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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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"Ci sono quelli a cui piace raccogliere sul proprio carro la polvere di Olimpia, e sfiorare la meta con le ruote roventi": così, o pressappoco, diceva Orazio, ed il piccolo clan di cui facevo parte fu scosso da una leggera e deliziosa scarica elettrica. La nostra era una mostruosa Prima Liceo composta da quarantuno studenti, tutti maschi e quasi tutti zotici, selvaggiamente impermeabili al sapere che ci veniva somministrato. Alcuni lo rifiutavano o deridevano con protervia, altri (la maggior parte) se lo lasciavano scorrere addosso come una pioggia noiosa. Noi no. Eravamo cinque o sei, ed in petto ci proclamavamo l' élite della classe. Avevamo elaborato una nostra morale privata, scandalosamente tendenziosa: studiare era un male necessario, da accettarsi con la pazienza dei forti, dal momento che bisognava pure essere promossi; ma fra le materie d' insegnamento esisteva una precisa gerarchia. Ottime Filosofia e Scienze Naturali; tollerabili Greco, Latino, Matematica e Fisica, in quanto strumenti per intendere le prime due; indifferenti Italiano e Storia; pure afflizioni Storia dell' Arte ed Educazione Fisica. Chi non accettava questa classificazione (che, a nostra insaputa, era stata generata prevalentemente dal talento e dal calore umano dei rispettivi insegnanti) veniva automaticamente escluso dal clan. C' erano altri dogmi: delle ragazze, ed alle ragazze, bisognava parlare senza sentimentalismi, anzi, nel più rozzo linguaggio da caserma. Erano ammesse le prati che del nuoto e della scherma; accettato con sospetto lo sci "che è roba da ricchi"; malvisto il calcio, perché "indurisce le ginocchia"; escluso il tennis, effeminato, buono per le signorine d' alto lignaggio. Io, che giocavo a tennis d' estate a Bardonecchia, e perfino in doppio misto, non lo confessai mai: ma del resto ero permanentemente ai margini del clan, accettato perché ero bravo in latino e passavo le copie dei compiti in classe, invidiato perché possedevo un microscopio, ma in odore di dissidenza perché, a dispetto dei miei sforzi, il mio vocabolario non era abbastanza volgare. Ma lo sport principe era l' atletica: chi la praticava era ipso facto un eletto, chi la ignorava un escluso. Due anni prima, nel 1932 a Los Angeles, Beccali aveva trionfato nei 1500 metri, e tutti sognavamo di emularlo, o almeno di primeggiare in qualche altra specialità. Le nostre piccole olimpiadi si svolgevano al pomeriggio, entro lo Stadium che sorgeva allora dove adesso è il Politecnico. Era una costruzione faraonica, una delle prime in cemento armato erette in Torino: terminata verso il 1915, nel 1934 era già abbandonata e fatiscente, insigne esempio di spreco del pubblico denaro. L' anello della pista, lungo .00 metri, era ormai in terra nuda, cosparso di buche malamente riempite di ghiaia; sulle gigantesche scalinate crescevano erbacce ed alberelli stenti. Ufficialmente, l' ingresso era vietato, ma noi entravamo dal bar, portandoci dietro le biciclette. C' era chi lanciava il peso (un blocchetto di cemento) o un giavellotto casalingo, e chi faceva il salto in alto o in lungo meglio che poteva: ma Guido ed io ci attenevamo rigorosamente al "pulverem olympicum" cantato da Orazio. Ci eravamo scoperti mezzofondisti, ma i 1500 di Beccali per noi erano troppi; ci bastavano e avanzavano i polverosissimi .00 metri della pista. Quei tre versi ci riconciliavano con la latinità; quegli antichi romani non erano puri fossili, dunque: conoscevano la febbre della gara, erano gente come noi. Peccato che scrivessero in un latino così difficile. Guido era un giovane barbaro dal corpo scultoreo. Era intelligente ed ambizioso, ed invidiava i miei successi scolastici; io, simmetricamente, invidiavo i suoi muscoli, la sua statura, la sua bellezza e le sue precoci libidini. Questa competizione incrociata aveva creato fra noi una curiosa amicizia ruvida, esclusiva, polemica, mai affettuosa, non sempre leale, che comportava una gara continua, un confronto ad oltranza, e di