L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Emanuele Kant riconosceva due meraviglie nel creato: il cielo stellato sopra il suo capo, e la legge morale dentro di lui. Lasciamo da parte la legge morale: abita in tutti? È vero, si può ammettere che sia congenita in noi, nasca con noi, e nel corso di ogni singola vita si evolva e maturi, o invece degeneri e si spenga? ogni anno che passa accresce i nostri dubbi; davanti alla necrosi politica che affligge il nostro paese, e non solo il nostro; davanti alla corsa insensata verso il riarmo nucleare, non si sfugge al sospetto che sulla legge morale prevalga un principio perverso, per cui acquista potere chi di questa legge, che sentiamo unica in ogni tempo e luogo, cemento di tutte le civiltà, non sa che farsene, non ne percepisce il pungolo, è senza e sta bene senza. Il cielo stellato invece rimane: sta sul capo di tutti, anche se noi cittadini lo possiamo vedere di rado, offuscato dai nostri fumi, stretto fra i tetti, offeso dalle antenne TV. E a questo proposito, sia detto per inciso, mi disturba un pensiero: a differenza dalle onde radio, quelle usate per la televisione non sono riflesse verso il basso dall' alta atmosfera: non sono racchiuse nel nostro ambito terrestre, non sono un fatto nostro privato. Così pure si comporta la luce visibile, ad esempio l' illuminazione notturna urbana, ma questa non contiene che scarsa informazione: invece le onde tv di informazione sono ricchissime, penetrano la ionosfera e sfuggono nello spazio cosmico; la Terra, a quelle lunghezze d' onda, è "luminosa", è loquace, ed un osservatore extraterrestre acuto, attrezzato e interessato ai fatti nostri, potrebbe imparare molte cose sulle nostre crisi di governo, sui detersivi, sugli aperitivi e sui pannolini per neonati. Ne ricaverebbe un' immagine curiosa del nostro modo di vivere. Ma torniamo al cielo stellato. Quando lo scorgiamo nelle notti serene, da un qualche osservatorio lontano dalle nostre luci disturbatrici, è ancora sempre quello: il suo fascino non è mutato. Le "vaghe stelle dell' Orsa" sono quelle che ridavano pace a Leopardi, la W di Cassiopea, la croce del Cigno, orione gigantesco, il triangolo di Boote affiancato dalla Corona e dalle Pleiadi care a Saffo, sono ancora sempre quelli, abbiamo imparato a conoscerli da bambini e ci hanno accompagnato per tutta la vita. È il cielo "delle stelle fisse", immutabile, incorruttibile; l' antagonista del nostro mondo terrestre, il nobile-perfetto-eterno che abbraccia e avvolge l' ignobile-mutevole-effimero. E invece non ci è più lecito guardare alle stelle così, in questo modo ingenuo e riduttivo. Il cielo dell' uomo d' oggi non è più quello. Abbiamo imparato ad esplorarlo con i radiotelescopi, ed a mandare in orbita strumenti capaci di cogliere le radiazioni che l' atmosfera intercetta: ora siamo obbligati a sapere che le stelle visibili dai nostri occhi, nudi od aiutati, sono una minoranza esigua; il cielo si sta rapidamente popolando di una folla di oggetti nuovi, insospettati. Cent' anni fa, l' universo era puramente "ottico"; non era molto misterioso, e si riteneva che lo sarebbe diventato sempre meno. Appariva amico e domestico: ogni stella era un sole come il nostro, più grande o più piccola, più calda o meno, ma non eterogenea; alcune erano in realtà un po' inquiete, qualche stella nuova era comparsa, ma tutto faceva pensare che il disegno dell' universo fosse dappertutto lo stesso. Gli spettroscopi mandavano messaggi rassicuranti: niente paura, nelle stelle c' era idrogeno, elio, magnesio, sodio, ferro, le materie prime dei chimici nostrani. Si riteneva probabile che ogni stella-sole avesse il suo corteggio di pianeti: alcuni astronomi (primo fra tutti Camille Flammarion, il divulgatore infaticabile ed entusiasta) asserivano anzi che doveva averlo, altrimenti non avrebbe avuto ragione d' esistere. Infatti, ogni pianeta, ivi compresi