L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Il mondo invisibile
Mio padre, che frequentava da esperto tutti i banchetti di via Cernaia dove si vendevano libri usati, mi portò un giorno a casa un volumetto elegantemente rilegato, stampato a Londra nel 1.46, il cui titolo, a un tempo modesto e pretenzioso, era "Pensieri sugli ANIMALCULI; ossia, uno sguardo sul MONDO INVISIBILE rivelato dal Microscopio", di G. A. Mantell, esq., LL.D., F.R.S. (e cioè Nobil Uomo, Dottore in Legge, Membro della Società Reale). Al titolo seguiva una dedica altisonante "Al nobilissimo Marchese di Northampton" che si protraeva per dodici righe, alcune delle quali in caratteri gotici. Avevo quindici anni, e fui immediatamente folgorato: soprattutto dalle illustrazioni, poiché non conoscevo una parola d' inglese. Ma mi comperai un vocabolario, e constatai con lieto stupore che, a differenza dal latino, bastava questo aiuto per capire tutto o quasi: ossia, capivo benissimo il testo propriamente detto, in cui si descrivevano con candida precisione gli aspetti ed i costumi degli "animalculi"; capivo assai meno della prolissa prefazione, in cui si citavano Herschel e Shelley, Hobbes e Byron, Milton e Locke, e molti altri spiriti eletti che si erano in qualche modo occupati delle cose invisibili sospese tra la terra e il cielo. Ebbi l' impressione che l' autore facesse un po' di confusione fra le cose che non si vedono perché sono troppo piccole, e quelle altre che non si vedono perché non ci sono, come gli gnomi, le fate, i fantasmi e le anime dei morti; ma l' argomento era così affascinante, così diverso dall' insegnamento che mi veniva somministrato dal Regio Ginnasio, e così consono alle curiosità che nutrivo in quel tempo, che mi seppellii nel libretto per più settimane, con scapito del mio profitto scolastico, ma imparando en passant un po' di inglese. In epigrafe del libro stava un detto elettrizzante, al limite fra lo scientifico e il visionario: "Nelle foglie di ogni foresta, nei fiori di ogni giardino, nelle acque di ogni ruscello ci sono mondi pullulanti di vita, innumerevoli come le glorie del firmamento". Sarà stato vero? Proprio alla lettera, nelle acque di ogni ruscello? Mi crebbe dentro, improvviso e doloroso come un crampo di stomaco, il bisogno di un microscopio, e lo dissi a mio padre. Mio padre mi guardò con occhio leggermente allarmato. Non che disapprovasse il mio interesse per la storia naturale: era ingegnere, aveva lavorato come progettista in una grossa fabbrica in Ungheria; a quel tempo vendeva e installava motori elettrici, ma in giovinezza aveva frequentato i circoli positivisti della Torino di allora: Lombroso, Herlitzka, Angelo Mosso, scienziati scettici ma facilmente illusi, che si ipnotizzavano a vicenda, leggevano Fontenelle, Flammarion e Annie Besant, e facevano ballare i tavolini. Mio padre nutriva per la scienza un amore tinto di rimpianto, e non gli sarebbe spiaciuto che avessi seguito io la strada che lui aveva dovuto abbandonare per i casi della vita; tuttavia gli sembrava poco naturale che io adolescente desiderassi un microscopio in luogo delle molte cose allegre e concrete che il mondo offre. Penso che si sia rivolto a qualcuno per consiglio: sta di fatto che dopo qualche mese il microscopio arrivò in casa. Visto con gli occhi del poi, quello strumento non valeva molto: dava solo duecento ingrandimenti, era poco luminoso, e presentava aberrazioni cromatiche da far girare la testa, ma mi ci affezionai subito, più che alla bicicletta a cui ero arrivato dopo due anni di petizioni e di cauta diplomazia. Del resto, la bicicletta e il microscopio erano in certa misura complementari: senza bicicletta, e partendo dal centro urbano, come avrei potuto raggiungere i giardini, le foreste e i ruscelli di cui parlava il mio testo? Comunque, prima di programmare una sortita, mi dedicai ad un inventario microscopico di quanto potevo trovare su di me e intorno a me. I capelli che mi strappavo avevano un aspetto del tutto inaspettato: sembravano tronchi di palma, e guardando bene si distinguevano, sulla loro superficie, quelle minuscole scaglie grazie a cui un capello si sente più liscio quando lo si segue tra le dita dalla radice all' estremità che non viceversa: ecco un primo perché a cui il microscopio dava una risposta. La radice del capello era invece piuttosto ripugnante, sembrava un tubero molliccio e pieno di bitorzoli. La pelle dei polpastrelli era difficile da osservare, perché era quasi impossibile mantenere il dito fermo rispetto all' obiettivo; ma quando ci si riusciva per qualche attimo, si vedeva un paesaggio bizzarro, che ricordava le terrazzature delle colline liguri e i campi arati: grossi solchi rosei translucidi, paralleli, ma con improvvise curve e biforcazioni. Una chiromante munita di microscopio