L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Il convegno sull' Ebraismo dell' Europa orientale, che si è svolto a Torino nel febbraio del 19.4, è stato il più ampio che sul tema sia mai stato tenuto in Italia, e forse in tutta l' Europa, dopo la seconda guerra mondiale. Ha messo in luce l' enorme differenza fra questo troncone dell' ebraismo, che per secoli è stato il principale, e i molti altri fra cui quello italiano, ed ha fornito un' eccellente occasione di ripensamento per tutti quanti vi hanno assistito. Nel giro di poco più di una generazione, gli ebrei orientali sono passati da un modo di vivere recluso e arcaico a una vivace partecipazione alle lotte operaie, alle rivendicazioni nazionali, ai dibattiti sui diritti e sulla dignità dell' uomo (e della donna). Sono stati tra i protagonisti delle rivoluzioni russe del 1905 e del febbraio 1917; stampavano nella sola Varsavia, negli anni '20, ben tre quotidiani e innumerevoli periodici di tutte le tendenze politiche; hanno fatto in tempo, prima della strage nazista, a dar vita ad una produzione cinematografica originalissima. Da dove attingevano questa portentosa e subitanea vitalità? Da dove questa loro voce così forte, che proveniva da un corpo sociale esiguo? Vale la pena di studiare i motivi per cui questi ebrei "pesassero" tanto, in paesi dove questo loro pesare era sentito con rispetto, con semplice curiosità, ma più spesso con vecchio malanimo, con invidia, o addirittura con odio selvaggio. Io credo che, come sempre nella storia delle vicende umane, non vi sia una causa unica, bensì un intreccio di cause; ma tra queste, una mi pare che prevalga. C' è una costante nell' ebraismo, operante in ogni tempo e luogo, ed è l' importanza che da secoli viene data all' educazione. A partire dal basso Medioevo, tra gli ebrei dell' Europa orientale cominciò a prevalere un sistema educativo assai peculiare. L' istruzione era considerata il valore supremo della vita: "la miglior merce", come si diceva proverbialmente. Incominciava a quattro anni e si protraeva per tutta la vita, almeno idealmente e compatibilmente con le durezze della vita stessa; veniva impartita a spese della comunità, e quasi nessun bambino ne andava privo. Gli incolti venivano commiserati o disprezzati, i dotti erano ammirati, e rappresentavano di fatto la sola aristocrazia riconosciuta. Si trattava certo di metodi educativi lontani da quelli che prevalgono oggi: se ne può avere un' idea dai romanzi di Chaim Potok ("Danny l' eletto" e i successivi) che raccontano come tali metodi sopravvivano tuttora, accanto agli esperimenti pedagogici più avanzati, nelle comunità chassidiche trapiantate negli Stati Uniti. Il loro fondamento era strettamente religioso: subito dopo aver appreso il non facile alfabeto ebraico, il bambino veniva instradato direttamente alla lettura del Pentateuco ed alla traduzione letterale di ampi brani dall' ebraico al yiddish; molti altri brani, anche lunghissimi, dovevano essere imparati a memoria. Negli anni successivi si studiavano alcuni commenti della Bibbia e le regole di vita e di preghiera. Alle nostre università corrispondevano le scuole rabbiniche (Jeschives, secondo la pronuncia locale), in cui lo studio veniva esteso al Talmud. Come si vede, si tratta di un curriculum assai lacunoso rispetto alle tendenze odierne: nulla della storia, della geografia e della lingua del luogo di residenza; nulla o quasi di scienze esatte e naturali; cenni di arte medica intrisa di credenze superstiziose; poco di filosofia occidentale o laica; nulla di letteratura, arte o musica. L' insegnamento era gravoso e ossessivo, e soprattutto nelle Jeschives occupava tutta la giornata, ma non era dogmatico. Il maestro accennava a una certa interpretazione di un passo talmudico, o faceva notare una qualche contraddizione, o proponeva un quesito: ne seguiva una discussione libera, fervida, sofistica, a volte arguta, sempre ostinata: talora il tema centrale veniva dimenticato, e ci si inoltrava in divagazioni fantasiose in cui l' eleganza formale o l' audacia dell' argomentazione prevaleva sulla pertinenza e sul rigore. Là dove c' era una sinagoga, magari una vetusta baracca di legno, c' era anche una biblioteca, naturalmente costituita