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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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C' è chi scrive per stupire, anzi, ci sono state epoche in cui destare meraviglia nel lettore era considerato lo scopo primo del mestiere di scrivere: ma il libro che mi ha stupito di più, e su cui sono caduto per caso, non è certamente stato scritto a questo fine. È un libro di argomento religioso, o più precisamente rituale, ed io religioso non sono; ma non lo commenterò con intenzioni critiche, perché rispetto chi crede e qualche volta lo invidio. Le sue bizzarrie mi hanno fatto pensare: mi hanno riportato a un modo di concepire la vita e il mondo che è lontano dal nostro, ma che deve essere capito se vogliamo capire noi stessi, e che sarebbe stupido liquidare in scherno. Il libro si chiama "Shulkhàn Arùkh" ("La tavola imbandita"); è stato scritto in ebraico (ma io l' ho letto in traduzione) nel xvi secolo da un rabbino spagnolo; benché abbia mole considerevole, è il compendio di molte opere precedenti, e contiene in sostanza le regole, le usanze e le credenze dell' ebraismo del suo tempo. È diviso in quattro parti, che riguardano rispettivamente: le prescrizioni giornaliere, il Sabato e le feste; il cibo, il denaro, la purezza e il lutto; il matrimonio; la legislazione rabbinica civile e penale. L' autore, Joseph Caro, era sefardita ed ignorava le regole e gli usi degli ebrei orientali; perciò il testo fu ripreso successivamente dal famoso rabbino Moses Isserles di Cracovia, che ne scrisse un commento, argutamente intitolato La Tovaglia, col quale si proponeva di colmarne le lacune e renderlo adatto al lettore askenazita. All' ebreo, com' è noto, è fatto divieto di pronunciare il nome "vero" di Dio: esso viene bensì stampato nei libri, ma nella lettura deve essere sostituito da sinonimi. Di norma è lecito pronunciare la parola "Dio" in lingue diverse dall' ebraico (ma ho conosciuto un ebreo tedesco che, per estrema reverenza e timore di peccare, nelle sue lettere scriveva Gtt in luogo di Gott; lo stesso fanno, scrivendo D-o anziché Dio, i pochi seguaci italiani del rabbino Lubavic), tuttavia gli autori della Tavola e della Tovaglia si preoccupano di quanto può avvenire ai bagni pubblici, dove la presenza di corpi umani nudi rende l' ambiente intensamente profano; perciò, ai bagni, è preferibile non pronunciare il nome di Dio "neppure in tedesco o in polacco". Come si vede, è questa certamente una chiosa di Isserles: del resto, non risulta che nel 1500 in Spagna i bagni pubblici fossero molto diffusi. Per motivi simili, nella chiusa delle lettere non si deve scrivere "adiòs", "addio", "adieu": la lettera potrebbe essere insudiciata o finire tra le immondizie. Il concetto di nudità è vasto, principalmente per quanto riguarda la donna: è nudità ogni porzione del corpo che d' abitudine sia coperta, ed altresì i capelli. È insomma nudità tutto ciò che può attirare l' attenzione dell' uomo distraendolo dal pensiero di Dio: perciò è equiparata alla nudità "anche la voce della donna che canta". La stessa tendenza all' oltranza, al "far siepe alla Legge", si osserva anche per quanto riguarda il divieto di lavorare il Sabato. I lavori fondamentali della vita rurale ed artigiana dell' epoca vengono ampliati con fantasia scatenata. È vietato pigiare l' uva: quindi anche qualsiasi "spremere", ad esempio non si può spremere la frutta; ma se il liquido che si ottiene è da gettare, allora spremere è permesso, e si può spremere e sgocciolare l' insalata. È vietato cacciare; che fare con una pulce? La si può acchiappare e gettare lontana, ma non la si deve uccidere. Cacciare è anche catturare, intrappolare: perciò, prima di chiudere una cassa o un baule, devi accertarti che non contenga mosche o tignole; se tu le rinchiudessi, avresti cacciato, anche senza averne volontà né coscienza, e avresti infranto il Sabato. Come ti dovrai condurre se, di Sabato, ti dovessi accorgere che il tuo tino perde? Non puoi tappare la falla, perché sarebbe lavoro servile; e neppure puoi pregare esplicitamente un tuo servo od amico cristiano di provvedere, perché anche far lavorare è proibito. Tanto meno puoi proporgli di ricompensarlo l' indomani, perché questo sarebbe un contratto, e di Sabato sono vietati anche i contratti. Questa è la soluzione proposta: se il danno si prospetta grave, puoi dire impersonalmente: "Se qualcuno dovesse porre riparo non avrebbe a pentirsene". Nel giorno del riposo e della letizia è anche vietato scrivere e