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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Eclissi dei profeti

In questi anni si parla molto di disagio, e al disagio si dedicano tavole rotonde e convegni. Il disagio esiste, non c' è dubbio: è però un termine cumulativo, che copre fenomeni diversi, e in proporzione diversa per ogni paese. Sarebbe umorismo nero parlare di disagio per i luoghi in cui si muore di fame, sete, malattia, guerra: limitiamoci ai paesi che conosciamo meglio, e in cui "si vive bene"; in specie, all' Europa. L' europeo, oggi, non teme guerre europee né civili; non ha fame; se si ammala, non muore in mezzo alla polvere ma trova soccorso, più o meno efficiente; i suoi figli hanno una ragionevole probabilità di raggiungere l' età adulta; vive meglio dei suoi padri e nonni; eppure prova disagio e a questo disagio dà vari nomi. Causa maggioritaria di disagio è, o dovrebbe essere, la paura nucleare. Sotto questo aspetto, la situazione è nuova nella storia umana: non era mai successo, neanche alla lontana, che un singolo atto di volontà, un singolo gesto, potesse portare alla distruzione istantanea del genere umano, ed alla scomparsa probabile, in qualche settimana, di ogni forma di vita sulla Terra. Questa paura è strana ed informe: è troppo vasta per essere razionalmente accettata. Non ci pesa addosso come sarebbe da aspettarsi: ha assunto la forma di un oscuro disagio, dovuto appunto alla novità della nostra condizione, alla quale non siamo preparati. Esiste, ed è stata teorizzata, una "paura matematica", che è la speranza matematica col segno cambiato; è cioè il prodotto del danno atteso (o rispettivamente del vantaggio) per la probabilità che esso si verifichi. Questo concetto è astratto, non ci aiuta. Qui il danno è massimo: è infinito? No, perché la morte, anche orrenda, anche di tutti, pone fine alla sofferenza; ma sempre si tratta di un danno sterminato. Però, quale ne sia la probabilità, il secondo dei due fattori, non sappiamo. Inconsapevolmente, impercettibilmente, ognuno di noi l' ha valutato minimo, prossimo a zero, affinché il prodotto, la nostra paura, rientri in limiti tollerabili, e ci permetta di dormire, mangiare, fare l' amore, procreare figli, interessarci al campionato di calcio, vedere la TV e andare in ferie. Siamo riusciti a fare questa valutazione riduttiva (che può, beninteso, anche essere corretta) proprio perché lo scenario è nuovo: siamo privi dell' unico strumento che ci aiuta a stimare la probabilità di un evento futuro, cioè il conteggio di quante volte e in quali circostanze esso si è verificato in passato. Questo strumento è utile solo quando l' evento si è prodotto molte volte; alle gravi tensioni internazionali fanno seguito le guerre, alle guerre, ci dice l' esperienza, fanno seguito epidemie e carestie. Ma qui l' esperienza non c' è: la guerra totale, ubiqua, definitiva, è un fatto nuovo, davanti a cui siamo tutti tavole rase. Nuovo il danno, nuova la nostra ignoranza della sua probabilità. La nostra sola speranza si fonda sul riflettere che i grandi politici devono pur sapere che nella fornace finirebbero anche loro, con le loro sottilità e i loro sistemi. Non è una speranza del tutto infondata, ed inoltre è ingrandita dalla nostra tendenza a rimuovere la paura. Più precisamente: esiste una tendenza, irrazionale ma osservata da secoli, e bene evidente nelle situazioni di pericolo, ad avvicinare la probabilità di un evento terribile ai suoi valori estremi, zero e uno, impossibilità e certezza. L' avevamo notata nei Lager, feroce osservatorio sociologico. Se mi è lecito citare me stesso, scrivevo quasi quarant' anni fa in "Se questo è un uomo": "Se fossimo ragionevoli, dovremmo rassegnarci a questa evidenza, che il nostro destino è perfettamente inconoscibile, che ogni congettura è arbitraria ed esattamente priva di fondamento reale. Ma ragionevoli gli uomini sono assai raramente, quando è in gioco il loro proprio destino; essi preferiscono in ogni caso le posizioni estreme; perciò, a seconda del loro carattere, fra di noi gli uni si sono convinti immediatamente che tutto è perduto, che qui non si può vivere e che la fine è certa e prossima; gli altri, che, per quanto dura sia la vita che ci attende, la salvezza