L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Di recente, Ceronetti, da semitista qual è, ha "riletto" il "Cantico del gallo silvestre"; per una curiosa coincidenza, quasi contemporaneamente mi è accaduto di rileggere, da zoologo quale non sono, l' "Elogio degli uccelli" di Giacomo Leopardi. Dopo decenni di etologia intensiva ed ampiamente divulgata, l' impressione che se ne ricava è singolare e vagamente alienante, simile a quella che si può avere contemplando Venere mattutina (proprio in queste albe serene è nel suo massimo fulgore) dopo aver letto che la sua chiarità, cantata da innumerevoli poeti, è effetto della riflessione della luce solare da parte di un' atmosfera da "Inferno" dantesco, irrespirabile, rovente, supercompressa, e per di più satura di nuvole di acido solforico. Nell' uno e nell' altro caso, il discorso poetico che percepiamo nella natura intorno a noi non si è interrotto, ma ha cambiato intonazione e contenuto. Non che il desolato messaggio dell' "Elogio" abbia perso valore. Anche per noi, se ci limitiamo ai passeracei che ci sono famigliari, quelli dei nostri orti, colli e giardini, gli uccelli sono "le più liete creature del mondo". Ci appaiono felici perché hanno avuto in sorte il canto e il volo, e tali apparivano a Leopardi anche perché la Natura, che li ha dotati di sensi acutissimi, avrebbe donato loro altresì "un grandissimo uso d' immaginativa", ma non "profonda, fervida e tempestosa", bensì leggera e varia come quella dei bambini, a cui gli uccelli sono vicini anche per la loro vivacità continua e apparentemente inutile. Secondo Leopardi, è loro possibile essere lieti perché sono sciolti dalla consapevolezza della vanità della vita. Perciò non conoscono la noia, afflizione propria dell' uomo cosciente, e tanto più dolorosa per lui quanto più egli si è allontanato dalla natura. Inoltre, sono protetti contro gli estremi freddi e caldi, e se l' ambiente si fa loro ostile, migrano fino a trovare migliori condizioni di vita. Ma, anche se indipendenti, e liberi per antonomasia, sono pure sensibili alla presenza dell' uomo, e la loro voce è più gentile là dove più gentili sono i costumi dell' umanità. Questo loro canto, in cui il Leopardi vede la peculiarità degli uccelli, e il segno della loro condizione felice, è gratuito, è un canto-riso, "dimostrazione di allegrezza", capace di trasmettere questa allegrezza a chi lo ascolta, "facendo continue testimonianze, ancorché false, della felicità delle cose". Anche l' irrequietudine degli uccelli, il loro "non ... stare mai fermi della persona", è una pura manifestazione di gioia, avviene "senza necessità veruna", ed il loro volare è "per sollazzo". A conclusione, il Leopardi, o più precisamente il fittizio filosofo antico a cui l' "Elogio" viene attribuito, vorrebbe (ma solo "per un poco di tempo") "essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita". Sono pagine limpide e ferme, valide in ogni tempo, la cui forza viene dal confronto costante, ma inespresso, con la miseria della condizione umana, con la nostra essenziale mancanza di libertà simboleggiata dal nostro gravare sulla terra. Tuttavia ci si può porre la domanda di come Leopardi le avrebbe scritte se, invece di fondarsi sul Buffon, e di limitarsi agli uccelli di cui ascoltava il canto nelle lunghe sere del suo borgo, avesse letto ad esempio i libri di Konrad Lorenz ed avesse esteso la sua attenzione ad altre specie di uccelli. Io credo che, in primo luogo, avrebbe abbandonato ogni tentativo di comparare gli uccelli con gli uomini. Attribuire agli animali (escluso forse il cane ed alcune scimmie) sentimenti quali la gaiezza, la noia, la felicità, è ammissibile solo in sede poetica, altrimenti è arbitrario ed altamente fuorviante. Altrettanto si può dire sull' interpretazione del canto degli uccelli: gli etologi ci spiegano che esso, specialmente se solitario e melodico (e quindi a noi più gradito), ha un significato ben preciso, di difesa territoriale e di ammonimento a possibili rivali o invasori. Assai più che al riso dell' uomo, sarebbe quindi paragonabile a manufatti umani poco amichevoli, quali le recinzioni e le cancellate con cui i proprietari circondano i loro possedimenti, o le insopportabili sirene elettroniche destinate ad allontanare i ladri dagli appartamenti. Quanto alla vivacità degli uccelli (di alcuni: altri, ad esempio i trampolieri, sono piuttosto tranquilli), si tratta di una soluzione obbligata a un problema di sopravvivenza: la si osserva soprattutto negli uccelli che si nutrono di semi o di insetti, e che quindi sono costretti ad un' attività frenetica per la ricerca del cibo, che è sparpagliato su vaste aree e spesso poco visibile; e d' altra parte l' alta temperatura del corpo e la fatica del volo obbligano questi uccelli a mangiare molto. Come si vede, è un circolo vizioso: