Se non ora quando
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura
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Gennaio-maggio 1944
L' attacco a Zitkovici non ebbe mai luogo. La radio del campo, che da molte settimane dava soltanto informazioni sui movimenti dei tedeschi e notizie dal fronte, la sera in cui rientrò il drappello di Ulybin trasmetteva a ripetizione la frase in codice che significava "restare in ascolto". Ci fu una discussione fra Ulybin e Maksìm, e prevalse il parere di quest' ultimo, che veniva considerato come il rappresentante del Governo e del Partito presso la banda: non prendere iniziative, aspettare, forse sarebbero arrivati ordini per qualche operazione particolare. Ulybin si richiuse nell' isolamento. Si faceva vedere di rado, e solo per distribuire osservazioni e rimproveri. Al cuoco perché la kasa era troppo salata: forse che il sale viene giù dal cielo gratis e abbondante come la neve? Al radiotelegrafista perché i suoi appunti erano indecifrabili. A Pavel perché mangiava e parlava troppo. A tutti perché, secondo lui, il campo non era abbastanza pulito e ordinato. Alle due donne, che erano state relegate in cucina, guardava con sospetto; fosse timidezza o disprezzo, non rivolgeva loro la parola se non per strette ragioni di servizio. Nei confronti di Dov, Ulybin manifestava il rispetto scontroso che si tributa agli anziani a cui si è superiori in autorità, e che sconfina facilmente nella stizza e nel malgarbo. Dov si era ripreso male dalla stanchezza dell' ultima marcia. Il ginocchio ferito gli doleva senza remissioni; di notte gli toglieva il sollievo del sonno e di giorno lo impediva nei movimenti. A Novoselki, in una comunità chiusa in difesa, la sua scarsa efficienza fisica poteva essere tollerata, compensata com' era dalla sua esperienza. Nel campo di Turov, costituito esclusivamente da giovani, Dov sapeva di essere di peso e non si faceva illusioni. Cercava di rendersi utile in cucina, nelle pulizie, nei lavori spiccioli di manutenzione: nessuno lo respingeva, ma si sentiva superfluo. Era diventato taciturno, e poiché tutti sapevano quanto siano contagiosi la tristezza e lo scoramento, pochi gli rivolgevano la parola. Pavel, che aveva raggiunto una certa popolarità con la faccenda dell' intercettazione, lo trattava con cordialità rumorosa e convenzionale: si capisce, con il freddo e l' umidità le ossa fanno male, capita anche a Mosca, figuriamoci qui, in mezzo alle paludi, e in queste baracche metà sotto la terra e metà sotto la neve. Ma la primavera non avrebbe tardato, e con la primavera, chissà, forse sarebbe venuta la pace: pareva che i russi avessero passato il Dnepr, e che si combattesse dalle parti di Krivoj Rog .... Dov si trovava a suo agio soltanto con Mendel e con Sissl. Mendel cercava di rincuorarlo, ma con istintiva discrezione evitava ogni accenno alla sua menomazione ed alla sua stanchezza; cercava di distrarlo, gli chiedeva consigli, commenti sull' andamento della guerra, quasi che Dov potesse saperne più di quanto trasmetteva la radio. Anche più riposante per Dov era la presenza di Sissl. Pacata nel parlare e nel muoversi, Sissl gli sedeva accanto mentre con mani agili, ma grosse quanto quelle di un uomo, pelava le patate o rattoppava pantaloni e giubbe già disperatamente rattoppati. Tacevano a lungo, assaporando quel silenzio disteso e naturale che nasce dalla confidenza reciproca: quando si hanno in comune esperienze gravi non si prova il bisogno di parlare. Anche Mendel si soffermava volentieri a guardare il viso di Sissl intenta al lavoro, sotto la luce calda della lampada elettrica sottoalimentata. Quel viso contrastava con il corpo robusto e maturo della donna, ed attestava una complicata commistione di sangui. Sissl aveva pelle pallida, capelli biondi lisci che portava spartiti a mezza fronte in una scriminatura diritta e annodati sulla nuca in una crocchia. Anche i sopraccigli erano biondi; gli occhi erano di taglio obliquo, congiunti al naso da una lieve piega mongolica, ma del colore grigio delle genti baltiche. Aveva bocca larga e morbida, zigomi alti, mento e mascella di disegno nobile ma pronunciato. Non più giovanissima, Sissl emanava sicurezza e tranquillità, ma non gaiezza, intorno a sé, come se le sue spalle larghe avessero potuto fare scudo contro ogni evento avverso. Di suo padre non parlava mai. Si faceva raccontare da Dov storie di caccia nella foresta, le astuzie della lince, la strategia dei lupi in branco, gli agguati della tigre siberiana. Al paese di Dov, Mutoraj sulla Tunguska, lontano tremila chilometri, l' inverno durava nove mesi e ad un metro di profondità il terreno non scongelava mai, ma Dov ne parlava con nostalgia. Laggiù chi non era cacciatore non era un uomo. Mutoraj era un paese unico al mondo. Nel 190., quando lui aveva dieci anni, a ottanta chilometri di distanza era caduta una stella, o una meteora, o una cometa; erano venuti scienziati di tutto il mondo, ma nessuno aveva chiarito il mistero. Lui ricordava bene quel giorno: il cielo era sereno, ma c' era stato uno scoppio come di cento tuoni, e la foresta s' era incendiata, tanto che il fumo aveva oscurato il sole. Si era aperto un cratere enorme, e in un raggio di sessanta chilometri tutti gli alberi erano bruciati o erano stati abbattuti. Era estate, e l' incendio si era spento proprio alle porte del villaggio. Mendel, Pavel, Leonid, Line e gli uomini di Ozarici prendevano parte alle esercitazioni di marcia e tiro ed alle spedizioni di approvvigionamento nelle fattorie e nei villaggi circostanti. Queste avvenivano per lo più senza attriti né resistenze da parte dei contadini; la fornitura di viveri ai partigiani era una tassazione in natura, un tempo imposta, ormai acquisita. I contadini, anche i più malcontenti della collettivizzazione, avevano ormai capito qual era la parte vincente; inoltre, i partigiani di Ulybin li difendevano contro i rastrellamenti dei tedeschi, affamati di mano d' opera per i campi di lavoro forzato. Da una di queste spedizioni Pavel ritornò a cavallo, con arie da smargiasso e il casco di pelo calcato per traverso. Non era un cavallo da sella, bensì un cavallo da tiro, maestoso e vecchio; Pavel diceva che lo aveva trovato sperduto nel bosco e morente di fame, ma nessuno gli credette: la bestia non era poi così magra. Pavel lo considerava suo di pieno diritto, gli si affezionò e il cavallo si affezionò a lui: chiamato, accorreva come un cane, col suo trotto pesante e sfiatato. Pavel non aveva mai cavalcato in vita sua, e del resto la groppa del cavallo era così larga da costringere il cavaliere a una posizione innaturale, ma nelle ore libere dal servizio era facile incontrare Pavel che si esercitava all' equitazione intorno alle baracche. Ulybin disse che il cavallo di Pavel avrebbe dovuto avvicendarsi con l' altro che faceva girare la dinamo, Pavel si oppose, diversi partigiani presero le sue parti, e Ulybin, che verso Pavel dimostrava una inesplicabile parzialità, lasciò correre. Il comandante si mostrava meno indulgente nei riguardi di Leonid. Non vedeva di buon occhio il suo legame con Line, che d' altronde era argomento di commenti e scherzi da parte di tutti: benevoli o malevoli, a seconda delle circostanze. Leonid si era aggrappato alla ragazza con la tensione convulsa del naufrago che ha trovato una tavola galleggiante. Sembrava volesse avvolgerla in un abbraccio totale, che la schermasse da tutti gli altri contatti umani e la sequestrasse dal mondo. Non parlava più con nessuno, neppure con Mendel. Un giorno Ulybin fermò Mendel: _ Io non ho niente contro le donne, e questi non sono affari miei; ma ho paura che quel tuo amico si metterà nei guai e metterà nei