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Se non ora quando

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura

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_ Mi rincresce per te, Pavel, ma per qualche settimana sarà meglio che stiamo lontani dalle finestre con le tendine e dai balconi fioriti; e soprattutto dalle ferrovie _. Così aveva detto Gedale, mentre conduceva la banda al riparo nel fitto del bosco. Tuttavia, dopo tre giorni da quando si erano accampati, Gedale vestì panni approssimativamente borghesi, depose le armi, disse di aspettarlo senza prendere iniziative, e se ne andò da solo. I rimasti si diedero a costruire ipotesi, dalle più futili alle più elaborate, finché Dov li invitò a smettere: _ A Gedale piace giocare, ma è un buon giocatore. Se è partito senza dire niente vuol dire che aveva le sue ragioni. Datevi piuttosto da fare; in un campo, del lavoro se ne trova sempre. Trascorsero alcuni giorni, divisi fra l' ozio, l' inquietudine e le occupazioni quotidiane dell' accampamento, che annoiano ma aiutano il tempo a passare. Gedale ritornò il 10 di giugno, tutto tranquillo, come se avesse fatto una bella passeggiata in tempo di pace. Chiese da mangiare, si sdraiò a dormire per una mezz' ora, si svegliò, si stirò, e si ritirò un po' in disparte a suonare il violino. Ma era evidente che moriva dalla voglia di raccontare: aspettava soltanto che qualcuno gli fornisse un pretesto. Glielo fornì Bella, che senza aver ricevuto alcuna investitura particolare si riteneva responsabile degli approvvigionamenti. Quando Bella parlava, era come se desse delle beccate, pungenti ma non dolorose, come farebbe un passerotto: _ Tu te ne vai senza dire niente, dietro ai tuoi pensieri o a chissà che cosa, e ci lasci qui come degli stupidi. Guarda che le scorte stanno per finire. Gedale riprese il violino e cavò di tasca un fascio di banconote: _ Ecco qui, donna. Di fame non morremo ancora. Su, chiama tutti; teniamo parlamento. È troppo tempo che non lo teniamo, ma era anche troppo tempo che non avevamo notizie buone; adesso ne abbiamo. Tutti si radunarono intorno a Gedale, e Gedale disse così: _ Non aspettatevi un discorso, i discorsi non sono nel mio genere. E neppure fatemi domande, almeno per adesso. Vi dirò quello che vi posso dire, che è poco ma è importante. Non siamo più orfani e non siamo più cani sciolti. Ho parlato con qualcuno, e sapeva chi siamo e da dove veniamo. La faccenda della locomotiva ha servito, più di quanto io pensassi. Ho avuto del denaro, ne avremo dell' altro, e forse anche armi e uniformi regolari. Ho saputo che non siamo soli: in mezzo alle bande inquadrate dall' Armata Rossa, come quella di Ulybin, ci sono bande spontanee di contadini, bande di dissidenti ucraini e tartari, bande di banditi, ma anche altre bande ebree come la nostra: altri Gedale ed altri gedalisti. Se ne parla poco, perché ai russi i separatismi non piacciono, ma ci sono, più o meno armate, grandi e piccole, mobili e stanziali. Ci sono anche bande russe comandate da capi ebrei. _ Ho esposto i nostri scopi e sono stati approvati; possiamo continuare la nostra via, va bene anche per loro. Non dobbiamo attendere il fronte: siamo un' avanguardia, dobbiamo precederlo. Ci si aspetta da noi che continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, guerriglia, sabotaggi, diversioni, ma anche qualcosa di più: dobbiamo avanzare verso l' interno della Polonia e attaccare i Lager dei prigionieri di guerra e degli ebrei, se ne troveremo ancora. Dobbiamo raccogliere i dispersi e ripulire il paese dalle spie e dai collaboratori. Dobbiamo spostarci verso occidente. Ai russi interessa che noi siamo presenti in occidente come russi; a noi interessa essere presenti come ebrei, e, per una volta nella nostra storia, le due cose non si contraddicono. Abbiamo mano libera, possiamo attraversare le frontiere e fare la nostra giustizia. _ Attraversare tutte le frontiere? _ chiese Line. Gedale rispose: _ Avevo detto di non fare domande. Proseguirono per giorni e giorni, sotto il sole e sotto la pioggia, attraverso i campi e la boscaglia del triste paese di Volinia. Si tenevano lontani dalle strade battute, ma non poterono evitare di attraversare alcuni villaggi, e sulla piazza di uno di questi videro un manifesto diverso da quello staccato da Pavel, un manifesto che li riguardava da vicino. Diceva così: Chiunque ucciderà l' ebreo Gedale Skidler, pericoloso bandito, riceverà 2 kg di sale. Chiunque fornirà a questo Comando notizie utili per catturarlo, riceverà 1 kg di sale. Chiunque lo catturerà e lo consegnerà vivo riceverà 5 kg di sale. Gedale si batteva le cosce felice, perché la fotografia riportata nel manifesto non era la sua: era quella di un collaborazionista ucraino ben noto in tutta la zona. Gedale non riusciva a staccarsene: _ Un' idea fantastica, vorrei averla avuta io. E sarebbe ancora più bello se questo Gedale lo catturassimo noi _. Ci vollero molte insistenze per distoglierlo da questa idea e indurlo a proseguire. A metà giugno prese a piovere a dirotto, tutti i corsi d' acqua gonfiarono e divenne impossibile passarli a guado. Anche i pantani si erano fatti più profondi. Avvistarono un mulino a vento, lo esplorarono, e lo trovarono abbandonato e vuoto. Vuoto, sì: farina non ce n' era, non un sacco, non una manciata, ma l' odore acido della farina fermentata pervadeva tutti i recessi della costruzione, commisto al sentore di muffa e di fungo del legno impregnato di pioggia. Tuttavia il tetto era stagno, e il locale delle macine era ragionevolmente asciutto; lungo le pareti correvano robusti scaffali, forse destinati a reggere i sacchi di grano. I gedalisti si sistemarono per la notte, parte sul pavimento, parte sugli scaffali stessi: alla luce delle candele, il luogo aveva assunto un aspetto pittoresco, metà teatro e metà retroscena. Comodo non era, ma c' era posto per tutti, anche coricati, e il tamburellare della pioggia sul tetto di legno era allegro e intimo. Isidor, uno degli scampati di Blizna, si era impadronito di una candela e di un pezzo di lamiera: sdraiato sul ventre, raschiava palmo a palmo il pavimento. Era il più giovane della banda, non aveva ancora compiuto diciassette anni; prima di unirsi a Gedale, era rimasto nascosto per quasi quattro anni, col padre, la madre e una sorellina, in una buca scavata sotto il pavimento d' una stalla. Il contadino padrone della stalla aveva estorto al padre tutto il denaro ed i valori della famiglia, e poi lo aveva denunziato alla polizia polacca. Isidor aveva avuto fortuna, quando erano venuti i tedeschi era fuori, ogni tanto uno dei quattro usciva a respirare aria pulita nel bosco: stava ritornando, si era nascosto, e dal nascondiglio aveva visto le SS, anche loro ragazzi, poco più anziani di lui, che uccidevano a bastonate il padre la madre e la sorella. Non avevano visi feroci, anzi, sembrava che si divertissero; dietro di loro, Isidor aveva visto il contadino e sua moglie, pallidi come la neve. Da allora, Isidor non ragionava più molto bene. Era un ragazzo dall' aria assente, un po' curvo lungo di braccia e di gambe; portava sempre un coltello alla cintura, e spesso farneticava di tornare al suo paese per uccidere quel contadino. _ Cosa fai, Isidor? Le pulizie di Pasqua? _ chiese Mottel dall' alto del suo scaffale. Isidor non rispose e continuò a raschiare: ogni tanto, quando aveva raccolto un pizzico di polverino bianchiccio, lo portava alla bocca, lo