faticare per procurarsi il cibo, mangiare molto per riparare i danni della fatica; un circuito chiuso non sconosciuto a buona parte del genere umano. Con queste osservazioni riduttive non ho affatto cercato di dimostrare che l' ammirazione per gli uccelli non sia giustificata. Lo è pienamente, anche se si accettano le spiegazioni che gli scienziati (non senza polemiche fra loro) ci vanno fornendo: anzi, soprattutto se le si accettano; ma si sposta su virtù diverse e più sottili. Come non ammirare, ad esempio, l' adattabilità degli storni? Fortemente gregari, abitavano da sempre le campagne coltivate, dove talvolta depredavano in misura massiccia le vigne e gli uliveti. Da non molti decenni hanno scoperto le città: pare che si siano installati a Londra nel 1914, e da pochi anni sono arrivati a Torino. Qui hanno scelto come dormitori invernali alcuni grandi alberi, in piazza Carlo Felice, in corso Turati e altrove, i cui rami, quando d' inverno sono spogli, a sera sembrano sovraccarichi di strani frutti nerastri. All' alba partono in reggimenti serrati "per il lavoro", cioè per i campi al di là della cintura industriale; rincasano al tramonto, in stormi giganteschi, di migliaia di individui, seguiti da ritardatari sparsi. Visti da lontano, questi voli sembrano nuvole di fumo: ma poi, a un tratto, si esibiscono in evoluzioni stupefacenti, la nuvola diventa un lungo nastro, poi un cono, poi una sfera; infine si ridistende, e come una enorme freccia punta sicura verso il ricovero notturno. Chi comanda l' esercito? E come trasmette i suoi comandi? I rapaci notturni sono straordinarie macchine da preda. Il loro aspetto inconsueto, ed un po' goffo quando sono a riposo, ha sempre destato curiosità, e qualche volta avversione. Hanno volo silenzioso, artigli potenti e grandi occhi frontali, che conferiscono loro un aspetto vagamente umano; ma anche gli occhi più grandi e sensibili sono ciechi quando l' oscurità è completa. Eppure, è stato osservato in esperimenti rigorosi che un gufo è capace di ghermire fulmineamente un sorcio, anche nel buio totale, purché questo produca un minimo rumore. Certamente la localizzazione avviene attraverso l' udito, e probabilmente entra in gioco l' asimmetria degli orecchi dell' uccello che da tempo era stata osservata: ma come i segnali acustici vengano elaborati è per ora un mistero. Anche più fitto è il mistero sull' orientamento degli uccelli. Si sa che non tutti gli uccelli migratori si orientano allo stesso modo, e che molti dispongono allo stesso tempo di strategie diverse, e si servono dell' una o dell' altra a seconda delle condizioni ambientali; certamente entrano in gioco i riferimenti geografici a terra e la posizione del sole; probabilmente anche il campo magnetico terrestre e il senso dell' olfatto. Ma si rimane attoniti, e percossi da una meraviglia quasi religiosa, nel leggere che alcuni migratori, che volano solo nelle notti serene, non solo orientano il loro volo sulle stelle, ma dalla configurazione del cielo ricavano con precisione il punto in cui si trovano, o in cui sono stati trasportati in sede di esperimento; e che sono capaci di tanto non solo gli uccelli che già hanno seguito lo stormo in precedenti migrazioni, ma anche individui giovani al loro primo volo. Tutto va insomma come se nascessero già in possesso di una mappa celeste e di un orologio interno indipendente dall' ora locale, stipati in un cervello che pesa meno di un grammo. Non minore è la meraviglia davanti al comportamento del cuculo, che alla luce della nostra morale umana appare dettato da un' astuzia perversa. Invece di costruire un nido, la femmina depone l' uovo nel nido di un uccello più piccolo; la coppia titolare del nido spesso (non sempre) non si accorge dell' intrusione, cova l' uovo estraneo insieme con i propri e il piccolo cuculo schiude. Appena nato, ancora implume e cieco, possiede già una sensibilità e intolleranza specifiche: non sopporta altre uova accanto a sé. Si rigira, si sforza, spinge, finché non ha fatto cadere a terra tutte le uova dei suoi fratelli putativi. I due "genitori" lo imboccheranno affannosamente per giorni e giorni, finché il pulcino sarà assai più grande di loro. Sembra di leggere un cattivo feuilleton, e non si sa se stupirsi di più per la perfezione degli istinti del cuculo, o per la mancanza di tali istinti nei suoi ospiti involontari: ma anche nei giochi della natura ci deve pur essere un vincente e un perdente. Gli uccelli, insomma, come altri animali, non sanno fare tutte le cose che facciamo noi, ma sanno farne altre che noi non sappiamo fare, o non altrettanto bene, o solo se aiutati da strumenti. Se l' esperimento che Leopardi sognava potesse essere realizzato, rientreremmo nelle nostre spoglie umane con parecchie frecce in più al nostro arco.
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