guai anche qualcun altro. Le coppie fisse vanno bene in tempo di pace: qui è un' altra cosa. Qui ci sono due donne e cinquanta uomini. Mendel stava per rispondergli come aveva risposto a Dov in settembre a Novoselki, e cioè che lui non era responsabile delle azioni di Leonid, ma sentiva che Ulybin era fatto di un metallo più duro di quello di Dov: si trattenne, e rispose vagamente che gli avrebbe detto qualcosa, ma sapeva di mentire. A Leonid non avrebbe osato dire nulla; nei confronti del suo rapporto con Line provava un viluppo di sentimenti contrastanti che da quando era a Turov aveva cercato invano di districare. Provava invidia: su questo non aveva dubbi, e infatti se ne vergognava un poco. Era un' invidia, tinta di gelosia, per i diciannove anni di Leonid, per quel suo amore precipitoso e nativo che gli ricordava dolorosamente il suo proprio, di sei anni prima (o sessanta, o seicento?), quello che lo aveva scagliato fra le braccia di Rivke come una freccia che va a segno: Rivke! Invidia anche per la fortuna che aveva guidato Leonid entro il campo di forza che irradiava da Line: un ragazzo come lui avrebbe potuto incappare in qualsiasi trappola, ma Line non sembrava una donna-trappola. Che cosa poteva aver trovato Line in Leonid? Mendel se lo domandava. Forse soltanto un naufrago: ci sono donne nate per salvare, e forse Line era una di queste. Anch' io sono un salvatore, pensava, Mendel, un Consolatore. Bel mestiere, consolare gli afflitti in mezzo alla neve, al fango ed alle armi pronte. O forse invece è diverso; Line non cerca un naufrago da salvare, ma al contrario, cerca un uomo umiliato per umiliarlo di più, per salirci sopra come si sale su una pedana, per essere un po' più alti e vedere più lontano. Ci sono persone così: fanno il male degli altri senza accorgersene. Che Leonid stia attento. Lo invidio ma ho anche paura per lui. A Turov si succedevano i giorni di tregua, e Mendel e Sissl divennero amanti. Non ci fu bisogno di parole, fu naturale e dovuto come nel Paradiso Terrestre, e insieme frettoloso e scomodo. C' era il sole, e tutti gli uomini erano fuori a sbattere le coperte e ad ungere le armi. Mendel andò a cercare Sissl in cucina, le disse "vieni con me?", e Sissl si levò in piedi e disse "vengo". Mendel la condusse nella legnaia, che serviva anche da stalla per i due cavalli, e di lì su per la scaletta a muro che portava al fienile. Faceva freddo, si spogliarono a mezzo, e Mendel fu stordito dall' odore femmineo di Sissl e dal bagliore della sua pelle. Sissl si aprì come un fiore, docile e calda; Mendel si sentì irrompere nelle reni la forza e il desiderio che da due anni tacevano. Sprofondò in lei, ma senza abbandonarsi, anzi, tutto intento e vigile: voleva godere tutto, non perdere nulla, incidere tutto dentro di sé. Sissl lo ricevette fremendo appena, ad occhi chiusi, come se sognasse, e fu subito finito: si udivano voci e passi vicini, Mendel e Sissl si sciolsero dall' abbraccio, scossero via il fieno e si rivestirono. Dopo di allora non ebbero molte altre occasioni di incontrarsi. Riuscirono a salvare la discrezione ma non la segretezza; i partigiani parlavano a Mendel di Sissl dicendo "la tua donna", e Mendel se ne sentiva appagato. Trovava in Sissl pace e ristoro, ma non era sicuro di amarla, perché aveva troppi pesi sull' anima, perché si sentiva come cauterizzato, e perché la presenza di Line lo perturbava. Davanti a Line, Mendel non poteva sottrarsi all' impressione di una sostanza umana preziosa ed insolita, ma inquieta ed inquietante. Sissl era come una palma al sole, Line era un' edera intricata e notturna. Doveva avere solo qualche anno più di Leonid, ma le privazioni che aveva patite nel ghetto le avevano cancellato la giovinezza dal viso, la cui pelle appariva opaca e stanca, segnata da rughe precoci. Aveva occhi grandi nelle occhiaie cineree e lontani fra loro, naso piccolo e diritto, e tratti minuti da cammeo che le conferivano una espressione insieme triste e risoluta. Si muoveva con sicurezza rapida, talvolta con scatti bruschi. Line aveva insistito con Ulybin per essere ammessa alle esercitazioni: era una partigiana, non una rifugiata. Mendel aveva ammirato a Novoselki la sua destrezza nel maneggiare le armi, e durante la marcia sulla neve la sua resistenza alla fatica, almeno pari a quella di Leonid. Questo non è un dono di natura, pensava: è una riserva di coraggio e di forza che va ricostituita ogni giorno, dovremmo tutti fare come lei. Questa ragazza sa volere; forse non sa sempre quello che vuole, ma quando lo sa lo porta a compimento. Invidiava Leonid, e insieme era preoccupato per lui: gli sembrava preso a rimorchio da Line, e che il cavo fosse troppo teso. Un cavo teso si può strappare, e allora? Line parlava poco, e mai inutilmente: poche parole meditate e senza enfasi, dette con voce bassa e leggermente velata, con gli occhi fermi in faccia all' interlocutore. Aveva modi diversi da quelli delle donne, ebree e non, che Mendel aveva incontrato fino allora. Non mostrava ritrosie né falsi pudori, non recitava e non faceva capricci; però, quando parlava con qualcuno, avvicinava viso a viso, come per osservare da vicino le sue reazioni; spesso appoggiava anche la sua mano piccola e forte, dalle unghie rosicchiate, sulla spalla o sul braccio di chi le stava di fronte. Era consapevole della carica femminile di questo suo gesto? Mendel la percepiva intensa, e non si stupiva che Leonid seguisse Line come un cane segue il padrone. Era forse effetto della lunga astinenza, ma a Mendel, quando osservava Line, veniva in mente Raab, la seduttrice di Gerico, e le altre ammaliatrici della leggenda talmudica. Ne aveva trovato le tracce in un vecchio libro del suo maestro rabbino: un libro vietato, ma Mendel sapeva dov' era nascosto, e l' aveva sfogliato furtivamente più volte, con la curiosità del tredicenne, quando il rabbino si addormentava nell' afa del pomeriggio sul suo seggiolone dall' alto schienale. Michàl, che affascinava chi la vedeva. Giaele, la mortifera partigiana di un tempo, che aveva trafitto le tempie del generale nemico con un chiodo, ma che seduceva tutti gli uomini col solo suono della sua voce. Abigaìl, la regina assennata, che seduceva chiunque pensasse a lei. Ma Raab era superiore a tutte, qualsiasi uomo pronunciasse soltanto il suo nome spandeva istantaneamente il suo seme. No, il nome di Line non aveva questa virtù. Tutti a Novoselki conoscevano la storia di Line e del suo nome, che non è russo né jiddisch né ebraico. I genitori di Line, entrambi ebrei russi e studenti in filosofia, l' avevano messa al mondo senza pensarci molto sopra negli anni roventi della rivoluzione e della guerra civile. Il padre si era arruolato volontario ed era sparito in Volinia, in battaglia contro i polacchi. La madre aveva trovato lavoro come operaia in una tessitura. In precedenza aveva preso parte alla rivoluzione di ottobre perché in essa vedeva la propria liberazione, come ebrea e come donna; aveva tenuto comizi nelle piazze e interventi nei Soviet: era seguace ed ammiratrice di Emmeline Pankhurst, la gentile signora indomita che nel 191. aveva ottenuto il diritto di voto per le donne inglesi, ed era stata felice di aver messo al mondo una bambina pochi mesi dopo perché così aveva potuto darle il nome di Emmeline, che poi tutti, a partire dalla scuola materna, avevano accorciato in Line. Ma neanche la nonna materna di Line, Anna Kaminskaja, era stata una donna da cucina, bambini e chiesa. Era nata nel 1.5. nello stesso anno, mese e giorno della Pankhurst; era fuggita di casa per studiare economia a Zurigo, ed era poi tornata in Russia per predicarvi la rinuncia ai beni terreni ed al matrimonio, e l' uguaglianza