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Se non ora quando

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura

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_ Al mio paese, di orologi ce n' erano pochi. Ce n' era uno sul campanile, ma era fermo da non so quanti anni, forse fin dalla rivoluzione: io non l' ho mai visto camminare, e mio padre diceva che neanche lui. Non aveva orologio neppure il campanaro. _ Allora come faceva a suonare le campane all' ora giusta? _ Sentiva l' ora alla radio, e si regolava col sole e con la luna. Del resto, non suonava tutte le ore, ma solo quelle importanti. Due anni prima che scoppiasse la guerra si era rotta la corda della campana: si era strappata in alto, la scaletta era fradicia, il campanaro era vecchio e aveva paura di arrampicarsi fino lassù per mettere una corda nuova. Da allora in poi ha segnato le ore sparando in aria col fucile da caccia: uno, due, tre, quattro spari. È andato avanti così finché sono venuti i tedeschi; il fucile glielo hanno preso, e il paese è rimasto senza ore. _ Sparava anche di notte, il tuo campanaro? _ No, ma di notte non aveva mai suonato neanche le campane. Di notte si dormiva, e non c' era bisogno di sentire le ore. L' unico che ci teneva veramente era il rabbino: lui l' ora giusta la doveva conoscere per sapere quando cominciava e finiva il Sabato. Ma delle campane non ne aveva bisogno, aveva una pendola e una sveglia; quando andavano d' accordo era gentile, quando non andavano d' accordo si vedeva subito, perché diventava litigioso e batteva i bambini sulle dita con il righello. Quando sono stato più grande mi chiamava perché le facessi andare d' accordo. Sì, ero orologiaio, patentato; è proprio per questo che quelli del distretto mi hanno messo in artiglieria. Avevo giusto il torace che ci voleva, non un centimetro di più. Avevo il mio laboratorio, piccolo ma non ci mancava niente. Non riparavo solo orologi, ero bravo a riparare un po' di tutto, anche le radio e i trattori, purché non avessero guasti troppo difficili. Ero il meccanico del Kolchoz, e il mio lavoro mi piaceva. Gli orologi li riparavo in privato, a tempo perso: erano pochi, ma tutti avevano il fucile, e io riparavo anche i fucili. E se vuoi sapere come si chiama, questo paese, si chiama Strelka, come chissà quanti altri paesi; e se vuoi sapere dov' è, sappi che non è lontano da qui, anzi era, perché questa Strelka non c' è più. Metà dei paesani si sono sparsi per la campagna e per il bosco, e l' altra metà stanno in una fossa, e non ci stanno stretti, perché tanti erano morti già prima. In una fossa, sì; e l' hanno dovuta scavare loro, gli ebrei di Strelka; ma dentro la fossa ci sono anche i cristiani, e adesso fra loro non c' è più tanta differenza. E sappi che io che ti parlo, io Mendel l' orologiaio che riparava i trattori del Kolchoz, avevo una moglie, e sta nella fossa anche lei; e che mi chiamo contento di non aver avuto figli. E sappi ancora che questo paese che non c' è più io l' ho maledetto molte volte, perché era un paese di anitre e di capre, e c' era la chiesa e la sinagoga ma non c' era il cinematografo; e adesso a pensarlo mi sembra il Giardino dell' Eden e mi taglierei una mano perché il tempo camminasse all' indietro e tutto tornasse come prima. Leonid stava a sentire senza osare interrompere. Si era tolti gli stivali e le pezze da piedi, e li aveva messi fuori al sole ad asciugare. Arrotolò due sigarette, una per sé e una per Mendel, poi cavò di tasca i cerini, ma erano umidi, e ne dovette sfregare tre prima che il quarto si accendesse. Mendel lo osservò con calma. Era di statura media, di membra piuttosto nervose che robuste; aveva capelli neri lisci, un viso ovale, abbronzato, non sgradevole benché ispido di barba, naso breve e diritto, e due occhi scuri, intensi, leggermente sporgenti, da cui Mendel non riusciva a staccare lo sguardo. Irrequieti, ora fissi ed ora sfuggenti, pieni di richiesta. Occhi di creditore, pensò: o di chi si sente in credito. Ma chi non si sente in credito? Gli chiese: _ Perché ti sei fermato proprio qui? _ Per caso, così: ho visto un fienile. E poi per la tua faccia. _ Che cos' ha la mia faccia di diverso dalle altre? _ Appunto, non ha niente di diverso _. Il ragazzo tentò un riso imbarazzato. _ È una faccia come tante, che dà fiducia. Tu non sei moscovita, ma se girassi per Mosca i forestieri ti fermerebbero per chiederti la strada. _ ... E farebbero male: se io fossi così bravo a trovare le strade non sarei rimasto qui. Guarda che non ti posso offrire molto, né per la pancia né per lo spirito. Mi chiamo Mendel, e Mendel sta per Menachém, che vuol dire "consolatore", ma non ho mai consolato nessuno. Fumarono per qualche minuto in silenzio. Mendel aveva cavato di tasca un coltellino, aveva raccolto da terra un ciotolo, ci sputava sopra a intervalli e ci affilava contro la lama; ogni tanto ne controllava il filo provandolo sull' unghia del pollice. Quando fu soddisfatto, incominciò a tagliarsi le altre unghie, manovrando il coltellino come se fosse una sega. Quando tutte e dieci furono tagliate, Leonid gli offerse un' altra sigaretta: Mendel rifiutò. _ No, grazie. Io veramente non dovrei fumare, ma quando trovo tabacco fumo. Cosa vuoi che un uomo faccia, quando gli tocca vivere come un lupo: _ Perché non dovresti fumare? _ Per via dei polmoni. O dei bronchi, non ti saprei dire. Come se fumare o non fumare avesse importanza quando tutto il mondo ti crolla intorno. Su, dammi questa sigaretta, è dall' autunno che io sono qui, e forse è la terza volta che trovo da fumare. C' è un villaggio, a quattro chilometri; si chiama Valuets, ha il bosco tutto intorno, e i contadini sono brava gente, ma tabacco non ne hanno, e neanche sale. Per cento grammi di sale ti dànno una dozzina di uova, o anche un pollo. Leonid tacque per qualche istante, come se fosse indeciso, poi si alzò, scalzo com' era entrò nel fienile, ne uscì con lo zaino e prese a frugarci dentro. _ Ecco, _ disse poi brevemente, mostrando a Mendel due pacchetti di sale greggio. _ Venti polli, se le tue quotazioni sono giuste. Mendel tese la mano, afferrò i pacchi e li soppesò con aria di approvazione. _ Da dove viene? _ Da lontano. È venuta l' estate, e la ventriera dell' esercito non mi serviva più, ecco da dove viene. Il commercio