fatto ci rendeva inseparabili. Avevamo quindici o sedici anni, e questa tensione competitiva sarebbe stata pressoché normale se fossimo stati ad armi pari, ma così non era. Io disponevo di un certo vantaggio iniziale sul piano della cultura, perché avevo a casa molti libri, e mio padre ingegnere me ne portava altri a volta di corriere se solo accennavo ad un desiderio specifico (ad eccezione di Salgari, che lui detestava e mi vietava), mentre il mio rivale era figlio di gente semplice; ma Guido non era né stupido né pigro, si faceva imprestare tutti i libri di cui gli parlavo, li leggeva voracemente, ne discuteva con me (eravamo quasi sempre di pareri contrari), e poi non me li rendeva più; perciò il suo handicap culturale si andava riducendo di mese in mese. Per contro, il suo vantaggio sul piano fisico era incolmabile. Guido pesava sessanta chili di buoni muscoli, ed io solo quarantacinque; qualsiasi forma di corpo a corpo era da escludersi, ma competere dovevamo e volevamo (forse lo volevo più io di lui), e prima di scendere sul campo aperto dell' atletica avevamo escogitato varie forme di confronto indiretto. Per settimane ci sfidammo a chi tratteneva il fiato più a lungo; dapprima senza particolari accorgimenti, poi affinando via via le nostre armi. Io inventai l' artificio di ossigenarmi previamente il sangue, respirando a lungo e profondamente prima della prova; Guido scoperse che si guadagnava qualche secondo se si gareggiava stando coricati sul pavimento anziché seduti; io affinai la tecnica della respirazione interna, contraendo ed espandendo il torace a glottide chiusa. Funzionava, ma Guido si accorse della manovra e subito la imitò. Tutti e due resistevamo ostinati fino all' orlo dello svenimento; gareggiavamo a turno, ognuno reggendo il contasecondi davanti agli occhi via via più sbarrati dell' altro. Non c' era bisogno di controlli, non ci sarebbe mai venuto in mente di frodare sull' effettiva chiusura dei canali, perché ciascuno era in cerca piuttosto di una prova di volontà che di un confronto vincente. Mi pare che i risultati non fossero brillanti, arrivammo fin verso i cento secondi di apnea, poi, contro le nostre abitudini, convenimmo di sospendere la gara "perché se no finisce che diventiamo tisici". L' inventore del gioco degli schiaffi fu senza dubbio Guido. Le regole, mai scritte né enunciate, si erano definite da sole: bisognava sorprendere la guardia dell' avversario, in strada, alla scrivania, se possibile anche in scuola, e colpirlo in piena faccia, senza preavviso, con quanta più forza si poteva, a metà di un discorso pacifico. Era lecito, anzi apprezzato, distrarre l' avversario con chiacchiere, ed anche colpirlo da dietro, ma sempre e solo sulle guance, mai sul naso o sugli occhi; vietato colpire una seconda volta approfittando del suo stordimento; erano ammesse, ma quasi impossibili, le parate; era disonorevole protestare, lamentarsi o mostrarsi offesi; doveroso rivalersi, ma non subito: più tardi, o il giorno dopo, in piena distensione, nel modo più brusco e imprevisto. Eravamo diventati abilissimi nel leggere l' uno sul viso dell' altro la contrazione impercettibile che preludeva allo schiaffo: "Ecco che straluni li occhi per fedire", citai io dall' "Inferno", e Guido cavallerescamente mi lodò. Contro ogni previsione, dal selvaggio torneo uscii vincitore io, ai punti: avevo riflessi più rapidi di Guido, forse perché le mie braccia erano più corte, però i miei schiaffi andati a segno, anche se più numerosi dei suoi, erano molto meno violenti. Guido ebbe una facile rivincita in un cimento che lui stesso aveva istituito in un tempo in cui lo strip-tease non esisteva ancora neanche in America; io non seppi vincere il mio pudore, concorsi una volta sola e mi fermai alle scarpe. Come ho detto, in quella classe eravamo tutti maschi; non tutti eravamo mascalzoni, ma i mascalzoni erano i veri leader, non noi "intellettuali". Guido li sfidò e li vinse tutti. La prova consisteva nello spogliarsi in classe, e poteva svolgersi solo nelle ore di scienze naturali perché il professore aveva la vista corta e non scendeva mai fra i