di tutti i lavoratori, cristiani od ebrei, uomini o donne. Per questo era stata confinata ad Omsk, dove era nata la madre di Line. Nella minuscola camera dove Line e la madre abitavano, a Cernigov, Line ricordava, incorniciata ed appesa al muro dietro la stufa, la fotografia della Pankhurst che la madre aveva ritagliata da una rivista: arrestata nel 1914, la minuscola rivoluzionaria in gonna lunga e cappellino con piume di struzzo stava sospesa a mezz' aria, a due spanne dal selciato di Londra lucido di pioggia, dignitosa e impassibile fra le zampe di un poliziotto britannico che serrava la sua schiena smilza contro la propria pancia colossale. A Cernigov, e poi a Kiev dove si era trasferita per studiare da maestra, Line aveva frequentato i circoli sionisti ed insieme anche il Komsomol locale: non vedeva contraddizioni fra il comunismo sovietico e il collettivismo agrario predicato dai sionisti; ma a partire dal 1932 le organizzazioni sioniste avevano avuto una vita sempre più travagliata, fino ad essere ufficialmente sciolte. Agli ebrei che desideravano una propria terra, su cui organizzarsi e vivere secondo le loro tradizioni, Stalin aveva offerto uno squallido territorio della Siberia orientale, il Birobigiàn: prendere o lasciare, chi vuole vivere da ebreo vada in Siberia; se qualcuno rifiuta la Siberia, vuol dire che preferisce essere russo. Una terza via non c' è. Ma che cosa deve e può fare l' ebreo che vorrebbe essere russo, se il russo lo esclude dall' università, lo chiama zid, gli aizza contro i pogromisti, e stringe alleanza con Hitler? Niente può fare, specie se è donna. Line era rimasta a Cernigov, erano venuti i tedeschi e avevano chiuso gli ebrei nel ghetto: nel ghetto aveva ritrovato alcuni degli amici sionisti di Kiev. Con loro, e questa volta con l' aiuto dei partigiani sovietici, aveva comperato armi, poche e inadeguate, ed aveva imparato a usarle. Line non aveva inclinazione per le teorie; in ghetto aveva sofferto fame, freddo e fatica, ma aveva sentito le sue molte anime unificarsi. La donna, l' ebrea, la sionista e la comunista si erano condensate in una sola Line che aveva un solo nemico. A fine febbraio arrivò il messaggio radio che da tanto tempo si faceva attendere, e mise il campo in subbuglio. Presso Davìd-Gorodòk, sulle paludi della Stviga gelate da quattro mesi, i tedeschi avevano attrezzato un terreno per i lanci aerei notturni: nient' altro che un campo di neve delimitato da tre fuochi ai vertici di un triangolo allungato; i fuochi, semplici cataste di rami, venivano accesi quando la radio trasmetteva un determinato segnale. Al reparto di Ulybin veniva dato l' incarico di preparare un terreno simile a quello, non lontano dal campo di Turov, e a dieci chilometri dal campo tedesco; che Ulybin stabilisse dove. Al segnale di avviso, una squadra avrebbe dovuto accendere i fuochi del campo falso; un' altra avrebbe dovuto distrarre i tedeschi e spegnere i fuochi del campo vero. Nell' uniformità della pianura, gli aerei tedeschi non avrebbero avuto altro riferimento se non i fuochi del campo allestito dai partigiani, e avrebbero lanciato i paracadute su questo. Erano attesi lanci di viveri, abiti invernali ed armi leggere. Ulybin mandò due sciatori, di notte, a rilevare le misure e l' orientamento del triangolo tedesco. Ritornarono poco dopo: tutto corrispondeva a quanto la radio aveva comunicato. Il campo era già predisposto, con le tre cataste ai vertici, orientato da ponente a levante; accanto correva una strada di campagna, che era stata resa praticabile facendovi passare uno spazzaneve. Sulla strada c' erano orme vecchie e recenti di cavalli, di ruote di carro e di pneumatici. Fra la strada e il campo di lancio c' era una baracca di legno, piccola, con il camino che fumava: non ci potevano stare più di dieci o dodici uomini. Era probabile che il materiale lanciato fosse destinato non solo al presidio di Davìd-Gorodòk, ma a tutte le guarnigioni tedesche disseminate in Polessia e nelle paludi del Pripet: in quelle zone la presenza partigiana si faceva sentire, e la via aerea non era soltanto la più rapida ma anche la più sicura. Trovare un terreno simile a quello attrezzato dai tedeschi non fu difficile: sarebbe stato più difficile trovarne uno diverso. Ulybin scelse un grande stagno a venti minuti di marcia dal campo, anch' esso parallelo a una strada carrozzabile, e vi fece costruire una baracca di assicelle in posizione corrispondente a quella dei tedeschi: era escluso che i tedeschi facessero lanci diurni, ma avrebbero potuto mandare un ricognitore a fotografare il terreno. Poi, in attesa del segnale radio tedesco, designò le due squadre. Della prima, incaricata di provocare i tedeschi e di spegnere i fuochi del loro campo, facevano parte nove uomini, fra cui Leonid, Piotr e Pavel. La seconda, che avrebbe dovuto accendere i fuochi nel campo falso, era costituita da sei uomini, fra cui Mendel. Tutti gli altri dovevano rimanere a disposizione. A lavoro finito, ne venne dato avviso per radio al comando operativo partigiano. Il tempo si manteneva freddo. Verso il cinque di marzo nevicò ancora, una neve asciutta, fine, a rade spruzzate intermittenti; fra l' una e l' altra, il cielo rimaneva velato di foschia. Per i lanci, certamente i tedeschi avrebbero atteso che il cielo fosse completamente sereno. Tuttavia, un mattino si sentì il fragore di un aereo: andava e veniva, non alto ma invisibile al di sopra delle nuvole, come se cercasse un terreno dove atterrare. Sembrava troppo basso per poter fare un lancio, e d' altra parte non c' era stato il messaggio radio di preavviso. Ulybin ordinò di piazzare la mitragliatrice pesante: era montata su una slitta, venne sbullonata e tenuta a mano puntata verso il cielo. L' aereo continuava ad andare e venire, ma il rumore si faceva più debole. I partigiani vennero fuori dalle baracche a guardare il cielo, luminoso ma impenetrabile; a intervalli si intravedeva il sole circondato da un alone, e poi subito spariva. _ Tutti dentro le baracche, stupidi, fannulloni! _ gridò Ulybin: _ se scende sotto le nuvole ci mitraglia tutti _. Infatti, ad un tratto l' aereo apparve, poco più alto delle cime degli alberi: puntava proprio verso di loro. I due uomini che reggevano la mitragliatrice manovrarono per inquadrarlo, ma si udirono diverse voci che urlavano: _ È dei nostri, non sparate! _ Era in effetti un piccolo caccia che portava sotto le ali i segni dell' aviazione sovietica; virò sulle baracche, e si vide un braccio che si agitava in gesti di saluto. Tutti gli uomini a terra si sbracciarono ad indicargli la direzione del campo di lancio, l' aereo puntò da quella parte e sparì dietro lo schermo degli alberi. _ Riuscirà ad atterrare? _ Ha sotto i pattini, non il carrello; se infila la direzione giusta riuscirà. _ Andiamo, seguiamolo _. Ma Ulybin si impose: solo lui, Maksìm e due altri calzarono gli sci e si avviarono, prima seguendo cauti l' itinerario a zig-zag che evitava i campi minati, poi diritti, col passo lungo ed agile dei corridori di fondo. Ritornarono dopo un' ora, e non erano soli. C' erano con loro un tenente e un capitano dell' Armata Rossa, giovani, ben sbarbati, sorridenti, inguainati in splendide tute imbottite e in stivaletti di cuoio lustro. Salutarono cordialmente tutti, ma si ritirarono subito con Ulybin nella stanzetta adibita a comando. Stettero a colloquio parecchie ore; ogni tanto, Ulybin mandava a prendere pane, formaggio e vodka. Nel campo, l' arrivo dei due messaggeri non attesi fu commentato a lungo, con simpatia, speranza, diffidenza ed un pizzico di irrisione. Che cosa portavano dalla Grande Terra? Informazioni, senza dubbio; nuove disposizioni; ordini. E perché