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Se non ora quando

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura

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Agosto-novembre 1943

Non era probabilmente un paese: era una "repubblica delle paludi", spiegò l' uomo a Mendel, non senza fierezza. Era piuttosto un accampamento, un asilo e una fortezza, e loro due sarebbero stati i benvenuti, perché le braccia buone a lavorare non erano molte e gli uomini capaci di usare le armi erano ancora di meno. Si chiamava Adam; poiché stava per annottare, chiamò a sé i bambini che cercavano erbe ai margini della radura, ed invitò Mendel e Leonid a seguirlo. I bambini, maschi e femmine, erano una dozzina, dai cinque ai dodici anni, e ognuno aveva raccolto un fagottino di erbe divise in fascetti. _ Da noi, tutti si devono rendere utili, anche i bambini. Ci sono erbe per guarire le malattie, altre buone da mangiare, crude o cotte: erbe, bacche e radici. Gli abbiamo insegnato a distinguerle; eh no, qui non gli insegniamo molto d' altro. Si misero in cammino. I bambini guardavano i due soldati con curiosità diffidente: non rivolsero loro alcuna domanda, e neppure parlavano fra loro. Erano animaletti timidi e selvaggi, dagli occhi senza quiete; senza che Adam glielo avesse ordinato, si disposero spontaneamente in fila per due e si incamminarono verso l' altura seguendo una traccia che sembravano conoscere bene. Anche loro calzavano sandali ritagliati da copertoni; gli abiti erano vecchi indumenti militari, laceri e fuori misura. La bambina che aveva ritrovato la sua bambola se la teneva stretta contro il petto come per difenderla, ma non le parlava e neppure la guardava: si guardava ai lati, con scatti inquieti da uccello. Adam, invece, aveva una gran voglia di parlare e di ascoltare. Aveva cinquantacinque anni, era il più anziano del campo, e perciò era incaricato di badare ai bambini: le donne c' erano sì, ma poche, e buone per mestieri più pesanti; una era sua figlia. Prima di rispondere alle domande, volle sapere lui la storia dei due nuovi arrivati: Mendel lo accontentò volentieri e diffusamente, Leonid invece se la cavò con poche parole. Lui Adam veniva di lontano: era stato operaio tessile a Minsk, attivo nel Bund, nell' organizzazione sindacale ebraica, fin da quando aveva sedici anni. Aveva fatto in tempo ad assaggiare le prigioni dello Zar, che tuttavia non lo avevano salvato dal fronte della prima guerra mondiale. Ma un buddista è un menscevico, e come menscevico era stato processato e nuovamente imprigionato nel 1930: non era stato bello, lo avevano messo in celle gelate e in altre torride e senz' acqua, volevano che confessasse di essere stato corrotto dagli stranieri. Aveva resistito a due interrogatori e poi si era tagliato le vene. Lo avevano ricucito perché doveva confessare: lo avevano tenuto due settimane senza concedergli un' ora di sonno, e allora aveva confessato tutto quello che i giudici volevano. Aveva fatto ancora un paio d' anni di prigione e altri tre al confino, a Vologda, a mezza strada fra Mosca e Arcangelo: era meglio che in carcere, lavorava in un kolchoz, ed era appunto lì che aveva imparato a conoscere le erbe buone da mangiare. Sono molte di più di quanto sappiano i cittadini: ecco dunque che anche dal confino può venire qualche cosa di buono. D' estate le erbe sono importanti, un po' di sostanza ce l' hanno anche loro, anche se si mangiano senza condimento. Certo l' inverno è un' altra cosa: all' inverno era meglio non pensare. Scontato il confino, lo avevano rimandato a casa, ma era venuta la guerra e i tedeschi erano arrivati a Minsk in pochi giorni. Ecco, Adam si sentiva un peso sulla coscienza, perché lui, e gli anziani come lui, che avevano conosciuto i tedeschi nell' altra guerra, avevano cercato di tranquillizzare tutti: i tedeschi erano bravi soldati ma gente civile, perché nascondersi o scappare? Tutt' al più avrebbero ridato le terre ai contadini. Invece, a Minsk quei tedeschi avevano fatto una cosa che lui non poteva raccontare. Non poteva e non voleva e non doveva. _ È la prima regola della nostra repubblica. Se continuassimo a raccontarci fra noi quello che abbiamo visto diventeremmo matti, e invece dobbiamo per forza essere tutti intelligenti, anche i bambini. Oltre a conoscere le erbe, gli insegniamo a dire le bugie; perché abbiamo nemici da tutte le parti, non solo i tedeschi. Mentre così parlava, erano arrivati all' accampamento. In realtà sarebbe stato difficile definirlo con una sola parola, perché era un qualcosa che Mendel non aveva mai visto né avrebbe ritenuto possibile; in ogni caso, assai più asilo che fortezza. Sull' altura che avevano intravisto di lontano, e che non emergeva dalla pianura più di una ventina di metri, era un vecchio monastero, nascosto nel fitto degli alberi. Era costituito da un edificio in mattoni disposto su tre lati di un quadrato e su due piani fuori terra; sui due angoli sorgevano due torrette tozze, di cui non reggeva quanto restava di una cella campanaria, e l' altra, diroccata e ricostruita in legno, doveva essere stata usata come torre di guardia. Poco discosto, di fronte al lato libero del quadrato, era il rustico del monastero, un corpo fatto di tronchi appena sgrossati, dal grande portone carraio e dalle finestre minuscole. Più che nascosto dagli alberi, il monastero ne sembrava assediato. Delle sue tre ali, una sola era integra; le altre due portavano segni di distruzioni antiche e recenti. Il tetto, originariamente in tegole, era sfondato in più tratti, ed era stato riparato alla meglio con paglia e canne; anche i muri perimetrali mostravano grosse brecce attraverso le quali si vedevano i locali interni colmi di macerie. Il tutto doveva essere stato abbandonato da decine di anni, forse fin dal tempo della guerra civile, perché ontani, querce e salici erano cresciuti a ridosso delle pareti, ed alcuni addirittura all' interno, mettendo radici nei cumuli di detriti e cercando la luce attraverso i vuoti del tetto. Era ormai quasi scuro. Adam fece attendere i due all' esterno, nella corte invasa da erbacce scalpicciate; ritornò poco dopo e li introdusse in una camerata dal pavimento coperto di paglia e steli di girasole, dove già aspettava molta gente, seduta e coricata. Arrivarono anche i bambini, e a tutti fu distribuita nella semioscurità una minestra di erbe. Non c' erano luci; due donne prepararono i bambini per la notte; venne ancora Adam, e raccomandò ai due nuovi venuti di non accendere fiammiferi. Mendel e Leonid si sentivano custoditi e protetti. Erano stanchi; solo per qualche minuto furono coscienti del sussurrare dei loro vicini, poi caddero nell' incoscienza del sonno. Mendel si risvegliò al mattino con l' impressione allegra-inquieta di trovarsi in un altro mondo e in un' altra epoca: forse in mezzo al deserto, in marcia per quarant' anni verso il paese promesso, forse