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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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È lecito ad un incompetente, inerme, ingenuo, ma non del tutto inesperto dei mali del mondo, dire qualche parola a titolo personale sulla questione delle questioni, quella della minaccia nucleare? Di recente è stato pubblicato da Mondadori un libro fondamentale, necessario e terribile, "Il destino della Terra", di Jonathan Schell: dalla sua lettura si esce attoniti, spaventati, eppure stimolati ad agire, a parlarne, o almeno a pensarci su, cosa che, stranamente, di solito non facciamo. In parole brevi: nel caso di una guerra nucleare estesa, non solo non ci saranno né vinti né vincitori, ma gli effetti combinati delle esplosioni e della radioattività successiva estingueranno, nel giro di giorni o di mesi, non solo la specie umana ma tutti gli animali a sangue caldo; forse sopravvivranno più a lungo i pesci; certamente gli insetti ed alcuni vegetali. Che cosa faranno i pochi "privilegiati" quando usciranno dai loro costosissimi e sofisticati rifugi antinucleari? Come si vede, la situazione è nuova: l' esperienza della storia, la triste saggezza delle guerre recenti non ci aiutano per nulla. Eppure non ci pensiamo, o non ci pensiamo molto; meno che tutti, pare, ci pensano i giovani, che sono nati nell' era atomica, e che sembrano accettare come naturale l' attuale equilibrio del terrore, che pure non dà molte garanzie di stabilità a lungo termine. Perché? Per molti motivi. Perché tendiamo a rimuovere tutte le angosce, così come, da tempo immemorabile, abbiamo tutti imparato a rimuovere l' angoscia connessa con la nostra morte individuale. Perché tutti abbiamo da risolvere problemi più urgenti, la fame nel mondo, il nostro destino prossimo, la malattia, i disagi, l' incertezza del diritto e del lavoro. E forse anche perché, ad un livello più o meno conscio, una modesta dose di ottimismo ci viene dal ricordo di quanto è avvenuto intorno a noi nel quarantennio che è trascorso dal momento in cui la pila di Fermi ha cominciato a funzionare, dimostrandoci ad un tempo che l' umanità potrà in futuro disporre di quantità illimitate di energia, e che l' energia sviluppata dalla trasmutazione di pochi grammi di materia è stata sufficiente a distruggere due città in pochi attimi, ed a creare una somma non misurabile di dolore umano. Da allora ad oggi, in quarant' anni di tensione bipolare, ora più, ora meno fredda, abbiamo constatato che nelle crisi più gravi ha prevalso una rudimentale prudenza: allo stesso modo che nella seconda guerra mondiale non si è fatto uso dei gas tossici, di cui pure esistevano dappertutto spaventosi arsenali, così nella crisi di Cuba e nel brutto groviglio del Vietnam gli avversari si sono guardati negli occhi ed hanno rinunciato a premere il grilletto nucleare. Questo non è certo sufficiente a tranquillizzarci; ma esiste una differenza vistosa fra lo stile in cui si è fatta politica nella prima e nella seconda metà di questo secolo. Nella prima metà abbiamo assistito (e quanti fra noi hanno contribuito!) all' emergere di personalità fuori della misura umana, tuttora mal decifrate, quali Hitler e Stalin (sotto alcuni aspetti, e nel loro desiderio, tali erano forse anche l' ultimo Kaiser e Mussolini); essi avevano saputo giovarsi della stampa, e poi dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, per mobilitare emotivamente i loro popoli, e interagendo con questi e fra loro avevano scatenato gli orrori di due guerre mondiali. Oggi questi mezzi di comunicazione si sono accresciuti come potenza e penetrazione capillare, ma, per ragioni che ci sfuggono, le probabilità che crescano fra noi individui incontrollabili, disumani, quali erano soprattutto i due primi citati, sembrano diminuite. Non sappiamo perché, ma sulla scena mondiale, oggi, appaiono ed agiscono uomini grigi, vaghi, effimeri, privi di demonismo e di carisma: doti solo apparentemente di segno opposto, ed entrambe da detestare. L' ultimo uomo carismatico è forse stato Mao, di cui tuttora sappiamo poco, né sappiamo pesare i pro e i contro. Questi uomini nuovi sembrano preoccupati principalmente di conservare il potere per sé e per i loro gregari. Non ci entusiasmano, ma abbiamo imparato a diffidare degli entusiasmi: non risulta che intorno ai piccoli imitatori di quei lontani modelli si sia formato, o si stia formando, un coagulo di consenso fanatico, acefalo, cieco, quale era quello che apparentemente conferiva forza a Hitler ed a Stalin. Il futuro che ci promettono questi nuovi leaders felicemente modesti (anche se forse pronti individualmente alle imprese più detestabili) non è esaltante, ma non è l' apocalisse, che essi sembrano temere quanto noi, e di cui temono uno scatenarsi "spontaneo". È un protrarsi indefinito di trattative ipocrite, logoranti, in gran parte segrete, ma trattative pur sempre: è uno stallo interminabile. E tuttavia, a questi scialbi padroni dei nostri destini, che essi siano realmente stati, o solo apparentemente, o per nulla affatto, eletti dalla volontà dei loro popoli, sono concessi potenziali decisionali enormi: nelle stanze dei bottoni ci sono loro e solo loro. Su di loro dobbiamo influire, da loro dobbiamo farci sentire, da ogni angolo del mondo, con tutti i mezzi possibili, con tutte le iniziative, anche le più strane e ingenue, che la nostra fantasia potrà inventare. A loro non chiediamo molto: solo di avere vista un po' più lunga di una spanna. Nonostante tutti i nostri mali, non siamo mai stati così forti. In pochi decenni abbiamo dilatato favolosamente i confini delle nostre conoscenze, verso l' immensamente grande e verso l' immensamente piccolo; presto forse sapremo se, come e quando (ma non perché!) l' universo è stato creato. Abbiamo timidamente messo piede sulla Luna, sconfitto le pestilenze più orrende, concentrato in scagliette minuscole di silicio sorprendenti capacità "intellettuali", le risoluzioni del problema energetico e dell' esplosione demografica non sono più utopiche, sappiamo che la degradazione dell' ambiente non è più un malefizio fatale e irreversibile. Non siamo una specie stupida. Non saremo capaci di erodere le barriere poliziesche, e di trasmetterci da popolo a popolo la nostra volontà di pace? Non potremmo, ad esempio, portare sul tavolo dei "vertici" internazionali una vecchia proposta, che si ispira al giuramento che Ippocrate aveva formulato per i medici? Che ogni giovane che intenda dedicarsi alla fisica, alla chimica, alla biologia, giuri di non intraprendere ricerche e studi palesemente nocivi al genere umano? È ingenuo, e lo so; molti non giureranno, molti spergiureranno, ma qualcuno ci sarà pure che terrà fede, e il numero degli apprendisti stregoni diminuirà. La parola ci differenzia dagli animali: dobbiamo imparare a far buon uso della parola. Menti più rozze delle nostre, mille e milioni di anni addietro, hanno risolto problemi più ardui. Dobbiamo far sentire più forte il mormorio che sale dal basso, anche nei paesi in cui mormorare è vietato. È un mormorio che scaturisce non solo dalla paura, ma anche dal senso di colpa di una generazione. Dobbiamo amplificarlo. Dobbiamo suggerire, proporre, imporre poche idee chiare e semplici agli uomini che ci guidano, e sono idee che ogni buon mercante conosce: che l' accordo è l' affare migliore, e che a lungo termine la buona fede reciproca è la più sottile delle astuzie.

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L'altrui mestiere 1985