erano arrivati all' improvviso, senza annunciarsi via radio? È come nell' esercito, rispondeva un altro: le ispezioni si fanno senza preavviso, se no non sono ispezioni. _ Se la passano bene, i signori della Grande Terra, _ diceva un terzo: _ scommetto che questa notte l' hanno passata nei loro letti, con i cuscini e le lenzuola, e magari anche con la moglie. Chissà se, oltre alla propaganda, avranno portato anche il sapone da barba! _ Perché i partigiani di tutti i luoghi e di tutti i tempi hanno molto in comune: rispettano le autorità centrali, ma ne farebbero volentieri a meno. Quanto al sapone da barba, questa voce stava in prima linea nell' inventario delle facezie del campo. A Turov, portare la barba era sconsigliato; in altre bande era esplicitamente proibito, perché un giovane barbuto era troppo facilmente riconosciuto come partigiano. Tuttavia, a dispetto dei divieti e del pericolo, molti fra gli uomini del bosco e delle paludi portavano barbe folte. La barba era diventato un simbolo della partisanscina, della libertà del bosco, della braveria senza regole, del prevalere dell' indipendenza sulla disciplina. A livello più o meno consapevole, la lunghezza della barba era ritenuta proporzionale all' anzianità partigiana, quasi un titolo nobiliare o un grado gerarchico. _ Mosca non vuole che portiamo la barba, ma il sapone e i rasoi non ce li manda. Con cosa dobbiamo raderci? Con le scuri, con le baionette? Niente sapone, niente rasatura: le barbe ce le teniamo. _ Tutta roba che non fa male a nessuno, _ venne ad annunziare Piotr, che era stato chiamato a smistare il materiale portato dai due ufficiali. _ Né armi né munizioni, solo carta stampata e pomata per la scabbia. No, sapone per la barba non ce n' è. Neanche sapone da bucato _. Di sua iniziativa, andò a portare la notizia alle due donne affaccendate nella lavanderia: _ Abbiate pazienza, signorine. Avanti con la cenere e con la lisciva, come facevano le nostre nonne. L' importante è che muoiano i pidocchi: ma tanto la guerra sta per finire. I due ufficiali ripartirono la sera stessa. Mentre essi, già rivestiti delle tute di volo, guardavano fuori dalla finestrella con pazienza ostentata, si vide Ulybin appartarsi con Dov e parlargli sottovoce. Poi si vide Dov che stipava in uno zaino le sue poche cianfrusaglie. Salutò tutti sobriamente; i suoi occhi si inumidirono soltanto quando prese commiato da Sissl con un breve abbraccio. Uscì zoppicando con i due messaggeri e con un partigiano che aveva la febbre, e sparì con loro nella luce livida del crepuscolo. Piotr disse: _ Non vi dovete preoccupare. Li porteranno in ospedale, nella Grande Terra: staranno meglio che qui, e li faranno guarire _. Mendel gli batté una mano sulla spalla senza rispondergli. Dopo quella visita, Ulybin si fece ancora più silenzioso ed irritabile. Come se volesse ridurre al minimo i contatti, si scelse fra i partigiani una sorta di luogotenente, Zachàr, lungo e magro come una pertica e silenzioso più di lui. Zachàr fungeva da portaordini in un senso, da portaproteste nell' altro, e da diaframma in entrambi. Non più giovanissimo, quasi analfabeta, cosacco del Kubàn ed allevatore di montoni di professione, Zachàr era un diplomatico d' istinto; si dimostrò subito abile nel sopire i contrasti, lenire le frustrazioni e mantenere la disciplina e lo spirito di corpo. Si era sparsa la voce che Ulybin avesse incominciato a ubriacarsi nella stanzetta del comando; Zachàr smentiva, ma l' andirivieni di bottiglie piene e vuote era difficile da nascondere. Il campo falso era pronto, tutti erano pronti, ma l' ordine di agire non veniva. L' intero mese di marzo passò in una inazione quasi totale, che si rivelò nociva per tutti, non solo per il comandante che non aveva più niente da comandare. Si faceva sentire la fame: non la fame lacerante che Leonid ed altri avevano sperimentata nei Lager tedeschi di retrovia, ma una fame-nostalgia, un desiderio sordo di verdura fresca, di pane appena cotto, di un cibo magari semplice, ma scelto secondo il capriccio del momento. Si faceva sentire il rimpianto della casa, pesante per tutti, straziante per il gruppo degli ebrei. Per i russi, la nostalgia della casa era una speranza non irragionevole, anzi probabile: un desiderio di ritorno, un richiamo. Per gli ebrei, il rimpianto delle loro case non era una speranza ma una disperazione, sepolta fino allora sotto dolori più urgenti e gravi, ma latente. Le loro case non c' erano più: erano state spazzate via, incendiate dalla guerra o dalla strage, insanguinate dalle squadre dei cacciatori d' uomini; case-tomba, a cui era meglio non pensare, case di cenere. Perché vivere ancora, perché combattere? Per quale casa, per quale patria, per quale avvenire? La casa di Fedja, invece, era troppo vicina. Fedja compiva diciassette anni il 30 di marzo, ottenne da Ulybin il permesso di trascorrere il compleanno a casa sua, al villaggio di Turov, e non ritornò. Passati tre giorni, Ulybin fece sapere attraverso Zachàr che Fedja era un disertore: due uomini dovevano andarlo a cercare e riportarlo in banda. Non faticarono a trovarlo, era a casa, non aveva neppur lontanamente pensato che un' assenza di tre giorni in un periodo di inattività fosse una faccenda così grave. Ma c' era di peggio: Fedja confessò pubblicamente che a casa si era ubriacato con altri ragazzi, e che da ubriaco aveva parlato. Di che cosa? Anche delle baracche? Anche del falso campo di lancio? Terreo in viso Fedja disse che non sapeva più; che non ricordava; che probabilmente no, di cose segrete non aveva parlato; che non ne aveva parlato assolutamente. Ulybin fece rinchiudere Fedja nella legnaia. Mandò Zachàr a portargli il rancio e il tè, ma all' alba tutti videro Zachàr che ritornava scalzo nella legnaia, e tutti udirono il colpo di pistola. Toccò a Sissl e a Line spogliare il corpo del ragazzo per recuperare gli abiti e gli stivali; toccò a Pavel e a Leonid scavare la fossa nel terreno intriso d' acqua di disgelo. Perché proprio Pavel e Leonid? Pochi giorni dopo, Mendel si accorse che Sissl era turbata. La interrogò: no, non era la faccenda di Fedja. Zachàr l' aveva chiamata da parte e le aveva detto: _ Compagna, devi stare attenta. Se rimani incinta, è un guaio; questa non è una clinica, e gli aerei dalla Grande Terra non arrivano tutti i giorni. Dillo al tuo uomo _. Zachàr aveva tenuto lo stesso discorso anche a Line, ma Line aveva scosso le spalle. Sempre in questo periodo, fu affisso alla bacheca un ordine del giorno scritto a matita in bella scrittura e firmato da Ulybin: presto sarebbe incominciato il disgelo, era urgente scavare un canale di gronda intorno alle baracche per evitare che queste venissero inondate. Il lavoro era importante ed aveva la precedenza assoluta, perciò la composizione delle due squadre pronte ormai da un mese per l' azione dei campi di lancio era modificata. Leonid e Mendel non ne facevano più parte, dovevano posare i fucili e prendere il piccone e la pala. Pavel no: Pavel rimaneva in forza alla prima squadra, quella che avrebbe dovuto spegnere i fuochi dei tedeschi. Mendel, Leonid ed altri quattro uomini diedero inizio al lavoro di sterro. La neve e il terreno gelavano durante la notte, e si scioglievano in un fango vischioso e rossastro durante le ore più calde del giorno. Come incuriosite, grosse cornacchie si posavano sui rami degli abeti a sorvegliare il lavoro, sempre più numerose, serrate l' una contro l' altra; a un tratto il loro peso faceva piegare il ramo, allora tutte prendevano il volo starnazzando e gracchiando ed andavano a posarsi su un altro ramo. L' ordine venne quando ormai nessuno lo aspettava più: i segnali della radio tedesca che erano stati