non muore mai, neppure dove muore l' erba e la gente. Ci sono posti dove hanno il sale, altri dove hanno il tabacco, e altri dove non hanno niente. Anch' io vengo di lontano. Sono sei mesi che vivo giorno per giorno, e che cammino senza sapere dove voglio andare; cammino per camminare, cammino perché cammino. _ Così tu vieni da Mosca? _ chiese Mendel. _ Vengo da Mosca e da cento altri posti. Vengo da una scuola, dove ho imparato a fare il contabile, e poi l' ho subito dimenticato. Vengo dalla Lubjanka, perché a sedici anni ho rubato e mi hanno messo dentro per otto mesi: già, un orologio ho rubato, vedi che siamo quasi confratelli. Vengo da Vladimir, dal corso dei paracadutisti, perché quando uno è contabile lo mettono nei paracadutisti. Vengo da Laptevo, vicino a Smolensk, dove mi hanno paracadutato in mezzo ai tedeschi. E vengo dal Lager di Smolensk, perché sono scappato: sono scappato a gennaio, e da allora non ho fatto che camminare. Scusami, collega, sono stanco, ho male ai piedi, ho caldo e vorrei dormire. Ma prima vorrei sapere dove siamo. _ Te l' ho detto, siamo vicino a Valuets: è un villaggio a tre giorni di cammino da Brjansk. È un posto tranquillo, la ferrovia è a trenta chilometri, il bosco è fitto e le strade sono piene di fango, o di polvere, o di neve, secondo la stagione: posti come questi ai tedeschi non piacciono, ci vengono solo per portare via il bestiame, e neanche tanto spesso. Vieni, andiamo a fare il bagno. Leonid si alzò e si accinse a rimettersi gli stivali, ma Mendel lo fermò: _ No, non al fiume: non si sa mai, e del resto è lontano. Qui dietro, dietro il fienile _. Gli mostrò l' installazione: una baracchetta di tavole, un serbatoio di lamiera sopra il tetto dove l' acqua si intiepidiva al sole, una piccola stufa per l' inverno, fatta d' argilla indurita al fuoco. Non mancava neppure la rosa della doccia, che Mendel aveva ricavata da una scatola di conserva sforacchiata e collegata al serbatoio mediante un tubo di lamiera. _ Tutto fatto con le mie mani. Senza spendere un rublo, e senza l' aiuto di nessuno. _ Lo sa, la gente del villaggio, che tu sei qui? _ Lo sa e non lo sa. Al villaggio ci vado meno che posso, arrivando ogni volta da una direzione diversa. Aggiusto le loro macchine, parlo il meno possibile, mi faccio pagare in pane e in uova e me ne vado. Me ne vado di notte: non credo che nessuno mi abbia mai seguito. Su, spogliati. Sapone non ne ho, almeno per adesso: ci si aggiusta con la cenere, è là in quel barattolo, mescolata con sabbia di fiume. È meglio che niente, e dicono che ammazzi i pidocchi meglio del sapone medicato che ti dànno nell' esercito. A proposito .... _ No, non ne ho, non avere paura. Sono mesi che viaggio da solo. _ Dài, spogliati e dammi la camicia. Non è il caso di offendersi. Avrai pure dormito in qualche pagliaio o fienile, e loro sono una razza paziente, che sa aspettare. Come noi, insomma, sia fatta la debita distinzione fra l' uomo e il pidocchio. Mendel esaminò la camicia da conoscitore, cucitura per cucitura. _ Bene, è kòscher, niente da dire. Ti avrei accolto ugualmente, ma senza pidocchi ti accolgo più volentieri. Vai pure tu per primo sotto la doccia: io l' ho già fatta stamattina. Considerò da vicino il corpo magro dell' ospite: _ Come mai non sei circonciso? Leonid eluse la domanda: _ E tu come ti sei accorto che sono ebreo anch' io? _ Dall' accento jiddisch non ci si lava in dieci acque, citò Mendel. _ Ad ogni modo, sei il benvenuto, perché sono stanco di stare solo. Resta, se vuoi: anche se sei moscovita, e hai studiato, e sei scappato chissà di dove, e hai rubato un orologio, e non mi vuoi raccontare la tua storia. Sei mio ospite. È fortuna che tu mi abbia trovato. Avrei dovuto anch' io fare quattro porte alla mia casa, una per ogni parete, come aveva fatto Abramo. _ Perché quattro porte? _ Perché i viandanti non stentassero a trovare l' ingresso. _ E tu, queste storie dove le hai imparate? _ Questa è nel Talmud, da qualche parte della Mishnàh. _ Allora vedi che anche tu hai studiato! _ Da bambino ero allievo di quel rabbino che ti ho detto. Ma adesso sta nella fossa anche lui, e io ho dimenticato quasi tutto. Ricordo solo i proverbi e le favole. Leonid tacque un poco, poi disse: _ Non ho detto che non ti voglio raccontare la mia storia. Ho solo detto che sono stanco e ho sonno _. Sbadigliò e si avviò alla baracca della doccia. Alle quattro del mattino era già giorno, ma i due non si svegliarono che due o tre ore più tardi. Durante la notte il cielo si era velato, piovigginava, e da ponente arrivavano lunghe folate di vento, come onde del mare, annunciandosi di lontano col fruscio delle foglie e lo scricchiolio dei rami. Si alzarono freschi e riposati. Mendel non aveva più molto da nascondere: _ Certo. Sono un disperso anch' io, non un disertore. Disperso fin dal luglio del '42. Uno dei centomila, duecentomila dispersi: c' è da vergognarsi di essere dispersi? E forse che si possono contare i dispersi? Se si potesse, non sarebbero dispersi; si contano i vivi e i morti, i dispersi non sono né vivi né morti e non si possono contare. Sono come i fantasmi. _ Non so se a voialtri paracadutisti vi insegnino come si fa a buttarsi giù. A noi avevano insegnato tutto, tutti i pezzi grossi e piccoli dell' Armata Rossa, prima sui disegni e sulle fotografie, che sembrava di essere tornati a scuola, e poi dal vero, dei bestioni da far paura. Bene, quando mi hanno trasferito sul fronte con la mia compagnia era tutto diverso e non si capiva più niente: non c' erano due pezzi uguali. Ce n' era di russi della prima guerra mondiale, di tedeschi e di austriaci, perfino qualcuno che veniva dalla Turchia, e ti puoi immaginare la confusione che nasceva per le munizioni. Era giusto un anno fa, la mia postazione era sulle colline, a metà strada fra Kursk e Kharkov. Il capopezzo ero io, benché fossi ebreo e orologiaio, e il pezzo non era della prima guerra mondiale ma della seconda, e non era russo ma tedesco; sì, era un 150 / 27 dei nazisti che era rimasto lì chissà perché, forse perché si era guastato, fin dall' ottobre del '41 quando i tedeschi avevano fatto la grande avanzata. Sai, una volta piazzato non è facile spostare un arnese come quello. Me l' hanno affidato all' ultimo momento, quando la terra aveva già cominciato a tremare tutto