebbe ancora vivo _. Ròkhele non rispose e si allontanò; Piotr guardò Pavel con aria interrogativa, e Pavel alzò un poco le braccia e le lasciò ricadere. _ E di lui, nessuno parla, _ disse Mendel a Line. _ Di chi? _ Di Leonid. Nessuno pensa più a lui. Neppure Gedale: eppure è lui che lo ha voluto mandare. Guardali: è come se ieri non fosse successo niente. La distribuzione della zuppa era finita; in un angolo della cantina Isidor, munito delle forbicine di Bella, stava accorciando i capelli e la barba di chi lo desiderava. I clienti aspettavano in fila, seduti su pile di mattoni. L' ultimo della fila era Gedale; per ingannare l' attesa, aveva tirato fuori il violino, e ci strimpellava sopra una canzone, con mano leggera perché non si sentisse di fuori. Era una canzone comica che tutti conoscevano, quella del rabbino miracoloso che fa correre un cieco, vedere un sordo e sentire uno zoppo, e che nell' ultima strofa entra vestito nell' acqua per uscirne miracolosamente bagnato. Isidor, pur continuando il suo lavoro, rideva e accompagnava la musica canticchiando; cantava sommessa anche Ròkhele Nera, che aveva pregato Isidor di tagliarle i capelli corti come quelli di Line, ed in quel momento si trovava sotto i ferri. _ Gedale ha molte facce, _ disse Line. _ Per questo è difficile capirlo: perché non c' è un solo Gedale. Si butta tutto alle spalle. Il Gedale di oggi si butta alle spalle il Gedale di ieri. _ Si è buttato alle spalle anche Leonid, _ disse Mendel. _ Ma perché ha voluto a tutti i costi che andasse lui all' assalto, invece di Arié? È da ieri che me lo sto domandando. _ Forse lo ha fatto con buona intenzione. Voleva dargli una occasione; pensava che combattere gli avrebbe fatto bene, lo avrebbe aiutato a ritrovare se stesso. O voleva metterlo alla prova. _ Io penso un' altra cosa, _ disse Mendel, _ penso che Gedale non sapesse di volerlo, ma volesse un' altra cosa. Che in fondo alla sua coscienza volesse liberarsi di lui. Prima che partissimo, me lo ha quasi detto. _ Che cosa ti ha detto? _ Che per le imprese disperate ci vogliono uomini disperati. Line tacque rosicchiandosi le unghie; poi chiese: _ Gedale sapeva perché Leonid era disperato? Anche Mendel tacque a lungo, e poi disse: _ Non so se lo sapesse. Probabilmente sì, lo avrà indovinato, Gedale viene a sapere le cose fiutando l' aria, non ha bisogno di prove né di fare domande _. Era seduto su un blocco di calcinacci, e col calcagno tracciava segni sul pavimento di terra battuta. Poi aggiunse: _ Non è stato il tedesco a uccidere Leonid, e neppure Gedale. _ Chi allora? _ Noi due. Line disse: _ Andiamo a cantare anche noi. Attorno a Gedale si erano radunati altri tre o quattro, ed al suono del violino cantavano altre canzoni allegre, di nozze e di osteria. Piotr cercava di seguire il ritmo e di imitare le dure aspirazioni del jiddisch, e rideva come un bambino. _ Non ho voglia di cantare, _ disse Mendel. _ Non ho voglia di niente, non so più chi è Gedale, non so più che cosa voglio né dove sono, e forse non so più neppure chi sono io. Stanotte ho sognato che qualcuno me lo chiedeva, e io non sapevo rispondere. _ Non bisogna dare importanza ai sogni, _ disse Line asciutta. In quel momento, lungo il cono di macerie che dall' esterno scendeva nell' interrato corse giù Izu, il pescatore del Gorin' , che stava di sentinella: _ Siete impazziti? O vi siete ubriacati? Da sopra si sente tutto: volete proprio chiamarvi addosso la polizia? Gedale si scusò come uno scolaro colto in fallo, e ripose il violino. _ Venite tutti qui, _ disse. _ Dobbiamo decidere due o