intercettati indicavano che il lancio era prossimo. Doveva anche trattarsi di un lancio importante, poiché gli avvisi erano stati ripetuti più volte. Venne infine, il 12 di aprile, l' annuncio definitivo: il lancio era atteso per la notte. Le due squadre partirono immediatamente; Pavel, per ogni evenienza, raccomandò alle cure di Leonid il suo cavallo, che chissà perché aveva battezzato Drozd, il Tordo. Il resto del campo si preparò a passare la notte; non c' erano ordini particolari, ma tutti stavano con gli orecchi tesi, in specie Michaìl, il radiotelegrafista, e Mendel che si alternava con lui per concedergli qualche ora di riposo. La ricezione era pessima, disturbata da ronzii e scariche; i pochi messaggi che si riusciva ad intercettare erano concitati e ripetuti più volte, ma quasi indecifrabili, benché Michaìl e Mendel capissero il tedesco abbastanza bene. Alle due del mattino si udì a ovest un ronzio di motori, e tutti furono in piedi. Il cielo era sereno e senza luna; il ronzio si faceva sempre più intenso, modulato da battimenti, come quando vibrano insieme diverse corde musicali non perfettamente in fase. Non era certo un apparecchio solo, erano almeno due, forse tre. Passarono invisibili a nord delle baracche, poi il ronzio si attenuò fino a svanire. Un' ora dopo arrivò trafelato uno dei partigiani della seconda squadra. Tutto era andato a meraviglia: i fuochi accesi al momento giusto, quattro gli aerei, e i paracadute trenta, o quaranta, o anche più, molti sul terreno predisposto, altri in mezzo agli alberi, alcuni rimasti impigliati nei rami. Mandare subito uomini di rinforzo e una slitta, il materiale era molto. Tutti avrebbero voluto partire, ma Ulybin non si lasciò smuovere. Andò lui stesso, con Maksìm e Zachàr; non volle neppure che ritornasse sul posto il messaggero che aveva portato la notizia. Per la prima volta nella sua carriera di cavallo partigiano si rese utile il Tordo: Ulybin lo fece aggiogare ad una slitta che partì sulla neve resa compatta dal disgelo e coperta da una crosta fragile di ghiaccio notturno. Nel frattempo era rientrata anche la prima squadra, al completo, con un uomo ferito al braccio. L' azione era andata sostanzialmente bene, raccontarono Piotr e Pavel. Si erano appostati nei pressi della baracca, avevano sentito il ronzio degli aerei ed avevano visto tre tedeschi uscire con i bidoni di benzina da versare sulle cataste. Li avevano uccisi prima che accendessero i fuochi, e simultaneamente un partigiano che si era arrampicato sul tetto della baracca aveva lasciato cadere una granata a mano dentro il camino. Alcuni dei tedeschi dovevano essere morti, ma altri erano usciti dalla baracca sfondata ed avevano aperto il fuoco. Un partigiano era rimasto ferito e un tedesco era morto; altri due o tre erano riusciti ad avviare una motocarrozzetta, ma anche questi erano stati uccisi mentre si allontanavano. Nella baracca, oltre alle armi leggere e a un po' di viveri in scatola, non avevano trovato niente di interessante. La radio c' era, ma era stata distrutta dall' esplosione. Si erano appostati ai lati della strada, perché pensavano che dalla città sarebbe dovuto arrivare un automezzo per caricare il materiale lanciato, ma a metà mattina non avevano visto niente ed erano rientrati. La slitta rientrò carica, anche se il messaggero doveva aver esagerato: i colli paracadutati non erano più di una ventina. Ulybin non li lasciò toccare da nessuno. Li fece accatastare tutti nella sua camera, li aprì lui stesso aiutato da Zachàr, e permise che gli altri ne inventariassero il contenuto solo dopo averne preso visione. C' era un po' di tutto, come nelle lotterie di beneficenza: roba preziosa, inutile, misteriosa e ridicola. Generi di conforto quali Mendel ed i suoi amici non avevano visti mai: uova di cioccolato autarchico per la prossima Pasqua, altri grossi cioccolatini in forma di pecorelle, di scarabei e di topolini. Sigari e sigarette, acquavite e cognac in lattine: forse una confezione studiata apposta dai tecnici tedeschi per resistere all' urto contro il suolo? Scaldini di terracotta, evidentemente per i piedi delle sentinelle. Una scatola piena di medaglie al valore e decorazioni assortite, insieme con i diplomi relativi. C' erano pacchi di giornali e riviste, un pacco di ritratti del Führer, un pacco di corrispondenza privata destinata alle varie guarnigioni della zona, un altro di corrispondenza d' ufficio che Ulybin fece mettere da parte. Due cassette erano piene di munizioni per la Maschinenpistole della Wehrmacht, altre due contenevano caricatori per un tipo di mitragliatrice che nessuno riuscì ad identificare. In una cassetta c' era una macchina per scrivere e materiale vario di cancelleria. Altre casse contenevano sei esemplari di un congegno che nessuno a Turov conosceva e di cui non si comprendeva l' uso: un cilindro appiattito, grande come una padella e munito di un lungo manico smontato in segmenti. _ Questa roba è per te, orologiaio, _ disse Ulybin a Mendel. _ Studiala e dicci a cosa serve. A sera, Ulybin concesse di festeggiare l' avvenimento con una moderata baldoria. Poi si appartò con Pavel a esaminare i documenti che erano stati trovati: non erano in codice, non era materiale sensazionale, erano soltanto minuziosi elenchi, fatture in molte copie, documenti contabili di fureria. Ulybin si stancò presto, e incominciò a farsi tradurre da Pavel le lettere private, che erano più interessanti; erano scritte in termini che avrebbero dovuto essere cifrati ed allusivi, ma così ingenui che anche un lettore estraneo come Pavel li penetrava senza difficoltà; era chiaro, il maltempo che tutti i padri e le madri lamentavano era l' "offensiva senza soste" dei bombardamenti alleati, e la siccità era la carestia. Era propaganda disfattista involontaria: Ulybin disse a Pavel di tradurre pubblicamente alcuni passi. Pavel stava leggendo, in russo, ma con un accento tedesco deliberato e caricato che faceva ridere tutti. Ed ecco dal cielo buio venire a ondate lo stesso ronzio musicale della sera avanti. _ Presto! _ gridò Ulybin. _ La seconda squadra, calzare gli sci e via di corsa ad accendere i fuochi: questi ci regalano un secondo lancio! _ I sei uomini della squadra si precipitarono fuori, ed Ulybin guardò l' orologio: se correvano, entro un quarto d' ora sarebbero potuti arrivare sul posto prima che gli aerei si stancassero di cercare il terreno nel buio. Cercavano, infatti: il fragore dei motori si avvicinava e si allontanava; ad un certo momento la squadriglia passò proprio sopra le baracche, poi si allontanò di nuovo. Erano passati venti minuti esatti all' orologio di Ulybin quando si udì una salva di esplosioni. Tutti uscirono all' aperto, senza capire: i rombi erano troppo lontani e troppo profondi per poter essere dovuti ai campi minati intorno alle baracche. Si vedevano le vampe, a nord-est: dopo ogni vampa si udiva il colpo, con un ritardo di sei secondi. Non c' erano dubbi, erano bombe sul terreno falsificato. I tedeschi avevano capito e si vendicavano. Tornò la squadra: quattro uomini soli. Il caposquadra raccontò con parole rotte. Erano arrivati a tempo di primato, proprio mentre gli aerei incrociavano sulle loro teste. Avevano acceso la prima delle cataste, e subito erano piovute bombe: grosse, da almeno duecento chili. Se il ghiaccio fosse stato spesso come a gennaio, forse avrebbe resistito; ma era indebolito dal disgelo, le bombe lo penetravano e scoppiavano dal di sotto, scagliando in aria lastroni di ghiaccio. I due uomini che mancavano erano spariti, ingoiati dalla palude: inutile andarli a cercare. Per gli uomini di Turov ebbe inizio un tempo difficile. Era cominciato il disgelo, e fu più duro