entro le mura di Gerusalemme assediata dai Romani, forse invece nell' arca di Noè. Nella camerata, oltre a loro due, non erano rimasti che due uomini e una donna, tutti e tre di mezza età, che sembravano ammalati: non parlavano russo né jiddisch, bensì un dialetto polacco. Bambini, forse gli stessi della sera avanti, si affacciavano all' uscio, incuriositi ma silenziosi; entrò una ragazza, piccola e smilza, con un mitragliatore a tracolla, vide i due estranei ed uscì subito senza fare domande. Si sentiva intorno un tramestio sommesso, come di topi in un solaio: brevi richiami, un battere di martello, il cigolio di una catena di pozzo, il canto rauco di un galletto. L' aria che entrava dalle finestre aperte, insieme con il fiato umido delle paludi e del bosco, trascinava altri sentori aspri ed inconsueti, di drogheria, di bruciaticcio, di retrobottega e di miseria. Venne Adam poco dopo e li invitò a seguirlo: Dov, il capo, li aspettava. Li aspettava al Comando, precisò con orgoglio, ossia in una cameretta dalle pareti rivestite di tavole d' abete, occupata per metà dalla stufa in muratura, al cuore della grossa capanna che era stata il rustico del monastero. Sulla stufa ed accanto ad essa erano tre giacigli, e presso la porta era un tavolo di assi inchiodate e non piallate: non c' era altro. Anche la sedia su cui Dov sedeva appariva solida ma rozza, opera di mani esperte ma poco aiutate dagli attrezzi. Dov era di mezza età, basso di statura ma di ossa robuste e di spalle larghe: senza essere propriamente gobbo, aveva la schiena curva e portava il capo chino come se reggesse un carico; perciò guardava i suoi interlocutori dal basso verso l' alto, come al di sopra del bordo di occhiali inesistenti. I suoi capelli, che dovevano essere stati biondi, erano quasi bianchi ma ancora folti: li portava accuratamente pettinati, con una scriminatura diritta. Aveva mani grosse e forti; quando parlava le teneva immobili, pendenti dagli avambracci, e le guardava ogni tanto come se non fossero sue. Aveva viso quadrato, occhi fermi, tratti onesti, logori ed energici, parola lenta. Fece sedere i due sul giaciglio che stava accanto alla stufa e disse così: _ Vi avrei accolti in ogni caso, ma è fortuna che siate soldati: gente che viene qui per trovare protezione ne abbiamo già troppa. Vengono anche da lontano, a cercare la sicurezza. Non hanno torto, è il posto più sicuro che un ebreo possa trovare nel raggio di mille chilometri, ma questo non vuol dire che sia un posto sicuro. Non lo è affatto: siamo deboli, male armati, non siamo in condizioni di difenderci da un attacco serio. Siamo anche troppi: anzi, non sappiamo neppure quanti siamo, momento per momento. Ogni giorno c' è gente che arriva e parte. Oggi siamo una cinquantina; non tutti ebrei, ci sono anche due o tre famiglie di contadini polacchi: i nazionalisti ucraini gli hanno rubato le scorte e il bestiame e gli hanno incendiato le case, erano terrorizzati e sono venuti qui. Gli ebrei vengono dai ghetti, o sono scappati dai campi di lavoro forzato dei tedeschi. Ognuno di loro ha una storia spaventosa alle spalle; ci sono vecchi, donne, bambini ed ammalati. Solo una dozzina di giovani sa usare le armi. _ Che armi avete? _ chiese Mendel. _ Poche. Una dozzina di granate a mano, poche pistole e fucili mitragliatori. Una mitragliatrice pesante con munizioni per cinque minuti di fuoco. Per nostra fortuna, finora i tedeschi qui si sono visti di rado; le loro truppe migliori sono risucchiate dal fronte, che è lontano centinaia di chilometri: da queste parti c' è solo qualche presidio disseminato qua e là, a requisire gli approvvigionamenti e la mano d' opera e a sorvegliare le strade e le ferrovie. Sono più pericolosi gli ucraini; i tedeschi li hanno inquadrati e armati, e li indottrinano: come se ce ne fosse bisogno! Hanno sempre considerato i polacchi e gli ebrei come i loro nemici naturali. _ La miglior protezione che il campo abbia sono le paludi. Ce n' è per decine di chilometri, in tutte le direzioni, e per attraversarle bisogna conoscerle bene: in alcune l' acqua arriva al ginocchio, ma in altre è più alta di un uomo, e i guadi sono pochi e difficili da trovare. Ai tedeschi non piacciono, perché nelle paludi la guerra lampo non si fa: ci si impantanano perfino i carri armati, tanto peggio quanto più sono pesanti. _ ... ma d' inverno geleranno! _ D' inverno è il terrore. D' inverno il bosco e la palude diventano nostri nemici, i peggiori nemici della gente nascosta. Gli alberi perdono le foglie, ed è come rimanere nudi: gli aerei di ricognizione possono vedere tutto quello che accade. Le paludi gelano e non sono più una barriera. Sulla neve si possono leggere le orme. E dal freddo ci si può difendere solo col fuoco, ma ogni fuoco fa fumo, e il fumo si vede di lontano. _ E non vi ho ancora parlato del cibo. Anche per il cibo non abbiamo certezza. Qualcosa viene dai contadini, ottenuto con le maniere buone o altrimenti; ma i villaggi sono poveri e sono lontani, e ci pensano a spogliarli i tedeschi e i banditi. Qualcosa viene dai partigiani, che però d' inverno hanno gli stessi nostri problemi: ma qualche volta ricevono rifornimenti coi paracadute, e allora qualche cosa arriva fino a noi. Qualcosa, infine, viene dal bosco, erbe, rane, carpe, funghi, bacche, ma solo d' estate; d' inverno niente. D' inverno è il terrore e la fame. _ Non c' è modo di avere contatti migliori con i partigiani? _ Finora abbiamo solo avuto contatti irregolari. Del resto, che cosa c' è di più irregolare della partisanka? Sono stato con loro, fino all' altro inverno: poi mi hanno riformato, perché per loro ero vecchio, e poi ero stato ferito e non potevo più correre. Le bande della zona sono come gocce di mercurio: si fondono, si scindono, si riuniscono; vengono distrutte e se ne formano di nuove. Le più grosse e stabili hanno la radio e tengono i contatti con la Grande Terra .... _ Che cosa è la Grande Terra? _ La chiamiamo così anche noi: è il territorio sovietico di là dal fronte, quello non occupato dai nazisti. La radio è come il sangue, grazie alla radio ricevono ordini, rinforzi, istruttori, armi, viveri. Non solo con i paracadute; quando è possibile, gli aerei della Grande Terra atterrano in zona partigiana, scaricano uomini e merci, caricano ammalati e feriti e ripartono. Qui invece le cose vanno meglio d' inverno, perché per gli aerei ci vuole un aeroporto, o almeno un tratto di terreno piano e sgombro; ma un terreno così si vede bene dall' alto, e i tedeschi, appena lo hanno visto, si affrettano a buttarci le bombe e a renderlo impraticabile. Invece, d' inverno qualunque lago o palude o fiume può servire, purché il ghiaccio sia abbastanza spesso. _ Ma non dovete pensare a un servizio regolare. Non tutti i lanci e gli atterraggi vanno a buon fine, e non tutte le bande sono disposte a dividere le loro cose con noi. Molti capibanda ci considerano bocche inutili