solo da libri religiosi, ma frequentata da giovani, adulti e anziani. Ogni comunità, anche piccola, era dunque un focolaio di cultura, incastonato in uno sterminato territorio dove la popolazione non ebrea era analfabeta nella sua quasi totalità, e quella ebrea, generalmente poverissima, era costituita non certo da intellettuali di professione, ma da artigiani, bottegai, commercianti e contadini. A questa pressione educativa contribuiva il forzato multilinguismo. Fino alla bufera hitleriana, e per tutto il vastissimo arco della Zona Residenziale già zarista, cioè dalla Polonia e Lituania fino alla Moldavia e all' Ucraina, la lingua unificante parlata nell' arcipelago delle comunità ebraiche era il yiddish, con poche varianti di lessico e di pronuncia: il Màme-lòshen, come veniva affettuosamente chiamato, la "lingua della mamma"; ma assai presto, come accennato, ai bambini si insegnavano le "lingue sacre", l' ebraico e l' aramaico, e inoltre, i rapporti inevitabili con la popolazione circostante obbligavano gli ebrei, fin dall' infanzia, ad impararne la lingua. Del resto, il yiddish stesso, lingua affascinante per i linguisti (e non solo per loro), è intrinsecamente una multilingua: sul fondo di un dialetto renano medievale, che già conteneva prestiti dal latino e dal francese, si sono inseriti molti termini ebraici ed aramaici, che spesso, con disinvoltura, vengono declinati o coniugati alla maniera tedesca (ad esempio, dall' ebraico ganàv, ladro, si ottiene un participio passato gegànvet, rubato), ed un buon numero di termini russi, polacchi, cèchi, eccetera. È la lingua di gente errante, spinta dalla storia di paese in paese, e di ogni sua stazione porta i segni; e la sua evoluzione non è finita, il yiddish degli ebrei orientali emigrati nel secolo scorso negli Stati Uniti non si è estinto, anzi, si sta arricchendo di termini inglesi, andando così incontro ad un' ulteriore evoluzione; simmetricamente, i termini yiddish più espressivi e meno sostituibili entrano "dal basso" prima nei vari gerghi settoriali, poi nella lingua comune. La "lingua della mamma" è essenzialmente parlata (benché nobilitata da una ricca, ma tarda, letteratura), il che la rende eminentemente flessibile e permeabile; il suo estremo ibridismo ne fa uno strumento di ginnastica mentale per chi la parla e per chi si sforza di capirla e di ricostruirne le origini. Credo che questi fattori culturali abbiano avuto una funzione preminente nel breve ma intenso fiorire dell' ebraismo askenazita; e, più in generale, nella conservazione, altrimenti inspiegabile, del popolo ebreo attraverso millenni di traversie, di emigrazioni e di metamorfosi. Certo altri cementi sono esistiti o esistono: la religione, la memoria collettiva, la storia comune, la tradizione, la stessa persecuzione, l' isolamento imposto dall' esterno. Ne è una controprova il fatto che, quando tutti questi fattori si attenuano o spariscono, l' identità ebraica a sua volta si attenua, e le comunità tendono a dissolversi, come avveniva nella Germania di Weimar e come sta avvenendo in Italia oggi. Può essere che sia questo il prezzo da pagare per un' autentica parità di diritti ed equiparazione; se così fosse, sarebbe un prezzo alto, e non solo per gli ebrei. La strage e la dispersione dell' ebraismo dell' Europa orientale sono state un danno irreparabile per tutta l' umanità. Esso non è morto, ma sopravvive male: imbavagliato e disconosciuto in Unione Sovietica, ibridato nelle due Americhe, sommerso in Israele da tradizioni diverse e da profonde trasformazioni sociologiche e storiche. Si teme oggi, e giustamente, l' estinzione di certe specie animali, come i panda e le tigri. L' estinzione di una cultura, portentosamente feconda e creativa com' è stata quella a cui il convegno è stato dedicato, è una sciagura di portata assai maggiore. Dovrebbero avere un' eco funebre in tutti gli animi i versi, fortunosamente salvati, di Itzhak Katzenelson, il poeta di Varsavia massacrato ad Auschwitz con tutta la sua famiglia e con tutto il suo popolo: "Il sole, levandosi sulle terre di Lituania e Polonia, non incontrerà più un ebreo, Non un vecchio che reciti un salmo presso una gaia finestrella".
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