dell' inverno. Ulybin aveva mandato uomini a verificare la condizione del campo falsificato: era impraticabile, non soltanto nessun aereo vi avrebbe potuto atterrare, ma neppure sarebbe stato possibile chiedere lanci. Il ghiaccio profondo dell' inverno era stato squarciato dalle esplosioni: si riformava nella notte, ma talmente sottile che non avrebbe retto al peso di un uomo. Sulle altre paludi si era conservato meglio, perché la neve lo aveva protetto dai raggi diretti del sole, ma la neve stessa era stata tormentata dal disgelo e dal vento: si era mutata in una crosta dura e corrugata, su cui un aereo normale, anche se munito di pattini, non avrebbe potuto atterrare senza capotare. Ulybin dovette imporre il silenzio-radio, perché l' impresa del lancio dirottato sembrava aver risvegliato l' attività dell' aviazione tedesca. Per tutto l' inverno era stata minima, e apparentemente casuale. Adesso, invece, era raro che trascorresse un giorno sereno senza che si vedesse un ricognitore aggirarsi nei dintorni: e i giorni sereni erano molti. I viveri di lusso del lancio erano durati poco, e la farina, il lardo e le scatolette cominciavano a scarseggiare. Ulybin istituì un razionamento, e il morale di tutti discese: la fame, lo spettro degli inverni precedenti, stava per ritornare, come se il tempo fosse retrocesso ai mesi terribili degli inizi della guerra partigiana, quando tutto, il cibo, le armi, le baracche, i piani d' azione, il coraggio per combattere e per vivere, erano frutto dell' iniziativa disperata di pochi. Gli uomini insistevano per riprendere le spedizioni di approvvigionamento ai villaggi; preferivano di gran lunga la fatica e il rischio alla fame, ma Ulybin non volle. C' era ancora troppa neve; era già difficile capire come i ricognitori non avessero ancora localizzato le baracche. Era evidente che le stavano cercando; erano ben mimetizzate e forse sarebbero ancora sfuggite alle ricerche, ma di una pista fresca i tedeschi si sarebbero accorti senza fallo. Che fare? Aspettare, lasciare che il tempo passasse: l' unica soluzione possibile, tuttavia una pessima soluzione. Aspettare che la neve si sciogliesse, perché nel terreno nudo, anche se fangoso, le tracce si vedono di meno. Aspettare che i ricognitori andassero a cercare altrove. Aspettare in silenzio le notizie trasmesse dalla radio: i tedeschi avevano evacuato Odessa, ma Odessa era lontana. Il silenzio-radio è pesante come una mutilazione, come se un essere umano venisse imbavagliato al momento in cui vorrebbe chiamare aiuto: congiunto con la fame, aveva addensato sulle baracche di Turov lo stato d' animo dell' assedio. Quegli uomini non erano nuovi alle privazioni, alla fatica, ai disagi ed al pericolo, ma l' isolamento e la clausura li trovavano impreparati: abituati agli spazi ed alla libertà precaria degli animali del bosco, soffrivano l' angoscia debilitante della trappola e della gabbia. Ulybin continuava a bere: il fatto era conclamato, e criticato da tutti ad eccezione di Zachàr; sottovoce e non sempre sottovoce. Beveva in solitudine, ma non aveva perduto né la lucidità né la sua autorità burbera. Mendel gli aveva chiesto un chiarimento sulla partenza così frettolosa di Dov, e Ulybin gli aveva risposto: _ I combattenti feriti o ammalati si curano, nei limiti del possibile. Anche il vostro amico sarà curato, ma non so dirti altro. Forse alla fine della guerra saprete qualcosa di lui, ma i destini individuali non hanno importanza. Ulybin era troppo intelligente, e troppo esperto di cose partigiane, per non capire che qualcosa bisognava pure che fosse fatta; che le piste erano pericolose, ma l' angoscia lo era di più. Una pista unica che partisse dalle baracche avrebbe condotto i tedeschi alle baracche con certezza, ma se la pista avesse soltanto attraversato il piccolo bosco che nascondeva le baracche, la localizzazione del campo sarebbe stata meno immediata. Malvolentieri, Ulybin autorizzò dunque non una ma due spedizioni di approvvigionamento, che partissero nella stessa notte in direzione opposte verso villaggi diversi. Le squadre erano partite da poco, e cominciava appena ad albeggiare, quando si udì un rumore nuovo ed allarmante per gli ebrei, rassicurante ed inconfondibile per i vecchi di Turov. Sembrava il crepitio di una motocicletta, era tenue, lontano, ma si stava avvicinando. Aumentò di volume, scese di tono come un disco di grammofono che venga frenato, fece qualche starnuto e tacque. Gli uomini di Ulybin furono subito tutti in piedi: _Un p-2! È atterrato qui, sulla radura! Andiamo a vedere! _ Forse non c' era bisogno di mandare via le squadre, disse Piotr. _ Che cosa è un P-2? _ chiese Mendel. _ I P-2 sono gli aerei partigiani. Sono di legno, volano lenti, ma decollano e atterrano dappertutto. Volano di notte, senza luci; buttano granate sui tedeschi e portano provviste _. Poco dopo entrò nella baracca il pilota, tozzo e informe nella tuta di volo di pelliccia di agnello rovesciato. La depose, si tolse gli occhialoni dalla fronte, e si vide che era una ragazza, piccola, grassoccia, dal largo viso tranquillo e dall' aria domestica. Portava i capelli spartiti da una scriminatura e annodati dietro la nuca in due trecce corte legate con spago nero. I due uomini che le erano andati incontro recavano due bisacce, come se tornassero dal mercato. I partigiani le si accalcarono intorno, la abbracciavano e la baciavano sulle guance rotonde indurite dal freddo: _ Polina! Brava Polina! Benvenuta, anima mia, finalmente ti si rivede! Che cosa ci hai portato? La ragazza, che non dimostrava più di vent' anni, si difendeva ridendo, con la grazia schiva delle contadine: _ Basta, compagni! Mi hanno mandata a vedere che cosa succede qui, e perché la vostra radio tace, ma lasciatemi, devo ripartire subito. Non ci sarebbe un goccio di vodka? Dov' è il comandante? _ Si appartò con Ulybin nella cameretta del Comando. _ È lei, è Polina Michàjlovna, _ disse Piotr fiero e felice. _ È Polina Gelman, del Reggimento delle Donne. Non lo sapete? Sono tutte donne, sono loro che pilotano i P-2. Tutte brave ragazze, ma Polina è la più brava di tutte. Viene da Gomel, suo padre era rabbino e suo nonno ciabattino. Ha già fatto più di settecento missioni, ma qui da noi era venuta una volta sola, sei mesi fa. Si era fermata qualche giorno e avevamo fatto amicizia, ma questa volta si vede che ha fretta. Peccato. Polina si congedò e ripartì sul suo fragile apparecchio. Aveva portato un po' di viveri e di medicinali, e brutte notizie. Erano in corso movimenti di truppe e di mezzi corazzati; in vari villaggi intorno a Turov si stavano radunando unità dei corpi tedeschi ed ucraini specializzati nella lotta contro i partigiani. Si stava preparando un' azione concentrica di rastrellamento, con mezzi enormemente superiori alle possibilità di difesa del campo di Turov; altre bande nella zona non ce n' erano. Per qualche ragione, i tedeschi avevano sopravvalutato le forze partigiane; o forse si trattava di un' operazione su grande scala, in tutta la regione delle paludi del Pripet o in tutta la Polessia. Il ghetto di Soligorsk, dove avevano cercato salvezza gli anziani e i malati di Novoselki, era stato accerchiato e tutti i componenti erano stati fucilati; al presidio di Soligorsk si era aggiunta una unità delle SS specializzata nella ricerca della gente nascosta, munita di cani addestrati. Molti degli uomini di Turov conoscevano questi cani e li temevano più dei carri armati. Insomma, il campo doveva essere evacuato. Ulybin chiamò Mendel a rapporto e gli chiese se aveva capito che cosa erano gli ordigni che erano stati trovati fra il materiale paracadutato. _ Sono cercamine, _ rispose Mendel. _ Ossia cercametalli: segnalano