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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Molti anni fa, poco dopo la fine della guerra, sono stato sottoposto (anzi, mi sono sottoposto: quasi volontariamente) ad una batteria di test psicologici. Senza molta convinzione, se non proprio a controcuore, avevo fatto domanda di assunzione presso una grande industria; avevo bisogno di lavorare, ma non amavo le grandi industrie, provavo sentimenti ambivalenti, e temevo / speravo che la mia domanda non fosse accolta. Ricevetti un invito a sottopormi "ad alcuni esami", accompagnato dall' avvertimento che l' esito di questi non avrebbe influito sulle probabilità dell' assunzione, ma avrebbe evitato "che l' uomo rotondo andasse nel buco quadrato". Quest' ardita immagine mi aveva stupito e incuriosito: ero più giovane di adesso, e mi piacevano le cose nuove. Proviamo, vediamo che effetto fa. In sala di attesa mi trovai in compagnia di una trentina di altri candidati, quasi tutti maschi, quasi tutti giovani e quasi tutti ansiosi. Subimmo una visita medica sbrigativa e un interrogatorio anamnestico distratto; il tutto mi ricordava sgradevolmente la cerimonia, in verità assai più brutale, che pochi anni prima aveva segnato il mio ingresso in Lager: come se un estraneo ti guardasse dentro per vedere che cosa contieni e quanto vali, come si fa con una scatola o con un sacco. La prima prova consisteva nel disegnare un albero. Dalle elementari in poi non avevo più disegnato nulla; comunque, un albero ha attributi specifici; ce li misi tutti e consegnai il foglio. Più albero di così non poteva essere. La prova seguente era più impegnativa: un giovane dall' aria poco convinta ci consegnò un libretto che conteneva cinquecentocinquanta domande, a cui bisognava rispondere soltanto con un sì o con un no. Alcune erano stupide, altre straordinariamente indiscrete, altre ancora sembravano mal tradotte da una lingua non capita. "Pensate talvolta che i vostri problemi possano essere risolti col suicidio?" Forse sì o forse no, comunque non lo vengo a dire a te. "Al mattino, provate la sensazione che la sommità del vostro capo sia tenera?" No, sinceramente. "Avete, o avete avuto, difficoltà di minzione?": il mio vicino di banco veniva da Taranto, mi urtò col gomito e mi chiese: _ Collega, cos' è 'sta menzione? _, glielo spiegai e si rinfrancò. "Ritenete che una rivoluzione possa migliorare la situazione politica?": bravo merlo! Non sono un rivoluzionario, ma se anche lo fossi .... Il giovane se ne andò con i suoi libretti, e venne in scena una ragazzina bruna, palesemente più giovane del più giovane tra noi. Ci disse di entrare uno per uno nel suo studio, che era lì accanto. Quando venne il mio turno, mi mostrò quattro o cinque cartoni su cui erano stampate immagini enigmatiche, e mi pregò di esprimere liberamente le sensazioni che provavo. Una rappresentava una barchetta vuota, priva di remi, inclinata su un fianco e abbandonata fra cespugli e alberi. Dissi che la nostra vecchia domestica, quando le chiedevamo "Come va?", soleva rispondere sconsolatamente "Come una barca in un bosco", e la ragazzina mi parve soddisfatta. Un altro cartone rappresentava alcuni contadini che dormivano sdraiati a terra, in mezzo ai covoni, col cappello calato sul viso; mi suggerirono sete, fatica, riposo meritato e precario. Un terzo cartone portava l' immagine di una giovane accovacciata ai piedi di un letto in una posizione innaturale e forzata, col capo nascosto tra le spalle e la schiena curva, come se della schiena stessa volesse farsi una corazza contro qualcosa o qualcuno; a terra c' era un oggetto mal distinto che poteva essere una pistola. Non ricordo il soggetto degli altri cartoni; quel lavoro d' interpretazione mi andava a genio e mi faceva sentire a mio agio, la ragazzina mi disse che se n' era accorta, non aggiunse altri commenti e mi fece passare nella camera attigua. Qui, seduta dietro una scrivania, stava una giovane elegante e bellissima. Mi sorrise come se mi conoscesse da molto tempo, mi fece sedere di fronte a lei, mi offerse una sigaretta e incominciò a farmi domande tecniche, personali e intime, sul genere di quelle che fanno i confessori in confessione. Le interessavano in specie i sentimenti che provavo verso mia madre e mio padre: su questi insisteva fastidiosamente, ma senza mai allentare il suo sorriso professionale. Ora, a quel tempo io avevo già letto il mio Freud e non mi sentivo del tutto sprovveduto. Me la cavai con decoro, anzi, osai perfino dire alla bellissima che era un peccato che ci fosse così poco tempo, se no magari saremmo arrivati al transfert e io l' avrei invitata a cena, ma lei tagliò corto, con l' aria un po' seccata. A questo punto, la faccenda cominciava nettamente a divertirmi: l' angoscia del sentirmi scandagliato e pesato era scomparsa. Seguì un' altra stanzetta e un' altra esaminatrice: era più anziana dei suoi colleghi e anche più spocchiosa. Non mi guardò neppure in faccia e mi squadernò sotto il naso le dieci figure di Rorschach. Queste sono grosse macchie informi ma simmetriche, ottenute piegando in due un foglio bianco su gocce d' inchiostro nero o colorato: a prima vista possono sembrare coppie di gnomi, o scheletri, o maschere, o insetti visti al microscopio, o uccellacci; a seconda vista non significano più nulla. Pare che il modo in cui vengono interpretate dia indizi sulla personalità complessiva dell' individuo. Ora, era successo che proprio pochi giorni prima un amico mi aveva parlato di queste figure, e mi aveva anche imprestato il manuale che le accompagna, e che spiega con molti curiosi dettagli come la loro interpretazione vada interpretata; cioè che cosa si nasconda dentro colui che nelle macchie vede un teschio o rispettivamente un' orchidea. Mi sembrava corretto avvertire la mia esaminatrice che la prova sarebbe stata inquinata. Glielo dissi, e lei si gonfiò tutta dalla rabbia. Come avevo potuto permettermi una simile trasgressione? Inaudito: erano cose riservatissime, cose loro, in cui i profani non dovevano cacciare il naso. Il loro era un mestiere delicato, e nessuno doveva cercare di rubarlo. Ma soprattutto: che cosa avrebbe scritto adesso sulla mia scheda? Non poteva certo lasciarla bianca. Insomma, io la avevo messa in una situazione senza vie d' uscita. Mi congedai con qualche scusa indistinta, e archiviai la faccenda; quando arrivò la lettera d' assunzione risposi che ero già sistemato diversamente, il che era vero. Qualche mese più tardi venni casualmente a sapere che i veri candidati non eravamo noi trenta, ma loro, i nostri esaminatori: erano una équipe di psicologi in prova, e i test somministrati a noi erano il loro esordio, quello che per gli apprendisti operai si chiama il "capolavoro". Dopo di allora non sono più stato sottoposto a esami di questo tipo, e ne sono contento. Ne diffido: mi sembra che violino alcuni nostri diritti fondamentali, e che siano oltre a tutto inutili, perché i candidati vergini non esistono più. Mi piacciono invece quando sono fatti per gioco: allora si spogliano della loro presunzione, ed anzi stimolano la fantasia, fanno nascere idee nuove, e ci possono insegnare qualcosa su noi stessi.

Il fondaco del nonno

L'altrui mestiere 1985