perché non combattiamo. Proprio per questo dobbiamo dimostrarci utili, e questo si può fare in diversi modi. In primo luogo, qui chiunque è in grado di camminare e di sparare deve considerarsi un partigiano, contribuire alla difesa, e se i partigiani lo richiedono deve unirsi a loro. In effetti, fra le bande e il monastero c' è uno scambio continuo, e il monastero stesso, finché i tedeschi non lo scopriranno, è un discreto rifugio anche per i partigiani feriti o stanchi. Ma si può anche fare altro, e noi lo facciamo. Rattoppiamo i loro vestiti, laviamo la biancheria, conciamo pelli con la corteccia di quercia, e con le pelli facciamo stivali: sì, è l' odore dei bagni di concia questo che sentite. E con la corteccia di betulla fabbrichiamo la pece perché il cuoio degli stivali resti morbido e resista all' acqua. Tu hai un mestiere? _ chiese rivolto a Mendel. _ Di mestiere sono orologiaio, ma facevo il meccanico in un kolchoz. _ Bene, un lavoro te lo troviamo subito. E tu, moscovita? _ Ho studiato da contabile. _ Questo ci serve un po' meno, _ rise Dov. _ Tenere la contabilità mi piacerebbe, ma non si può. Non si riesce neppure a contare la gente che va e che viene. Qui arrivano ebrei scampati per miracolo ai massacri delle SS; arrivano contadini in cerca di protezione; arriva gente dubbia con cui dobbiamo stare attenti. Potrebbero anche essere spie, che possiamo farci? Non c' è da fidarsi delle loro facce, come io adesso mi fido delle vostre: un servizio segreto non ce l' abbiamo. Molti arrivano qui, altri partono o muoiono. Partono i giovani, col mio permesso o senza: preferiscono aggregarsi stabilmente ai partigiani, piuttosto che vegetare in questa repubblica nella fame e nella paura. Muoiono i vecchi e i malati; ma muore anche gente giovane e sana, di disperazione. La disperazione è peggio della malattia: ti viene addosso nei giorni di attesa, quando mancano le notizie e i contatti, quando si annunciano movimenti di truppe tedesche o di mercenari ucraini e ungheresi: aspettare è mortale come la dissenteria. Contro la disperazione ci sono solo due difese, lavorare e combattere, ma non sempre bastano. Ce n' è anche una terza, che è di raccontarci delle bugie uno con l' altro: ci caschiamo tutti. Bene, il discorso è finito; è una bella cosa che siate arrivati armati, ma se aveste portato una ricetrasmittente sarebbe stato meglio. Pazienza, non si può avere tutto, neppure a Novoselki. Entrarono subito nei turni di guardia; era il servizio più importante della comunità, ed allo scopo servivano bene le due vecchie torrette del monastero. Di regola, ogni rifugiato valido doveva fare dodici ore di lavoro, otto di riposo e quattro di guardia, divise in due turni di due ore; questo comportava complicazioni, ma Dov teneva un orario preciso ed esigeva che fosse rispettato. La notte stessa Mendel montò di guardia con la ragazza smilza che aveva intravista nel dormitorio, ognuno nella sua torretta; seppe da lei che si chiamava Line, ma poco di più. Smontando, le chiese: _ Ho uno strappo nei pantaloni. Per favore, me lo potresti rammendare? _ Line rispose asciutta: _ Ti darò ago e filo, poi ti arrangi: io non ho tempo _. Alzò la lanterna e guardò Mendel in viso, con un' attenzione quasi insolente: _ Dove ti sei fatta quella cicatrice? _ Mendel rispose: _ Al fronte, _ e Line non insistette e se ne andò a dormire. Leonid, invece, si era trovato in coppia con Ber, occhialuto ed ancora quasi bambino, anche lui avaro di parole. Il lavoro nella conceria, a cui entrambi furono avviati, si svolgeva in mezzo a fumi disgustosi, in un silenzio interrotto solo dallo sciacquio dei tini e da brevi sussurri. Con visi chiusi, uomini e donne raschiavano le pelli per eliminare il carniccio e il pelo: erano pelli di coniglio, di cane, di gatto, di capra. Niente andava sprecato, i residui carnosi delle pelli più recenti venivano messi accuratamente da parte per servire come ingrasso. Altri facevano bollire cortecce d' alberi o tendevano le pelli su telai di legno. Si adattarono presto a quel genere di vita ed a quell' ordine ossessivo e paradossale, che sembrava mantenuto da ciascuno con lo sforzo e l' ostinazione di ogni minuto. Non c' erano pasti comunitari: a metà giornata ed alla sera ci si metteva in fila davanti alle marmitte della cucina, poi ognuno si rincantucciava a consumare in silenzio quanto aveva ricevuto: per lo più una magra zuppa d' erbe con qualche pezzo di patata, raramente un po' di carne o di formaggio, una cucchiaiata di mirtilli, un bicchiere di latte. Adam, forse appunto perché era il più anziano, era l' unico che non avesse dimenticato il piacere di raccontare: _ Dov? È uno che non si tira indietro. Guai se non ci fosse lui a comporre i litigi. Ha visto le sue, Dov, e viene di lontano. Viene da un villaggio sperduto sull' altipiano della Siberia Centrale, non ne ricordo mai il nome: ci avevano deportato il suo nonno nichilista, ancora al tempo degli zar, laggiù è nato suo padre, e laggiù è nato anche lui. Quando è scoppiata la guerra lo hanno mobilitato nei servizi dell' aviazione. È caduto prigioniero subito, nel luglio del '41; i tedeschi li hanno rinchiusi in un Lager che era soltanto un ettaro di terreno circondato da filo spinato, e dentro niente, né baracche né tettoie, solo diecimila soldati stremati, feriti, pazzi di sete e di fame. Nella confusione non lo hanno riconosciuto come ebreo, così non lo hanno ucciso. Dopo qualche giorno lo hanno caricato con un migliaio di altri su una tradotta; lui si è accorto che le tavole del pavimento del suo vagone erano fradice, le ha sfondate a calci e si è lasciato cadere dal treno in corsa: lui solo, gli altri ottanta del vagone non ne hanno avuto il coraggio. Si è rotta una gamba, ma è riuscito ugualmente ad allontanarsi dalla ferrovia e a raggiungere una casa di contadini che lo hanno ospitato per diversi mesi senza denunciarlo, e gli hanno perfino rimesso in sesto la gamba. Appena ha potuto camminare è andato coi partigiani, ma nell' inverno scorso è stato ferito a un ginocchio, e da allora zoppica. I partigiani lo hanno aiutato, e si è sistemato qui con un pugno di altri ebrei. È un siberiano dalla testa dura, in pochi mesi lui e gli altri hanno trasformato questo monastero, che era un mucchio di macerie, in un luogo dove si può vivere. Per tutto agosto, nella repubblica delle paludi non avvenne alcun fatto notevole. Giunsero da Ozarici nove dispersi dell' Armata Rossa che di loro iniziativa avevano incendiato e saccheggiato un deposito tedesco. Portavano due muli carichi di sacchi di patate, quattro moschetti italiani, venti granate a mano e una notizia che valeva quanto tutto il resto insieme: i russi avevano ripreso Kharkov. Fra i cittadini di Novoselki si accese subito una discussione appassionata, quanto lontana fosse Kharkov: chi diceva cinquecento, chi seicento, chi ottocento chilometri. Questi ultimi accusavano i primi di