biascicava e poi sputava. _ Lascia stare, ti verrà il mal di pancia, _ disse Mottel, _ mangi più legno marcio che farina _. Spesso Isidor si metteva nei guai e bisognava sorvegliarlo; ma cercava di rendersi utile, e tutti gli volevano bene. Aveva l' ossessione della fame, e si metteva in bocca tutto quello che trovava. _ Tieni, mangia questa, _ gli disse Ròkhele Nera, tendendogli una manciata di uvaspina che aveva raccolta nel bosco. _ Fra poco ritorna Jòzek, qualcosa avrà trovato. Ritornò Jòzek, infatti, con poca roba e poca varietà. I contadini del luogo erano poveri ed anche diffidenti, non avevano simpatia né per i russi, né per gli ebrei, né per i partigiani; avevano accettato di trattare con lui solo perché aveva parlato in polacco, ma gli avevano dato solo uva e pane chiedendo un prezzo esorbitante. _ Per oggi e per domani ce n' è abbastanza, e poi vedremo, _ disse Gedale. _ Vedremo quale strategia seguire. Si era levato il vento, e sembrava di stare dentro una nave. La struttura, di colossali travi di legno appena sgrossato, scricchiolava, vibrava e beccheggiava. Le quattro pale, spoglie delle loro tele e bloccate da chissà quanto tempo, si mettevano in moto ad ogni colpo di vento per arrestarsi subito con un urto sordo. Il loro sforzo vano si trasmetteva in sussulti e schianti agli alberi ed agli ingranaggi; l' intera costruzione sembrava tendersi come un gigante schiavo che lottasse per scatenarsi. Solo Pavel era riuscito a prendere sonno, e russava supino, a bocca spalancata. _ Ih, qui è tutto pieno di vermi! _ disse a un tratto Isidor, che stava rovistando con uno stecco le commessure del pavimento. _ Lasciali stare, _ disse Bella allarmata, _ mangia il tuo pane e mettiti a dormire. Isidor si volse a Bella con un riso melenso: _ Certo, che li lascio stare. Io i vermi non li mangio: non sono kòscher. _ Sciocco, i vermi non si mangiano perché sono sporchi: non perché non sono kòscher, _ disse Bella, che si stava tagliando le unghie con una forbicina. Era quella la sola forbicina che la banda possedeva: Bella sosteneva che apparteneva a lei personalmente, e che chi la voleva usare gliela doveva chiedere in prestito e restituirla senza fallo. Ad ogni unghia tagliata, si contemplava il dorso della mano con attenzione e compiacimento, come un pittore dopo una pennellata. Intervenne Ròkhele Bianca, con un filo di voce: _ I vermi sono taréf appunto perché sono sporchi. Anche il porco è sporco, e per questo è taréf. Come si fa a non credere nel koscherùt? Tanto vale non essere ebrei. _ Per me, _ disse Jòzek, _ sono tutte storie di altri tempi. Il porco sarà sporco, ma la lepre e il cavallo sono puliti, eppure non sono kòscher. Perché? _ Non si può sapere tutto, _ rispose la Bianca infastidita, _ forse, al tempo di Mosè erano sporchi; o portavano qualche malattia. _ Appunto: l' hai detto tu stessa, sono cose di altri tempi. Se Mosè fosse qui con noi, in questo mulino, non ci penserebbe un momento a cambiare le leggi. Spaccherebbe le tavole, come aveva fatto quella volta che si era arrabbiato per il vitello d' oro, e ne farebbe di nuove. Specialmente se avesse visto le cose che abbiamo visto noi. _ Kòscher-schmòscher, _ sbadigliò Mottel, ricorrendo all' ingegnoso modo jiddisch di sminuire l' oggetto di cui si parla ripetendolo distorto: _ kòscher-schmòscher, io se avessi una lepre la mangerei. Anzi, domani metto su qualche trappola. Da ragazzo ero bravo per le trappole; bisogna che mi rifaccia la mano. Piotr stava a sentire a bocca spalancata. Si rivolse a Leonid, che sedeva accanto a lui: _ Perché non potete mangiare la lepre? _ Non lo so. So che non bisogna, ma non so dirti perché. È una bestia proibita, è scritto così nella Torà. Intervenne Dov: _ È proibita perché non ha il piede forcuto. Isidor disse: _ Ma allora, se i miei vermi avessero i piedi forcuti, si potrebbero mangiare? Gedale aveva notato la faccia sbalordita di Piotr: _ Non farci caso, russo. Se stai con noi, a queste faccende ti dovrai abituare. Tutti gli ebrei sono matti, ma noi siamo un po' più matti degli altri. È per questo che fino adesso abbiamo avuto fortuna, la nostra è la fortuna dei meschugge. Anzi, ora che ci penso: noi abbiamo un inno ma non abbiamo una bandiera. Dovresti farcene una, Bella, invece di perdere tempo con la toilette. Una bandiera di tutti i colori, e in mezzo, invece della falce, o del martello, o dell' aquila con due teste, o della stella di Davide, ci metterai un meschugge col berretto a sonagli e l' acchiappafarfalle. Poi si rivolse di nuovo a Piotr: _ Del resto, se sei venuto con noi è perché un po' matto lo sei anche tu, non c' è altra spiegazione. I russi sono o matti o noiosi, e si vede che tu sei del ramo dei matti. Ti troverai bene, anche se le nostre leggi sono un po' complicate; non preoccuparti, noi le rispettiamo solo quando non intralciano la partisanka, ma ci divertiamo a discuterle. Noi siamo bravi a fare le distinzioni, fra il puro e l' impuro, fra l' uomo e la donna, fra l' ebreo e il gòi, e distinguiamo anche fra le leggi della pace e le leggi della guerra. Per esempio: la legge della pace dice che non si deve desiderare la donna d' altri .... Piotr, che era sdraiato accanto a Ròkhele Nera, se ne allontanò un poco, forse inconsciamente. _ No, appunto, non devi preoccuparti. Qui tutti desiderano tutte. _ Comandante, tu non parli mai sul serio, _ interruppe Line, che invece parlava sempre sul serio. La sua voce di contralto, leggermente rauca, non era forte, ma aveva la virtù di imporsi sopra le altre voci. _ Sulla faccenda della donna d' altri noi abbiamo parecchio da dire. _ Noi chi? _ chiese Gedale. _ Noi donne. Prima di tutto: perché una donna può essere di un uomo, altro o no, e un uomo non può essere di una donna? Vi pare giusto? Per noi non è giusto, non è accettabile. Non è più accettabile; le donne oggi vanno in esilio come gli uomini, sono impiccate come gli uomini, e sparano meglio degli uomini. Basterebbe questo per far vedere che la legge mosaica è reazionaria. Pavel si era svegliato, ridacchiava e diceva qualcosa sottovoce a Piotr. Leonid taceva, ma guardava di sottecchi Line con aria preoccupata. Venne una forte raffica, la pioggia mista a grandine scrosciò contro la parete; il mulino cigolò e ruotò in blocco, come una giostra, sul gigantesco perno confitto nel suo alveo interrato. Isidor si strinse alla Bianca, che lo tranquillizzò carezzandolo sul capo ispido. _ Avanti, avanti, Line, _ disse Gedale. _ Non ti spaventerai per un po' di vento. Dicci qual è la tua legge; se non è troppo stretta, vedremo di obbedirla. _ Non è il vento che mi spaventa, siete voi. Siete dei cinici e dei primitivi. La nostra legge è semplice: finché non si è sposati, uomini e donne possono desiderarsi e fare l' amore quanto vogliono. L' amore, fino al matrimonio, deve essere libero, e di fatto è già libero, lo è sempre stato, e non c' è legge che lo possa imprigionare. Neanche la Bibbia dice niente di diverso; i nostri padri non erano diversi da noi, facevano l' amore come noi, allora come oggi. _ Allora più di oggi, _ disse Pavel, _ mica per niente la Bibbia incomincia con una chiavata. _ ... ma dopo il matrimonio non è più così, _ continuò Line senza dargli ascolto. _ Noi al matrimonio ci crediamo, perché è un patto, e i patti si mantengono. La moglie appartiene al marito, però anche il marito appartiene alla moglie. _ E allora noi non ci sposiamo, _ disse Gedale. _ Vero, Bella? _ Sta' zitto, guarda, _ rispose