è probabile e non lontana, e, se avremo fede e forza, rivedremo le nostre case e i nostri cari. Le due classi, dei pessimisti e degli ottimisti, non sono peraltro così ben distinte: non già perché gli agnostici siano molti, ma perché i più, senza memoria né coerenza, oscillano fra le due posizioni-limite, a seconda dell' interlocutore e del momento." Mi sembra che, salvo qualche cambiamento nelle unità di misura, queste osservazioni siano valide anche per il mondo in cui oggi noi europei viviamo, liberi dal bisogno ma non dalla paura. A quanto pare, ci è difficile la gamma intera del possibile; la credulità e l' incredulità totali sono le alternative preferite, e fra queste prevale la seconda. Siamo estremisti: ignoriamo le vie intermedie, siamo disperati o (come oggi) spensierati; ma viviamo male. Eppure dovremmo respingere questa nostra innata tendenza alla radicalità, perché essa è fonte di male. Sia lo zero, sia l' uno, ci spingono all' inazione: se il futuro danno è impossibile o certo, il "che fare?" cessa. Ora, le cose non stanno così: la strage nucleare è possibile, e più o meno probabile a seconda di un gran numero di fattori, ivi compresi i nostri singoli comportamenti, individuali e collettivi. Non è facile dire che cosa dobbiamo fare, ma certamente, in tutte le nostre scelte private e politiche, il fatto che il futuro è anche nelle nostre mani, è plastico e non rigido, non deve essere mai dimenticato. In specie, non lo devono dimenticare coloro che sono più vicini al potere: i politici, i militari, gli scienziati, i grandi tecnici. Se daranno il via all' apocalisse, ne saranno travolti anche loro, e inutilmente: con danno di tutti, con vantaggio di nessuno. Buona parte del nostro disagio viene dunque, credo, dall' estrema inconoscibilità dell' avvenire, che scoraggia ogni nostro progetto a lungo termine. Tale non appariva la condizione umana anche solo venti anni fa. Non eravamo così disarmati, o meglio, lo eravamo ma non ce ne accorgevamo. Da sempre, vivevamo di modelli, di idoli dorati e lontani, ed abbiamo dimostrato una singolare versatilità (e capacità d' oblio) nel licenziare modelli vecchi ed assumerne nuovi, diversi o anche opposti: purché un modello ci fosse. Già Plinio citava gli improbabili Iperborei, al di là dei nevosi e gelidi monti Ripei, che vivono longevi e felici in un paese di eterna primavera (benché la notte vi duri sei mesi), e si uccidono solo perché sono sazi di vivere. Abbiamo avuto l' Eden, il Catai, l' Eldorado; in tempo fascista abbiamo scelto a modello (anche qui, non senza ragione) le grandi democrazie; poi, a seconda del momento e delle nostre tendenze, l' Unione Sovietica, la Cina, Cuba, il Vietnam, la Svezia. Erano di preferenza paesi lontani, perché un modello, per definizione, dev' essere perfetto; e poiché nessun paese reale è perfetto, conviene scegliersi modelli mal noti, remoti, che si possano impunemente idealizzare senza il timore di un conflitto con la realtà. Comunque, ci eravamo fabbricata una meta: la nostra bussola puntava in una direzione definita. Parallelamente ai modelli, abbiamo seguito uomini che pure erano fatti come noi della creta di Adamo, ma li abbiamo idealizzati, ingigantiti, osannati come dei: potevano e sapevano tutto, avevano sempre ragione, avevano licenza di contraddirsi, di cancellare il loro passato. Adesso il delirio della delega pare finito, ad Ovest ed anche ad Est: non ci sono più le Isole Felici né i capi carismatici (forse, l' ultimo infausto esemplare è Khomeini, e non durerà a lungo). Siamo orfani, e viviamo il disagio degli orfani. Molti di noi, quasi tutti, avevano trovato comodo, economico, riporre la propria fede in una verità confezionata: era una scelta umana, ma errata, ed ora ne scontiamo il fallimento. Il nostro futuro non è scritto, non è certo: ci siamo svegliati da un lungo sonno, ed abbiamo visto che la condizione umana è incompatibile con la certezza. Nessun profeta ardisce più rivelarci il nostro domani, e questa, l' eclissi dei profeti, è una medicina amara ma necessaria. Il domani dobbiamo costruircelo noi, alla cieca, a tentoni; costruirlo dalle radici, senza cedere alla tentazione di ricomporre i cocci degli idoli frantumati, e senza costruircene di nuovi.

L'altrui mestiere 1985