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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Dopo trentacinque anni di apprendistato, e di autobiografismo camuffato o aperto, un giorno ho deciso di scavalcare l' argine e di provare a scrivere un romanzo, senza curarmi troppo della polemica in corso, se il romanzo sia vivo o morto, e, se vivo, sia in buona salute. Adesso che l' impresa è terminata, e il libro è stampato e in libreria, ho l' impressione gradevole di essere di ritorno da un viaggio esotico, e, come tutti i reduci, provo il desiderio di raccontare le cose viste e di "far vedere le diapositive" agli amici. È noto che qualche volta, a queste esibizioni non richieste, gli amici si annoiano; se sì, in questo caso non hanno che da voltare pagina. Cosa si prova a scrivere cose d' invenzione? Scrivere di cose viste è più facile che inventare, e meno felice. È uno scrivere-descrivere: hai una traccia, scavi nella memoria prossima o lontana, riordini i reperti (se ne hai il talento), li cataloghi, poi prendi una sorta di macchina fotografica mentale e scatti: puoi essere un fotografo mediocre, o buono, o magari "artistico"; puoi nobilitare le cose che ritrai, o riportarle in maniera impersonale, modesta e onesta, o darne invece un' immagine distorta, piatta, sfuocata, scentrata, sotto o sovraesposta, ma in ogni caso sei guidato, tenuto per mano dai fatti, hai terra sotto i piedi. Scrivere un romanzo è diverso, è un superscrivere: non tocchi più terra, voli, con tutte le emozioni, le paure e gli entusiasmi del pioniere in un biplano di tela, spago e compensato; o meglio, in un pallone frenato a cui si sia tagliato l' ormeggio. La prima sensazione, destinata a ridimensionarsi in seguito, è quella di una libertà sconfinata, quasi licenziosa. Puoi sceglierti l' argomento o la vicenda che vuoi, tragica fantastica o comica, lunare o solare o saturnina; puoi situarla in un tempo che sta fra il primo Giorno della Creazione (od anche prima, perché no?) e l' oggi, anzi, il futuro più remoto, che ti è lecito modellare a tuo piacere, puoi ambientare la tua storia dove vuoi; nel soggiorno di casa tua, nell' Empireo, alla corte di Tamerlano, nella stiva di un peschereccio, dentro un globulo rosso, in fondo a una miniera o in un bordello: insomma, in qualsiasi luogo tu abbia visto, o in luoghi sentiti descrivere, o letti, o visti al cinema o in fotografia, o immaginati, immaginari, immaginabili, non immaginabili. Tutta la Terra è tua, anzi, il cosmo; e se il cosmo ti è stretto, te ne inventi un altro che faccia al caso tuo. Se obbedisce alle leggi della fisica e del buon senso, bene; se no va bene lo stesso, o magari anche meglio; in ogni caso non scatenerai nessuna catastrofe, tutt' al più qualche lettore pignolo ti scriverà per esprimere urbanamente la sua delusione o il suo dissenso. Insomma, a parte il tempo che avrai perduto, non corri rischi superiori a quelli dello studente che fa il compito in classe: alla peggio prenderai un brutto voto. Non è un bel mestiere? Quanto ai personaggi, il discorso si fa complesso. Su questo tema, il ménage a tre fra l' autore, il personaggio e il lettore, si sono scritti quintali di libri, ma essendo io ormai un addetto ai lavori, mi permetto di dire la mia, ossia di proiettare le mie diapositive. Anche per i personaggi si prova all' inizio l' impressione di una libertà senza limiti. In astratto, tu hai su loro un potere assoluto, quale nessun tiranno ha mai avuto sulla faccia della terra. Puoi farli nascere nani o giganti, puoi affliggerli, torturarli, ucciderli, resuscitarli; o donare loro la bellezza e giovinezza eterne, la forza, la sapienza che tu non hai, la felicità di ogni minuto (ma questa, sarai capace di descriverla senza annoiare il tuo lettore?), l' amore, la ricchezza, il genio. Ma solo in astratto: perché sei legato a loro più di quanto non appaia. Ognuno di questi fantasmi è nato da te, ha il tuo sangue, nel bene e nel male. È una tua gemmazione. Peggio, è una tua spia, rivela una parte di te, le tue tensioni, come quegli incastri di vetro che si usano per rivelare se la crepa di un muro è destinata ad allargarsi. Sono un tuo modo di dire "io": quando li fai muovere o parlare rifletti a quello che fai, potrebbero dire troppo. Forse vivranno