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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Ho sempre pensato che si deve scrivere con ordine e chiarezza; che scrivere è diffondere un messaggio, e che se il messaggio non è compreso la colpa è del suo autore; che perciò uno scrittore beneducato deve fare in modo che i suoi scritti siano capiti dal massimo numero di lettori e con il minimo di fatica. Dopo aver letto la "Piccola Cosmogonia portatile" di Raymond Queneau (Einaudi, Torino 19.2) mi vedo costretto a rivedere questi principi4: penso che continuerò a scrivere come mi sono prescritto, ma penso anche che Queneau abbia fatto benissimo a scrivere nel suo modo, che è esattamente opposto al mio, e che mi piacerebbe scrivere come lui se ne fossi capace. Queneau è noto in Italia principalmente per i suoi romanzi, di cui il più conosciuto è il delizioso "Zazie dans le métro". Morto a 73 anni nel 1976, oltre che romanziere è stato poeta ed editore; ha frequentato surrealisti, matematici, biologi, linguisti; dal 1951 ha diretto per 25 anni la prestigiosa "Encyclopédie de la Pléiade", ma simultaneamente ha fondato una rivista di "letteratura potenziale" che descrive e propone strabilianti giochi verbali: non c' è stato ramo del sapere che sia sfuggito alla sua curiosità, sempre divertita e mai dilettantesca. Questa "Cosmogonia" è un poema in versi alessandrini diviso in sei canti, pubblicato per la prima volta nel 1950, e racconta nulla meno che la storia dell' universo. Dalla sua lettura sono uscito attonito, rallegrato e con un po' di capogiro, come da una corsa sull' ottovolante. Non c' è dubbio, è un libro straordinario, nei due sensi del termine. Non è un libro per tutti: non è per lettori distratti o incolti o in cerca del divertimento istantaneo; non è omogeneizzato né precotto, non è di facile digestione. Ognuno dei suoi quasi 1400 versi racchiude un enigma, ora arguto, ora futile, ora denso di significati: allusioni ad illustri antenati francesi (quest' uomo amabile ed universale si dimostra qui curiosamente chauvin: si indirizza esplicitamente ai "lecteurs franc6ais". Ma forse è solo la sua consapevolezza della sostanziale intraducibilità dei suoi versi), Baudelaire, Lamartine, Rimbaud: ma attenzione, sono ricordi ambigui, a metà strada fra l' omaggio e l' irrisione. S' incontrano ad ogni passo gergalismi innestati con disinvoltura su termini tratti da tutte le scienze della natura; vocaboli trascritti foneticamente ("l' histouar des humains", "tu sais xé qu' un concept"; certi remoti insetti hanno scoperto "que l' air est un espace où qu' on peut sdeplacer"). Spesso lo iato imposto dal metro è espresso con ortografie arbitrarie ("révolusillon" per "révolution"), secondo un ticchio di Queneau che ricorre già in suoi saggi del 1937, in seguito elegantemente sfruttato per rendere il "parlato" nei suoi romanzi. Il repertorio delle sue invenzioni verbali è sorprendente. Il diplodoco, uno fra i più grandi rettili fossili, è un "interminable idiot"; i giganteschi cetacei erranti nell' abisso sono degli "hercules" ma anche degli "erreculs"; le navi che assaltano Siracusa difesa da Archimede sono "les flottes nazirêmes", cioè, spiega l' autore al traduttore tedesco, triremi romane mal intenzionate: triremi naziste, insomma. Dato il gran numero di bisticci puramente verbali, la traduzione in endecasillabi di Sergio Solmi è ad un tempo ottima, perché non si poteva far di meglio, e insufficiente, perché una buona metà del sale e del pigmento del libro va inevitabilmente perduta. È comunque una guida eccellente per il lettore italiano: gli fa coraggio e gli spiana la strada, ma il testo a fronte resta indispensabile. Mi pare di aver detto abbastanza delle dotte bizzarrie di Queneau, e vorrei precisare: non sono soltanto capricci di un sapiente in vena di divertirsi. In questa cosmogonia hanno una funzione precisa; il calembour, il volgarismo, lo sberleffo goliardico troncano come una cesoia ogni sospetto di lievitazione retorica. È la stessa maniera che spesso adottano l' Ariosto e Heine; grazie ad essa, questi poeti restano leggibili ancora oggi ed anche ai non specialisti, mentre chi la ignora finisce nel limbo. È una legge a cui non si sfugge: l' autore che non sa ridere in proprio, magari anche di se stesso, finisce con l' essere oggetto di riso suo malgrado. Queneau, grande