cancellare, forse in ricordo del tempo in cui si scriveva scalpellando la pietra. Questo divieto dà origine a una casistica mirabilmente ramificata. Non si può tracciare lettere, e neppure ghirigori, su un vetro appannato; maneggiando un libro, bisogna badare a non inciderne la copertina con l' unghia; per contro, è lecito mangiare una torta che porti scritte o disegni. Spazzare è un abradere, e quindi, con temeraria espansione del concetto, rientra fra i lavori proibiti perché comporta un cancellare: ma è permesso farlo "in modo non abituale", ad esempio usando penne d' oca in luogo della scopa. È vietato accendere un fuoco ed anche spegnerlo. Naturalmente è permesso, anzi obbligatorio, spegnere di Sabato un incendio se sono in pericolo vite umane; però, "se un abito prende fuoco, si può versare acqua sulla parte che non sta bruciando, ma non sul fuoco direttamente". L' idolatria va tenuta in abominio. Sugli idoli non si deve neppure posare lo sguardo, né avvicinarsi a loro a meno di quattro cubiti. Se, passando presso un idolo, ti si pianta una spina in un piede, non devi curvarti per toglierla, perché questo potrebbe apparire a qualcuno un gesto di ossequio: ma non ti devi curvare anche se non c' è nessuno, perché tale potrebbe sembrare il gesto a te stesso più tardi, nel ricordo. Devi allontanarti, o sederti, o almeno volgere le spalle all' idolo. A proposito del divieto di mangiare insieme carne e latte, si formulano ipotesi e soluzioni che ricordano gli studi e i problemi degli scacchisti: si immaginano cioè situazioni elegantemente improbabili, astratte, ma utili per ragionamenti sottili. Se due ebrei pii mangiano alla stessa tavola, e uno consuma carne e l' altro latticini, devono tracciare un segno sulla tovaglia per dividere i due campi, o comunque segnare un confine. Non devono bere allo stesso bicchiere, perché vi possono aderire tracce di cibo. Se insieme con la carne si prepara un piatto con "latte" di mandorle, bisogna lasciarvi dentro alcune mandorle intere, affinché sia evidente che non si tratta di latte vero. Che dire di questo labirinto? Frutto di altri tempi? Ingegno e tempo sprecati? Degradazione del sentimento religioso a regolamento massiccio? Questa "Tavola imbandita" è da buttare, da dimenticare o da difendere? E se è da difendere, come? Io non penso che ci si possa scrollare di dosso questo libro, e in generale il rito, con un' alzata di spalle, come si fa con le cose che non ci riguardano. Il rito, ogni rito, è un condensato di storia e di preistoria: è un nocciolo dalla struttura fine e complessa, è un enigma da risolvere; se risolto, ci aiuterà a risolvere altri enigmi che ci toccano più da vicino. E inoltre, i Mani sono pure qualcosa. Ma, oltre a questo, sento in questa "Tavola" un fascino che è di tutti i tempi, il fascino della subtilitas, del gioco disinteressato dell' ingegno: spaccare capelli in quattro non è mestiere da perdigiorno, ma allenamento mentale. Dietro a queste pagine curiose percepisco un gusto antico per la discussione ardita, una flessibilità intellettuale che non teme le contraddizioni, anzi le accetta come un ingrediente immancabile della vita; e la vita è regola, è ordine che prevale sul Caos, ma la regola ha pieghe, sacche inesplorate di eccezione, licenza, indulgenza e disordine. Guai a cancellarle, forse contengono il germe di tutti i nostri domani, perché la macchina dell' universo è sottile, sottili sono le leggi che la reggono, ogni anno più sottili si rivelano le regole a cui obbediscono le particelle subatomiche. È stato spesso citato il detto di Einstein: "Il Signore è sottile, ma malvagio non è"; sottili devono dunque essere, a Sua somiglianza, coloro che Lo seguono. Si nota che, tra i fisici e i cibernetici, sono molto numerosi gli ebrei originari dell' Europa orientale: che il loro esprit de finesse altro non sia se non un' eredità talmudica? Ma soprattutto, e sotto la scorza seriosa, sento in questa "Tavola" un riso che mi piace: è lo stesso riso delle storielle ebree in cui le regole vengono arditamente capovolte, ed è il riso di noi "moderni" che leggiamo. Chi ha scritto che pizzicare una pulce è un cacciare, o che aprire di Sabato un libro che porti una scritta sul taglio è probabilmente illecito (perché così facendo si cancella un messaggio scritto), ha riso scrivendo come noi ridiamo leggendo: non era diverso da noi, anche se lui si occupava di distinguere i lavori leciti dagli illeciti, e noi di bilanci aziendali o di cemento armato o di codici alfanumerici.

Il mondo invisibile

L'altrui mestiere 1985