Bella, _ tanto lo sanno tutti che sei un sudicione. E di sposarmi non te l' ho mai chiesto. Come comandante potrai anche andare, ma come marito è meglio non parlarne. _ Benissimo, _ disse Gedale, _ lo vedi che andiamo sempre d' accordo. Abbiamo tempo a pensarci: prima, bisogna che finisca la guerra _. Poi si volse a Leonid, che stava accoccolato accanto a Line, scuro in viso: _ E tu, moscovita, che cosa pensi delle teorie della tua donna? _ Non penso niente. Lasciami in pace. _ ... e io non sono la donna di nessuno, _ aggiunse Line. _ Ma quante storie! _ disse Jòzek dal suo angolo, rivolto a uno degli uomini di Slonim. _ Giacobbe nostro padre, per esempio, aveva quattro donne che andavano benissimo d' accordo fra loro. Intervenne Mottel: _ Però non erano donne d' altri. Giacobbe era nel suo buon diritto, perché una l' aveva avuta per sbaglio, anzi per un inganno di Labano, e altre due erano schiave. Di mogli vere ne aveva una sola: era tutto regolare. _ Bravo, Mottel! _ disse Gedale. _ Non ti sapevo così istruito. Hai studiato in Jeschiva, prima di cominciare a tagliare gole? _ Ho studiato diverse cose, _ rispose Mottel con sussiego. _ Ho studiato anche il Talmud, e sapete che cosa dice il Talmud a proposito delle donne? Dice che a una donna che non sia la propria moglie non si deve parlare, e neppure fare segni, né con le mani, né coi piedi, né con gli occhi. Che non bisogna guardare i suoi abiti, neppure se non li indossa. Che ascoltare una donna che canta è come vederla nuda. Che è un peccato grave se due fidanzati si abbracciano: la donna ne esce impura, come se avesse le regole, e si deve purificare nel bagno rituale. _ Tutto questo sta nel Talmud? _ chiese Mendel, che non aveva parlato finora. _ Nel Talmud e altrove, _ disse Mottel. _ Che cosa è il Talmud? _ chiese Piotr. _ È il vostro Vangelo? _ Il Talmud è come una minestra con dentro tutte le cose che un uomo può mangiare, _ disse Dov. _ Però c' è il grano con la crusca, la frutta con i noccioli e la carne con le ossa. Non è tanto buona, ma nutre. È pieno di errori e di contraddizioni, ma proprio per questo insegna a ragionare, e chi lo ha letto tutto .... Pavel lo interruppe: _ Che cosa è il Talmud, te lo spiego io con un esempio. Stai bene attento: Due spazzacamini cadono per la canna di un camino; uno esce sporco di fuliggine, l' altro esce pulito. Ti domando: quale dei due va a lavarsi? Sospettando una trappola, Piotr si guardò intorno come in cerca di un aiuto. Poi si fece animo, e rispose: _ Si va a lavare quello che è sporco. _ Sbagliato, _ disse Pavel. _ Quello che è sporco vede il viso dell' altro, che è pulito, e crede di essere pulito anche lui. Invece, quello che è pulito vede la fuliggine sulla faccia dell' altro, crede di essere sporco e si va a lavare. Hai capito? _ Ho capito, sì. È ben ragionato. _ Ma aspetta; l' esempio non è ancora finito. Adesso ti faccio una seconda domanda. Questi due spazzacamini cadono una seconda volta per lo stesso camino, e ancora una volta uno è sporco e l' altro no. Chi va a lavarsi? _ Ti ho detto che ho capito. Va a lavarsi lo spazzacamino pulito. _ Sbagliato, _ disse Pavel senza pietà. _ Lavandosi dopo la prima caduta, l' uomo pulito ha visto che l' acqua nel catino non diventava sporca, e invece l' uomo sporco ha capito il motivo per cui l' uomo pulito era andato a lavarsi. Perciò, questa volta si va a lavare lo spazzacamino sporco. Piotr stava a sentire con la bocca socchiusa, mezzo spaventato e mezzo incuriosito. _ E ora la terza domanda. I due cadono giù per il camino una terza volta. Quale dei due si va a lavare? _ D' ora in avanti, si va a lavare quello che è sporco. _ Sbagliato ancora. Hai mai visto che due cadano attraverso lo stesso camino, e uno sia pulito e l' altro sporco? Ecco, il Talmud è fatto così. Piotr rimase attonito per qualche secondo, poi si scosse come un cane uscito dall' acqua, rise timido, e disse: _ Mi hai fatto sentire come un pulcino bagnato. Come una recluta appena entrata in caserma. Bene, ho capito che cosa è il vostro Talmud, ma se mi fate un secondo esame io me ne vado e torno da Ulybin. Non è il mio genere, preferisco andare all' assalto. _ Non te la prendere, russo, _ disse Gedale, _ Pavel non aveva cattive intenzioni, non ti voleva canzonare. Line intervenne: _ Voleva solo farti provare che effetto fa essere ebreo; voglio dire, che effetto fa avere la testa fatta in un certo modo, ed essere in mezzo a gente che ha la testa fatta in un modo diverso. Ecco, adesso l' ebreo sei tu, solo in mezzo ai goyim che ridono di te. _ ... e farai bene a cambiarti il nome, _ disse Gedale, perché il tuo è troppo cristiano: invece che Piotr Fomic fatti chiamare Geremia o Abacucco o in qualche altro modo poco appariscente. E impara il jiddisch e dimentica il russo; e fatti magari anche circoncidere, se no presto o tardi noi faremo un pogrom _. Detto così, Gedale sbadigliò di gusto, soffiò sulla candela, diede la buonanotte a tutti e si ritirò con Bella. Anche le due o tre altre candele furono spente. Si udì nel buio, rauca di sonno, una voce, forse quella di uno degli uomini di Ruzany: _ ... al mio paese c' era un ebreo che aveva mangiato una salsiccia di cinghiale. Il rabbino lo rimproverò, ma lui disse che quel cinghiale ruminava, e perciò era kòscher. "Sciocchezze, i cinghiali non ruminano", disse il rabbino. "Non ruminano in generale, ma quello invece sì. Ruminava in particolare: ruminava come un bue", disse l' ebreo; e siccome il cinghiale non c' era più, il rabbino dovette stare zitto. _ Al mio paese, _ disse un' altra voce, _ c' era un ebreo che si è fatto battezzare quattordici volte. _ Perché? Non bastava una volta sola? _ Certo bastava, ma a lui piaceva la cerimonia. Si udì qualcuno scatarrare e sputare, e poi una terza voce disse: _ Al mio paese c' era un ebreo che si ubriacava. _ Beh, che cosa c' è di strano? _ rispose un altro. _ Niente. Non ho mica detto che fosse una cosa strana, ma stasera è strano raccontare cose non strane, dal momento che tutti raccontano cose strane. _ Al mio paese ... _ cominciò Isidor; una voce di donna lo interruppe: _ Basta, adesso; dormi, che è tardi _. Ma Isidor continuò: _ Al mio paese c' era una donna che aveva visto il diavolo. Si chiamava Andùschas, aveva la forma di un unicorno, e suonava. _ Cosa suonava? _ Suonava il corno. _ Ma come faceva, se ce lo aveva sulla fronte? _ Non lo so, _ disse Isidor, _ non le ho chiesto. Una voce profonda sbadigliò dall' alto: _ Fate silenzio, adesso. È ora di dormire, abbiamo camminato tanto. Dobbiamo riposarci. Anche il Signore ci ha messo sei giorni per creare il mondo, e il settimo si è riposato. Rispose Gedale: _ Si è riposato, e ha detto "Speriamo che funzioni". Si udì ancora nel buio la voce esile di Ròkhele Bianca, che mormorava la preghiera della sera, "Nella Tua mano affido il mio spirito", e la benedizione "Il Misericordioso spezzi il giogo che ci opprime, e ci riconduca a fronte alta nella nostra terra"; poi fu silenzio. L' acquazzone della sera si era ridotto ad una pioggerella mite e persistente, ed anche il vento era diminuito. L' ossatura del vecchio mulino non gemeva più, ma crepitava sommessa, come se la rodessero centinaia di tarli, e Mendel, sdraiato sul duro dell' assito, non riusciva a prendere sonno. Altri suoni confusi venivano dal solaio, passi fitti e leggeri, forse di topi o di faine, sullo sfondo dei respiri e dei mugolii dei compagni che dormivano. L' aria era tiepida, gravida di