essere degli illusi; i primi trattavano gli ultimi da disfattisti, anzi, da traditori. Gli uomini di Ozarici si erano trascinato dietro anche un medico, e un medico, per Novoselki, sarebbe stato prezioso; ma questo, un capitano ebreo sulla quarantina, era molto malato. Aveva la febbre, nelle ultime tappe si era trascinato a stento, e a tratti aveva dovuto farsi caricare sul mulo. Appena arrivato al monastero, dovette coricarsi perché non si reggeva più in piedi; sul viso gli erano comparse chiazze violacee, e parlava a stento, solo con le labbra, come se avesse la lingua paralizzata. Si fece la diagnosi da sé: disse che aveva il tifo petecchiale, che stava per morire e che desiderava solo non contagiare nessuno e morire in pace. Dov gli chiese come poteva essere curato, e lui rispose che cure non ce n' erano; chiese un po' d' acqua, poi non parlò più. Lo fecero sdraiare a terra, fuori dell' edificio, e lo coprirono con una coperta: il mattino dopo era morto. Fu sepolto con precauzione per evitare il contatto; Ber, il giovane dagli occhiali, che era studente di un' accademia rabbinica, venne a dire il Kaddìsch sulla sua tomba. Che fare per evitare il contagio? O forse il tifo era trasmesso solo dai pidocchi? Nessuno lo sapeva; a buon conto, Dov fece bruciare tutti gli oggetti che erano venuti a contatto col malato, compresa la preziosa coperta. Venne settembre, caddero le prime piogge, le prime foglie cominciarono a ingiallire. Mendel si accorse che qualcosa stava cambiando in Leonid. Agli inizi del loro soggiorno a Novoselki non si era scostato dalla sua condotta abituale, fatta di lunghi silenzi corrucciati e di scoppi di collera rivolti esclusivamente contro di lui: come se fosse stato Mendel a fare il patto coi tedeschi, a scatenare la guerra, a spargere il terrore nel paese. Come se proprio Mendel lo avesse messo nei paracadutisti e lo avesse sbalestrato in mezzo ai pantani. Ma adesso Leonid cercava Mendel sempre più di rado, anzi, sembrava che evitasse di incontrarsi con lui, e quando ad evitarlo non riusciva, si studiava di non guardarlo negli occhi. Venne un giorno in cui Mendel non lo vide più intorno ai tini di concia: gli fu detto che non sopportava più l' odore, e che aveva pregato Dov di trasferirlo al locale dove Line e altre due ragazze distillavano il legno di betulla per farne catrame. Venne un altro giorno in cui Dov si lagnò con Mendel perché il suo amico non si era presentato al lavoro, e questa era una mancanza grave, che Dov non si spiegava. Mendel gli rispose che lui non era responsabile di quanto Leonid faceva o non faceva, ma mentre diceva così percepiva come un prurito intorno al cuore, perché si era accorto che le parole che gli erano uscite di bocca erano quelle che aveva dette Caino quando il Signore gli aveva chiesto conto di Abele. Che sciocchezza! Forse che Leonid era suo fratello? Nessun fratello: era uno sventurato come lui e come tutti, un trovatello raccattato per strada. Certo che no, Mendel non era il suo custode, e tanto meno aveva sparso il suo sangue. Non lo aveva ucciso in mezzo al suo campo. Eppure il prurito persisteva: forse è proprio così, forse ognuno di noi è il Caino di qualche Abele, lo abbatte in mezzo al suo campo senza saperlo, per mezzo delle cose che gli fa, delle cose che gli dice, e delle cose che gli dovrebbe dire e non gli dice. Mendel disse a Dov che Leonid aveva avuto una vita difficile, ma Dov gli rispose con una sola sillaba, guardandolo fisso negli occhi: _ Nu? _ A Novoselki quella non era una giustificazione. Chi non aveva alle spalle una vita difficile? Non c' erano scuse per la partisanscina, disse Dov con durezza. Che cos' era la partisanscina? L' anarchia partigiana, gli spiegò Dov: la mancanza di disciplina. Un pericolo grave. Essere fuori legge non vuol dire non avere legge. Per salvarsi dalla morte fascista bisogna accettare una disciplina più rigida ancora di quella imposta dai fascisti: più rigida ma più giusta, perché volontaria. Chi non si sente di accettarla è libero di andarsene. Che Mendel e Leonid ci pensassero. Anzi, ci avrebbero dovuto pensare subito, perché c' era un lavoro da fare per loro: un lavoro urgente, importante, e neanche tanto pericoloso. Era arrivato l' ordine di sabotare una ferrovia. Bene, era proprio il lavoro giusto per loro, per acquistare la cittadinanza della repubblica; del resto, era quella l' usanza partigiana, ai nuovi arrivati si chiedeva di fare il lavoro di prova, come quando si entra in fabbrica. Il giorno dopo Dov convocò anche Leonid ed entrò nei particolari: _ È saltata la linea Brest-Rovno-Kiev, quella che alimentava il fronte tedesco dell' Ucraina meridionale. D' ora in avanti, tutto il traffico di guerra passerà per Brest-Gomel: ecco, questa linea corre a sud di Novoselki, a una trentina di chilometri; è a un solo binario. Bisogna interromperla al più presto. È questo il lavoro che dovete fare: avete qualche idea? _ Avete dell' esplosivo? _ chiese Mendel. _ Ne abbiamo, ma poco e poco adatto: lo abbiamo ricavato da qualche obice che si è piantato nella palude e non è esploso. Leonid lo interruppe, lanciando un' occhiata insolente a Mendel: _ Permetti, capo: per questi lavori l' esplosivo fa più male che bene. Sabotare le ferrovie è un mestiere che io conosco: al corso dei paracadutisti ci hanno spiegato tutti i sistemi. È molto meglio una chiave inglese, è più sicura, non fa fracasso e non lascia traccia. _ Al vostro corso, _ chiese Mendel stizzito, _ vi hanno insegnato anche la pratica, o solo la teoria? _ Di questa faccenda, la responsabilità me la prendo io. Tu, per una volta, pensa ai fatti tuoi. _ Va bene, _ rispose Mendel scandendo le parole; non ho niente in contrario. Io sono più bravo a riparare le cose che a farle saltare in aria. Dov stava a sentire, con l' aria di divertirsi al battibecco: _ Un momento, _ disse; _ sarebbe bene accoppiare il sabotaggio dei binari con il deragliamento di un treno; un guasto alle rotaie si ripara in poche ore, invece un treno rovesciato, oltre ad essere una perdita secca, ingombra la linea per diversi giorni. Questo però lo sanno anche i tedeschi: da un po' di tempo, se il convoglio è importante, gli fanno viaggiare davanti un carrello staffetta. Ci fu una breve discussione tecnica fra Dov e Leonid, da cui scaturì il piano definitivo. Sarebbe stato imprudente sabotare la ferrovia nel tratto vicino a Koptsevici, cioè quello direttamente a sud di Novoselki: sarebbe stato come mettere la Gestapo sulle tracce del rifugio. Meglio andare più lontano; nei pressi di Zitkovici, a cinquanta chilometri verso ovest, la ferrovia attraversa un canale su un ponte: ecco, il luogo più vantaggioso è quello. _ Preparatevi, _ disse Dov, _ partirete fra due ore. Avrete una guida pratica dei luoghi. Non portate armi. Sul modo di interrompere i binari, mettetevi voi d' accordo; se tu Leonid hai imparato qualche malizia, tanto meglio. Mi raccomando, niente