intorno e il fumo nascondeva il sole, e ci voleva coraggio non dico per sparare giusto ma anche solo per restare lì. E come fai a sparare giusto se nessuno ti dà i dati di puntamento, e tu non li puoi chiedere perché il telefono è saltato, e del resto a chi li chiederesti quando vedi che tutto è tornato nel caos, e il cielo è così nero che non sai più se è giorno o notte, e la terra ti scoppia tutto intorno, e senti come una valanga che sta per seppellirti ma nessuno ti dice da dove verrà, e allora non sai neppure da che parte scappare. _ I tre serventi sono scappati, e forse hanno fatto bene, non te lo potrei dire perché di loro non ho saputo più nulla. Io no: non che volessi darmi prigioniero, ma la nostra regola è che un artigliere non deve lasciare la sua arma al nemico; così, invece di correre via sono rimasto sul posto, a studiare il modo migliore di sabotare il pezzo. Certo guastare una macchina è più facile che aggiustarla, ma anche per guastare un cannone in maniera che non possa più essere riparato ci vuole intelligenza, perché ogni pezzo ha il suo punto debole. Insomma, l' idea di scappare non mi piaceva. Non è che io sia un eroe, non mi è mai venuto in mente di essere un eroe, ma tu lo sai, un ebreo in mezzo ai russi dev' essere due volte più bravo dei russi, se no gli dicono subito che è un vigliacco. E pensavo anche che se io non riuscivo a sabotare il pezzo, i tedeschi lo avrebbero voltato ancora una volta, e ci avrebbero sparato addosso. _ Per fortuna ci hanno pensato loro stessi. Mentre io stavo armeggiando, con la testa che pensava al sabotaggio e le gambe che mi volevano portare via, è arrivata una granata tedesca, si è infilata nella terra molle proprio sotto l' affusto ed è esplosa. Il pezzo ha fatto un salto ed è ricaduto su un fianco, e credo che nessuno lo raddrizzerà mai più. Credo anche che sia stato proprio lui a salvarmi la pelle, perché ha intercettato tutte le schegge della granata. Solo una, non so come, mi ha ferito di striscio qui, vedi? sulla fronte e in mezzo ai capelli. Ha sanguinato molto, ma io non sono svenuto, e il taglio è poi guarito da sé. _ Allora mi sono messo a camminare .... _ Da che parte? _ interruppe Leonid. Mendel rispose risentito: _ Come da che parte! Ho cercato di ricongiungermi con i nostri; e del resto tu non sei il tribunale militare. Te l' ho detto, il cielo era tutto nero di fumo, e non c' era modo di orientarsi. E la guerra è soprattutto una gran confusione, sul campo e anche nella testa della gente: molte volte non si capisce neppure chi ha vinto e chi ha perso, lo decidono poi dopo i generali e quelli che scrivono i libri di storia. Era così, era tutto confuso, anch' io ero confuso, il bombardamento continuava ed è venuta la notte. Ero mezzo assordato e tutto coperto di sangue, e credevo che la mia ferita fosse più grave di quanto era veramente. _ Mi sono messo in cammino, e credevo di andare dalla parte giusta, cioè di allontanarmi dal fronte e di andare verso le nostre linee. Infatti, a mano a mano che procedevo il fracasso diminuiva. Ho camminato tutta la notte, da principio vedevo altri soldati che camminavano, poi più nessuno. Ogni tanto si sentiva il fischio di una granata che arrivava, e io mi appiattivo a terra, in un solco, dietro un sasso. Al fronte si impara presto, ci si accorge di una infossatura là dove un borghese vede solo un campo piatto come un lago gelato. Incominciava a fare giorno, ed ecco, ho sentito crescere un rumore nuovo, e la terra ricominciava a tremare. Non capivo che cosa fosse, era una vibrazione, un rombo continuo; mi sono guardato intorno per cercare un nascondiglio, ma c' erano solo campi falciati e terra incolta, senza una siepe, senza un muro. E invece di un riparo ho visto una cosa che non avevo mai vista, benché fossi in guerra da un anno. Parallela al mio cammino c' era una ferrovia, io non me n' ero accorto prima, e sulla ferrovia al primo momento mi è sembrato che camminasse una fila di chiatte, come quelle dei fiumi. Poi ho capito, io avevo sbagliato direzione, ero dalla parte tedesca del fronte, e quello era un treno corazzato tedesco: andava verso il fronte, e invece che un treno di vagoni mi è sembrato un treno di montagne; e ti sembrerà strano, ti sembrerà stupido, o ti sembrerà addirittura una bestemmia, perché io non so come la pensi tu su queste cose, ma a me è venuta in mente la benedizione che diceva mio nonno quando sentiva il tuono, "la tua forza e la tua potenza riempiono l' universo". Eh, sono cose incomprensibili, perché i treni corazzati li hanno fatti i tedeschi, ma i tedeschi li ha fatti Dio; e perché li ha fatti? O perché ha permesso che il Satàn li facesse? Per i nostri peccati? E se un uomo non ha peccati? O una donna? e che peccati aveva mia moglie? O che forse una donna come mia moglie deve morire e giacere in una fossa con cento altre donne, e con i bambini, per i peccati di qualcun altro, magari per i peccati stessi dei tedeschi che le hanno mitragliate sull' orlo della fossa? _ Ecco, scusami, mi sono lasciato trascinare, ma vedi, è quasi un anno che rimugino queste cose e non ne vengo a capo; è quasi un anno che non parlo con un essere umano, perché un disperso è meglio se non parla: può solo parlare con un altro disperso. Aveva smesso di piovigginare, e dalla terra non seminata si era levato un profumo tenue di funghi e di muschio. Si sentiva la musica di pace delle gocce di pioggia che cadevano di foglia in foglia, e dalle foglie al suolo, come se la guerra non ci fosse, non ci fosse mai stata. Ad un tratto, sulla musica delle gocce si sovrappose un suono diverso: una voce umana, una voce dolce, infantile, la voce di una bambina che cantava. Si nascosero dietro un cespuglio e la videro: cacciava pigramente avanti a sé un piccolo gregge di capre, era scalza e magra, infagottata in un giaccone militare che le arrivava alle ginocchia. Aveva un fazzoletto legato sotto la gola ed un visetto smunto e gentile, abbronzato dal sole. Cantava con tristezza, nel tono artefatto e nasale dei contadini, ed avanzava indolente verso di loro, seguendo le sue capre piuttosto che guidandole. I due soldati si scambiarono uno sguardo: non c' era rimedio, non avrebbero potuto abbandonare il loro nascondiglio senza che la bambina li vedesse; e li avrebbe visti comunque, perché veniva