più a lungo di te, perpetuando i tuoi vizi ed errori. Veramente i personaggi di un libro sono creature strane. Non hanno pelle né sangue né carne, hanno meno realtà di un dipinto o di un sogno notturno, non hanno sostanza che di parole, ghirigori neri sul foglio di carta bianca, eppure puoi intrattenerti con loro, conversare con loro attraverso i secoli, odiarli, amarli, innamorartene. Ognuno di loro è depositario di certi elementari diritti, e sa farli valere. La tua libertà di autore è solo apparente. Se, una volta concepito il tuo homunculus, tu lo contrasti, se gli vuoi imporre un gesto avverso alla sua natura, o vietargli un atto che gli sarebbe congeniale, incontri una resistenza, sorda ma indubbia: come se tu volessi comandare alla tua mano di toccare un ferro rovente, o un oggetto che ti (che le) ripugna. Lui, il non-esistente, è lì, c' è, pesa, spinge contro la tua mano: vuole e disvuole, silenzioso e testardo. Se tu insisti, intristisce. Si apparta, cessa di collaborare con te, di suggerirti le sue battute; perde corpo, diventa piatto, sottile, bianco. È carta, e ritorna in carta. Anche per un altro verso la tua libertà d' invenzione è apparente. Allo stesso modo che è impossibile trasformare una persona di carne in un personaggio, farne cioè una biografia obiettiva e non distorta, così è impossibile eseguire l' operazione inversa, coniare un personaggio senza travasargli dentro, oltre ai tuoi umori d' autore, anche frammenti di persone che tu hai incontrate, o di altri personaggi. La prima impossibilità è dimostrata da millenni di letteratura. La resa del ritratto scritto è sempre bassa, anche nei testi migliori: l' intera Odissea non basta a darci l' immagine di Ulisse, ma neppure nel romanzo di taglio classico, o nella biografia dichiarata, in cui l' autore si affanna a descriverti la statura del suo soggetto, il colore dei suoi capelli, occhi e carnagione, la sua corporatura, il suo parlare, ridere, camminare, gesticolare: neppure qui, mai, per essenziale insufficienza dei nostri mezzi espressivi, si arriva alla mimesi. Ci arrivano con migliore approssimazione il cinematografo e la televisione; infatti, le riprese filmate di persone scomparse ci commuovono in misura ben maggiore dei ritratti scritti. Ci turbano: colui che vediamo muoversi e parlare sullo schermo, davvero non è morto del tutto . E se gli ologrammi ci regaleranno una terza dimensione, il turbamento sarà tremendamente maggiore, farà pensare alla magia nera. Per uno scrittore, tentare di competere con questi mezzi è tempo perduto. Ma altrettanto ferrea mi pare sia l' impossibilità di creare un personaggio dal nulla. Ho già detto che fatalmente l' autore vi trasferisce (sapendolo o non, volendolo o non, talora accorgendosene solo quando rilegge le sue pagine anni dopo averle scritte) una parte di sé; ma il resto, il non-sé, non è mai del tutto inventato. Brulica di ricordi: anche questi, consapevoli o inconsapevoli, volontari o non. Il personaggio che credi ingenuamente di aver fabbricato nella tua officina si rivela una chimera, un mosaico di tasselli, di istantanee scattate chissà quando e relegate nel solaio della memoria. Un conglomerato, insomma, che sarà tuo merito aver reso vivo e credibile; ma di quest' arte, di ricavare un organismo da un coacervo, non credo si possano dare regole certe. Si possono tentare regole negative: non è necessario che il tuo personaggio sia virtuoso, né simpatico, né savio; neppure è necessario che sia coerente con se stesso, anzi, forse è vero il contrario. Il personaggio troppo coerente è prevedibile, cioè noioso: non ha scatti, è programmato, non ha arbitrio. Dev' essere incoerente come tutti noi lo siamo, avere umore vario, sbagliare, perdersi, crescere di pagina in pagina, o declinare, o spegnersi: se rimane uguale a se stesso non sarà il simulacro di una creatura, ma il simulacro di una statua, cioè un doppio simulacro. Beninteso, al di sotto di questa incoerenza sta una più profonda coerenza, ma definirla è al di là delle mie forze; se sia stata rispettata lo si sa dopo, a pagina scritta, e il segnale è dato dal sangue del lettore, che per qualche istante gira un po' più caldo e un po' più in fretta.

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L'altrui mestiere 1985