gli oggetti metallici sepolti. _ E allora, se i tedeschi hanno questi aggeggi in dotazione, troverebbero i nostri campi minati? _ Certo, che li troverebbero; forse non subito, ma li troverebbero. Ulybin lo guardò torvo: _ Ma io le baracche le faccio minare ugualmente, che i tedeschi abbiano i tuoi cercamine o no. Troveranno le mine sepolte, ma non quelle che nasconderemo qui dentro. Ti farò vedere io se non ne faccio saltare in aria qualcuno, di quei figli di puttana. Mendel era spaventato. Che il comandante avesse bevuto, e anche un po' più del solito, si vedeva bene, ma il suo tono lo impauriva. _ Che cosa dici, Osìp Ivànovic? Perché mi parli così? Li ho forse inventati io i cercamine? Li ho regalati io ai tedeschi? _ Me ne infischio di chi li ha inventati. Sta di fatto che ce ne andiamo. Non vorrai che stiamo qui ad aspettare i carri armati e che ci facciamo massacrare tutti. Mendel uscì stravolto, ma poco dopo Ulybin lo richiamò: _ Funzionano, quegli aggeggi? _ Sì, funzionano. _ Prendi Dimitri e Vladimir e insegnagli come si usano. _ Vuoi minare le baracche con le mine sepolte qui intorno? _ Sei intelligente, hai proprio indovinato. Altre mine non ne abbiamo. _ Guarda che non è lavoro da ragazzi. Delle mine hanno più paura gli esperti dei principianti. E poi, più a lungo sono state sotto terra, più sono pericolose. _ Ti senti importante, eh? Smettila, va e fai come ti ho detto. Il comandante sono io, e le critiche non mi vanno. Già voialtri siete tutti uguali. Tutti bravi a discutere; e tutti mezzi tedeschi, Rosenfeld, Mandelstamm .... E tu, come ti chiami? Dajcer, no? Mendel Nachmanovic Dajcer: sei tedesco già fino nel nome. Mendel tenne la sua lezione con quanta più diligenza poté, mandò i due ragazzi a prendere ordini da Ulybin, e si ritirò pieno di amarezza. Un tempo, nel giorno dei perdoni, gli ebrei prendevano un caprone; il sacerdote gli premeva le mani sul capo, gli enumerava tutte le colpe commesse dal popolo e gliele imponeva addosso: il colpevole era lui e solo lui. Poi, carico dei peccati che non aveva commesso, lo cacciavano via nel deserto. Così pensano anche i gentili, anche loro hanno un agnello che si porta via i peccati del mondo. Io no, non ci credo. Se ho peccato, porto il peso dei miei peccati, solo di quelli, e ne ho d' avanzo. Non porto i peccati di nessun altro. Non sono stato io che ho mandato la squadra a farsi bombardare. Non ho sparato io a Fedja mentre dormiva. Se dovremo andare nel deserto ci andremo, ma senza portare sulla testa i peccati che non abbiamo commessi. E se Dimitri e Vladimir si fanno scoppiare le mine fra le mani, ne devo rispondere io, Mendel l' orologiaio? Invece i due ragazzi se la cavarono bene: otto delle mine interrate furono disinnescate e piazzate in vari punti delle baracche. A fine aprile era esplosa la primavera, annunciata da tre giorni di vento caldo e secco. La neve sui rami degli alberi si scioglieva in una pioggia continua, che rallentava il suo ritmo solo di notte; fondeva rapidamente anche la neve al suolo, e subito dal terreno fradicio e fra gli steli proni dell' erba giallastra, macerata dal lungo gelo, spuntavano i primi fiori, timidi e assurdi. I voli dei ricognitori tedeschi si facevano sempre più frequenti, e uno di essi, forse a caso, o forse insospettito da qualche movimento, mitragliò brevemente le baracche, senza provocare vittime né danni. Ulybin ordinò di prepararsi ad abbandonare il campo. Le slitte, ormai inutili, furono bruciate; carri non ce n' erano né c' era il tempo di procurarsene. Per il trasporto delle salmerie non c' erano che i due cavalli e le spalle degli uomini: una carovana di facchini, non un trasferimento di combattenti. Molti degli uomini protestavano, avrebbero preferito restare nel campo e far fronte ai tedeschi, ma Ulybin li mise a tacere: rimanere sul posto era impossibile, e del resto l' evacuazione del campo era stata ordinata via radio. La radio aveva anche segnalato la direzione più opportuna per filtrare attraverso l' accerchiamento delle forze antipartigiane: verso sud-ovest, risalendo il corso della Stviga, ma senza abbandonare la fascia delle paludi. Col disgelo, e con il loro labirinto di istmi, di stretti e di guadi, erano ridiventate un terreno amico. Avrebbero dovuto partire nella notte sul 2 di maggio, ma a sera le sentinelle diedero l' allarme: avevano sentito rumori a nord, voci umane e latrati di cani. Molti uomini diedero mano alle armi, incerti se prepararsi a resistere o anticipare la ritirata, ma Ulybin intervenne: _ Tutti ai vostri posti, stupidi, bambocci! Avanti con i preparativi, legare i sacchi, chiudere le casse. Siete nati ieri? I cani dei tedeschi non abbaiano, se no che cani da guerra sarebbero? Si rivolse alle sentinelle: _ State in guardia, ma non sparate. È probabile che sia gente amica: hanno mandato avanti i cani a cercare la pista attraverso le mine. Infatti arrivarono prima i cani: erano solo due, e non cani da guerra ma modesti cani da pagliaio, eccitati e disorientati. Abbaiavano nervosamente, ora verso le baracche, ora verso gli sconosciuti che tardavano a seguirli, fieri del dovere compiuto, inquieti per le nuove presenze umane; scodinzolavano e ringhiavano alternativamente, o anche simultaneamente; balzavano avanti e indietro, danzavano sul posto con le zampe anteriori rigide, e latravano a perdifiato aspirando aria a intervalli con un rantolo convulso. Poi si videro arrivare due vacche, cacciate avanti da giovani sbrindellati: badavano che le bestie non uscissero dalle piste tracciate dai cani. Infine arrivò il grosso della banda, una trentina di uomini e donne, armati e disarmati, stanchi, laceri e baldanzosi. In mezzo a loro c' era un uomo dal naso aquilino e dal viso abbronzato: portava a tracolla un parabellum e un violino. In coda al gruppo c' era Dov. Mendel disse tra sé: "Benedetto Colui che resuscita i morti". Nacque un trambusto, tutti facevano domande e nessuno rispondeva. Prevalsero alla fine le voci di Ulybin e dell' uomo alto, che era Gedale. Che tutti facessero silenzio ed aspettassero gli ordini; Ulybin e Gedale si ritirarono nello sgabuzzino del comando. Molti degli uomini di Turov ricordavano la lite che era scoppiata fra i due all' inizio dell' inverno; che cosa sarebbe successo ora, in questo nuovo incontro? Si sarebbero riconciliati, davanti alla minaccia imminente? Avrebbero trovato un accordo? Mentre si attendeva l' esito del colloquio, i nuovi venuti chiesero di essere accolti nelle baracche ormai sgombre; alcuni sedettero a terra, altri si sdraiarono e si addormentarono subito, altri ancora chiesero tabacco, o acqua calda per lavarsi i piedi. Chiedevano con l' umiltà di chi ha bisogno, ma con la dignità di chi sa di avere diritto: non erano mendicanti né gente girovaga, erano la banda ebraica radunata da Gedale, composta dai superstiti delle comunità di Polessia, Volinia e Bielorussia; una aristocrazia miseranda, i più forti, i più astuti, i più fortunati. Ma alcuni venivano da più lontano, per strade piene di sangue; erano sfuggiti ai pogrom dei saccheggiatori lituani che uccidevano un ebreo per avere un lenzuolo, ai lanciafiamme degli Einsatzkommandos, alle fosse comuni di Kovno e di Riga. C' erano fra loro i pochi sfuggiti al massacro di Ruzany: avevano vissuto per mesi in tane scavate nel bosco, come i lupi, e come i lupi cacciavano silenziosi in branco. C' erano gli ebrei contadini di Blizna, dalle mani indurite dalla vanga e dalla scure. C' erano gli operai delle segherie e delle tessiture di Slonim, che prima ancora di incontrare la barbarie hitleriana avevano scioperato contro i padroni polacchi ed avevano conosciuto la repressione e la prigione. Ognuno di loro, uomo o