diritta verso di loro. Mendel si alzò in piedi e Leonid lo imitò; la bambina si fermò di netto, più stupita che spaventata, poi prese la corsa, sorpassò le sue capre, le radunò e le sospinse indietro, in direzione del villaggio. Non aveva detto una parola. Mendel tacque per qualche istante: _ Finito; niente da fare. Ecco cosa vuol dire vivere come i lupi. Peccato, proprio adesso che tu eri arrivato; ma ora è peggio perché siamo in due. Non capitava da mesi. Una bambina, ed è finito. Forse si è spaventata a vederci, eppure noi non siamo un pericolo per lei; invece è lei un pericolo per noi, perché è una bambina e parlerà. E se la minacciassimo perché stia zitta, parlerà ancora di più. Parlerà, e dirà che ci ha visti, e i tedeschi della guarnigione ci verranno a cercare: fra un' ora, o fra un giorno, o fra dieci, ma verranno. E se non verranno i tedeschi, o prima che arrivino i tedeschi, verranno i contadini, o i banditi. Peccato, collega. Sei arrivato nel momento sbagliato. Su, dammi una mano, qui si fa trasloco. Mi rincresce per l' installazione, bisognerà ricominciare tutto daccapo. Fortuna che è estate. Non era un grande trasloco; tutti i beni di Mendel stavano comodamente nel suo zaino militare, comprese le scorte di viveri. Ma quando il bagaglio fu pronto, Leonid si accorse che Mendel esitava a mettersi in cammino: indugiava, come incerto fra due scelte. _ Che c' è? Hai dimenticato qualche cosa? Mendel non rispose: si era riseduto su un ceppo e si grattava la testa. Poi si alzò con decisione, sfilò dallo zaino la corta pala da trincea, e disse a Leonid: _ Su, vieni con me. No, gli zaini li lasciamo qui, sono pesanti, li riprenderemo dopo. Si avviarono per il bosco, dapprima su un sentiero ben segnato, poi in mezzo al folto. Mendel sembrava orientarsi su qualche segno noto a lui solo, e parlava camminando, senza voltarsi, e senza accertarsi che Leonid lo seguisse e lo ascoltasse. _ Vedi, non aver scelta è un vantaggio. Io non ho scelta: mi devo fidare di te per forza, e del resto sono stufo di vivere da solo. Io la mia storia te l' ho raccontata, e tu non hai voglia di raccontarmi la tua. Pazienza, avrai le tue buone ragioni. Sei scappato da un Lager: lo capisco bene che non hai voglia di parlare. Per i tedeschi sei un evaso, oltre che un russo e oltre che un ebreo. Per i russi sei un disertore, e sei anche sospetto di essere una spia. Magari lo sei. La faccia non ce l' hai, ma se tutte le spie avessero la faccia da spia non potrebbero fare le spie. Non ho scelta, mi devo fidare, e allora devi sapere che laggiù a sinistra c' è una grande quercia, quella che si vede più di lontano; che accanto alla quercia c' è una betulla svuotata dal fulmine; e che in mezzo alle radici della betulla c' è un fucile mitragliatore e una pistola. Non è un miracolo, ce li ho messi io. Un soldato che si fa disarmare è un vigliacco, ma un soldato che si porta le armi indosso nelle retrovie dei tedeschi è un cretino. Ecco, ci siamo, scava tu, dal momento che sei il più giovane. E scusami per il "vigliacco", non era detto per te; lo capisco bene anch' io, che cosa vuol dire cadere col paracadute dentro le linee dei nemici. Leonid scavò in silenzio per pochi minuti, e le armi vennero fuori, involte in un telo da tenda impregnato d' olio. _ Aspettiamo qui fin che venga notte? _ chiese Leonid. _ Meglio di no, altrimenti rischiamo che venga qualcuno e ci porti via gli zaini. Tornarono al fienile e Mendel smontò il mitragliatore in modo che stesse nello zaino. Aspettarono la notte dormendo, poi si misero in strada verso ponente. Si fermarono per riposarsi dopo tre ore di cammino. _ Stanco, eh, moscovita? _ chiese Mendel. Leonid negò, ma senza convinzione. _ Non è stanchezza, è che non sono abituato al tuo passo. Al corso di addestramento si facevano le marce, e ci hanno anche spiegato come si vive in un bosco, come ci si orienta, il muschio sui tronchi, la stella polare e come ci si scava una tana: ma era tutta teoria, gli istruttori erano moscoviti anche loro. E neanche sono abituato a camminare fuori delle strade. _ Bene, imparerai qui. Neanche io sono nato in mezzo ai boschi, ma poi ho imparato. L' unico bosco della storia di Israele è il Paradiso Terrestre, e sai bene com' è finito; poi basta, per seimila anni. Eh sì, quando c' è la guerra è tutto diverso, bisogna rassegnarsi a diventare diversi anche noi, e forse non ci farà male. Poi il bosco d' estate è un amico, ha le foglie per nasconderti, e ti dà perfino qualche cosa da mangiare. Ripresero il cammino, sempre verso ponente. Era l' ordine di Mosca, che entrambi conoscevano: i dispersi che venivano sorpassati dal fronte dovevano evitare la cattura, addentrarsi nel territorio occupato dai tedeschi e nascondersi. Camminarono a lungo, dapprima al vago chiarore delle stelle, dopo la mezzanotte al lume di luna. Il terreno era sodo e insieme soffice, non risuonava sotto i passi e non impediva il cammino. Il vento era caduto, non muoveva una foglia ed il silenzio era totale, rotto soltanto a intervalli dal frullo di un volo o dal verso mesto di qualche lontano uccello notturno. Verso l' alba l' aria si fece fresca, pregna del respiro umido della foresta addormentata. Guadarono due rivi, ne attraversarono un terzo grazie a una passerella provvidenziale ed inesplicabile: per tutta la notte non avevano ravvisato altra traccia umana. Ne trovarono una appena fu fatto giorno. Si era levata una nebbia lattea, bassa, come viscida: in alcuni tratti arrivava appena al ginocchio, ma era così opaca che nascondeva il terreno e ai due uomini sembrava di guadare una palude; altrove era più alta del capo, e intralciava l' orientamento. Leonid inciampò in un ramo caduto, lo raccolse, e si stupì nel notare che era stato troncato di netto, come con un colpo di scure. Poco dopo si accorsero che il terreno era coperto da brandelli di corteccia e da frammenti di foglie e di legno: sopra il loro capo la foresta appariva potata brutalmente, rami e vette decapitati come da un gigantesco colpo di falce; più avanzavano sul loro cammino, più il livello del taglio si avvicinava al suolo, videro alberelli stroncati a mezza altezza, lamiere e rottami metallici, e poi lui, il mostro venuto dal cielo. Era un caccia tedesco, un bimotore Heinkel, che giaceva inclinato su un fianco in mezzo agli alberi