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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Di recente Lorenzo Mondo ha pubblicato su queste pagine una bella recensione delle poesie di Giorgio Caproni, edite da Garzanti, mettendone in rilievo un aspetto curioso: l' importanza che per questo autore hanno gli odori e la frequenza con cui essi compaiono nella sua opera, sia poetica sia narrativa. Sono gli odori della natura, ma anche e soprattutto gli odori umani; ancora più precisamente, odori di donna, tenui o vivi, soavi o aspri. Sono messaggi, espliciti anche se enunciati in un linguaggio (per ora) indecifrato, ed attestano la persistenza del nostro legame con la terra e con la "bella d' erbe famiglia e d' animali". È questo un argomento che mi ha sempre affascinato: spesso ho avuto il sospetto che la mia scelta giovanile per la chimica, a livelli profondi, sia stata dettata da motivi diversi da quelli che ho razionalizzati e più volte dichiarati. Sono diventato un chimico non (o non solo) per il bisogno di comprendere il mondo intorno a me; non come reazione alle verità dogmatiche e fumose della Dottrina del Fascismo; non nella speranza della gloria scientifica o dei quattrini, ma per trovare o costruirmi un' occasione di esercitare il mio naso. Sappiano infatti i non-chimici che ancora oggi, a dispetto delle più sofisticate analisi strumentali, il naso rende tuttora servizi eccellenti al chimico suo titolare, in termini di semplicità, rapidità e investimento basso, anzi nullo. Basta, ed occorre, tenerlo in esercizio. Se ne avessi l' autorità, per i giovani aspiranti chimici introdurrei un corso ed un esame obbligatorio di riconoscimento olfattivo; e terrei il relativo laboratorio (null' altro che un archivio, un migliaio di boccette con l' etichetta in codice, pochi grammi di sostanza da identificare in ogni boccetta: anche questo sarebbe un investimento irrisorio!) aperto a tutti coloro, giovani o anziani, che desiderino introdurre nel proprio universo sensoriale una dimensione in più, e percepire il mondo sotto un aspetto diverso. L' educazione dei sensi non è anch' essa "educazione fisica"? Qui si pone il problema se tutti gli umani siano provvisti in ugual misura di un olfatto educabile, o se non esistano anche i refrattari, come c' è chi, ben dotato sotto ogni altro aspetto, non distingue i colori. Non ho dati, ma a giudicare dal comportamento di tutti davanti a un odore attraente o sgradevole ritengo che gli "anosmici", da esentare dal mio corso, siano una minoranza, come i ciechi nati. Un buon naso è assai più effetto di esercizio che dono di natura, e il nostro olfatto, di regola, più che atrofico è trascurato. Quanto la nostra civiltà lo trascuri, è dimostrato dalla povertà del nostro linguaggio relativo agli odori: abbiamo un assortimento di aggettivi univoci che si riferiscono a colori ben definiti, anche se alcuni di questi ("rosa", "viola") risentono ancora, almeno in italiano, del loro originario carattere di esempi; per contro, non disponiamo di un solo termine autonomo che designi un odore, per cui siamo costretti a dire "odor di pesce", o "di aceto", o "di muffa". Che poi l' esercizio dia frutto, è mostrato dalla selettività olfattiva dei cuochi e dei profumieri; ma neanche loro dispongono di una terminologia svincolata dai sostrati concreti. Certo, per quanto ci sforzassimo, non raggiungeremmo mai le prestazioni di un cane, plasmato da millenni di selezione naturale e umana, e costantemente allenato: un bracco che segue una pista, con il naso a terra e quasi correndo, esegue a ogni istante una complessa analisi dell' aria, quali e quantitativa, che sfida quanto potrebbe fare il miglior gascromatografo attuale; il quale, oltre a tutto, costa molti milioni, non sa correre (è anzi delicato e mal trasportabile), e non si affeziona al padrone. Ma anche il più urbanizzato dei cani, il più regredito dei pets da