donna, aveva sulle spalle una storia diversa, ma rovente e pesante come il piombo fuso; ognuno avrebbe dovuto piangere cento morti se la guerra e tre inverni terribili gliene avessero lasciato il tempo e il respiro. Erano stanchi, poveri e sporchi, ma non sconfitti; figli di mercanti, sarti, rabbini e cantori, si erano armati con le armi tolte ai tedeschi, si erano conquistato il diritto ad indossare quelle uniformi lacere e senza gradi, ed avevano assaporato più volte il cibo aspro dell' uccidere. I russi di Turov li guardavano inquieti, come avviene davanti all' inatteso. Non riconoscevano in quei visi smunti ma determinati il zid della loro tradizione, lo straniero in casa, che parla russo per abbindolarti ma pensa nella sua lingua strana, che non conosce Cristo e segue invece i suoi precetti incomprensibili e ridicoli, forte solo della sua furberia, ricco ed imbelle. Il mondo si era capovolto: questi ebrei erano alleati ed armati, come gli inglesi, come gli americani, e come tre anni prima era stato alleato anche Hitler. Le idee che ti insegnano sono semplici e il mondo è complicato. Alleati, dunque: compagni d' armi. Avrebbero dovuto accettarli, stringergli le mani, bere vodka con loro. Qualcuno tentava un sorriso impacciato, un timido approccio con le donne scarmigliate, infagottate nei panni militari fuori misura, dai visi grigi di fatica e di polvere. Sradicare un pregiudizio è doloroso come estrarre un nervo. Il muro dell' incomprensione ha due facce, come tutti i muri, e dall' incomprensione nascono l' imbarazzo, il disagio e l' ostilità; ma gli ebrei di Gedale non si sentivano, in quel momento, né imbarazzati né ostili. Erano allegri, invece: nell' avventura ogni giorno diversa della Partisanka, nella steppa gelata, nella neve e nel fango avevano trovato una libertà nuova, sconosciuta ai loro padri e ai loro nonni, un contatto con uomini amici e nemici, con la natura e con l' azione, che li ubriacava come il vino di Purim, quando è usanza abbandonare la sobrietà consueta e bere fino a non saper più distinguere la benedizione dalla maledizione. Erano allegri e feroci, come animali a cui si schiude la gabbia, come schiavi insorti a vendetta. E l' avevano gustata, la vendetta, pur pagandola cara: a diverse riprese, in sabotaggi, attentati e scontri di retrovia; ma anche di recente, pochi giorni prima e non lontano. Era stata la loro grande ora. Avevano attaccato, da soli, la guarnigione di Ljuban, ottanta chilometri a nord, dove stavano confluendo truppe tedesche ed ucraine destinate al rastrellamento; nel villaggio era anche un piccolo ghetto di artigiani. I tedeschi erano stati cacciati da Ljuban: non erano di ferro, erano mortali, quando si vedevano sopraffatti scappavano in disordine, anche davanti agli ebrei. Alcuni di loro avevano abbandonato le armi e si erano gettati nel fiume ingrossato dal disgelo, era stata una visione che rallegrava, una immagine da portarsi nella tomba: gli ebrei la raccontavano ai russi con facce allucinate. Sì, gli uomini biondi e verdi della Wehrmacht erano fuggiti davanti a loro, entravano nell' acqua e cercavano di arrampicarsi sulle lastre di ghiaccio trascinate dalla corrente, e loro avevano sparato ancora, e avevano visto i corpi dei tedeschi affondare o navigare verso la foce sui loro catafalchi di ghiaccio. Il trionfo era durato poco, si capisce: i trionfi durano sempre poco, e, come sta scritto, la gioia dell' ebreo finisce nello spavento. Loro si erano ritirati nel bosco portandosi dietro quelli fra gli ebrei del ghetto di Ljuban che sembravano in grado di combattere, ma i tedeschi erano tornati e avevano ucciso tutti quelli che nel ghetto erano rimasti. La loro guerra era così, una guerra in cui non ci si volta a guardare indietro e non si fanno i conti, una guerra di mille tedeschi contro un ebreo e di mille morti ebrei contro un morto tedesco. Erano allegri perché erano senza domani e non si curavano del domani, e perché avevano visto i superuomini sguazzare nell' acqua gelata come le rane: un regalo che nessuno gli avrebbe più tolto. Portavano anche altre notizie più utili. Il rastrellamento era già cominciato, e loro erano stati sloggiati dal loro campo, che del resto era un povero campo di tane, provvisorio, non certo paragonabile a quello di Turov. Ma non era vero che fosse un grande rastrellamento: non c' erano né carri né artiglieria pesante, e un prigioniero tedesco che loro avevano interrogato aveva confermato che il punto più debole dell' accerchiamento doveva proprio essere dove pensava Ulybin: a sud-ovest, lungo la Stviga. Dov stava bene, non zoppicava quasi più, ma era più curvo di prima. I suoi capelli, di nuovo accuratamente pettinati, erano più radi e più bianchi. Sissl gli chiese se voleva mangiare qualcosa, e lui rispose ridendo: _ A un malato si domanda, a un sano si dà, _ ma aveva più fretta di raccontare che di mangiare. Intorno a lui si era formato un cerchio di ascoltatori, ebrei e russi: non erano molti quelli che dalla Grande Terra tornavano in territorio partigiano. _ Quanto tempo è che parlano, quei due? Un' ora? È buon segno: più parlano e più vanno d' accordo; e vuole anche dire che i tedeschi sono ancora lontani, o che hanno cambiato strada. Ma sicuro, che mi hanno curato: che cosa avevate pensato? All' ospedale di Kiev. Non aveva più il tetto, o anzi non l' aveva ancora, perché lo stanno ricostruendo, e sapete chi? I prigionieri tedeschi, quelli che si sono arresi a Stalingrado. _ Non c' era il tetto, non c' era da mangiare e non c' era l' anestesia, ma c' erano le dottoresse, e mi hanno operato subito: mi hanno tolto qualcosa dal ginocchio, un osso, e me lo hanno anche fatto vedere. Nelle cantine, mi hanno operato, alla luce dell' acetilene, e poi mi hanno messo in corsia, una corsia sterminata, più di cento lettini per parte, con dentro vivi, moribondi e morti. Non è bello stare in ospedale, ma proprio in quella corsia è arrivata la mia fortuna: se c' è la fortuna, anche un bue partorisce. È venuta una visita, uno importante, del Politburò, un ucraino: piccolo, grasso, calvo, con l' aria del contadino e il petto coperto di medaglie. In mezzo a quella confusione di portantini che andavano e venivano, si è fermato proprio davanti a me. Mi ha chiesto chi ero, da dove venivo e dove ero stato ferito; aveva dietro quelli della radio, e ha improvvisato un discorso dove diceva che tutti quanti, russi e georgiani e jakuti ed ebrei, siamo figli della gran madre Russia, e che tutte le questioni devono finire .... Si udì la voce di Piotr: _ Se quello era un ucraino, ed era un pezzo grosso, gli potevi dire che incominciasse a fare pulizia a casa sua! Sono gentaglia, gli ucraini: quando sono venuti i tedeschi, gli hanno aperto le porte e gli hanno offerto il pane e il sale. I loro banderisti sono peggio dei tedeschi _. Altre voci fecero tacere Piotr ed esortarono Dov a continuare. _ ... e mi ha chiesto, una volta che io fossi guarito, dove volevo essere mandato. Io gli ho risposto che la mia casa è troppo lontana, che avevo amici partigiani, e che avrei voluto ritrovarli. Bene, appena mi hanno dichiarato guarito lui si è dato da fare. Forse voleva dare un esempio, ha ripescato Gedale e la sua banda e mi ha fatto paracadutare vicino al suo campo, insieme a una cassa con dentro quattro parabellum come suo regalo personale. Scendere col paracadute fa abbastanza paura, ma sono finito nel fango e non mi sono fatto niente. Dov avrebbe avuto ancora una quantità di cose da raccontare su quanto aveva visto e udito durante la sua convalescenza nella Grande Terra, ma si aprì la porta del comando, ne uscirono Gedale ed Ulybin, e tutti tacquero.
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