quelli del nostro Sole, doveva essere albergo di vita, o esserlo stato, o essere destinato a diventarlo in futuro: osservatori dagli occhi troppo acuti vedevano sulla Luna fumi e luci fugaci, e su Marte reti di canali troppo regolari e geometrici per essere opera solo della natura. Un universo abitato solo da noi, così imperfetti, sarebbe stato un' immensa macchina inutile. Ora il cielo che pende sopra il nostro capo non è più domestico. Si fa sempre più intricato, imprevisto, violento e strano; il suo mistero cresce invece di ridursi, ogni scoperta, ogni risposta alle vecchie domande, fa nascere miriadi di domande nuove. Copernico e Galileo avevano sbalzato l' umanità dal centro del creato: non era stato che un trasloco, da cui pure molti si erano sentiti destituiti ed umiliati. Oggi ci accorgiamo di ben altro: che la fantasia dell' artefice dell' universo non ha i nostri confini, anzi, non ha confini, e sconfinato diventa anche il nostro stupore. Non solo non siamo il centro del cosmo, ma ne siamo estranei: siamo una singolarità. È strano l' universo per noi, noi siamo strani nell' universo. Generazioni di amanti e di poeti avevano guardato alle stelle con confidenza, come a visi famigliari: erano simboli amici, rassicuranti, dispensatori di destini, immancabili nella poesia polare ed in quella sublime; con la parola "stelle" Dante aveva terminato le tre cantiche del suo poema. Le stelle d' oggi, visibili ed invisibili, hanno mutato natura. Sono fornaci atomiche. Non ci trasmettono messaggi di pace né di poesia, bensì altri messaggi, ponderosi ed inquietanti, decifrabili da pochi iniziati, controversi, alieni. L' anagrafe dei mostri celesti si allunga a dismisura: a descriverli, il nostro linguaggio di tutti i giorni fallisce, è inetto. Ci sono stelle "piccole" ma di densità inimmaginabile, che ruotano decine di volte al secondo sparando nello spazio, da sempre e per sempre, un balbettio radio senza destinatario e senza senso. Altre che emanano energia con intensità superiore a quella dell' intera nostra galassia, e talmente lontane da apparirci quali erano al principio dei tempi. Altre non più calde di una tazza di tè; fino ai troppo chiacchierati buchi neri, frutto per ora più di speculazione che di osservazione, presunte tombe ed inghiottitoi celesti, il cui campo gravitazionale sarebbe così intenso da non lasciarne uscire né materia né radiazione. Non è ancora nato, e forse non nascerà mai, il poeta-scienziato capace di estrarre armonia da questo oscuro groviglio, di renderlo compatibile, confrontabile, assimilabile alla nostra cultura tradizionale ed all' esperienza dei nostri poveri cinque sensi fatti per guidarci entro gli orizzonti terrestri. Queste notizie dal cielo sono una sfida alla nostra ragione. È una sfida da accettare. La nostra nobiltà di fuscelli pensanti ce lo impone: forse il cielo non farà più parte del nostro patrimonio poetico, ma sarà, anzi è già, nutrimento vitale per il pensiero. È possibile che il nostro cervello sia un unicum nell' universo: non lo sappiamo, né probabilmente lo sapremo mai, ma sappiamo già fin d' ora che è un oggetto più complesso, più difficile a descriversi, che una stella o un pianeta. Non neghiamogli alimento, non cediamo al panico dell' ignoto. Forse spetterà a loro, agli studiosi degli astri, dirci quanto non ci hanno detto, o ci hanno detto male, i profeti ed i filosofi: chi siamo, donde veniamo, dove andiamo. L' avvenire dell' umanità è incerto, anche nei paesi più prosperi, e la qualità della vita peggiora; eppure io credo che quanto si va scoprendo sull' infinitamente grande e sull' infinitamente piccolo sia sufficiente ad assolvere questa fine di secolo e di millennio. Quanto alcuni pochi stanno audacemente acquistando nella conoscenza del mondo fisico farà sì che questo periodo non sarà giudicato un puro ritorno alla barbarie.
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