litigi durante la missione. Le chiavi inglesi le stanno preparando alla forgia; due, della misura giusta. Di una guida come quella, Mendel ne avrebbe fatto a meno volentieri, ma che realmente fosse pratico della zona, e in specie dei guadi, era fuori discussione. Si chiamava Karlis, era léttone, aveva ventidue anni, era alto, magro, biondo, e si muoveva con agilità silenziosa. Come mai, essendo nato così lontano, conosceva tanto bene le paludi della Polessia? Aveva imparato a conoscerle sotto i tedeschi, rispose Karlis, che parlava il russo piuttosto male. Nel suo paese preferivano i tedeschi ai russi, anche lui li preferiva, almeno all' inizio. Era passato dalla loro parte, e loro gli avevano insegnato come si fa la caccia ai partigiani. Sì, proprio in quelle terre: ci era stato quasi un anno, le conosceva palmo a palmo. Ma lui non era stupido, dopo Stalingrado aveva capito che i tedeschi la guerra l' avrebbero perduta ed aveva disertato un' altra volta: fece un mezzo sorriso, in cerca di consenso. Meglio stare sempre dalla parte di chi vince, non è vero? Però adesso doveva stare attento a non cadere nelle mani né di Hitler né di Stalin. Per questo si era rifugiato a Novoselki? gli chiese Leonid. Per questo, sicuro: lui, personalmente, non aveva nulla contro gli ebrei. _ Dobbiamo stare attenti anche noi, _ sussurrò Mendel a Leonid, _ questo ha sulle mani il Dàm Israél, il sangue di Israele. Karlis rifece il suo sorriso storto: _ È inutile che parliate jiddisch: io lo capisco, e capisco anche il tedesco. _ Così tu pensi che gli ebrei di Novoselki saranno i vincitori? _ chiese Mendel. _ Non ho detto questo, _ rispose il léttone. _ Attenti, qui l' acqua si fa profonda. Teniamoci più sulla destra. Uscirono dagli acquitrini all' alba, e proseguirono ancora per qualche ora su pascoli e terreni incolti. Riposarono fino al primo pomeriggio, e raggiunsero la ferrovia a notte alta. Secondo Karlis avrebbero dovuto seguirla verso ponente per otto o dieci chilometri prima di incrociare il canale; era prudente non camminare sulla massicciata, bensì tenersi paralleli ai binari a qualche centinaio di metri, senza perderli di vista. C' era la luna: facilitava la marcia, ma se non ci fosse stata i tre sarebbero stati più tranquilli. Erano ormai stanchi; tuttavia, Leonid forzava il passo e tendeva a portarsi in testa. Invece, il léttone manovrava in modo da rimanere ultimo; questo irritava Mendel, che a un certo punto gli disse seccamente: _ Tu cammina. Ultimo resto io. Leonid avvistò il ponte al levar del sole. Non era l' ora più opportuna per cominciare il lavoro, ma non si vedeva anima viva, e il ponte, che del resto era lungo solo pochi metri, non era sorvegliato. Si vedeva bene che Leonid ambiva ad avere la direzione della faccenda: dava ordini con voce sommessa ma concitata e nervosa. Aiutato da Mendel, sbullonò le ganasce al punto di giunzione dei due binari, quasi all' imbocco del ponte, e poi tutte le viti che collegavano le piastre alle traversine: il legno era fradicio e le viti uscivano facilmente. Karlis aveva offerto blandamente di collaborare, ma poi si accontentò di sorvegliare che nessuno si avvicinasse. Quando le due rotaie furono libere, Leonid non le spostò, ma le legò con una corda disposta trasversalmente e lunga una trentina di metri: purtroppo a Novoselki non ce n' era una più lunga. Il tratto libero della corda fu sepolto con terriccio e sterpi. Finito, disse Leonid con fierezza; ora non c' era che aspettare il treno. Lasciar passare la staffetta, e poi, proprio davanti alla locomotiva, tirare la corda per spostare le rotaie. Non troppo presto, se no il conducente si sarebbe potuto accorgere del guasto. Trascorsero tutta la giornata dormendo a turno: verso sera, nel silenzio della campagna, si sentì il rumore del treno. Si aggrapparono tutti e tre all' estremità della corda e si sdraiarono fra gli arbusti per non essere visti. Non c' era alcuna staffetta; il convoglio era composto di una trentina di carri merci chiusi, ed avanzava rapidamente, ma in vista del ponte cominciò a rallentare. Mendel provò improvvisamente un intenso desiderio di pregare, ma lo represse, poiché nessuna delle preghiere della sua infanzia si adattava alla situazione, e neppure era sicuro che l' Eterno, benedetto Egli sia, avesse giurisdizione sulle ferrovie. Il treno procedeva ormai lentamente quando si trovò davanti alla tratta sconnessa. _ Adesso _ ordinò Leonid: i tre balzarono in piedi e tirarono a strattoni sulla corda. Incontrarono una resistenza non prevista, poi qualcosa cedette e la corda obbedì ai loro sforzi convulsi: ma non di molto, non più di una spanna. La locomotiva stridette in una brusca frenata, e dalle ruote scaturirono scintille: il conducente doveva aver visto qualcosa e dato il controvapore, ma troppo tardi. Il carrello anteriore cadde dalle rotaie sul ghiaione della massicciata, motrice e vagoni avanzarono ancora di una decina di metri per lo slancio, in un fracasso assordante ed in una nuvola di polvere, poi tutto si fermò. La locomotiva era impegnata sul ponte solo con l' avantreno ed era leggermente inclinata; doveva aver toccato la spalletta, e da qualche tubo spaccato usciva un getto di vapore, con un sibilo da forare le orecchie, tanto che i tre uomini non riuscivano a scambiare parola. Leonid, pallido come un cadavere, faceva cenno agli altri due di seguirlo verso il primo vagone: forse in cerca di preda. Pazzesco! Lungo il convoglio si vedevano correre su e giù profili umani. Mendel si impose; aiutato da Karlis, trascinò a forza Leonid verso il boschetto più vicino. Si guardarono in faccia, ansimando; un mezzo deragliamento, un mezzo successo. La motrice in avaria, ma non distrutta; la linea interrotta, ma riparabile in pochi giorni; il ponte e i vagoni quasi intatti. Leonid malediceva se stesso, avrebbe dovuto prevedere che al ponte il treno avrebbe rallentato. Se avessero interrotto i binari un chilometro più in là, il danno sarebbe stato dieci volte maggiore. Gli uomini della scorta, non più di mezza dozzina, si affaccendavano intorno alla locomotiva, senza curarsi di cercare gli autori del guasto. I tre attesero nascosti che venisse buio, poi si avvicinarono senza fretta sulla via del ritorno. Leonid appariva abbattuto, e Mendel cercò di ridargli animo: la colpa non era sua, mancavano i mezzi, e in qualche modo il treno era pure stato arrestato. Leonid tacque a lungo, volgendogli la schiena; poi disse: _ Tu non capisci. Era un regalo. _ Un regalo? A chi? _ A Line: alla ragazza col mitra, sì, a quella che monta di guardia con te. È la mia donna, dall' altra notte. Il treno era un regalo per lei. Mendel ebbe voglia di ridere e di piangere. Stava per dire a Leonid che Novoselki non era il luogo per una storia d' amore, ma poi si trattenne. Proseguirono in silenzio; a metà notte si accorsero che Karlis era rimasto indietro e si fermarono ad aspettarlo. Passò