salotto, si orienta senza difficoltà nella miriade di messaggi olfattivi che i suoi colleghi lasciano a futura memoria su tutte le cantonate. Quanto i cani ci devono commiserare! Cito a memoria i versi che G. K. Chesterton, in "L' osteria volante", attribuisce al cane Quoodle: "They haven't got no noses, they haven't got no noses, and Goodness only knowses, the noselessness of Man!" (sic: si ricordi che è un cane che parla, anzi canta). Li traduco meglio che posso: "Non hanno proprio naso, non hanno proprio naso, e Dio solo sa quanto, sia disnasato l' Uomo". Ed a proposito di Flush, altro e ben più celebre cane letterario, Virginia Woolf scrive: "Laddove due o tremila parole non bastano a esprimere ciò che vediamo, ... non esistono più di due parole e mezzo per esprimere ciò che odoriamo. Praticamente il naso umano non esiste. I più grandi poeti di questa terra non hanno odorato che rose da una parte e letame dall' altra. Nessun cenno delle innumerevoli gradazioni che si stendono frammezzo. Ebbene, era nel mondo degli odori che si svolgeva la più gran parte della vita di Flush. Per lui l' amore era essenzialmente odore; musica e architettura, leggi, politica e scienza erano altrettanti odori. Anche la religione era odore per Flush ...". È probabile che l' odorato umano sia stato schiacciato, nel corso dell' evoluzione, dalla vista e dall' udito; nella vita di relazione, questi primeggiano, perché siamo in grado di emettere volontariamente complicati segnali visivi (gesti, espressioni del viso) e uditivi (parole ecc.), mentre emettiamo segnali olfattivi senza o contro la nostra volontà. Ma, nonostante tutto, il nostro trascurato naso ci sa mettere in allarme quando qualcosa sta bruciando, e ci avvisa che a suo parere il cibo che avviciniamo alla bocca è sospetto di decomposizione, e qualunque chimico riconosce a naso, senza esitare, il gruppo amminico primario, il nitrogruppo (che sa "di lucido da scarpe": sarebbe più esatto dire che il lucido da scarpe, per tradizione, viene profumato con nitrobenzene), l' anello che giustamente i nostri padri hanno chiamato aromatico, i terpeni e vari altri raggruppamenti. A questo proposito, è interessante il discorso sugli odori più o meno gradevoli. Sono sgradevoli in senso assoluto, e per tutti, gli effluvi distruttivi, quali l' ammoniaca e l' anidride solforosa; per gli altri odori, il giudizio è culturale, e dipende dalla civiltà in cui si vive. Il letame a cui accenna la Woolf ripugna al poeta cittadino, non al contadino che vi è abituato e che lo percepisce come una sostanza preziosa, legata alla fertilità. L' odore della benzina infastidisce il pedone e piace al fanatico dell' auto, che lo ricollega alle esperienze esaltanti della guida. Vance Packard racconta che spesso i deodoranti per uomo sono stati insuccessi commerciali: molti individui sentono il proprio odore, molesto per gli altri, come parte della loro personalità e manifestazione di potenza, e inconsciamente ne temono l' eliminazione. Ma tutti gli odori, gradevoli o no, sono straordinari suscitatori di memorie. È d' obbligo citare l' aroma della Petite Madeleine che evoca in Proust, dopo decenni, "l' edificio immenso del ricordo". Quando ho rivisitato Auschwitz dopo quasi quarant' anni, lo scenario visivo mi ha dato una commozione reverente ma lontana; per contro, l' "odore di Polonia", innocuo, sprigionato dal carbon fossile usato per il riscaldamento delle case, mi ha percosso come una mazzata: ha risvegliato a un tratto un intero universo di ricordi, brutali e concreti, che giacevano assopiti, e mi ha mozzato il respiro. Con altrettanta violenza, "laggiù", ci ferivano gli occasionali odori del mondo libero: il catrame caldo, evocatore di barche al sole; il fiato del bosco, odoroso di funghi e muschio, veicolato dal vento dei Beschidi; il profumo di sapone nella scia di una donna "civile" incontrata sul lavoro.

Lo scriba

L'altrui mestiere 1985