umori notturni e del sentore acre e dolce dei pollini, e Mendel si sentiva invadere dal desiderio. Era un desiderio da adolescente, senza contorni, morbido caldo e bianco: cercava di descriverlo a se stesso e non ci riusciva. Desiderio di un letto, e di un corpo di donna nel letto; desiderio di sciogliersi in un' altra, di essere con lei una carne sola, una doppia carne isolata nel mondo, appartata dalle strade, dalle armi, dalle paure e dai ricordi della strage. Accanto a lui Sissl respirava quieta. Mendel tese una mano nel buio e ne sentì il fianco, avvolto nel ruvido della coperta. Premette, cercò di attirarla a sé, ma Sissl resisteva, pietrificata dal sonno. Sullo schermo incerto del dormiveglia si inseguivano nomi e visi, presenti e lontani. Sissl bionda e stanca. Rivke dai tristi occhi neri, ma Mendel la scacciò subito, non la voleva, non la poteva pensare. Rivke, Strelka, la fossa: va' via, Rivke, per favore. Torna là da dove sei venuta, lasciami vivere. Mendel cercava ostinatamente di addormentarsi, e si rendeva conto che era proprio quel suo sforzo il pungiglione che lo manteneva sveglio. La sua mente non era ancora così confusa da ignorare che un altro viso e un altro nome battevano alla sua porta. Un nome senza volto, il nome di Raab, la meretrice dal potere perverso; sì, era vera la bizzarra notizia, bastava che Mendel pronunciasse quel nome, anche solo nella mente, e la sua carne si tendeva. E un volto senza nome, un volto incavato, giovane e logoro, dagli occhi grandi e lontani. Mendel ebbe un sobbalzo: non era senza nome, quel volto. Aveva un nome, ed era il nome di Line. La vide come l' aveva vista poche ore prima, convinta nella discussione, priva di pigrizie e di dubbi, grave fino ad essere quasi ridicola, vibrante come un cavo teso. Si liberò dalla coperta, si tolse le scarpe e la cercò a tentoni, inciampando nelle membra dei dormienti. Aveva visto dove si era ritirata per dormire, e la trovò facilmente, sotto la scala che portava al soppalco: toccò nel buio i suoi capelli, ed il suo sangue ne ebbe un urto. Accanto a Line dormiva Leonid, i due erano avvolti nella stessa coperta; l' immagine di Leonid e quella di Sissl ingombrarono per un istante la coscienza di Mendel, poi si allontanarono nel buio, sempre più piccole e trasparenti, fino a sparire, come era sparito il viso terribile di Rivke. Mendel toccò la spalla di Line, poi la sua fronte. La mano della ragazza, piccola ma forte, si liberò dalla coperta, trovò il braccio di Mendel e lo risalì esplorandolo. Si infilò nell' apertura della camicia, sfiorò le guance mal rase; le dita trovarono la cicatrice sulla fronte, la seguirono attente e sensibili fin dove spariva fra i capelli. Sopravvenne l' altra mano, e premette la nuca di Mendel attirando la testa verso il basso. Mendel aiutò Line a svolgersi dalla coperta senza che Leonid si svegliasse. Salirono insieme sul soppalco: la scaletta scricchiolò sotto il loro peso, ma il rumore si confuse nel brusio del vento e della pioggia. Il soppalco era ingombro. Mendel riconobbe al tasto una tramoggia, toccò un ingranaggio unto di morchia; ritrasse la mano con ribrezzo e se la pulì sul fondo dei pantaloni. Sentì con i piedi un' area libera, vi trasse Line che lo seguiva docile. Si coricarono, e Mendel spogliò Line dei suoi panni militari. Il corpo che emerse era magro e nervoso, quasi maschile; il ventre era piatto, braccia e cosce muscolose e snelle. Le ginocchia erano quadrate, dure, ruvide come quelle dei bambini; la mano di Mendel esplorò avida le due infossature ai lati del tendine, sotto la rotula, poi risalì lungo il fianco, ma i seni, pur piccoli, erano sfioriti, tristi sacchetti di pelle vuota sotto cui si palpavano le costole. Mendel si spogliò, e subito Line gli si avvinghiò addosso come per una lotta. Schiacciata sotto il peso del corpo mascolino, Line si torceva, avversario tenace e resiliente, per eccitarlo e sfidarlo. Era un linguaggio, e pur nella nebbia rossa del desiderio Mendel lo intendeva: ti voglio ma ti resisto. Ti resisto perché ti voglio. Io esile ti giaccio sotto ma non sono tua. Io non sono la donna di nessuno, e resistendo ti lego a me. Mendel la sentiva armata anche nuda, armata come la prima volta che l' aveva intravista nel dormitorio di Novoselki. Di nessuno e di tutti, come Raab di Gerico: Mendel lo percepì e ne fu trafitto, mentre all' ultimo istante si strappava da lei. Lo sforzo fu così lacerante che Mendel singhiozzò forte, nel silenzio buio del mulino. Quando la febbre si fu sciolta nella quiete del corpo soddisfatto, soave come una convalescenza, Mendel tese l' orecchio: il silenzio non era completo, si udivano altre voci soffocate, difficili a riconoscersi. Scivolò nel sonno accanto a Line che già dormiva tranquilla. Si svegliò poco dopo, alla prima luce del giorno, quando tutti gli altri dormivano ancora, e distinse Gedale accanto a Bella, Pavel accanto a Ròkhele Nera, e Ròkhele Bianca accanto a Isidor. Il viso pallido ed affilato di Line posava nel cavo del suo braccio. Perché l' ho fatto? Che cosa cerco in lei? L' amore e il piacere. No, non solo questo. Cerco in lei un' altra donna, e questo è terribile e ingiusto. L' ho cercata in Sissl e non l' ho trovata. Cerco quella che non c' è più, e non la troverò. Ed ora sono legato a questa: sono legato da questa, legato dall' edera. Per sempre, o non per sempre, non lo so: nulla è per sempre. E lei non è legata a me: lei lega e non si lega, te ne dovresti essere accorto, Mendel, non sei più un bambino, sciogliti finché sei in tempo, questo non è tempo di legarsi. Sciogliti o finirai male: male come Leonid. Si guardò intorno, e Leonid non c' era. Niente di strano, poteva essere uscito. Continuò a consigliare fraternamente a se stesso di liberarsi di Line, a ordinarselo, a imporselo, e sapeva benissimo che, se un altro gli avesse parlato così, lui Mendel, il mite orologiaio, gli avrebbe rotto la faccia a pugni. Dopo mezz' ora erano svegli tutti e Leonid non c' era; erano spariti anche il suo zaino e la sua arma. Gedale brontolò in polacco, invitando il diavolo ad occuparsi di Leonid; poi proseguì in jiddisch: _ Nu, noi non siamo l' Armata Rossa e io non sono Ulybin, e lui come partigiano non vale molto. Non è uomo da tradirci, ma se incappa nei tedeschi è un altro discorso. Speriamo che non combini guai. Da solo non va tanto lontano: fra tre giorni lo ritroviamo, vedrete. _ Però il fucile automatico avrebbe potuto lasciarlo, disse Jòzek. _ Già, è questo il guaio. Se lo ha preso è per adoperarlo. Mendel propose di andarlo a cercare. Dov aggiunse che si sarebbe potuto provare con i cani, e Gedale disse che si arrangiassero ma non perdessero troppo tempo. Dov condusse un cane ad annusare la coperta sotto cui Leonid aveva dormito, poi lo portò all' aperto; il cane fiutò svogliatamente il terreno, alzò il naso e fiutò l' aria, fece due o tre giri su se stesso; infine abbassò la coda e le orecchie e puntò il muso verso Dov e Mendel, con l' aria di dire: _ Che cosa volete da me? _ Andiamo, _ disse Gedale. _ Preparatevi a partire. Di andarlo a cercare non se ne parla neanche. Se lui cercherà noi, saprà come trovarci _. Mendel pensò: "È andato a sparare ai tedeschi, ma forse voleva sparare a me". Ripresero il cammino, fra un cielo splendido e una terra impregnata di pioggia. Aggirarono alcuni villaggi apparentemente deserti; la colonna procedeva lenta, guidata da Jòzek, attraverso macchie di bosco e campi invasi dalle erbacce. Il