tormentati. Aveva perso le ali ma non il carrello, e le due eliche mostravano le pale piegate e contorte come se fossero state di cera. Sul timone di direzione era dipinta in nero la croce uncinata, orgogliosa e orrenda, e accanto ad essa, l' uno sotto l' altro, otto profili che Leonid non faticò ad interpretare, tre caccia francesi, un ricognitore britannico e quattro trasporti sovietici, gli avversari che il tedesco aveva abbattuti prima di cadere a sua volta. Doveva essersi schiantato diversi mesi prima, perché sui solchi che aveva arato nel terriccio avevano già incominciato a ricrescere le erbe e gli arbusti del sottobosco. _ È la nostra buona stella, _ disse Mendel: _ Che cosa vorresti di meglio come bivacco? almeno per qualche giorno? Prima era lui il padrone del cielo, adesso i suoi padroni siamo noi _. Non fu difficile forzare il portello della cabina di pilotaggio; i due vi penetrarono, e si dedicarono con curiosità allegra a farne l' inventario. C' era un cagnolino di pezza, unto e floscio, a cui qualcuno aveva applicato intorno al collo un collarino di pelliccia bruna: una mascotte, che evidentemente non aveva funzionato. Un mazzolino di fiori finti. Quattro o cinque istantanee, le solite istantanee che si portano addosso i soldati di tutti i paesi: un uomo e una donna in un parco, un uomo e una donna a una fiera di villaggio. Un piccolo dizionario tedesco-russo: _ Chissà perché se lo portava in volo, _ si domandò Mendel. _ Forse prevedeva quello che gli sarebbe successo, rispose Leonid, _ il paracadute non c' è più, forse lui si è buttato, è qui in giro, disperso come noi, e il dizionario gli sarà venuto utile _. Ma guardarono meglio, e videro che il libretto non era stato stampato in Germania, bensì a Leningrado: strano. A misura che l' inventario procedeva, quell' aereo diventava sempre più strano. Due delle fotografie rappresentavano un giovane snello nella divisa della Luftwaffe insieme con una ragazza piccola e grassoccia, con le trecce brune; le altre tre mostravano invece un giovane in borghese, atticciato e muscoloso, dal viso largo e dagli zigomi alti, ed anche la sua ragazza era diversa, bruna anche lei, ma con i capelli tagliati corti e col naso camuso. In una di queste tre il giovane portava una camicia a ricami geometrici, e si distingueva sullo sfondo una piazza e un edificio a logge, dalle finestre a sesto acuto, fittamente arabescato: non sembrava proprio un ambiente tedesco. La radio di bordo era stata asportata, e nel vano delle bombe non c' erano bombe. C' erano invece tre pani di segala raffermi, parecchie bottiglie piene, e un volantino in lingua bielorussa che invitava i cittadini della Russia Bianca ad arruolarsi nei reparti di polizia organizzati dai tedeschi, e le cittadine a presentarsi agli uffici dell' Organizzazione Todt: avrebbero guadagnato una buona paga lavorando per la Grande Germania, nemica del bolscevismo ed amica sincera di tutti i russi. C' era un numero abbastanza recente della "Bielorussia Nuova", il giornale che i tedeschi stampavano in bielorusso a Minsk: portava la data di sabato 26 giugno 1943, e vi si poteva leggere l' orario delle messe alla cattedrale e una serie di decreti relativi allo smembramento dei kolchoz ed alla ripartizione delle terre ai contadini. C' era una scacchiera, opera di mani pazienti e rozze, ricavata da un largo lembo di corteccia di betulla: le caselle nere erano state ottenute asportando lo strato superficiale candido. C' era anche un paio di stivali, altrettanto rozzi, che Leonid e Mendel rigirarono a lungo fra le mani senza capire di quale materiale fossero fatti: no, non era cuoio, l' inquilino dell' aereo aveva tagliato via il rivestimento di finta pelle dei sedili e l' aveva cucito a grossi punti con cavetto elettrico trovato fra i rottami. Bel lavoro, apprezzò Mendel, ma che fare ora, dal momento che l' alloggio era già occupato? _ Ci nascondiamo e lo aspettiamo; vedremo che tipo è, poi decideremo. L' inquilino arrivò verso sera, con passo cauto; era lui l' ometto muscoloso delle fotografie. Aveva indosso pantaloni militari, una giacca di pelle di pecora, e il berretto quadrato bianco e nero degli usbechi. Dalle spalle robuste gli pendeva una bisaccia, da cui cavò un coniglio vivo. Lo uccise con un colpo del taglio della mano sulla nuca, lo sventrò, e incominciò a scuoiarlo fischiettando. Mendel e Leonid, troppo vicini, non osavano parlare per paura di essere uditi. Leonid, che si era sfilato lo zaino, lo socchiuse e indicò a Mendel i pacchetti di sale; Mendel capì a volo, e a sua volta indicò il mitragliatore: potevano farsi vivi. L' usbeco, al vederli sorgere in mezzo ai cespugli, non diede segno di sorpresa. Depose il coniglio e il coltello e li accolse con diffidenza cerimoniosa. Non era così giovane come appariva dalle fotografie, doveva avere una quarantina d' anni. Aveva una bella voce di basso, educata e morbida, ma parlava il russo con incertezze ed errori, e con una lentezza irritante. Non che esitasse nella scelta delle parole: arrestava il discorso ad ogni frase, o a mezza frase, senza tensione né impazienza, come se il discorso stesso avesse cessato di interessargli e ritenesse superfluo arrivare alla conclusione; poi, inopinatamente, riprendeva a parlare. Peiami, si chiamava: Peiami Nasimovic. Pausa. Nome strano, certo, ma anche il suo paese era strano. Pausa. Strano per i russi, e i russi erano strani per gli usbechi. Lunga pausa, che non accennava a finire. Un disperso: sicuro, era anche lui un disperso, un soldato dell' Armata Rossa. Disperso da più di un anno, quasi da due. No, non sempre nell' aereo: in giro per le isbe dei contadini, un po' a lavorare nei kolchoz, un po' aggregato a qualche gruppo di imboscati, un po' con qualche ragazza. Quella della foto? No, quella era la moglie, lontana, lontana senza fine, tremila chilometri, di là del fronte, di là del Caspio, di là del mar d' Aral. Posto nell' aereo? Che giudicassero loro stessi: non ce n' era molto. Una notte sì, stringendosi un poco; forse anche due, per cortesia, per ospitalità. Ma sarebbero stati male in tre. Leonid parlò rapidamente in jiddisch a Mendel: la faccenda si poteva concludere per le vie spicce. No, rispose Mendel senza muovere il capo e senza mutare l' espressione del viso: di ucciderlo non se la sentiva, e