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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Ho letto con genuino piacere che il comando provinciale dei vigili del fuoco presto distribuirà (nelle scuole, immagino) diecimila copie di un manuale per la prevenzione degli infortuni, e in specie degli incendi domestici. Con piacere, stupendomi che nessuno ci avesse pensato prima, e con un piccolo brivido di nostalgia per il mio mestiere precedente, in cui la paura del fuoco era una preoccupazione costante di tutte le ore di lavoro (ed anche di molte ore di riposo), ma in compenso costringeva alla prontezza ed alla vigilanza, e riportava ai tempi in cui quella paura si acquistava da bambini e si conservava per tutta la vita, perché le case erano fatte di legno. Chi ha avuto occasione di maneggiare il legno, per mestiere, per arte o per divertimento, sa che è un materiale straordinario, male uguagliato anche dalle più moderne materie plastiche. Ha due grandi segreti: è poroso, e quindi leggero, e ha proprietà molto diverse lungo la fibra o contro la fibra; basta pensare al diverso effetto che provoca un colpo di scure dato in testa al ceppo o al suo traverso. Non esiste legno "brutto" e non esiste albero il cui legno non abbia trovato una sua applicazione specifica: il cedro per le matite, il tiglio per i tasti dei pianoforti, la balsa per le remote imbarcazioni che salpavano dal Sud-America verso l' occidente sconosciuto, ma anche per le sedie che gli attori del cinema si rompono in testa nei pestaggi collettivi. Il legno è stato per millenni il materiale per costruzione, la "materia", per eccellenza, tanto che in alcune lingue materia e legno erano espressi dalla stessa parola. Non c' è dubbio che i nostri progenitori, diecimila, centomila anni fa, assai prima d' imparare a fondere il bronzo, avevano imparato a lavorare il legno. Eppure, accanto alle loro ossa si trovano selci, conchiglie, bronzo, argento, oro, ma legno mai (o solo in condizioni del tutto eccezionali), e questo ci dovrebbe mettere sull' avviso. Ci dovrebbe ricordare che il legno, come tutte le sostanze organiche, è stabile solo in apparenza. Le sue virtù meccaniche si accompagnano a una debolezza chimica intrinseca. Nella nostra atmosfera ricca d' ossigeno, il legno è stabile pressappoco come una palla da bigliardo che venga riposta su una mensola orizzontale cinta da un orlo spesso quanto un foglio di carta velina. Può starvi a lungo, ma basterà una minuscola spinta inavvertita, o anche solo un debole soffio d' aria, per farle superare la barriera e cadere a terra. Il legno, insomma, è desideroso di ossidarsi, cioè di distruggersi. Il cammino verso la distruzione può essere lentissimo, avvenire silenziosamente, a freddo, come nel legno sepolto, ad opera dell' aria aiutata dai batteri del sottosuolo; o può essere istantaneo, drammatico, quando la spinta è rappresentata da una sorgente di calore. Allora è l' incendio: un evento raro nelle nostre città di cemento ferro e vetro, ma frequente in passato. Se ne conserva la memoria là dove tuttora si costruisce in legno. Molti anni fa ho dormito in Norvegia in un bellissimo albergo tutto fatto di legno, in mezzo a un bosco sterminato e silenzioso. In ogni camera c' era in un angolo una gomena arrotolata, con un estremo libero e l' altro fissato al pavimento: in caso d' incendio avrebbe servito per calarsi al suolo dalla finestra. Poiché la nemica del legno è l' aria, o meglio l' ossigeno dell' aria, è comprensibile che il legno sia tanto più minacciato quanta più aria ha intorno: il legno in fogli sottili, in stecchi, in trucioli, in segatura. Quest' ultima, in specie, è una fonte di rischio che spero non sia trascurata nel manuale ricordato sopra: anche perché se ne fa largo uso e perché spesso viene accumulata e dimenticata come un qualsiasi materiale inerte. Non sempre è inerte, specialmente quando è asciutta. In una fabbrica in cui ho lavorato per molti anni si usava correntemente la segatura di legno per la pulizia dei pavimenti. Sapevamo che è una sostanza di cui è bene diffidare, perciò non la tenevamo all' interno dei reparti: una volta ne comperammo dieci fusti e li sistemammo all' aperto, sotto una tettoia; nessuno pensò di chiuderli con un coperchio, perché venivano spesso gli uomini delle pulizie a prelevarne e perché "si era sempre fatto così". I fusti restarono là per diversi mesi, finché venne da me un caporeparto a dirmi che uno dei fusti fumava. Andai a vedere: nove fusti erano freddi, il decimo scottava e dalla superficie della segatura saliva un fumo sinistro. Scavammo con una pala: al centro del fusto era un nido di brace e tutto intorno la segatura aveva già cominciato a carbonizzare. Se avessimo conservato quel fusto in un reparto o in un magazzino, la fabbrica intera sarebbe potuta andare a fuoco. Perché nove no e uno sì? Ne discutemmo a lungo, poi decidemmo di guardare meglio i fusti superstiti e notammo che la segatura non era affatto omogenea: forse veniva da segherie diverse, certo era fatta di legni diversi. Probabilmente conteneva anche materiale estraneo. Tutto questo poteva spiegare perché i fusti si erano comportati in maniera differente, ma non aiutava molto a capire perché uno avesse preso fuoco in quel modo. Poi qualcuno cominciò a parlare di autocombustione e tutti si sentirono più tranquilli, perché quando si dà un nome a una cosa che non si conosce si ha subito l' impressione di conoscerla un po' meglio. Andai comunque a raccontare la storia al comandante dei vigili del fuoco di allora, uomo solido e pratico. No, sull' autocombustione non aveva idee chiare, anzi, la riteneva un nome-imbroglio, una parola per coprire un' ignoranza, come la febbre criptogenetica dei medici; però aveva visto parecchi casi simili al nostro, non tutti di segatura, alcuni finiti in catastrofe, tutti accomunati da un tratto inquietante. In tutti, una massa apparentemente inerte dimenticata da qualche parte, in un solaio, in una cantina, in una discarica, "si ricordava" a un tratto, sotto uno stimolo quasi sempre sconosciuto, di possedere energia, di non essere in equilibrio con l' ambiente, di trovarsi insomma nella condizione della palla da bigliardo sulla mensola. I contorni di questa stabilità fragile, che i chimici chiamano metastabilità, sono ampi. Vi stanno comprese, oltre a tutto ciò che è vivo, anche quasi tutte le sostanze organiche, sia naturali, sia di sintesi; ed altre sostanze ancora, tutte quelle che vediamo mutare stato a un tratto, inaspettatamente: un cielo sereno, ma segretamente saturo di vapore, che si annuvola di colpo; un' acqua tranquilla che, al di sotto dello zero, congela in pochi istanti se vi si getta un sassolino. Ma è grande la tentazione di dilatare quei contorni ancora di più, fino a inglobarvi i nostri comportamenti sociali, le nostre tensioni, l' intera umanità d' oggi, condannata e abituata a vivere in un mondo in cui tutto sembra stabile e non è, in cui spaventose energie (non parlo solo degli arsenali nucleari) dormono di un sonno leggero.

I padroni del destino

L'altrui mestiere 1985