terreno era piano, ma verso ponente si delineavano quinte di colline ottuse. Mendel marciava in silenzio, e non si sentiva contento di essere Mendel. In una notte sola aveva tradito due volte: forse tre, contando anche Sissl. Ma Sissl non andava contata, eccola lì poco più avanti nella fila, camminava dietro a Piotr col suo passo tranquillo di sempre. E neanche i morti non bisogna contarli, stanno nel loro mondo di morti, non ne escono quasi mai. Non bisogna lasciarli uscire, è come quando scoppia il tifo, bisogna rinforzare la recinzione, tenerli chiusi nel loro lazzaretto. I vivi hanno diritto di difendersi. Ma con Leonid era stato diverso, Leonid non era morto ... e lo sai, tu, se non è morto? Se non lo hai ucciso tu, che eri il suo fratello, e che quando ti hanno chiesto conto di lui hai risposto con l' insolenza di Caino? Forse gli hai tolto la sola cosa che aveva; hai tagliato il cavo del rimorchio, e lui sta affondando, o è già affondato. Anzi, hai fatto peggio: lo hai sganciato dal cavo, e ti sei messo al suo posto. Adesso sei tu che ti fai rimorchiare. Da lei, dalla ragazzetta testarda dalle unghie rosicchiate. Bada a quello che fai, Mendel figlio di Nachman! Al mattino del terzo giorno di marcia si trovarono sul ciglio di una forra. La parete era scoscesa, di brutta terra marnosa resa viscida dalla pioggia; anche la parete opposta era ripida, e sul fondo, trenta metri più in basso, scrosciava un torrente fangoso strozzato fra le due rive. _ Sarai bravo a fare dollari falsi, Jòzek, ma come guida non vali molto, _ disse Gedale. _ Qui non si passa: hai sbagliato strada. Jòzek aveva buone giustificazioni. Le piste erano molte, e non si poteva pretendere che lui, dopo anni, le ricordasse tutte. Era colpa della pioggia; con tempo asciutto, di questo lui era sicuro, si poteva scendere e risalire abbastanza bene, e il torrente si riduceva a un rigagnolo che non faceva paura a nessuno. Comunque, non c' era bisogno di tornare indietro. Si poteva proseguire verso nord, seguendo il ciglio della gola; presto o tardi un passaggio lo si sarebbe trovato. Si rimisero in cammino, per tracce di sentieri invase dai rovi. Si vide presto che il torrente, anziché a nord, volgeva verso un nord-est che era quasi un est, e la popolarità di Jòzek declinò: non si era mai visto che per andare a ponente si dovesse camminare verso levante. Gedale disse che Cristoforo Colombo aveva fatto proprio così, o insomma viceversa, e Bella, stanca morta, gli disse di non fare il buffone. Jòzek insisteva a dire che ci doveva essere un passaggio, non molto lontano; infatti, verso metà giornata trovarono un sentiero ben segnato che correva lungo il ciglione. Lo seguirono per una mezz' ora, e videro che Jòzek doveva avere ragione: la gola piegava verso sinistra, cioè a ponente, con un angolo acuto, e il sentiero, sempre più battuto, scendeva obliquamente verso il fondo. Nonostante la pioggia che era caduta pochi giorni prima, si distinguevano impronte bovine: forse il sentiero conduceva a un guado, o a un ponte, o ad un' abbeverata. Discesero, videro che il sentiero raggiungeva il torrente proprio all' apice della curva, e che oltre la curva la gola si apriva in un letto pianeggiante; il torrente si divideva in vari rami che scorrevano lenti fra i ciotoli. Nella breve pianura c' erano le rovine di una baracca di pietra; sulla soglia stavano sei uomini, e uno di questi era Leonid. Degli altri, quattro erano armati, e vestivano uniformi del vecchio esercito polacco, lacere e stinte; il sesto, disarmato e nudo fino alla cintola, stava un po' in disparte ad abbronzarsi al sole. Uno degli armati si fece incontro ai gedalisti. Si sfilò al di sopra del capo il mitragliatore, che portava a tracolla; non lo puntò contro i nuovi venuti, ma lo resse negligentemente penzoloni tenendolo per la canna, e disse in polacco: _ Fermatevi _. Gedale, che in Polonia era nato e cresciuto, e che parlava il polacco meglio del russo, si fermò, fece cenno alla fila di fermarsi, e disse in russo a Jòzek: _ Senti un po' che cosa desidera il Pan. Il Pan, cioè il Signore, capì (e del resto Gedale aveva fatto del suo meglio perché capisse), e disse con fredda collera: _ Desidero che ve ne andiate. Qui è terra nostra, e voi avete già fatto abbastanza guai. Davanti alla prospettiva di un litigio, Gedale aveva assunto un' aria estasiata che irritava ulteriormente il polacco. Disse a Jòzek: _ Di' al signore che, se gli abbiamo provocato dei fastidi, è stato senza nostra colpa, o almeno senza intenzione di danneggiare lui personalmente. Chiedigli se vuole alludere alla faccenda della locomotiva di Sarny, e se sì, digli che non lo faremo più. Digli che abbiamo una gran voglia di andarcene, e che non c' è bisogno del suo incoraggiamento. Chiedigli .... Venne fuori che il signore capiva il russo abbastanza bene, poiché non attese che Jòzek traducesse, ed interruppe Gedale con violenza: _ Si capisce che parlo della locomotiva. Anche quello è territorio nostro, delle Forze Armate Nazionali, e la rappresaglia dei tedeschi l' abbiamo dovuta fronteggiare noi. Ma parlo anche del vostro uomo, _ e qui indicò Leonid, con un gesto sprezzante del pollice, _ di questo stupido temerario, di questo insensato con la Stella Rossa che se ne va da solo a fare l' eroe, senza pensare che .... Questa volta fu Gedale ad interrompere, in buon polacco, abbandonando per la sorpresa il giochetto dell' interpretariato: _ Come? Che cosa ha fatto? Dove lo avete catturato? _ Non lo abbiamo catturato, _ ringhiò il polacco, _ lo abbiamo salvato. E non lo andate a raccontare in giro: perché è la prima volta, sangue d' un cane, che le NSZ salvano un giudeo, e per di più russo e comunista, dalle pallottole dei tedeschi. Ma deve proprio essere un po' tocco: armato, in pieno giorno, senza neppure guardarsi intorno, se ne andava diritto verso il posto di blocco dei tedeschi .... _ Quale posto di blocco? _ Quello della centrale di Zielonka. A rischio di scatenare un finimondo; e senza pensare che l' energia di Zielonka serve anche a noi. Se volete fare dei sabotaggi, andate più lontano, che il diavolo vi porti. E informatevi della situazione politica. E soprattutto non mandate dei balordi come questo. _ Non lo abbiamo mandato noi: è stata una sua iniziativa, _ disse Gedale. _ Lo interrogheremo e lo puniremo. _ Ce lo ha detto anche lui, che l' iniziativa era sua: ci abbiamo già pensato noi a interrogarlo. Ma non ci prenderete per dei deficienti. O per dei bambini. È dal '39 che noi combattiamo su due fronti, e certi trucchi li abbiamo imparati. E voi li avete copiati dai nazi: tutto preciso come al tempo dell' incendio del Reichstag, si prende uno un po' debole di mente, lo si manda allo sbaraglio, e poi la rappresaglia cade come un fulmine dalla parte che fa comodo a voi. Il polacco si fermò per prendere fiato. Era alto, secco, non più giovane, e i mustacchi grigi gli tremavano per la collera. Gedale diede un' occhiata dalla parte di Leonid: stava seduto sulla soglia di pietra della baracca, con le mani legate appoggiate sulle cosce. Era lontano solo dieci passi, a portata di voce, ma sembrava che non stesse ascoltando. Il polacco osservava Jòzek con attenzione: _ Ma anche tu mi hai l' aria di essere ebreo. Ne abbiamo viste, di cose strane, ma questa le passa tutte: degli ebrei che vanno in giro per la Polonia con le armi rubate ai polacchi, e si spacciano per partigiani, puttane le loro madri! Gedale scattò. Con la sinistra