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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Quasi tutti abbiamo paura delle forfecchie: intendo dire delle forbicine, di quegli insetti bruni dal corpo appiattito ed allungato il cui addome termina in una pinza dall' aspetto minaccioso. Stanno nascoste sotto la corteccia degli alberi, o si annidano a volte nei panni riscaldati dal sole, nelle pieghe degli ombrelli o delle sedie a sdraio. Non fanno male a nessuno: la pinza non è velenosa, anzi, non pinza affatto (è un organo che facilita l' accoppiamento); e non è vero, ma viene tenacemente insegnato da generazione a generazione, che "se uno non sta attento, gli si infilano nelle orecchie". Questa nozione è talmente radicata nella nostra memoria collettiva che è stata recepita nella denominazione binaria della bestiolina, che infatti si chiama ufficialmente Forficula auricularia; ma inglesi e tedeschi non hanno aspettato il battesimo scientifico, e da secoli la chiamano rispettivamente earwig e Ohrwurm, l' insetto o il verme dell' orecchio. Oltre alla pinza, la forfecchia ha un' altra proprietà che ci incute uno strano timore: come tutti gli animali notturni, se viene esposta alla luce passa bruscamente dall' immobilità alla fuga, ed il suo trasalire si ripercuote in un nostro trasalire. Tutte le donne, e parecchi uomini, hanno paura dei pipistrelli. Anche questa è una paura localizzata e falsamente motivata: "Ti si avventano nei capelli, e siccome hanno le unghie ad uncino, non li puoi più staccare"; non a caso, anche i pipistrelli sono animali notturni, ed hanno un volo irregolare, fatto di svolte inquiete ed improvvise. Ora, i pipistrelli nostrani, inermi e innocui, temono l' uomo, non gli si avvicinano mai né si lasciano avvicinare; ma la nostra avversione razzista di animali diurni contro la "cattiva gente, gente che gira di notte" (così Don Abbondio) non arretra davanti alla mancanza di ogni conferma sperimentale, chi gira di notte è cattivo per definizione, e nella sua immagine più diffusa il diavolo, quando ha le ali, ha ali di pipistrello, mentre le fate hanno ali di farfalla e gli angeli ali di cigno. Forse, la nostra inimicizia col pipistrello è rafforzata dalla sua lontana parentela con i malfamati vampiri; ma i vampiri, quelli veri, non quelli delle leggende nere dei Carpazi, a loro volta sono pressoché innocui: la quantità di sangue che sottraggono in una sessione (raramente a spese dell' uomo) non arriva a un ventesimo di quella che cediamo in una donazione all' Avis, volentieri e senza nostro danno, anzi, senza neppure accorgerci dell' ammanco. Tutte le donne e molti uomini hanno orrore per i topi, notturni e furtivi anche loro. Ricordate Winston, il protagonista del terribile "19.4" di Orwell: Sopporta con dignità torture feroci, ma cede, e tradisce la sua donna ("Fatelo a Julia! Non a me! ... rodetela all' osso"), quando il suo aguzzino minaccia di avvicinargli un topo al viso. Chi rilegga quella pagina non ha dubbi: il timore ossessivo che Orwell attribuisce al personaggio è un suo timore, una sua fobia, perfettamente compatibile con l' ammirevole coraggio che lo scrittore ha dimostrato per tutta la sua vita, in pace e in guerra. Per Winston, e per Orwell, "la cosa peggiore del mondo sono i topi". È ben nota la giustificazione assurda e pittoresca (anatomica, come le due precedenti) che di questa fobia viene offerta dalla mitologia popolare: i topi amano i buchi, e se possono si infilano nell' intestino o su per i genitali femminili. Non credo che per interpretare queste ed altre ataviche paure si debba scomodare la psicoanalisi, che in mano ai dilettanti si presta così bene a spiegare a posteriori tutti i fenomeni mentali ed i loro contrari, e così male a prevederli a priori. Qui non c' è niente di archetipico né di congenito, e mi pare che ci si possa accontentare di una chiave più semplice: in tutte le culture ci sono pericoli, veri o presunti o esagerati, che vengono trasmessi dai padri (o più spesso dalle madri) ai figli, lungo catene di innumerevoli generazioni, e creano altrettanti timori. Il fatto che alcune persone ne siano immuni non prova nulla: ogni individuo ha predisposizioni o difese. Del resto, la stessa trasmissione delle paure avviene anche fra i bovini: le vacche madri, quando vedono i loro nati avvicinarsi ai velenosi veratri per brucarli, li scostano con una cornata; ma appunto, poiché non esiste una "cultura" bovina, vengono tramandati soltanto i divieti e le regole dettati dall' esperienza, e non quelli scaturiti da costruzioni intellettuali. Presso il confine di questa vasta regione di paure tradizionali (non solo di animali: a me bambino una dimenticata governante aveva vietato di toccare i ranuncoli "perché fanno cascare le unghie") sta la paura dei serpenti; forse anzi oltre il confine, dato che di fatto ci sono, anche in Italia, serpenti dal morso