avrebbe potuto predirti l' avvenire con molti più dettagli che non esaminandoti il palmo della mano a occhio nudo. Sarebbe stato interessantissimo, anzi, in qualche modo fondamentale, esaminare il sangue e vedere i globuli rossi descritti nel libretto, ma io non trovai il coraggio di pungermi, e mia sorella (che del resto si mostrava singolarmente insensibile ai miei entusiasmi) rifiutò nettamente sia di pungere me, sia di lasciarsi pungere. Le mosche, poverette, erano una miniera di osservazioni: le ali, un delicato dedalo di nervature incastonate nella membrana trasparente e iridescente; gli occhi, un mosaico purpureo di mirabile regolarità; le zampe, un arsenale di artigli, peli rigidi e cuscinetti gommosi: pantofole, suole Vibram e ramponi condensati insieme. Altra miniera erano i fiori, belli o brutti, indifferentemente; dai petali non si cavava molto (il mio ingrandimento non era sufficiente a rivelarne la struttura), ma ogni specie depositava sul vetrino il suo polline, ed ogni polline era bellissimo e specifico: se ne distinguevano i singoli granelli, architetture delicate ed eleganti, sferette, ovoidi, poliedri, alcuni lisci e lucenti, altri irti di creste o di spine, candidi, bruni o dorati. Altrettanto specifiche erano le forme dei cristalli che si potevano ottenere lasciando evaporare sul vetrino le soluzioni dei vari sali: il sale comune, il solfato di rame, il bicromato di potassio, e altri elemosinati dal farmacista; ma qui c' era qualcosa di nuovo, i cristalli si vedevano nascere e crescere "a vista d' occhio", qualcosa finalmente si muoveva: il microscopio non era più limitato all' immobilità dei vegetali e delle mosche morte. Era curioso che i primi oggetti in movimento fossero proprio gli oggetti meno vivi, i cristalli del mondo inorganico. Forse quest' ultimo termine non era poi così appropriato. Anche nell' acqua dei vasi da fiori c' era movimento: e questo, anzi, non era solenne e ordinato come il crescere dei cristalli. Era invece turbolento e vorticoso, da togliere il fiato: un pullulare tanto più frenetico quanto più stantia era l' acqua del vaso. Eccoli, infine, gli animalculi promessi dal mio testo: li potevo ravvisare sulle illustrazioni, delicate, minuziose, un po' idealizzate, e pazientemente colorate ad acquerello (me n' ero accorto toccandone una con una gocciolina d' acqua). Ce n' era di grossi e di minuti: alcuni attraversavano il campo del microscopio in un baleno, come se avessero fretta di arrivare chissà dove, altri gironzolavano pigri come se pascolassero, altri ancora giravano stupidamente su se stessi. I più graziosi erano le vorticelle: minuscoli calici trasparenti che oscillavano come fiori nel vento, legati a un fuscello mediante un filamento lungo ma così sottile da risultare appena visibile. Ma bastava una minima scossa, sfiorare con l' unghia il fusto del microscopio, e di scatto il filamento si contraeva a spirale e l' apertura del calice si chiudeva. Dopo qualche istante, come se la paura gli fosse passata, l' animaletto riprendeva fiato, il filamento tornava ad allungarsi, e guardando bene si distingueva il piccolo vortice da cui le vorticelle traevano il nome: bruscolini indistinti roteavano intorno al calice, e sembrava che qualcuno vi rimanesse intrappolato. Ogni tanto, come se la sedentarietà le fosse venuta a noia, una vorticella levava l' ancora, ritirava il filamento e se ne partiva alla ventura. Era proprio una bestia come noi, che si spostava, reagiva, mossa dalla fame, dalla paura o dalla noia. O dall' amore? Il sospetto, soave e conturbante, mi venne il giorno in cui per la prima volta ero andato fino al Sangone in bicicletta, e avevo portato a casa un campione d' acqua stagnante e di sabbia del torrente, che allora era pulito. Qui si vedevano mostri: enormi vermi lunghi quasi un millimetro, che si torcevano come torturati; altre bestiole trasparenti, visibili a occhio nudo come puntini scarlatti, che sotto il microscopio si rivelavano irte di antenne e di ciuffi, e si muovevano a scatti, come pulci naufragate. Ma la scena era invasa dai parameci: affusolati, agili, storti come vecchie ciabatte, saettavano così veloci che per seguirli bisognava ridurre l' ingrandimento: navigavano nell' oceano della loro goccia d' acqua ruotando intorno al loro asse, sbattevano contro gli ostacoli e subito si voltavano e ripartivano, come motoscafi impazziti. Sembravano in caccia di luce e d' aria, solitari ed affaccendati: ma ne vidi due frenare la corsa come se l' uno si fosse accorto dell' altro, come se si fossero piaciuti; avvicinarsi, aderire stretti, e proseguire il viaggio insieme con passo più lento. Come se in questo coniugarsi cieco si scambiassero qualcosa, e ne traessero un misterioso infinitesimo piacere.
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