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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Se si strofina l' ambra con un panno avvengono piccoli fenomeni curiosi: si sente un crepitio, al buio si vedono scintille, pagliuzze e bruscoli di carta che vengano accostati danzano come impazziti. L' ambra in greco si chiama électron; fino verso il 1600 questi effetti non erano stati osservati su altre sostanze, e perciò sono stati chiamati effetti elettrici. Dare un nome a una cosa è gratificante come dare il nome a un' isola, ma è anche pericoloso: il pericolo sta nel convincersi che il più sia fatto e che il fenomeno battezzato sia anche spiegato. Ora, nessuno, fino al xix secolo bene avanzato, aveva sospettato che il giochetto dell' ambra era un segno da decifrare: che esso era l' annunciazione per enigma di una forza che avrebbe mutato la faccia del mondo, e che le graziose scintille condividevano la natura del fulmine. Tuttavia, tutte le lingue occidentali hanno conservato il termine "elettricità", cioè "forza dell' ambra": solo gli ungheresi hanno coniato un neologismo che viene a dire, più logicamente, "forza del fulmine". Oggi tutti sanno che si ottengono effetti elettrici sfregando fra loro certi corpi solidi, ma si insiste poco sul fatto che fenomeni analoghi si producono anche per attrito di un liquido contro un solido. Io ne sono venuto a conoscenza molti anni fa in modo drammatico. Era estate. Nel cortile della fabbrica c' era un serbatoio fuori terra che conteneva dieci tonnellate di un solvente. Si è avvicinato un operaio che aveva in mano un recipiente: intendeva riempirlo, come lui ed altri avevano fatto da anni, innumerevoli volte. Ha aperto il rubinetto del serbatoio ed il solvente è uscito infiammato, come da un lanciafiamme. L' operaio ha gettato il recipiente ed è scappato a dare l' allarme. Intanto il liquido continuava a defluire: sul terreno si era formata una pozza accesa che si stava dilatando rapidamente e minacciava di invadere i reparti di produzione. Ha salvato la situazione un uomo coraggioso ed esperto che si trovava sul posto per caso (e per grande fortuna di tutti): è riuscito ad infilarsi fra le fiamme e il serbatoio ed a chiudere il rubinetto, dopo di che l' incendio si è esaurito senza provocare grandi danni. Questa accensione spontanea di una sostanza abbastanza comune sembrava misteriosa e magica, ma ne ho poi trovato la spiegazione in un testo specialistico: appunto, alcuni liquidi, fra cui gli idrocarburi molto puri, si elettrizzano se scorrono in condotti a velocità superiori a certi limiti. Fra quel serbatoio e il rubinetto c' era infatti un tratto di tubo piuttosto sottile; l' operaio doveva aver aperto il rubinetto d' un solo colpo, e il liquido si era elettrizzato nel breve percorso. Quello era il primo prelievo della giornata, ma l' ora era avanzata e c' era il sole; quindi il liquido aveva sostato a lungo nel tubo e aveva avuto il tempo di scaldarsi al di sopra del suo punto di accensione. Ci doveva essere stata una piccola scintilla, forse fra il rubinetto e il liquido stesso, e l' accensione era avvenuta. Un pericolo sottile, dunque: non ovvio, non banale. Come difendersi: Secondo il testo citato, esistono sostanze che, aggiunte in minime dosi agli idrocarburi, li rendono conduttivi quanto basta per eliminare i rischi dovuti alla "forza dell' ambra". Ci è sembrato strano ed assurdo che queste nozioni siano così poco diffuse, anche fra chi maneggia solventi; comunque, abbiamo adottato l' additivo prescritto, e da allora, sia suo merito o no, nulla del genere è più accaduto. Ma in un' altra occasione ho rischiato io stesso di scatenare questa forza, per eccesso di zelo e per ignoranza. Era la mattina di un 31 dicembre e la fabbrica era chiusa. Mi telefonò il custode di correre subito; sulla strada, davanti all' ingresso, si era capovolto un rimorchio carico di benzina, e lui non sapeva che cosa fare. Gli dissi di chiamare i vigili del fuoco, ed a buon conto mi misi anch' io in strada, preparandomi a un capodanno diverso dal solito. Trovai uno scenario sinistro. Il camionista, per prudenza o paura, aveva sganciato la motrice, essa pure carica di benzina, e con essa era sparito nella nebbia. Il rimorchio era coricato su un fianco, sul lato della strada opposto alla fabbrica, e dal coperchio (che era mal chiuso, o si era sbullonato per la scossa) usciva