tre cose. A giugno vi avevo detto che non siamo più orfani né cani sciolti. Ve lo confermo; ma stiamo cambiando padrone, o se preferite stiamo cambiando padre. Facciamo parte di una famiglia sterminata, in armi contro tedeschi dalla Norvegia alla Grecia. In questa famiglia c' è qualche discordia: si discute molto su quello che si farà quando Hitler sarà stato impiccato, dove correranno i confini, di chi sarà la terra e di chi saranno le fabbriche. Nella famiglia c' è Josif Vissarionovic, sì, il cugino di Arié. Forse è il primogenito, ma non va d' accordo con Churchill sul colore da scegliere per colorare la Polonia; Stalin vorrebbe il rosso, Churchill ha in mente un altro colore, e i polacchi un altro ancora; anzi, cinque o sei colori diversi fra loro. I polacchi non sono tutti come quei pupazzi delle NSZ; sono bravi partigiani che lottano contro i tedeschi, ma diffidano dei russi, e diffidano anche di noi. _ Noi siano pochi e deboli. I russi non si interessano più molto a quello che facciamo, da quando abbiamo passato il confine. Ci lasciano andare per la nostra strada; ma è proprio di questa strada che bisogna parlare. _ Io non sono cugino di Stalin, _ disse Arié piccato. Siamo solo compaesani. E la strada per me è una sola, sparare ai tedeschi finché ce n' è uno, e andare in Terra d' Israele a piantare alberi. _ Su questo punto credo che siamo tutti d' accordo, disse Gedale. _ Tu no, Dov? Bene, scusami, ne parleremo dopo; adesso tenevo a dirvi che abbiamo un sostegno, o almeno una bussola, una freccia che ci indica la via. In questi boschi non siamo soli. Ci sono degli uomini che tutti rispettano: sono quelli che hanno combattuto nei ghetti come noi, a Varsavia, a Vilna, nel Nono Forte di Kovno, e quelli che hanno avuto la forza di ribellarsi ai nazi a Treblinka e a Sobibòr. Non sono più isolati: sono uniti nello ZOB, nella Organizzazione Ebraica di Combattimento, la prima che abbia il coraggio di chiamarsi così in faccia al mondo, dopo che Tito ha distrutto il Tempio. Sono rispettati, ma né ricchi né molti; e che siano rispettati, non vuol dire che siano forti: non hanno né fortezze né aerei né cannoni. Hanno poche armi e pochi quattrini, ma con il poco di cui dispongono ci hanno già aiutati e ancora ci aiuteranno. Conserveremo la nostra indipendenza, perché ce la siamo meritata, ma terremo conto delle indicazioni che ci daranno. La più importante è questa: la nostra strada passa per l' Italia. Quando il fronte ci avrà sorpassati, se saremo ancora vivi, e se saremo ancora una banda, cercheremo di andare in Italia, perché l' Italia è come un trampolino. Ma non è detto che avremo la vita facile. _ Quando Hitler sarà morto, tutte le vie saranno facili, _ disse Jòzek. _ Saranno più facili di adesso, ma non così facili. Gli inglesi ci intralceranno più che potranno, perché non vogliono inimicarsi gli arabi in Palestina; invece i russi ci aiuteranno, perché in Palestina ci sono gli inglesi, e Stalin cerca tutti i modi di indebolirli perché ha invidia per il loro Impero. Dall' Italia, già adesso, salpano navi clandestine per la Terra d' Israele; qualcuna passa, altre non passano, e chi le ferma non sono i tedeschi ma gli inglesi. _ E se qualcuno cercherà di fermare noi? _ chiese Line. _ È questo il punto, _ disse Gedale, _ nessuno può dire quando e come finirà la guerra, ma potrà darsi che le armi ci serviranno ancora. Potrà darsi che questa banda, e le altre bande simili alla nostra, debbano continuare a fare la guerra quando tutto il mondo sarà in pace. Per questo Dio ci ha distinti fra tutti i popoli, come