un' ora e Karlis non ricomparve: se n' era andato. I due ripresero la via nelle tenebre sempre più fitte. Giunti al campo, fecero il loro rapporto, e Dov li ascoltò senza fare commenti né esprimere giudizi: sapeva come andavano quelle imprese. La fuga di Karlis era un guaio, ma non poteva essere prevista né evitata, e del resto non era il primo caso; Novoselki non era un Lager, chi voleva se ne andava. Avrebbe parlato? La taglia della polizia era attraente, dieci rubli per ogni testa di ebreo denunciato: i tedeschi sono gente generosa. D' altra parte, coi tedeschi stessi Karlis aveva certi conti in sospeso, e poi al monastero era sempre stato trattato bene, e infine aveva altri modi per guadagnarsi il pane. In ogni caso, non c' era rimedio: solo stare all' erta, soprattutto nei primi giorni, e se c' era un attacco, difendersi. Non venne alcun attacco; venne invece, verso la metà di settembre, portata dai misteriosi informatori di Dov, la notizia che l' Italia aveva capitolato, e mise il campo in subbuglio. Le notizie di guerra, invariabilmente trionfali, erano un lineamento fondamentale di Novoselki. Non passava settimana senza che gli Alleati sbarcassero in Grecia, o Hitler morisse assassinato, o gli americani liquidassero i giapponesi con una nuova arma portentosa. Ogni annunzio entrava poi in circuito affannoso, veniva adornato, arricchito di particolari, e diventava per giorni un presidio contro l' angoscia; i pochi che rifiutavano di crederlo erano guardati con disprezzo. Poi svaniva, veniva dimenticato senza lasciare traccia, in modo che la notizia successiva era accettata senza riserve. Ma questa volta era diverso, l' annunzio della capitolazione era confermato da due fonti, veniva da Radio Mosca, ed era stato avallato da Dov in persona, che di solito era scettico. I commenti erano convulsi, non si parlava d' altro. Dunque le forze dell' Asse erano dimezzate. Dunque la guerra sarebbe finita entro un mese, due al massimo. Era impossibile che gli Alleati non approfittassero della situazione: non erano già sbarcati in Italia? Per le loro armate l' Italia non poteva essere che un passo, in tre giorni sarebbero arrivati al confine e sarebbero penetrati nel cuore della Germania. Quale confine? La geografia dell' Europa veniva ricostruita appassionatamente, attraverso ricordi scolastici e leggendari. Pavel, l' unico cittadino delle paludi che in Italia ci fosse materialmente stato, sedeva come un oracolo al centro di un capannello continuamente rinnovato. Pavel Jurevic Levinski teneva molto al suo patronimico, e meno al suo cognome troppo rivelatore: lui era un russo ebreo, non un ebreo russo. A trentacinque anni aveva già alle spalle una carriera molteplice: era stato sollevatore di pesi, poi attore dilettante e professionista, cantante, e perfino, per qualche mese, annunciatore alla Radio di Leningrado. Gli piaceva giocare a carte e ai dadi, gli piaceva il vino, e all' occorrenza bestemmiava come un cosacco. Nella comunità smunta di Novoselki spiccava per il suo aspetto atletico: nessuno capiva come da quelle razioni di fame Pavel potesse ricavare alimento per i suoi muscoli. Era di media statura, compatto, sanguigno. La barba, che portava rasa, gli arrivava fino sotto gli occhi, e cresceva così rapida che poche ore dopo il passaggio del rasoio già gli stendeva sul viso un' ombra nero-azzurra. Capelli e sopracciglia erano neri e cespugliosi. Aveva una vera voce da russo, profonda morbida e sonora, ma quando aveva finito di parlare o cantare la bocca gli si richiudeva dura, come una tagliola d' acciaio. Il suo viso era a forti rilievi, come a monti e valli; rilevati gli zigomi, incavato il canaletto che dal setto nasale porta al labbro superiore; segnata da due risalti carnosi l' inserzione del canaletto con il labbro. Aveva denti forti ed occhi da incantatore. Con quegli occhi, e con le mani che aveva corte e pesanti, faceva svanire i dolori alle giunture, il mal di schiena, e qualche volta, per poche ore, anche la fame e la paura. Aveva scarsa propensione per la disciplina, ma al monastero godeva di una tacita impunità. I suoi ascoltatori lo tempestavano di domande sull' Italia. _ Ma certo, che ci sono stato. Diversi anni fa, con la famosa tournée del Teatro Ebraico di Mosca. Io ero Geremia, il profeta di sventure: venivo in scena con un giogo sulle spalle, a profetizzare la deportazione degli ebrei a Babilonia, e muggivo come un bue. Avevo una parrucca viola, ero tutto imbottito per sembrare ancora più grosso, e avevo le scarpe con la suola spessa un palmo, perché un profeta è alto di statura. Recitavamo in ebraico e in jiddisch: gli italiani, a Milano, a Venezia, a Roma, a Napoli, non capivano una parola e applaudivano come impazziti. _ Così tu l' Italia l' hai proprio vista coi tuoi occhi? _ gli chiese Ber, l' allievo rabbino. _ Certamente: dal treno. Tutta l' Italia è lunga come da Leningrado a Kiev, si va in un giorno dalle Alpi alla Sicilia: adesso che l' esercito italiano si è arreso, gli Alleati arriveranno alla frontiera tedesca in un baleno. Del resto, anche prima di arrendersi, gli italiani non sono mai stati fascisti sul serio, tant' è vero che Mussolini stesso aveva fatto venire a Roma il Teatro di Mosca, e i soldati italiani in Ucraina non hanno fatto resistenza. L' Italia è un bellissimo paese, con mari, laghi e montagne, tutto verde e fiorito. La gente è cortese e amichevole, sono ben vestiti ma un po' ladri: insomma, è un paese strano, molto diverso dalla Russia. Ma i confini? Fin dove sarebbero arrivati gli Alleati? Qui si vide che Pavel Jurevic non aveva le idee chiare, si ricordava vagamente di Tarvisio, ma non sapeva più se al di là c' era la Germania o la Jugoslavia o l' Ungheria. Si ricordava invece di una ragazza dagli occhi neri con cui aveva passato una notte a Milano, ma questo episodio ai suoi ascoltatori non interessava. Passò ottobre, il freddo incominciò a farsi sentire, e lo spirito collettivo a declinare. Giungevano notizie contraddittorie: i russi avevano ripreso Smolensk, ma i tedeschi non erano crollati. Si combatteva in Italia, ma non al confine, non alle Alpi: si parlava di sbarchi alleati in paesi mai sentiti. Possibile che inglesi e americani, con tutto il loro petrolio e il loro oro, non fossero capaci di dare ai tedeschi il colpo di clava definitivo? E l' Eterno, benedetto Egli sia, perché se ne stava nascosto dietro le nuvole grige della Polessia invece di soccorrere il Suo popolo? "Tu ci hai scelti fra tutte le nazioni": perché proprio noi? Perché prospera l' empio, perché la strage degli indifesi, perché la fame, le fosse comuni, il tifo, e il lanciafiamme delle SS nelle tane stipate di bambini atterriti? E perché ungheresi, polacchi, ucraini, lituani, tartari, devono rapinare e massacrare gli ebrei, strappargli le ultime armi dalle mani, invece di unirsi a loro contro il nemico comune? Ed ecco arrivare l' inverno, amico ed