strappò il mitragliatore dalle mani del polacco, e con la destra gli assestò un violento ceffone sull' orecchio. Il polacco vacillò, fece qualche passo incerto ma non cadde. Gli altri tre si erano avvicinati con aria minacciosa, ma il loro capo gli disse qualcosa, ed essi si ritirarono di qualche passo, tenendo però sempre le armi puntate. _ Sono ebreo anch' io, Panie Kondotierze, _ disse Gedale con voce tranquilla. _ Queste armi non le abbiamo rubate, e le sappiamo usare piuttosto bene. Voi combattete da cinque anni, e noi da tremila. Voi su due fronti, e i nostri fronti non si possono contare. Sia ragionevole, Signor Condottiero. Abbiamo lo stesso nemico da combattere: non sprechiamo le nostre forze _. Poi aggiunse, con un sorriso cortese: _ ... e neppure le nostre ingiurie _. Forse il "condottiero" sarebbe stato meno arrendevole se non si fosse visto circondato da una ventina di gedalisti dall' aria risoluta. Brontolò qualche misteriosa imprecazione a base di tuono e di colera, poi disse burbero: _ Non vogliamo sapere niente di voi e non vogliamo avere niente a che fare con voi. Ripigliatevi il vostro uomo. E prendetevi anche quell' altro, che dice di essere dei vostri: noi non sappiamo che cosa farcene. A un suo gesto, i suoi seguaci afferrarono Leonid per le braccia, lo fecero alzare in piedi e lo spinsero verso Gedale, che tagliò subito la corda che gli legava le mani. Leonid non disse una parola, non sollevò gli occhi da terra, e si inserì nella schiera dei gedalisti fermi sul sentiero. L' altro uomo nominato dal polacco, quello che se ne stava in disparte a torso nudo a prendere il sole, si fece avanti spontaneamente. Era alto quanto Gedale, aveva un ardito naso da falco e un paio di maestosi baffi neri, ma non doveva avere molto più di vent' anni. Il suo corpo, muscoloso ed agile, sarebbe stato un buon modello per una statua di atleta se non fosse stato per il piede equino che gli deturpava una gamba. Aveva raccattato da terra un fagotto, e sembrava contento di cambiare padrone. Era tempo di ripartire; Gedale rese l' arma al polacco, e gli disse: _ Signor Condottiero, credo che possiamo essere d' accordo su un punto solo, e cioè che anche noi non vogliamo avere niente a che fare con voi. Ci dica quale strada dobbiamo tenere. Il polacco rispose: _ Tenetevi alla larga da Kovel, da Lukov e dalla ferrovia. Non provocate i tedeschi nella nostra zona, e andate al diavolo. _ Ma che bel tipo! _ disse Gedale a Mendel quando ebbero ripreso la marcia, senza mostrare né collera residua né disprezzo. _ Proprio un tipo fantastico, da film di indiani. Secondo me aveva sbagliato secolo. _ Però lo hai preso a schiaffi! _ Per forza: ma che c' entra? L' ho ammirato lo stesso: come si ammira una cascata o un animale strano. È uno stupido, e forse anche pericoloso, ma ci ha offerto un bello spettacolo. Del resto, Gedale sembrava innamorarsi di ogni nuovo venuto, al di là di ogni considerazione morale o utilitaria. Girava intorno ad Arié, il giovane zoppo, come se volesse sentirne l' odore ed osservarlo sotto tutte le angolazioni. Nonostante il suo difetto, Arié non aveva difficoltà a seguire la fila, anzi, camminava agile e sciolto, e si rese subito popolare uccidendo una quaglia con una sassata e offrendola in omaggio a Ròkhele Bianca. Non parlava né capiva il jiddisch, e pronunciava il russo in un modo molto strano: era georgiano, Arié, e fiero di esserlo. La sua lingua materna era il georgiano, il russo lo aveva imparato a scuola, ma il suo nome, di cui era altrettanto fiero, era ebraico puro: Arié significa Leone. Pochi fra i gedalisti avevano incontrato prima un ebreo georgiano, e Jòzek, metà per scherzo, metà sul serio, osò addirittura mettere in dubbio che Arié fosse ebreo; chi non parla jiddisch non è ebreo, è quasi un assioma, e lo dice anche il proverbio: "Redest keyn jiddisch, bist nit keyn jid". _ Se sei ebreo, parlaci in ebraico: dicci una benedizione in ebraico. Il giovane accettò la sfida, e recitò la benedizione del vino con la pronuncia sefardita, rotonda e solenne, invece che in quella askenazita, sincopata e stretta. Molti risero: _ Ih, parli ebraico come lo parlano i cristiani! _ No, _ rispose Arié nobilmente offeso: _ noi parliamo come Abramo nostro padre. Siete voi che parlate sbagliato. Arié si integrò nella banda con rapidità sorprendente. Era robusto e volonteroso ed accettava di buona voglia tutti i lavori; accettò anche quel poco di disciplina partigiana che la banda aveva conservato. Mentre tutti erano curiosi di lui, si mostrò poco curioso delle finalità della banda: _ Se andate ad ammazzare i tedeschi, vengo con voi. Se andate in Terra d' Israele, vengo con voi _. Era intelligente, allegro, fiero e permaloso. Fiero di molte cose: di essere georgiano (discendente dai Macedoni di Alessandro, precisò, senza però essere in grado di dimostrarlo in alcun modo); di non essere russo, ma ad un tempo di essere compatriota di Stalin; del suo cognome Hazansvili. _ Ma certo! Gli assomigli perfino, _ rise Mottel. _ Non solo nei baffi, ma anche nel nome. _ Stalin è un grand' uomo e voi non lo dovreste prendere in scherzo. Mi piacerebbe assomigliargli nel nome, ma non è così. Lui è Dzugasvili, cioè il figlio di Dzuga, e io sono soltanto Hazansvili, che vuol dire il figlio del Hazàn, del cantore della Sinagoga. Era permaloso sull' argomento della sua deformità, e non gli piaceva che se ne parlasse, ma con ogni probabilità essa gli aveva salvato la vita: _ Alla leva militare mi avevano riformato, e al paese mi canzonavano, perché andare soldato per noi è un onore. Ma poi, nel '42, quando prendevano tutti, hanno mobilitato anche me, e mi hanno spedito nelle retrovie di Minsk a cuocere il pane nella panetteria militare. I tedeschi mi hanno preso prigioniero, ma come lavoratore civile, e questa è stata la mia fortuna. Che io fossi ebreo, non se ne sono accorti .... _ Tutto merito dei baffi, credi a me, _ disse Jòzek: peccato che pochi ci abbiano pensato, a farseli crescere. _ Dei baffi e della statura. E poi perché mi sono dichiarato contadino e specialista in innesti. _ Sei stato furbo! _ Ma no, è proprio il mio mestiere, io e mio padre e mio nonno abbiamo sempre innestato viti. E allora mi hanno messo in un' azienda agricola a innestare alberi che non avevo mai visti. Eravamo quasi liberi, e in aprile sono scappato. Volevo andare con i partigiani, e sono incappato in quelli che avete visti; con loro però non stavo tanto bene, mi dicevano "ebreo" e mi facevano portare i pesi come a un mulo. Gedale tendeva alle decisioni improvvisate, ma sulla questione di Leonid non se la sentiva di improvvisare. Chiamò da parte Jòzek, Dov e Mendel e non era il Gedale di tutti i giorni: non divagava, pensava a quello che diceva, e parlava sommesso. _ Le punizioni non mi piacciono: né darle né riceverle. Sono roba da prussiani, e per gente come noi servono a poco. Ma questo ragazzo l' ha fatta grossa: se ne è andato con le armi, senza ordini e senza permesso, e ha fatto quanto poteva per metterci nei guai tutti quanti. È stata una fortuna che il grosso delle forze delle NSZ era lontano, altrimenti ce la vedevamo brutta. Si è comportato da sciocco, ed ha fatto apparire sciocchi tutti noi: sciocchi ed intrusi, pasticcioni e guastamestieri. Già da queste parti non siamo mai stati molto amati; dopo questa faccenda lo saremo ancora meno, e la nostra strada è lunga, ed abbiamo bisogno dell' appoggio della popolazione. O almeno di una