se lo avessero cacciato lui poteva denunciarli. E d' altronde un aereo abbattuto non era una sistemazione ideale né definitiva. _ Ho già ucciso anche troppo. Non uccido un uomo per un posto su un aereo che non vola. _ Ne uccideresti uno se l' aereo volasse? Se ti portasse a casa? _ Quale casa? _ disse Mendel: Leonid non rispose. L' usbeco non aveva capito il dialogo, ma aveva riconosciuto la musica aspra del jiddisch: _ Ebrei, vero? Per me è lo stesso, ebrei, russi, turchi, tedeschi _. Pausa. _ Uno non mangia più di un altro quando è vivo, e non puzza più di un altro quando è morto. C' erano ebrei anche al mio paese, bravi a fare commercio, un po' meno bravi a fare la guerra. Anch' io del resto; e allora, che ragione ci sarebbe di fare la guerra fra noi? Il coniglio era ormai scuoiato. L' usbeco mise da parte la pelle, scalcò la bestia con la baionetta appoggiandosi su un ceppo e prese a farla rosolare su una lamiera dell' aereo che aveva piegata alla meglio in forma di padella. Non aveva messo né grasso né sale. _ Te lo mangi tutto? _ chiese Leonid. _ È un coniglio magro. _ Ti servirebbe del sale? _ Mi servirebbe. _ Ecco il sale, _ disse Leonid, cavando un pacchetto dallo zaino, _ sale contro coniglio: un buon affare per tutti. Contrattarono a lungo su quanto sale valesse mezzo coniglio. Peiami, pur senza mai perdere la calma, era un negoziatore instancabile, sempre pronto a rilanciare nuovi argomenti: il mercanteggiare lo divertiva come un gioco e lo esaltava come un esercizio cavalleresco. Fece presente che il coniglio nutre anche senza sale, mentre il sale senza coniglio non nutre. Che il suo coniglio era magro, e perciò più pregiato, perché il grasso di coniglio è nocivo ai reni. Che lui era momentaneamente sprovvisto di sale, ma che nella zona la quotazione era bassa, sale ce n' era in abbondanza, i russi lo buttavano giù coi paracadute a quelli delle bande: loro due non dovevano approfittare della scarsità in cui lui casualmente si trovava, se andavano verso Gomel avrebbero trovato sale in tutte le isbe, a quotazioni disastrose. Infine, per puro interesse culturale e curiosità delle usanze altrui, si informò: _ Voi mangiate coniglio? Gli ebrei di Samarcanda non lo mangiano: per loro è come il porco. _ Noi siamo ebrei speciali; siamo ebrei affamati, _ disse Leonid. _ Anch' io sono un usbeco speciale. Concluso l' affare, vennero fuori da un nascondiglio mele, fette di rapa arrostite, formaggio e fragole di bosco. I tre cenarono, legati dall' amicizia a fior di pelle che nasce dalle contrattazioni; alla fine Peiami andò nella carlinga a prendere la vodka. Era samogòn, spiegò: vodka selvaggia, casalinga, distillata dai contadini; molto più robusta di quella dello Stato. Peiami precisò che lui era un usbeco speciale perché, quantunque mussulmano, la vodka gli piaceva molto; e poi, perché gli usbechi sono un popolo bellicoso, e lui invece non aveva voglia di fare la guerra: _ Se nessuno mi viene a cercare, io resto qui a mettere trappole ai conigli finché la guerra finisce. Se vengono i tedeschi, vado coi tedeschi. Se vengono i russi, vado coi russi. Se vengono i partigiani, vado coi partigiani. A Mendel sarebbe piaciuto sapere qualcosa di più sui partigiani e sulle bande a cui i russi buttavano il sale. Cercò inutilmente di cavar fuori altre notizie dall' usbeco: ormai aveva bevuto troppo, o riteneva imprudente parlare dell' argomento, o veramente non ne sapeva nulla di più. Del resto il samogòn era veramente poderoso, quasi un narcotico. Mendel e Leonid, che non erano grandi bevitori, e che non bevevano alcoolici da un pezzo, si sdraiarono nella cabina dell' aereo e si addormentarono prima dell' imbrunire. L' usbeco rimase all' aperto più a lungo; rigovernò le stoviglie (e cioè la sua padella fuori ordinanza) prima con sabbia e poi con acqua, fumò la pipa, bevve ancora, e infine si coricò anche lui, spingendo da parte i due ebrei che non si svegliarono. Alle undici, verso ponente, il cielo era ancora leggermente luminoso. Alle tre del mattino faceva già chiaro: la luce entrava in abbondanza non solo dai due oblò, ma anche dalle crepe delle lamiere sconquassate dall' urto dell' aereo contro i tronchi e il suolo. Mendel era dolorosamente sveglio: gli doleva la testa e aveva la gola arida; "colpa del samogòn", pensò, ma non era solo il samogòn. Non riusciva a staccare la mente dall' accenno che aveva fatto l' usbeco alle bande nascoste nei boschi. Non che fosse per lui una notizia in tutto nuova: ne aveva sentito parlare, ed anche spesso; aveva visto, affissi alle capanne dei villaggi, i manifesti tedeschi bilingui, in cui si offriva denaro a chi denunciava un bandito, e si minacciavano pene a chi li favoreggiava. Aveva anche visto, più di una volta, gli impiccati spaventosi, ragazzi e ragazze, con il capo brutalmente slogato dallo strappo della corda, gli occhi vitrei e le mani legate dietro la schiena: portavano al petto cartelli scritti in russo, "sono ritornato al mio paese", o altre parole di scherno. Sapeva tutto questo, e sapeva anche che un soldato dell' Armata Rossa, quale lui era, ed era fiero di essere, se si trova disperso deve darsi alla macchia e continuare a combattere. E insieme era stanco di combattere: stanco, vuoto, svuotato della moglie, del paese, degli amici. Non sentiva più in petto il vigore del giovane e del soldato, bensì stanchezza, vuotezza, e desiderio di un nulla bianco e tranquillo, come una nevicata d' inverno. Aveva provato la sete della vendetta, non l' aveva appagata, e la sete si era attenuata fino a spegnersi. Era stanco della guerra e della vita, e sentiva corrergli per le vene, invece del sangue rosso del soldato, il sangue pallido della stirpe da cui sapeva di discendere, sarti, mercanti, osti, violinisti di villaggio, miti patriarchi prolifici e rabbini visionari. Era stanco anche di camminare e di nascondersi, stanco di essere Mendel: quale Mendel? Chi è Mendel figlio di Nachman? Mendel Nachmanovic, alla maniera russa, come era scritto sul ruolino del plotone, o Mendel ben Nackman, come a suo tempo, nel 1915, aveva scritto sul registro di Strelka il rabbino dei due orologi? Eppure sentiva che non avrebbe potuto continuare a vivere così. Qualcosa nelle parole e nei gesti dell' usbeco gli aveva fatto intuire che lui, sui partigiani dei boschi, ne