mortale. Sono solo tre o quattro specie di vipere, ma pare che la loro popolazione sia in aumento, sia per l' abbandono in atto delle coltivazioni montane, sia per lo stupido sterminio degli uccelli predatori, loro naturali antagonisti. Ci sono sì, con buona pace degli ecologi oltranzisti che postulano una natura amica e mite a tutti i costi, e non sono un pericolo trascurabile, specialmente per i bambini; ma intorno al nucleo della bestia silenziosa e mortifera che striscia sul ventre, s' è costituito nei millenni un intenso alone emotivo e un brulicare di leggende. Il serpente in carne ed ossa, come tutti gli animali, non è soggetto di morale: non è buono né cattivo, divora ed è divorato. Occupa nicchie ecologiche varie, e la sua struttura così (apparentemente) semplice e così inconsueta è il frutto di una lunghissima e non lineare storia evolutiva: infatti, come i cetacei, aveva quattro arti di cui "si è accorto" che poteva fare a meno, e di cui talora conserva i rudimenti nello scheletro. Ha brevettato diversi ritrovati ingegnosi e specifici: un "occhio termico" sensibile ai raggi infrarossi, e cioè al calore emesso da uccelli e mammiferi, che solo di recente (ed allo stesso scopo: per localizzare di notte una vittima) l' uomo è riuscito ad imitare; una mandibola che si può disarticolare a piacere, così da consentire l' introduzione nello stomaco di prede voluminose; nelle specie velenose, una doppia siringa dagli effetti fulminei. Il serpente letterario è invece moralmente segnato: fin dalle prime pagine della Genesi, dove compare come come il più astuto degli animali e come consigliere del peccato originale, è malvagio e maledetto, e il suo strisciare è una punizione e ad un tempo un simbolo. Per gli antichi, la verticalità dell' uomo era il segno della sua natura quasi divina: è teso verso il cielo, è il tratto d' unione fra la terra e le stelle. I quadrupedi sono un qualcosa di intermedio, sono proni, il loro sguardo è diretto al suolo, ma dal suolo sono separati: corrono, saltano. Il serpente aderisce alla terra, è terra, mangia terra (Genesi 4.14), come il verme, di cui è una versione ingrandita, e il verme è il figlio della putredine. Il serpente è la bestia per eccellenza, quella che non alberga in sé nulla di umano: significativamente, il termine italiano "biscia" non è altro che una variante del latino ed italiano "bestia", e il senzagambe viene sentito più lontano da noi che non le formiche o i grilli o i ragni, che le gambe le hanno (magari troppe, e con troppi ginocchi). Puntualmente, Dante identifica il serpente col ladro, che come lui striscia senza rumore, e si insinua di notte nelle case degli uomini; nella settima bolgia ladri e serpenti si tramutano senza fine gli uni negli altri. Nelle 237 favole di La Fontaine il lupo compare 15 volte, il leone 17, la volpe 19, e sono tutti intensamente umanizzati, nei loro vizi e nelle loro virtù; il serpente solo tre volte, in ruoli marginali e vagamente allusivi. A quanto ricordo, il solo serpente "positivo" della letteratura è il pitone Kaa di Kipling. Kaa, il Testa-piatta, è savio, prudente, vanitoso, sordo, e vecchio come la giungla, ma ritrova una nuova giovinezza ogni volta che muta la sua bellissima pelle. È amico di Mowgli, ma alla lontana: un amico dal sangue freddo, scaltro ed incomprensibile, da cui il Ranocchio figlio dell' uomo può imparare molto, ma da cui deve sempre guardarsi. Non ci sono molti serpenti nella mia storia personale. Una volta mi sono trovato sulla piazzetta di un villaggio. Avevo in braccio mio figlio bambino, e davanti a me razzolavano delle galline; ad una di queste pendeva dal becco un laccio da scarpe. Ogni tanto lo posava a terra, poi lo riprendeva gelosa se vedeva una delle sue colleghe avvicinarsi per portarglielo via. Ad un tratto ho visto che il laccio si muoveva: era un serpentello, ormai malconcio per le ripetute beccate. Ho sentito risvegliarsi in me l' odio biblico: era un serpente, perciò una vipera, perciò da uccidere. Ho buttato il bambino fra le braccia del primo venuto, e fra lo stupore degli astanti ho inseguito la gallina, anche più stupita e giustamente indignata. Dopo un breve carosello sono riuscito ad impadronirmi della vittima già condannata, e l' ho calpestata con la coscienza pura di chi sa di adempiere al suo dovere di padre e di cittadino. Oggi non lo farei più, o almeno ci penserei sopra un momento: le vipere, anche se in buona salute, sono molto meno rapide di quanto affermi la zoologia popolare, e quindi anche meno pericolose. Forse, di queste false paure a mezza via fra la realtà, la recita e il gioco, paure dei topi, dei ranuncoli, dei ragni, abbiamo un profondo bisogno. Sono un modo di accodarci alla tradizione, di confermarci figli della cultura in cui siamo cresciuti; o forse ci aiutano a relegare nell' ombra altre paure più vicine e più vaste.

Eclissi dei profeti

L'altrui mestiere 1985