alleato delle armate russe, nemico crudele per i sequestrati di Novoselki. Il vento della Siberia aveva già steso un velo di ghiaccio trasparente sulla faccia nera delle paludi: presto si sarebbe consolidato ed avrebbe retto il peso dei cacciatori d' uomini. Le tracce dei passi sulla neve si sarebbero potute leggere dall' aria, o anche da terra, come si leggono i rotoli della Scrittura. La legna non mancava, ma ogni focolare era una spia; le colonne di fumo che salivano dai camini del monastero sarebbero state visibili a decine di chilometri, a segnalare come un indice teso verso la terra: "le vittime del sacrificio sono qui". Dov dispose che di giorno tutti i cittadini esenti da servizi vivessero riuniti in un solo locale e dormissero a notte nella stessa camerata. Si doveva accendere un fuoco solo; la tubazione del camino doveva essere deviata in modo da far capo fra i rami di una grande quercia che cresceva rasente il muro, così la fuliggine si sarebbe fermata sui rami invece di annerire la neve tutto intorno. Tutto questo avrebbe servito? sarebbe bastato? Forse sì o forse no, ma era importante che tutti facessero qualche cosa per il bene comune, che tutti avessero la sensazione che qualcosa veniva decisa e fatta. Conciatori e ciabattini presero a confezionare stivali di tutte le misure usando tutte le pelli che i contadini erano disposti a cedere, anche pelli di cane e di gatto: rozzi stivali barbarici cuciti con lo spago e col pelo all' interno. Non soltanto per uso locale; Dov mandò una missione a Rovnoe, un villaggio di ucraini di confessione battista, a barattare una partita di stivali contro viveri e lana. Anche i battisti erano disprezzati e perseguitati, sia dai tedeschi sia dai russi; avevano buoni rapporti con gli ebrei. Gli ambasciatori tornarono da Rovnoe pochi giorni dopo, con un discreto carico di merce e con un messaggio per Dov. Era firmato da Gedale, il comandante leggendario, quello che aveva guidato la rivolta del ghetto di Kossovo, e la cui vita era stata salvata da un violino. Dov, che considerava ormai Mendel come il suo luogotenente, gli lesse il messaggio e lo discusse con lui. Conteneva due punti: in primo luogo, Gedale faceva sapere a Dov che nel ghetto di Soligorsk ormai decimato i tedeschi avevano fatto affiggere un decreto di "amnistia", steso nel loro gergo cinicamente eufemistico: le "Umsiedlungen", i trasferimenti forzati (li chiamavano trasferimenti!) erano sospesi a tempo indeterminato; gli ebrei che si nascondevano nella zona, e in specie gli artigiani, erano invitati a rientrare nel ghetto, non sarebbero stati puniti per la loro fuga ed avrebbero ricevuto le carte annonarie. Che Dov, in vista dell' inverno, si regolasse nel modo che riteneva più saggio. In secondo luogo, Gedale invitava Dov a una partita di caccia. Una caccia ai cacciatori: era un' occasione unica. Il conte Daraganov, già grande proprietario terriero, era tornato sulle sue terre al seguito dei tedeschi, e offriva loro una partita di caccia nella sua tenuta sulle sponde del lago Cervonoe, a un giorno di cammino da Novoselki. Ci sarebbe stata una dozzina di alti ufficiali della Wehrmacht; la notizia era certa, veniva da un ucraino che collaborava coi partigiani e che era stato scelto come battitore. La banda a cui Gedale temporaneamente apparteneva era forte e bene organizzata, composta per buona parte da volontari dell' inverno 1941, cioè dall' aristocrazia partigiana sovietica. Gedale pensava che una partecipazione ebraica alla caccia sarebbe stata gradita, opportuna, e forse anche ricompensata con armi od altro. Sul primo punto, Dov si riserbò di decidere più tardi; sul secondo, la sua scelta fu immediata. Era importante dimostrare ai russi che anche gli ebrei sapevano combattere e lo desideravano. Mendel si offerse come volontario: era soldato, sapeva sparare. Dov ci pensò su per qualche istante; no, né Mendel né Leonid, proprio perché erano combattenti esercitati. L' azione proposta da Gedale era importante sotto l' aspetto della propaganda, era una beffa, ma militarmente non significava molto ed era pericolosa. La logica partigiana era spietata, prescriveva che gli uomini migliori venissero tenuti da parte per le operazioni serie, per le divisioni, l' offesa e la difesa. Avrebbe mandato Ber e Vadim, due nebech, due sprovveduti: proprio perché erano sprovveduti. _ Pensi che io abbia le mani sporche? Le ho; come tutti quelli che devono scegliere. Ber, il ragazzo occhialuto che era di turno con Leonid, e Vadim, partirono baldanzosi; Vadim, un giovane imprudente, loquace e distratto, addirittura con allegra fierezza: _ Bucheremo quelle pance coperte di medaglie! _ Non avevano con sé che una pistola e due granate a mano ciascuno. Ritornò Vadim da solo, dopo due giorni, terreo e sfinito, con una spalla trapassata, a raccontare l' impresa. Non era stato un gioco, era stato un macello, una confusione. Sparavano tutti contro tutti, fischiavano proiettili da tutte le direzioni. Avevano cominciato i partigiani russi, erano bene appostati fra i cespugli; con una salva sola avevano ucciso quattro degli ufficiali tedeschi, non sapeva se colonnelli o generali. Poi aveva visto gli ausiliari ucraini venire allo scoperto, sparavano contro i partigiani, sparavano per aria, e si sparavano anche fra loro; uno di loro, davanti ai suoi occhi, aveva abbattuto un ufficiale tedesco col calcio del fucile. Ber era morto subito, ucciso chissà da chi, forse per caso: era in piedi, si guardava intorno; non aveva la vista tanto buona. Lui Vadim aveva gettato le sue granate contro il gruppo dei tedeschi, che invece di sparpagliarsi si erano riuniti e facevano quadrato; una era esplosa e l' altra no. Dov mandò Vadim a riposare, ma il giovane non riposò. Aveva violenti attacchi di tosse e sputava una schiuma sanguigna. Nella notte gli venne la febbre e perse coscienza; al mattino era morto. Morto perché? Aveva ventidue anni, disse Mendel a Dov, e non riuscì ad evitare una vibrazione di rimprovero. _ Non è detto che non invidieremo questo modo di morire, _ rispose Dov. Vadim fu sepolto ai piedi di un ontano, in mezzo ad un' improvvisa tempesta di neve. Sulla sua tomba Dov fece piantare una croce, perché Vadim era un ebreo convertito; e poiché nessuno conosceva le preghiere ortodosse, lui stesso recitò il Kaddìsch. _ È meglio che niente, _ disse a Mendel. _ Non è per il morto, ma per i vivi che ci credono _. Il cielo era talmente scuro che la neve, sia a terra, sia quella che turbinava nell' aria, appariva grigia. Dov mandò un messaggero a Rovnoe, che cercasse di Gedale e della sua banda e chiedesse immediatamente rinforzi, ma il messaggero tornò senza risposta. Non aveva trovato nessuno, e invece aveva visto i contadini di Rovnoe, uomini e donne, sulla piazza con le mani legate. Aveva visto un drappello di SS con le armi puntate, che li facevano salire su un carro. Aveva visto uomini della milizia