sapeva più di quanto volesse fare apparire. Qualcosa sapeva, e Mendel sentiva in fondo all' anima, in un angolo male esplorato dell' anima, una spinta, uno stimolo, come una molla compressa: una cosa da fare, da fare subito, in quello stesso giorno la cui luce già lo aveva strappato al sonno del samogòn. Doveva sentire dall' usbeco dove stavano e chi erano queste bande, e doveva decidere. Doveva scegliere, e la scelta era difficile; da una parte c' era la sua stanchezza vecchia di mille anni, la sua paura, il ribrezzo delle armi che pure aveva sepolte e portate con sé: dall' altra c' era poco. C' era quella piccola molla compressa, che forse era quella che sulla "Pravda" veniva chiamata il "senso dell' onore e del dovere", ma che forse sarebbe stato più appropriato descrivere come un muto bisogno di decenza. Di tutto questo non parlò con Leonid, che nel frattempo si era svegliato. Attese che si svegliasse l' usbeco e gli pose alcune domande precise. Le sue risposte, molto precise non furono. Bande, sì: ce n' erano, o ce n' erano state; di partigiani o di banditi, lui non avrebbe potuto dire, nessuno lo avrebbe potuto dire. Armate, certo, ma armate contro chi? Bande fantasma, bande nuvola: oggi qui a far saltare una ferrovia, domani a quaranta chilometri a saccheggiare i silos di un kolchoz; e mai le stesse facce. Facce di russi, di ucraini, di polacchi, di mongoli venuti chissà di dove; ebrei, anche, sì, qualcuno; e donne, e una girandola di uniformi. Sovietici rivestiti dai tedeschi, nella divisa della polizia; sovietici tutti stracciati, con la divisa dell' Armata Rossa; perfino qualche disertore tedesco .... Quanti? Chi sa! Cinquanta qui, trecento là, gruppi che si formavano e si disfacevano, alleanze, litigi e qualche sparatoria. Mendel insistette: dunque, qualcosa lui Peiami sapeva. Sapeva e non sapeva, rispose Peiami; queste erano cose che sapevano tutti. Lui aveva avuto un solo contatto, mesi prima, con una banda di gente abbastanza per bene. A Nivnoe, in mezzo alle paludi, al confine con la Russia Bianca. Per affari: aveva venduto l' impianto radio dell' aereo, e secondo lui era anche stato un buon affare, perché l' apparecchiatura era a pezzi e non pensava proprio che quella gente sarebbe stata in grado di rimetterla in ordine. Lo avevano pagato bene, con due forme di formaggio e quattro scatolette di aspirina, perché era ancora inverno e lui soffriva di reumatismi. Aveva poi fatto un secondo viaggio in aprile: si era portato dietro il paracadute del tedesco morto. Sì, quando lui era arrivato lì, il pilota c' era ancora, morto da chissà quanti giorni, già tutto mangiato dai corvi e dai topi; aveva avuto un brutto lavoro per fare un po' di pulizia e d' ordine nella cabina di pilotaggio. Si era portato via il paracadute, ma a Nivnoe aveva trovato altra gente, altre facce, altri capi, che non avevano fatto tanti complimenti, gli avevano portato via il paracadute e lo avevano pagato in rubli. Una vera presa in giro; che cosa se ne poteva fare, lui, dei rubli? E con quel paracadute si potevano fare almeno una ventina di camicie. Insomma, un affare disastroso, a parte anche il viaggio: perché fino a Nivnoe erano tre o quattro giorni di marcia. No, non ci era più ritornato; anche perché gli avevano detto che stavano per trasferirsi altrove, chissà dove, non lo sapevano ancora o non glielo avevano voluto dire. Erano stati loro che gli avevano regalato il dizionario tedesco: ne avevano un pacco intero, si vede che a Mosca ne avevano stampati in abbondanza. Ecco, era tutto quello che lui sapeva delle bande, oltre naturalmente al fatto del sale. Sale ne avevano, glielo mandavano con i paracadute, e non sale soltanto; appunto, proprio per questo avevano valutato così poco il paracadute del tedesco, benché fosse fatto di tela più fine. Insomma, mettersi nel commercio è sempre un rischio, ma diventa un rischio grave quando non si conoscono le condizioni del mercato; e che mercato è un bosco, dove non sai neppure se hai dei vicini, e che gente sono, e di cosa hanno bisogno? _ Ad ogni modo, voi siete miei ospiti. Non penso che vogliate continuare subito il vostro cammino; fermatevi qui, fate i vostri piani, e ripartite domani più tranquilli. Sempre che non abbiate ragioni di avere fretta. Dividerete la mia giornata: voi vi riposerete, e io per un giorno non sarò solo. Li accompagnò in giro per il bosco, lungo sentieri appena segnati, a controllare le trappole, ma conigli non ce n' erano. C' era una donnola, mezza strozzata dal cappio ma ancora viva; anzi, talmente viva che era difficile difendersi dai suoi morsi convulsi. L' usbeco si sfilò i calzoni, li rimboccò per raddoppiarne lo spessore, vi infilò le mani come in due guanti, e liberò la creatura, che si dileguò rapida attraverso il sottobosco, flessibile come un serpente. _ Se uno ha proprio fame si mangiano anche quelle, _ disse Peiami con malinconia. _ Al mio paese, questi problemi non c' erano; anche il più povero, almeno di formaggio si poteva saziare, tutti i giorni della settimana. La carestia noi non l' abbiamo mai conosciuta, neanche negli anni più brutti, quando in città si mangiavano i topi. E invece qui è diverso, non è facile togliersi la fame; secondo le stagioni, si trovano funghi, rane, lumache, uccelli di passo, ma non tutte le stagioni sono buone; si può andare ai villaggi, certo, ma non a mani vuote: e ci vuole anche attenzione, perché sparano facilmente. A un centinaio di metri dall' aereo mostrò loro la tomba del tedesco. Aveva fatto un buon lavoro, una fossa profonda più di un metro, niente sassi perché nella zona non si trovavano, ma una copertura di tronchetti, un tumulo di terra battuta, e perfino la croce con su inciso il nome, Baptist Kipp: lo aveva ricavato dal piastrino militare. _ Perché tanta pena per seppellire un infedele? E per di più tedesco? _ chiese Leonid. _ Perché non ritorni, _ rispose l' usbeco: _ E poi perché le giornate sono lunghe, e bisogna pure occuparle in qualche modo. A me piace giocare a scacchi, e sono anche abbastanza bravo. Al mio paese non mi batteva nessuno. Bene, qui mi sono fatto i pezzi intagliati nel legno, e la scacchiera di scorza di betulla, ma giocare da soli è insipido. Invento problemi, ma è come fare l' amore da soli. Mendel disse che anche a lui piaceva giocare: c' erano ancora