L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento
Il fondaco del nonno
Il mio nonno materno aveva un negozio di stoffe nella vecchia via Roma, prima dello sventramento spietato degli anni '30. Era un lungo locale tenebroso, munito di una sola finestra, perpendicolare alla via e più basso del livello stradale; a poche porte accanto c' era un altro antro parallelo, un caffè-bar che era stato camuffato da grotta, con grosse stalattiti di cemento brunastro in cui erano incastrati specchietti multicolori; sul fondo, al banco di mescita erano stati applicati tanti listelli verticali di specchio. Questi, non so se per caso o deliberatamente, non erano ben complanari, bensì leggermente angolati fra loro: così, chi passava davanti alla soglia vedeva le proprie gambe moltiplicate dal gioco degli specchi, sembrava di averne cinque o sei invece di due, e questo era così divertente che i bambini dell' epoca, cioè noi, si facevano portare in via Roma apposta. Mio nonno non si chiamava Ugotti, ma tutti lo chiamavano Monsù Ugotti perché aveva rilevato l' azienda da un commerciante che portava questo nome. Quest' ultimo doveva essere stato un personaggio popolare, perché il nome è rimasto a lungo appiccicato anche ai miei zii, e ancora per qualche anno dopo la guerra qualcuno in via Roma ha chiamato Monsù Ugotti perfino me. Il nonno era un patriarca corpulento e solenne; era arguto, ma non rideva mai; parlava pochissimo, con rare frasi esattamente dosate, dense di significati palesi e riposti, spesso ironiche, sempre piene di tranquilla autorità. Non credo che in vita sua abbia mai letto un libro; il suo mondo era delimitato dalla casa e dalla bottega, distanti tra loro non più di quattrocento metri, che lui percorreva a piedi quattro volte al giorno. Era un abile uomo d' affari, e in casa un altrettanto abile cuoco, ma andava in cucina solo nelle grandi occasioni, per confezionare vivande raffinate ed indigeste; allora ci stava tutta la giornata, e mandava via tutte le donne, moglie, figlie e domestiche. Il personale del negozio era una curiosa collezione di esemplari umani anomali. Su uno sfondo scolorito di commessi avventizi spesso rinnovati spiccava la mole perenne e bonaria di Tota Gina, la cassiera. Faceva corpo unico con la cassa, col registratore di cassa, e con l' alta pedana su cui la cassa riposava. Dal di sotto, si vedeva il suo seno maestoso, che invadeva tutto il pianale della scrivania e debordava ai margini come la pasta di casa. Aveva i denti d' oro e d' argento, e ci regalava le pastiglie Leone. Monsù Ghiandone pizzicava la erre e portava la parrucca. Monsù Gili portava cravatte sgargianti, correva dietro alle donne e si ubriacava. Francesco (niente Monsù: era l' uomo di fatica) veniva dal Monferrato e lo chiamavano S-ciapalfàr, Spaccailferro, perché una volta era stato aggredito, aveva divelto una di quelle lunghe manovelle che servono ad alzare i tendoni avvolgibili, ed aveva rotto la testa dell' assalitore. Sapeva camminare sulle mani, faceva la ruota, e dopo l' ora della chiusura faceva anche il salto mortale al di sopra del bancone di vendita. Insieme col nonno e con i commessi, vendevano stoffe anche due miei zii, che probabilmente avrebbero desiderato fare qualche altro mestiere; ma l' autorità del nonno, mai espressa con parole dure né tanto meno con ordini, era tuttavia indiscussa e indiscutibile. Fra di loro, i venditori comunicavano in piemontese, intercalando però nella parlata una ventina di termini tecnici che i clienti (anzi, le clienti: erano quasi tutte donne) non avrebbero dovuto decifrare, e costituivano un microgergo scheletrico, un codice elementare ma essenziale, le cui voci venivano sussurrate velocemente ed a fior di labbra. Ne facevano parte, in primo luogo, i numerali: ridotti per semplicità ad una filza di cifre, naturalmente cifrate, servivano al nonno per trasmettere al commesso quale prezzo (ridotto, o viceversa rincarato) praticare a questa o quella cliente; infatti, i prezzi non erano fissi, ma variavano in funzione della simpatia, della solvibilità, dell' eventuale parentela e di altri fattori imprecisabili. "Missià" era una cliente noiosa; "te5rdesun" ("tredici-uno") era la cliente del tipo più temuto, quella che fa tirar giù dai ripiani quaranta pezze, discute il prezzo e la qualità per due ore, e poi se ne va senza comprare. In tempo storico, il termine venne decifrato appunto da una te5rdesun, che fece una piazzata, e fu sostituito con l' equivalente "savoia", che a sua volta non durò a lungo. Altre voci valevano semplicemente "sì", "no", "tieni duro", "molla". Il nonno intratteneva rapporti cordiali, ma diplomaticamente complessi, con diversi concorrenti, alcuni dei quali erano anche suoi lontani parenti. Si scambiavano da negozio a negozio visite amichevoli che erano a un tempo missioni di spionaggio, combinavano pranzi domenicali omerici, e si chiamavano a vicenda Signor Ladro e Signor Imbroglione. Anche i rapporti con i commessi erano ambivalenti: in bottega, erano di sudditanza assoluta; ma qualche volta, nelle domeniche della buona stagione, il nonno li invitava a gite sociali alla birreria Boringhieri (nell' attuale piazza Adriano). Una volta, eccezionalmente, fino a Beinasco col trenino. Prive di ombre erano invece le relazioni con gli altri commercianti che in via Roma e dintorni vendevano scarpe, biancheria, gioielli, mobili, abiti da sposa. Il nonno mandava il più giovane e svelto dei commessi alla stazione di porta Nuova, ad aspettare i treni che arrivavano dalla provincia: doveva adocchiare le coppie di promessi sposi che venivano a Torino per gli acquisti, e pilotarli in bottega. Ma, una volta ultimato l' acquisto delle stoffe, la missione del giovane non era finita: doveva rimorchiare la coppia alla bottega degli altri commercianti consorziati, i quali, naturalmente, si erano organizzati per restituire il servizio. A Carnevale, il nonno invitava tutti i nipoti ad assistere alla sfilata dei carri allegorici dal balcone del magazzino. A quel tempo, via Roma era lastricata con deliziose mattonelle di legno, su cui gli zoccoli ferrati dei cavalli da tiro non slittavano, ed era percorsa dai binari del tram elettrico. Il nonno ci procurava un adeguato rifornimento di coriandoli, ma ci vietava di lanciare stelle filanti, specie nei giorni umidi: circolava infatti la leggenda di un bambino che aveva gettato una stella filante bagnata al di sopra del filo del tram, ed era rimasto fulminato. A Carnevale, per eccezione, veniva sul balcone del negozio anche la nonna: era una donnina fragile, che però portava in viso l' aria regale delle madri di molti figli, e già in vita aveva l' espressione assorta e fuori del tempo che esala dai ritratti degli antenati nelle loro grandi cornici. Lei stessa proveniva da una sterminata famiglia di ventun fratelli, che si erano dispersi come i semi di tarassaco nel vento: uno era anarchico e profugo in Francia, uno era morto nella Grande Guerra, uno era un celebre canottiere e nevropatico, ed uno (si raccontava sottovoce a con raccapriccio) quando ancora era a balia era stato divorato in culla da un maiale.
Carte d'autore online