ausiliaria, ucraini o lituani, che prendevano bracciate di pale da una baracca e le caricavano sul carro, e aveva visto il carro avviarsi verso il vallone a sud del paese, seguito dalle SS che scherzavano e fumavano. Ecco quello che aveva da raccontare. Non c' era anima a Novoselki, e in tutte le terre occupate, che ignorasse il significato delle pale. Dov disse a Mendel che si era pentito di aver mandato Ber allo sbaraglio: _ Se il colpo fosse andato bene, con una vittoria netta, io avrei avuto ragione di arrischiare due uomini. Invece è andato piuttosto male, e adesso io ho torto. Ber, anche da morto, è un ebreo: se ne accorgerebbe chiunque. Ho fatto male a scegliere lui. Del suo cadavere si occuperà certamente la Gestapo. La nostra partecipazione alla caccia ci ha forse rivalutati presso i russi di Gedale, ma tirerà addosso anche a noi la rappresaglia dei tedeschi. La fuga di Karlis, le pale di Rovnoe, Ber: sono tre segnali minacciosi. I tedeschi non tarderanno a localizzarci. Il miracolo della nostra impunità è finito. Così dovevano aver pensato anche gli anziani del campo, a cui Dov aveva detto dell' "amnistia" promessa dai tedeschi. Volevano tornare a Soligorsk: chiesero di andarsene, di essere riaccompagnati al ghetto. Preferivano aggrapparsi alle promesse dei nazisti piuttosto che affrontare la neve e la morte certa a Novoselki. Erano artigiani, al ghetto avrebbero lavorato, e a Soligorsk c' erano le loro case, e accanto alle case il cimitero. Preferivano la servitù e il pane scarso del nemico: come dargli torto? Tornò a mente a Mendel una voce terribile di tremila anni prima, la protesta che avevano rivolta a Mosè gli ebrei incalzati dai carri del Faraone: _ Mancavano dunque le tombe in Egitto perché tu ci conducessi a morire qui? Servire gli Egizi era per noi sorte migliore che morire nel deserto _. Il Signore nostro Dio, il Padrone del Mondo, aveva diviso le acque del Mar Rosso, e i carri erano stati travolti. Chi avrebbe diviso le acque davanti agli ebrei di Novoselki? Chi li avrebbe sfamati con le quaglie e la manna? Dal cielo nero non scendeva manna, ma neve spietata. Che ognuno si scegliesse il proprio destino. Dov fece allestire tre slitte per portare a Soligorsk i ventisette cittadini che non avevano compiti militari e che avevano scelto la via del ghetto; vi erano compresi tutti i bambini, mentre Adam aveva preferito restare. I muli, quelli portati dagli uomini di Ozarici, erano solo due: uno dovette trainare due slitte. Partirono muti, senza scambiare addii, imbacuccati in stracci, paglia e coperte, obbedendo alla povera speranza di qualche settimana di vita concessa in più. In questo modo, subito nascosti alla vista dal sipario della neve, essi spariscono da questa storia. Dov fece scavare tre bunker, o meglio tre tane nella terra nuda, che nonostante il freddo non era ancora gelata. Erano a duecento metri circa dal monastero, nella direzione da cui prevedeva che sarebbero arrivati i tedeschi, che avevano stabilito una guarnigione a Rovnoe semidistrutta; ogni tana poteva contenere due uomini, ed era mascherata da sterpi che si coprirono rapidamente di neve. _ Le pale servono anche a noi, _ disse, e mandò un' altra squadra a scavare una buca quadrata, profonda due metri, attraverso la pista più grande che da Rovnoe conduceva al monastero. La fece coprire con tavole di legno leggero, e su queste fece mettere sterpi fino al livello della neve sul terreno circostante: dopo una notte di nevicata continua il dislivello si notava appena. Sulla pista, e sulla trappola così preparata, fece passare a più riprese due uomini che si trascinavano dietro due pale appesantite con sassi, in modo da simulare due carreggiate recenti. Distribuì armi a tutti, e fece piazzare la mitragliatrice pesante sulla torretta sana. I cacciatori di uomini arrivarono due giorni dopo. Erano più di cinquanta, qualcuno doveva aver sopravvalutato le forze dei difensori. Si udì lo strepito dei cingoli prima che qualcosa si vedesse attraverso il velo della neve, che continuava a cadere fitta. Un cingolato leggero apriva la colonna, seguendo la pista che Dov aveva predisposta: avanzava lento, giunse alla trappola, oscillò sull' orlo e vi cadde, sfondando le tegole che crepitarono. Dov salì sulla torretta, dove Mendel stava pronto con la mitragliatrice. Lo trattenne: _ Risparmia colpi, spara solo se vedi qualcuno che tenta di uscire dalla buca _. Ma nessuno uscì, forse il veicolo si era capovolto. Dietro al cingolato leggero ne veniva un altro pesante, e dietro a questo gli uomini appiedati, a ventaglio, sulla pista e fra gli alberi. Il cingolato pesante aggirò la buca e aprì il fuoco; allo stesso istante anche Mendel cominciò a sparare a brevi raffiche, in preda alla febbre delle battaglie. Vide cadere alcuni tedeschi, e insieme udì sotto di sé due esplosioni violente: due razzi anticarro avevano colpito il tetto del monastero, che crollò e prese fuoco. Altri colpi sfondarono in più punti le mura dell' edificio. In mezzo al fumo e al fracasso Dov gli urlò nelle orecchie: _ Spara tutto, adesso. Senza risparmio. Stiamo combattendo per tre righe nei libri di storia _. Anche Dov sparava verso il basso, con uno dei moschetti italiani. Ad un tratto Mendel lo vide barcollare; cadde all' indietro, ma si rialzò subito dopo. Insieme, udì altri spari di arma leggera provenire dai bunker: obbedendo all' ordine di Dov, i combattenti dei bunker stavano prendendo i tedeschi da tergo. Colti di sorpresa, i tedeschi si scompaginarono, volgendo le spalle al monastero: Mendel si precipitò con Dov giù per le scale, in mezzo alle macerie e alle fiamme. Vide gente muoversi, e gridò loro di seguirlo; uscirono all' aperto sul lato opposto del fabbricato e furono fra gli alberi: "al sicuro", pensò assurdamente. Dall' altro lato il combattimento era ripreso. Udirono schianti di granate e comandi urlati da un altoparlante, videro uomini e donne uscire dalle brecce con le mani alzate. Videro i cacciatori di uomini che li perquisivano ridendo, li interrogavano e li allineavano contro il muro; ma quanto avvenne nel cortile del monastero di Novoselki non verrà narrato. Non è per descrivere stragi che questa storia sta raccontando se stessa. Si contarono. Erano undici: Mendel stesso, Dov, Leonid, Line, Pavel, Adam, un' altra donna di cui Mendel non conosceva il nome, e quattro degli uomini di Ozarici. Adam si stava dissanguando per una ferita all' alto della coscia, talmente in alto che non fu possibile legarlo; si distese sulla neve e morì in silenzio. Dov non era ferito, ma solo stordito. Aveva una contusione alla tempia, forse un proiettile di rimbalzo o un sasso scagliato dalle esplosioni. I tedeschi si attardarono fino a notte a far saltare quanto restava del monastero; non seguirono le piste dei fuggiaschi, che la neve aveva già confuse, e se ne andarono portandosi dietro i loro morti e la mitragliatrice.

Se non ora quando 1982