virtuoso del ridere, ottiene con la sua comicità quanto molti hanno tentato invano, fonde in un continuum omogeneo le troppo discusse "due culture". Non è un' impresa da poco. In questo poema eterodosso e barocco, ma fondamentalmente serio, affiorano una dottrina ed una poesia singolari, il cui accoppiamento non era più stato tentato dopo Lucrezio: ma Queneau è Queneau, e teme i voli protratti. La sua invocazione a Venere ricalca quella famosa che dà inizio al "De rerum natura", ma il suo impeto lirico è insieme solenne e buffone: alla poesia della scienza si lega inestricabilmente il gioco. È stata Venere, "mère des jeux des arts et de la tolérance", che ha donato le valli alle montagne, la donna all' uomo, il cilindro al pistone e il tender alla locomotiva. Grazie alla Dea, tutti gli animali, a lor luogo e tempo, traggono piacere dal pianeta "en y procréfoutant". Al testo bilingue fa seguito un' acutissima "Piccola guida alla Piccola cosmogonia", scritta da Italo Calvino che dell' autore è stato amico e seguace (e quanti sapori queneauiani si ritrovano nei suoi libri, dalle Cosmicomiche in poi!). Calvino ha accettato la sfida ed è stato al gioco: il suo commento, estremamente lucido, ha conservato tuttavia lo spirito e la leggerezza del testo, e si adopera con reverenza e pazienza a scioglierne i gomitoli; è un gioco intelligente anche questo. Con pazienza, sì: non inganniamo i lettori, è un libro che richiede pazienza, non è una lettura a basso costo. Calvino ha fatto opera di filologo, è risalito alle fonti, ha consultato i commenti di Jean Rostand, il celebre biologo ed amico di Queneau, ha interrogato naturalisti e chimici. Ha risolto molti enigmi ma non tutti: alcuni, l' autore stesso aveva ammesso di non saperli più spiegare, erano stati illuminazioni di un istante: ebbene, tanto meglio per il lettore amante del gioco, potrà magari venirne a capo lui. La pazienza del lettore sarà remunerata. Da questo testo labirintico scaturiscono tratti di poesia smagliante, e ad un tempo temi appassionanti ed attuali. La "Prosopopea di Ermete" che si legge nel canto terzo esprime a suo modo un' idea profonda e seria, la poesia delle origini: una intuizione panica dell' universo che è raro trovare presso altri poeti "autorizzati". La poesia risuona dappertutto intorno all' uomo attento: e non solo nella natura. "Il voit dans chaque science un registre bouillant. Les mots se gonfleront du suc de toutes choses"; c' è poesia nel ranuncolo e nella luna in primavera, ma anche nei vulcani, nel Calcio e nella funzione fenolo. "On parle des bleuets et de la marguerite, alors pourquoi pas de la pechblende pourquoi?" Come dargli torto? La fatica epica dei Curie, che dalla pechblenda ha condotto all' isolamento del Radio, aspetta invano il poeta che la sappia narrare. Il passo di cui parlo è il più denso del poema. Poco oltre, Mercurio così descrive l' autore ai lettori (la traduzione qui è mia ed è letterale): "costui, vedete, non ha nulla di didattico, che cosa didatterebbe dal momento che non sa quasi nulla?" È una delle chiavi dell' opera. Non la scienza è incompatibile con la poesia, ma la didattica, cioè la cattedra sulla pedana, l' intento dogmatico-programmatico-edificante. Queneau rifugge dai programmi, è il re dell' arbitrario: promette di passare in rassegna i cento elementi chimici, e poi, per ragioni pretestuose, si ferma allo Scandio, che ha il numero 21, e chiude la partita. In questa cosmogonia, che parte dal Caos e arriva all' automazione, la storia dell' umanità è polemicamente rattrappita in due soli versi. Ma dove coglie il destro di esprimere quello che sente, la gioia cosmica e biblica del principio, e insieme la necessità della fine, Queneau spiega le ali e dimostra la sua forza. La dimostra, nel suo sempre inaspettato modo, proprio negli ultimi versi del poema: dopo aver descritto la giovinezza della terra, la nascita della luna, il misterioso passaggio dai cristalli ai virus, i mostri primordiali, l' uomo e i suoi primi congegni, decolla con toni da "Excelsior" nell' apoteosi delle macchine calcolatrici: ma proprio qui, proprio come una vecchia divisumma in avaria, il suo canto si inceppa, si ripete come un disco lesionato, si blocca sugli infiniti dei verbi ed infine si arresta. Consummatum est, la cosmogonia è finita.

L' ispettore Silhouette

L'altrui mestiere 1985