molte ore di luce, perché non fare una partita? L' usbeco accettò, ma quando furono arrivati all' aereo espresse il desiderio che la prima partita la giocassero loro due, Mendel e Leonid. Perché? Per cortesia di ospite, disse Peiami, ma era chiaro che voleva invece farsi un' idea di come giocavano i due futuri avversari. Era uno di quelli che giocano per vincere. I pezzi bianchi toccarono a Leonid, ed erano proprio bianchi e ancora odorosi di legno fresco. I neri invece erano di varie tonalità di bruno, abbrustoliti, affumicati; gli uni e gli altri erano poco stabili, anche perché la scacchiera non era ben piana, bensì ondulata e piena di asperità e di scalini. Leonid aprì di dama, ma si vide presto che non conosceva lo svolgimento normale dell' apertura, e si trovò in difficoltà, con un pedone di meno e i pezzi sviluppati male. Mormorò qualcosa a proposito del gioco, e Mendel gli rispose nello stesso tono sommesso, ma in jiddisch: _ Tienilo d' occhio anche tu, non si sa mai. Il mitra e la pistola sono nella cabina. Scacco al re _. Era uno scacco insidioso, col re dei bianchi malamente insaccato dietro i pedoni. Leonid sacrificò un alfiere in un futile tentativo di difesa e Mendel annunciò il matto in tre mosse. Leonid inclinò il suo re in segno di resa e di omaggio al vincitore, ma Mendel disse: _ No, andiamo fino alla fine _. Leonid comprese: Peiami doveva essere accontentato, non c' era alcun pericolo che si allontanasse, stava seguendo la partita con l' attenzione professionale e sanguinaria degli affezionati alle corride; era meglio non privarlo dello spettacolo del colpo di grazia. Venne il colpo di grazia, e l' usbeco sfidò Leonid, che accettò malvolentieri. L' usbeco aprì provocatoriamente con il pedone d' alfiere di donna: i suoi occhi, dalla cornea di un bianco talmente puro da sconfinare nell' azzurro, erano ancora più provocatori. Giocava con gesti esibiti e grotteschi, avanzando ad ogni mossa la spalla ed il braccio come se il pezzo che spostava avesse pesato una dozzina di chili; lo abbatteva sulla scacchiera come per piantarvelo dentro, o lo girava premendolo come per avvitarlo. Leonid si trovò subito a disagio, sia per questa mimica, sia per l' evidente superiorità dell' avversario: era chiaro, Peiami non voleva altro che toglierlo di mezzo il più presto possibile per cimentarsi contro Mendel. Muoveva con rapidità insolente, senza attardarsi a meditare i tratti, e manifestando sgarbata impazienza davanti alle esitazioni di Leonid. Gli diede il matto in meno di dieci minuti. _ A noi due, _ disse subito a Mendel, con un' aria così risoluta che questi si sentì a un tempo divertito e inquieto. Anche Mendel, questa volta, giocava per vincere, come se la posta in gioco fosse stata una montagna d' oro, o la vita sicura, o l' eterna felicità. Percepiva confusamente di giocare non per sé solo, ma come campione di qualcosa o qualcuno. Aprì attento e prudente, imponendosi di non lasciarsi innervosire dal comportamento dell' altro: il quale, d' altronde, abbandonò presto le sue gesticolazioni disturbatrici per concentrarsi anche lui sulla scacchiera. Mendel era riflessivo, Peiami tendeva invece a un gioco temerario e lampeggiante: dietro ad ogni suo tratto, Mendel stentava a capire se si nascondesse un piano meditato, o il desiderio di stupire, o l' audacia fantasiosa dell' uomo di ventura. Dopo una ventina di tratti nessuno dei due aveva avuto perdite, la situazione era equilibrata, la scacchiera era spaventosamente confusa, e Mendel si accorse che si stava divertendo. Perse deliberatamente un tempo, al puro scopo di indurre l' usbeco a rivelare le sue intenzioni, e vide che l' altro si innervosiva: adesso era lui che esitava davanti ai tratti, guardando Mendel negli occhi come per leggervi dentro un segreto. L' usbeco fece un tratto che si rivelò immediatamente disastroso, chiese di rifarlo, e Mendel glielo permise; poi si alzò in piedi, si scosse come un cane uscito dall' acqua, e senza parlare si avviò verso l' aereo. Mendel fece un cenno a Leonid, che comprese, lo seguì da vicino ed entrò dietro di lui nella cabina; ma l' usbeco non pensava alle armi, era solo venuto a prendere il samogòn. Bevvero tutti e tre, mentre il cielo incominciava già ad oscurarsi e si era levato il vento fresco del tramonto. Mendel si sentiva strano, fuori del tempo e del luogo. Quel gioco intento e serio si collegava nel suo ricordo a tempi e luoghi e persone intensamente diversi; a suo padre che gli aveva insegnato le regole, lo aveva vinto facilmente per due anni, con stento per altri due, e poi aveva accettato le sconfitte senza disagio; agli amici, ebrei e russi, che davanti alla scacchiera si erano educati con lui all' astuzia e alla pazienza; al calore quieto della casa perduta. Probabilmente l' usbeco aveva bevuto troppo. Quando si fu riseduto davanti ai pezzi, scatenò un' interminabile serie di cambi da cui emerse una situazione alleggerita e decantata: lui con un pedone di meno, Mendel padrone della grande diagonale e sicuramente arroccato. L' usbeco ribevve, perfezionò la propria catastrofe con un assurdo tentativo di contrattacco, si diede sconfitto, e dichiarò che pretendeva la rivincita; era stato debole, lo sapeva che quando si gioca non si deve bere, aveva ceduto al vizio come un bambino. Oramai era troppo buio, ma voleva la rivincita: domani mattina, subito, appena fatto giorno. Salutò, salì incespicando la scaletta a pioli tutta sconnessa che portava alla cabina, e dopo cinque minuti russava già. I due tacquero per qualche istante. Sul fruscio delle fronde, scosse dalla brezza, si sovrapponevano suoni meno familiari: fremiti d' insetti o di piccoli animali, scricchiolii, un coro lontano di rane. Mendel disse: _ Non è questo, il compagno di viaggio di cui abbiamo bisogno, vero? _ Non abbiamo bisogno di un compagno di viaggio, disse Leonid, ancora imbronciato per la sconfitta. _ È da vedersi; comunque, è tempo di rimettersi in cammino, prima che sia notte profonda. Attesero che il russare dell' usbeco si fosse fatto regolare, ripresero gli zaini dalla cabina e si misero in via. Per precauzione, si avviarono dapprima verso sud, poi fecero una brusca conversione e procedettero verso nord-ovest: ma il terreno era asciutto e non conservava le impronte.

Luglio-agosto 1943

Se non ora quando 1982