neutralità silenziosa. Leonid queste cose le deve capire: gliele dobbiamo far capire. Jòzek alzò la mano per chiedere la parola. _ Se fosse un altro uomo, io credo che il miglior rimedio sarebbe quello di picchiarlo un poco e poi di invitarlo a fare l' autocritica, come fanno i russi. Ma Leonid è un tipo strano, è difficile capire perché fa le cose che fa. Tu dici bene, comandante, che dobbiamo fargli capire certe cose; ebbene, secondo me, e almeno per il momento, quel ragazzo non è in grado di capire niente. Da quando lo abbiamo ripreso non ha più detto una parola: non una. Non mi ha guardato in faccia una volta, e tutte le volte che gli ho portato la gavetta ha fatto finta di mangiare e poi, appena io me ne andavo, versava via tutto: l' ho visto benissimo. Se fossimo in tempo di pace, so io che cosa ci vorrebbe per lui. _ Un medico? _ chiese Gedale. _ Sì, il medico dei matti. _ Voi due lo conoscete da più tempo, _ disse Gedale rivolto a Mendel e a Dov. _ Qual è il vostro pensiero? Parlò per primo Dov, del che Mendel fu lieto. _ A Novoselki mi ha dato qualche fastidio perché non era puntuale sul lavoro. L' ho mandato a fare un sabotaggio, per metterlo alla prova e per dargli un' occasione di far buona figura davanti agli altri: mi pareva che ne avesse bisogno. Se l' è cavata né bene né male, con coraggio e con precipitazione: lo hanno tradito i nervi. Secondo me è un bravo ragazzo con un brutto carattere, ma io non credo che si possa giudicare un uomo da quello che ha fatto a Novoselki; o del resto, anche da quello che fa qui. _ Non mi interessa giudicarlo, _ disse Gedale, _ mi interessa sapere che cosa dobbiamo fare di lui. Tu che dici, orologiaio? Mendel era sulle spine. Gedale sapeva, o aveva indovinato, la vera causa della sortita suicida di Leonid? Se sì, non parlarne era puerile e disonesto. Se no, se non lo aveva intuito, Mendel avrebbe preferito non fornire materia alla sua curiosità ed ai pettegolezzi di tutti. Insomma erano fatti suoi, non è vero? Suoi e di Line, fatti privati. Di aggravare la posizione di Leonid non si sentiva l' animo, e raccontare che Leonid aveva disertato per una faccenda di donne voleva dire aggravare la sua posizione. E aggravare anche la tua. Sì, certo: aggravare anche la mia. Si tenne sul vago, sentendosi intimamente bugiardo, e spregevole come un verme: _ È un anno che siamo insieme, ci siamo incontrati nel luglio dell' altr' anno nelle foreste di Brjansk. Sono d' accordo con Dov, è un bravo ragazzo con un carattere difficile. Mi ha raccontato la sua storia, la sua vita non è mai stata facile, ha incominciato a soffrire molto prima di noi. Secondo me, punirlo sarebbe una crudeltà, e per giunta inutile: si sta punendo da sé. E sono d' accordo anche con Jòzek; sarebbe un uomo da curare. Gedale si alzò di scatto e cominciò a camminare su e giù. _ Siete veramente dei bravi consiglieri. Curarlo, ma non si può. Punirlo, ma non si deve. Tanto valeva dirlo chiaro, che il vostro consiglio è di lasciare le cose come stanno, e che la faccenda si risolva da sé. Mi sembrate i consolatori di Giobbe. Va bene, per adesso lasciamola così; vedrò se la ragazza mi saprà dare un suggerimento più concreto: lei lo conosce meglio di voi, o almeno sotto un aspetto diverso. Dunque non sa, pensò Mendel con sollievo, e insieme vergognandosi del suo sollievo. Ma del colloquio fra Gedale e Line Mendel non seppe più nulla; o non era avvenuto, o (cosa più probabile) Line non aveva detto niente di essenziale. Il malumore di Gedale durò poco; nei giorni successivi era ritornato ai suoi modi consueti, ma, come già aveva fatto a Sarny, scomparve nuovamente ai primi di luglio mentre la colonna era accampata nei pressi di Annopol, non lontano dalla Vistola. Ricomparve il giorno dopo, con una giacca nuova di velluto, un cappello di paglia da contadino, una boccetta di profumo-Ersatz per Bella, e regalini anche per le altre quattro donne. Ma non era andato in città per fare acquisti; dopo di allora diverse cose cambiarono. Le precauzioni aumentarono: di nuovo, come in primavera, si marciava di notte, e di giorno la banda si accampava cercando di non dare nell' occhio; il che si faceva sempre meno facile, perché la zona era fittamente percorsa da strade, e cosparsa di villaggi e case coloniche. Gedale sembrava avere fretta; richiedeva tappe più lunghe, anche di venti chilometri per notte, e puntava in una direzione precisa, verso Opatòw e Kielce. Raccomandò a tutti di non allontanarsi dal gruppo e di non rivolgere la parola ai contadini che eventualmente si incontrassero: con la gente del luogo potevano intrattenersi solo quelli che parlavano polacco, ma anche loro il meno possibile. Sia nelle tappe, sia durante gli spostamenti, la presenza di Leonid era diventata penosa per tutti, e per Mendel in specie. Mendel dovette confessare a se stesso che di Leonid aveva paura: evitava la sua vicinanza, nelle marce in fila indiana si metteva in testa quando Leonid era in coda, o viceversa; ma invece, notò Mendel con disappunto, Leonid, consapevolmente o no, manovrava in modo da essergli vicino, pur senza rivolgergli la parola. Si limitava a guardarlo, con quei suoi occhi neri carichi di tristezza e di richiesta, come se volesse affliggerlo con la sua presenza, non lasciarsi dimenticare, vendicarsi affliggendolo. O forse anche sorvegliarlo? Forse: alcuni suoi gesti facevano pensare che Leonid fosse in preda al sospetto. Volgeva di scatto la testa guardandosi alle spalle. Durante le fermate, che avvenivano di giorno, e per lo più in casupole contadine abbandonate, si coricava per dormire scegliendo il posto più vicino alla porta, e dormiva poco; si svegliava di soprassalto, si guardava intorno inquieto, spiava fuori dalla porta o dalle finestre. In un mattino grigio di nuvole, dopo una tappa notturna che aveva affaticato tutti, Mendel stava raccogliendo legna nel bosco e se lo vide accanto, che raccoglieva legna anche lui, sebbene nessuno glielo avesse ordinato. Era dimagrito e teso, aveva gli occhi lucidi. Si rivolse a Mendel con aria complice: _ Lo hai capito anche tu, non è vero? _ Capito che cosa? _ Che siamo venduti. Non possiamo più farci illusioni. Siamo venduti, e ci ha venduti lui. _ Lui chi? _ chiese Mendel sbalordito. Leonid abbassò la voce: _ Lui, Gedale. Ma non poteva fare diversamente, lo ricattavano, era un burattino nelle loro mani _. Poi fece cenno con l' indice sulle labbra di fare silenzio, e riprese a raccogliere legna. Mendel non raccontò l' episodio a nessuno, ma pochi giorni dopo Dov gli disse: _ Quel tuo amico ha delle idee strane. Dice che Gedale lavora per l' NKVD o per non so quale altra polizia segreta, che loro lo ricattano, e che noi siamo tutti ostaggi nelle loro mani. _ Qualcosa del genere ha detto anche a me, _ disse Mendel. _ Che fare? _ Niente, _ disse Dov. Mendel si ricordò di avere paragonato Leonid a un orologio inceppato dalla polvere; adesso, invece, Leonid gli ricordava certi altri orologi che gli avevano portati da riparare: forse avevano preso un urto, le spire della molla si erano accavallate, un po' ritardavano, un po' avanzavano follemente, e finivano tutti col guastarsi in modo irrimediabile. L' estate era fulgida e ventosa, e i gedalisti si accorsero di essere entrati nel paese della fame. Le raccomandazioni di Gedale, di evitare i contatti con la gente del luogo, si rivelarono superflue, se non ironiche. Non c' era molta gente, in quelle campagne: nessun uomo, poche donne; sulle