dicono i nostri rabbini. Ecco quello che vi dovevo dire. Avevi chiesto la parola, Dov? Io ho finito; parla. Dov fu breve: _ Passare il fronte in piena guerra è impossibile, specie per un uomo solo, ma se fosse possibile io lo avrei già fatto. Scusatemi, amici, io ho quarantasei anni. Resterò con voi finché vi potrò essere utile, ma quando i russi ci raggiungeranno andrò con loro. Sono nato in Siberia e ritornerò in Siberia; laggiù la guerra non è passata, e la mia casa sarà ancora in piedi. Forse avrò ancora forze per lavorare, ma non mi sento più di combattere. E i siberiani non ti dicono "ebreo" e non ti obbligano a gridare "Viva Stalin". _ Farai come vuoi, Dov, _ disse Gedale; _ Hitler è ancora vivo, è troppo presto per prendere certe decisioni. E tu ci sei ancora utile. Che cosa vuoi, Piotr? Piotr, a cui Gedale aveva affidato l' azione di kommando contro il Lager, e che l' aveva condotta con intelligenza e coraggio, si alzò in piedi come uno scolaro interrogato; tutti risero, lui si risedette e disse: _ Volevo solo sapere se in questa Terra d' Israele dove voi volete andare prenderanno anche me. _ Ti prenderanno sicuro, _ disse Mottel, _ ti farò io una raccomandazione, e non avrai bisogno né di cambiarti il nome né di farti circoncidere. Gedale scherzava, quella sera nel mulino. Si udì il vocione di Pavel: _ Da' retta a me, russo: il nome non ha importanza, ma fatti circoncidere. Approfitta dell' occasione. Non è tanto questione del Patto con Dio: è piuttosto come per i meli. Se si potano al momento giusto, vengono su belli e diritti e dànno più mele _. Ròkhele Nera fece una lunga risata nervosa; Bella si alzò in piedi tutta rossa in viso e dichiarò che non aveva fatto tanti chilometri e corso tanti rischi per sentire discorsi come quelli. Piotr si guardava intorno, intimidito e confuso. Parlò Line, seria come sempre: _ Certo che ti prenderanno, anche senza la raccomandazione di Mottel. Ma dimmi: perché ci vuoi venire? _ Eh, _ cominciò Piotr, sempre più confuso, _ i motivi sono tanti .... _ Levò la mano con il mignolo alzato, come fanno i russi quando cominciano a contare. _ Prima di tutto .... _ Prima di tutto? _ lo incoraggiò Dov. _ Prima di tutto io sono un credente, _ disse Piotr con il sollievo di chi ha trovato un argomento. _ "Got, scenk mir an òysred!" _ citò Mottel in jiddisch. Tutti scoppiarono a ridere, e Piotr si guardò intorno impermalito. _ Che cosa hai detto? _ chiese a Mottel. _ È un nostro modo di dire. Significa:" Signore Iddio, mandami una buona scusa". Non vorrai farci credere che vuoi stare con noi perché credi in Cristo. Sei un partigiano e un comunista, e in Cristo non hai l' aria di crederci tanto; e poi, in Cristo non ci crediamo noi; e neppure tutti crediamo in Dio. Piotr il credente bestemmiò fervidamente in russo, e proseguì: _ Voi siete bravi a complicare le cose. Bene, io non ve lo so spiegare, ma è proprio così. Voglio stare con voi perché credo in Cristo, e andate tutti a farvi impiccare con le vostre distinzioni _. Si alzò con aria offesa, si incamminò con passo deciso verso l' uscita, come se volesse andarsene, ma poi tornò indietro: _ ... e ho altri dieci motivi di restare in questa banda di stupidi. Perché voglio vedere il mondo. Perché ho litigato con Ulybin. Perché sono un disertore, e se mi riprendono finisco male. Perché ho fottuto le vostre madri puttane, e perché .... _ A questo punto si vide Dov correre verso Piotr come se lo volesse aggredire; invece lo abbracciò, e i due si scambiarono buoni pugni sulla schiena.
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