benzina a fiotti. Faceva molto freddo, e la benzina, invece di evaporare, si stava spandendo sul prato attiguo. Poco dopo arrivarono i vigili del fuoco; ci consultammo, la prima cosa da fare era raddrizzare il rimorchio, ma per questo ci voleva una gru; telefonarono al deposito per chiamare la gru, ma io dissi che mi sembrava pericoloso agganciare il rimorchio in quell' atmosfera satura di vapori di benzina: l' urto del ferro contro il ferro avrebbe potuto dar luogo a scintille. Allora i vigili proposero di coprire di schiuma tutto quanto, il rimorchio, la strada e il prato, il che fu fatto in un baleno, dopo di che il prato era diventato candido e faceva un bellissimo vedere. Mentre aspettavamo la gru, e mentre la benzina continuava a colare infilandosi sotto la coltre di schiuma, a me venne in mente un altro pericolo. A misura che il serbatoio si svuotava, entrava aria al posto della benzina, ma quell' aria si saturava di vapori infiammabili: poteva formarsi una miscela esplosiva, e non si poteva escludere che scaturissero scintille per qualsiasi motivo, per le operazioni di sollevamento, per l' urto di una chiave inglese, o per lo stesso attrito della benzina che usciva: chissà se conteneva il famoso additivo? Dissi al tenente dei vigili che era prudente riempire la camera d' aria con gas inerte. Dentro la fabbrica c' erano molti estintori ad anidride carbonica: si poteva aprire cautamente il coperchio, introdurre l' anidride e richiudere. Il tenente approvò; era ormai notte, ed iniziammo l' operazione alla luce dei riflettori. Uno dopo l' altro, scaricammo nel mezzo serbatoio (l' altra metà era ancora piena di benzina che per l' inclinazione del veicolo non poteva più defluire ) cinque o sei estintori, poi richiudemmo il coperchio. Intanto il freddo si era fatto più intenso e la nebbia più fitta; il resto del mondo, nel tepore delle case, si preparava alla festa, e noi ci sentivamo abbandonati. I vigili correvano su e giù come equilibristi sui tubi di gomma dello schiumogeno, perché la miscela che vi era contenuta stava gelando. Il rimorchio ribaltato, coperto di schiuma, aveva assunto l' aspetto di un relitto vecchio di secoli. Arrivò finalmente la gru, poco prima di mezzanotte, ed insieme arrivò dello champagne offerto non so più da chi, se dai vigili o dalla società petrolifera o dalla fabbrica. Il rimorchio fu raddrizzato, ci demmo buone pacche sulla schiena per allegria e per riscaldarci un poco, e brindammo all' anno nuovo, al successo dell' operazione e allo scampato pericolo. Due giorni dopo appresi che il pericolo a cui eravamo scampati era più serio di quanto immaginassimo. In un altro libro, altrettanto poco noto, lessi che gli estintori ad anidride sono ottimi per estinguere incendi in atto, ma non devono assolutamente essere scaricati a scopo preventivo presso solventi incendiabili. L' anidride carbonica, uscendo con violenza dall' ugello, si raffredda e si condensa in aghi di "ghiaccio secco"; essi, sfregando contro l' ugello stesso, si elettrizzano e generano scintille che possono incendiare il solvente prima che l' atmosfera sia diventata inerte, o quando l' estintore è esaurito. Il libro descriveva un rovinoso incendio con esplosione avvenuto in olanda: erano morte decine di persone, ed era stato scatenato dall' uso improprio di un estintore ad anidride. Mi pare che da questi due episodi si ricavi una morale. Il nostro mondo si fa sempre più complicato, e ad ognuno occorre una competenza sempre più affinata e aggiornata. I mestieri pericolosi sono molti, e l' analisi dei pericoli (palesi e occulti) dovrebbe costituire l' alfabeto di ogni formazione professionale. Non si riuscirà mai ad annullare tutti i rischi né a risolvere tutti i problemi, ma ogni problema risolto è una vittoria, in termini di vite umane, salute e ricchezze salvate. La competenza non ha surrogati: lo si è visto di recente nell' episodio terribile del bambino precipitato in un pozzo abbandonato, e morto dopo due giorni di tentativi generosi ma sbagliati. La buona volontà, il coraggio, lo spirito di sacrificio, l' ingegno estemporaneo non servono molto, anzi, in mancanza di competenza possono essere nocivi. Agli uomini di buona volontà è promessa la pace sulla terra, ma, nelle situazioni di emergenza, guai a chi si fida dei soccorritori che dispongono solo di buona volontà.

Gli scacchisti irritabili

L'altrui mestiere 1985