soglie delle fattorie devastate, solo vecchi e bambini. Non era gente di cui si dovesse avere paura, anzi, erano essi stessi sigillati dalla paura. Pochi mesi prima, i partigiani dell' Armata Interna polacca avevano scatenato un attacco ai presidi4 tedeschi della zona, mentre a sud di Lublino reparti paracadutati sovietici interrompevano le linee di comunicazione tedesche che portavano munizioni e rifornimenti al fronte. Altri reparti polacchi avevano fatto saltare in aria ponti e viadotti, ed avevano attaccato un villaggio da cui i tedeschi avevano allontanato con la forza i contadini nel 1942 per installarvi i coloni del Reich Millenario. La rappresaglia tedesca si era estesa a tutta la zona ed era stata feroce. Non si era rivolta contro le bande, pressoché inafferrabili, che si erano rifugiate nelle foreste, ma contro la popolazione civile. I tedeschi avevano fatto accorrere rinforzi dalle lontane retrovie; di notte accerchiavano i villaggi polacchi e li incendiavano, oppure deportavano tutti gli uomini e le donne in età di lavoro: gli concedevano mezz' ora di tempo per prepararsi al viaggio, poi li caricavano sui loro autocarri e li portavano via. In alcuni paesi avevano dedicato la loro attenzione ai bambini: deportavano in Germania i bambini dall' aspetto "ariano" e uccidevano gli altri. I villaggi, poveri da sempre, erano ridotti ad ammassi di ruderi affumicati e di macerie, ma i campi erano rimasti indenni, e la segala matura aspettava invano chi la mietesse. L' iniziativa venne da Mottel. Era andato a chiedere acqua ad un casolare isolato, a forse un chilometro dal villaggio di Zborz, e ci aveva trovato una vecchia sola, coricata sulla paglia della stalla, ma nella stalla bestie non ce n' erano più. La vecchia faticava a muoversi, aveva una gamba rotta che nessuno le aveva curato. Aveva detto a Mottel che andasse al pozzo, prendesse tutta l' acqua che voleva, e ne portasse un poco anche a lei. Ma che le portasse anche qualcosa da mangiare: qualunque cosa. Era digiuna da tre giorni, ogni tanto qualcuno del villaggio si ricordava di lei e le portava una fetta di pane. Eppure nel campo lì davanti c' era segala da nutrire una grossa famiglia, ma alla prima pioggia sarebbe marcita, perché per falciarla non c' era nessuno. Mottel riferì a Gedale, e Gedale decise all' istante. _ Dobbiamo aiutare questa gente. La nostra guerra è anche questo. È l' occasione buona per fargli capire che veniamo da amici e non da nemici. Jòzek storse la faccia: _ Da queste parti non ci hanno mai voluto bene; prima che i tedeschi bruciassero le loro case, loro bruciavano le nostre. Non vogliono bene agli ebrei, e neanche vogliono bene ai russi, e molti di noi sono ebrei e russi. Sanno che cosa è successo ai contadini russi negli anni venti, e hanno paura della collettivizzazione. Aiutiamoli, ma stiamo attenti. Tutti gli altri, invece, furono d' accordo senza riserve: erano stanchi di distruggere, stanchi delle opere negative e stupide a cui la guerra costringe gli uomini. I più entusiasti erano Piotr e Arié, che erano pratici dei lavori della campagna. Mottel aveva riferito che il tetto della "sua" vecchia era sfondato, e Piotr disse: _ Lo riparerò io. Sono bravo a rattoppare i tetti di canne, è un lavoro che facevo al mio paese, mi pagavano per farlo. Ma adesso, per riparare il tetto della tua vecchia, darei tanti rubli quanti me ne davano; se li avessi, beninteso, perché invece non li ho. La vecchia accettò, Piotr si mise al lavoro aiutato da Sissl, e pochi giorni dopo un uomo anziano dai baffi spioventi fu visto aggirarsi nei dintorni. Faceva le viste d' interessarsi d' altro: raddrizzava paletti, controllava le paratie dei fossati benché questi fossero disperatamente asciutti, ma spiava da lontano il lavoro dei due. Un giorno si presentò a Piotr e gli rivolse in polacco diverse domande; Piotr finse di non capire e andò a cercare Gedale. _ Sono il Burmistrz, il sindaco del villaggio, _ disse il vecchio con dignità, benché avesse piuttosto l' aspetto di un mendicante. _ Chi siete voi? Dove andate? Che cosa volete? Gedale si era presentato al colloquio disarmato, in maniche di camicia, in brache borghesi lacere e stinte, e con il cappello di paglia che aveva comperato. Parlava polacco senza accento jiddisch, e per chiunque sarebbe stato difficile appurare la sua condizione. Da principio fu cauto: _ Siamo un gruppo di dispersi, uomini e donne. Veniamo da diversi paesi, e non vogliamo farvi del male. Siamo di passaggio, andiamo molto lontano, non vogliamo disturbare nessuno, ma non vogliamo neppure essere disturbati. Siamo stanchi ma abbiamo le braccia buone: forse vi possiamo essere utili in qualche cosa. _ Per esempio? _ chiese il sindaco diffidente. _ Per esempio potremmo mietere, prima che la segala si guasti. _ Che cosa volete in cambio? _ Una parte del raccolto, quella che ti sembrerà giusta; e poi acqua, un tetto, e che si parli poco di noi. _ Quanti siete? _ Una quarantina; cinque sono donne. _ Sei tu il loro capo? _ Sono io. _ Noi siamo meno di voi: neppure trenta, contando anche i bambini. Guarda che denaro non ne abbiamo mai avuto, bestiame non ne abbiamo più, e non ci sono neppure donne giovani. _ Peccato per le donne giovani, _ rise Gedale, _ ma non è questo il nostro primo pensiero. Te l' ho detto, ci bastano l' acqua, il silenzio, e se possibile un tetto sotto cui dormire qualche notte. Siamo stanchi di guerra e di cammino, abbiamo nostalgia dei lavori di pace. _ Anche noi siamo stanchi di guerra, _ disse il sindaco; e subito aggiunse: _ Ma sapete mietere? _ Siamo fuori esercizio, ma ce la caviamo. _ A Opatòw c' è il mulino, _ disse il sindaco, _ e pare che funzioni. Falci ce ne sono, quelle ce le hanno lasciate. Potete incominciare domani. Andarono a mietere tutti gli uomini di Blizna e di Ruzany, e in più Arié, Dov, Line e Ròkhele Nera, a cui si aggiunse Piotr quando ebbe finito di rassettare il tetto: una ventina in tutto. Arié era il più pratico, e insegnò a tutti gli altri come si rizzano i covoni e come si affila la falce prima con il martello e poi con la cote. Anche Piotr si dimostrò bravo e resistente alla fatica. Line stupì tutti: esile com' era, mieteva dall' alba al tramonto senza mostrare segni di stanchezza, e sopportava senza disagio il calore, la sete e il nugolo di tafani e di zanzare che si era subito radunato. Non era la prima volta che faceva quel lavoro: lo aveva fatto mille anni prima, presso Kiev, in una fattoria collettiva in cui i giovani sionisti si preparavano all' emigrazione in Palestina, al tempo remoto in cui essere sionisti e comunisti non era ancora diventata una contraddizione assurda. Lavorava bene anche Dov, benché gli pesassero gli anni e le ferite. Neanche per lui era un' esperienza del tutto nuova: aveva mietuto i girasoli quando era confinato a Vologda, dove i giorni d' estate erano lunghi diciotto ore e bisognava lavorarle tutte. Gli altri della banda, fra cui Mendel, Leonid, Jòzek ed Isidor, si distribuirono nel villaggio a fare diversi lavori che il sindaco aveva indicati: c' erano pollai da rimettere in ordine, altri tetti da riparare, orti da zappare. Superata la prima diffidenza, si venne a sapere che c' erano anche patate da raccogliere, e furono le patate stesse a fare da cemento fra gli ebrei vagabondi e i contadini polacchi disperati, a sera, sotto le stelle dell' estate, seduti nell' aia, sulla terra battuta ancora calda di sole.

Luglio-agosto 1944

Se non ora quando 1982