banchi. Alcuni arrivarono fino al torso nudo, quattro fino alle mutande, ma solo Guido giunse a denudarsi da capo a piedi. Il rischio di essere chiamati alla lavagna faceva parte del gioco e lo arroventava: accadeva infatti di vedere qualcuno che, interrogato, si riinfilava a precipizio i pantaloni sotto il piano del banco. Guido, stratega d' istinto, aveva preso le sue precauzioni. Con un pretesto si era fatto spostare dal secondo banco all' ultimo, si era allenato a rivestirsi rapidamente, aveva atteso il giorno dopo un' interrogazione, e infine, mentre il professore illustrava lo scheletro indicandone le parti con la bacchetta, non solo s' era spogliato completamente, ma nudo era salito in piedi prima sul seggiolino e poi sul pianale, mentre tutti trattenevano il respiro, sospesi tra l' ammirazione e lo scandalo. Così era rimasto per un lungo istante. Ligi al mito collettivo, ci eravamo dedicati finalmente all' atletica, ma fu presto evidente che Guido avrebbe stravinto in tutte le specialità salvo una, e quest' una erano gli .00 metri. E proprio sugli .00 metri lui mi voleva battere, affinché la sua supremazia atletica non avesse ombre. Il giro dell' anello era una fatica da bestie. Calzavamo scarpette da tennis, e la ghiaia ci faceva male ai piedi e sottraeva spinta alla falcata. Avevamo corso insieme una volta sola, massacrandoci a vicenda; nessuno dei due voleva lasciarsi sorpassare, neppure per pochi metri: non sapevamo che la condotta di gara più razionale consiste invece appunto nel farsi tagliare l' aria dall' avversario, risparmiando fiato per lo scatto finale. Così, a metà percorso eravamo tutti e due suonati; io rallentai, non per generosità o per calcolo, ma per totale esaurimento; Guido, per l' onore, corse ancora una decina di metri, poi uscì di pista anche lui. Dopo di allora, ciascuno atterrito dall' ostinazione dell' altro, corremmo a cronometro: uno arrancando in pista, l' altro inseguendolo in bicicletta ed annunciandogli i tempi parziali; ma Guido era sleale, invece di rispettare la mia rabbiosa concentrazione mi raccontava storielle sporche per farmi ridere. Andammo avanti così per parecchie settimane, riempiendoci la trachea di polvere olimpica, convivendo civilmente in scuola, odiandoci allo Stadium dell' odio inconfessato degli atleti. Ad ogni prova, ciascuno metteva in atto tutta la sua ferocia per rosicchiare qualche secondo dal tempo dell' altro. Alla fine dell' anno scolastico io smisi di rosicchiare: la superiorità di Guido era conclamata, consolidata; ci separava un abisso di almeno cinque secondi. Il caso mi concesse tuttavia una magra rivincita: il bar dello Stadium aveva chiuso, e per entrare nella pista bisognava ormai scalare gli spalti fino in cima, dove non so che varco era stato dimenticato aperto. Ora io mi accorsi che le cancellate che sbarravano l' ingresso al piano terra avevano interstizi di sedici centimetri: ci passava giusto il mio cranio, ma a quel tempo ero così magro che se passava il cranio passava anche facilmente tutto il resto. Di questa impresa, solo io ero capace: bene, non era forse una specialità anche quella? Un dono di natura, come i quadricipiti e i deltoidi di Guido? Forzando un po' sui termini, come facevano i sofisti, poteva essere definita una specialità atletica, le cui modalità avrebbero potuto essere precisate con un opportuno regolamento. Forse, all' elenco di indociles, di non paghi, iniziato da Orazio, si sarebbe potuto aggiungere un item, quello dei passatori di cancellate? Guido non sembrava molto d' accordo. Di Guido ho perso le tracce, e non so quindi chi di noi due abbia riportato la vittoria nella gara di gran fondo della vita; ma non ho dimenticato quello strano legame che forse amicizia non era, e che ci ha uniti e divisi. Nel mio ricordo la sua immagine è rimasta così, fissata come in un' istantanea: nudo in piedi sull' assurdo banco del liceo, simmetrico allo scheletro osceno di cui il professore stava esponendoci l' inventario; procace, dionisiaco ed oppostamente osceno, monumento effimero del vigore terrestre e dell' insolenza.

Il linguaggio degli odori

L'altrui mestiere 1985