L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Ad un mio giovanissimo amico era stato assegnato in terza elementare un tema di ricerca sugli insetti, e lui lo aveva incominciato trionfalmente in questo modo: "Gli insetti si chiamano così perché hanno sei zampe". La maestra gli aveva fatto notare che il nome sarebbe stato appropriato se le zampe fossero state sette, e lui aveva risposto che fra sei e sette la differenza è piccola. La differenza fra sei e otto dev' essere enormemente più grande. Molti individui, bambini e adulti, uomini e donne, coraggiosi e paurosi, provano una viva repulsione per i ragni, e se si chiede loro perché proprio per i ragni, rispondono di solito: "perché hanno otto gambe". Non sono fiero di confessare che io sono fra questi, e non posso dimenticare una fra le mie notti più angosciose: dovevo avere nove anni, e dormivo in campagna in una camera in cui la carta da parati era scollata dal muro ed amplificava i rumori come un tamburo. Stavo per prendere sonno ed avevo percepito un ticchettio. Avevo acceso la luce, e il mostro era lì: nero, tutto gambe, scendeva verso il tavolino da notte col passo incerto e inesorabile della Morte. Avevo chiamato aiuto, e la domestica aveva schiacciato l' apparizione (una innocua Tegenaria) con evidente soddisfazione. Questo lontano terrore per i ragni, sopito ormai per la scomparsa degli avversari nell' ambiente urbano in cui vivo, mi è tornato a mente leggendo l' articolo pubblicato da "La Stampa" poche settimane addietro, in cui Isabella Lattes Coifmann descrive alcune scoperte sulla vita sessuale dei ragni. Tutti, dai minuscoli ragnini scarlatti che abitano nelle porosità delle pietre agli obesi ragni crociati che stazionano a testa in giù al centro delle loro tele geometriche, mi incutono un orrore-ribrezzo del tutto ingiustificato ed altamente specifico. Toccherei un rospo, un lombrico, un topo, uno scarafaggio, una lumaca; se fossi garantito da eventuali danni, anche uno scorpione o un cobra; mai un ragno. Perché? La risposta che ho riportato sopra è classica ma è una non-risposta. È evidente che non c' è alcun motivo per cui otto gambe debbano ripugnare più di sei o di quattro, quando anche si conceda che noi nemici dei ragni, prima di dare inizio al brivido rituale, ci attardiamo a contarne le zampe; che del resto spesso sono sette o anche meno, perché i ragni vanno soggetti a incidenti (stradali o sul lavoro) quattro volte più di noi bipedi, e perché, se afferrati per una zampa, se ne liberano con facilità: "sanno" che ne crescerà una nuova alla prossima muta. Ma neppure soddisfano le altre risposte usuali. C' è chi dice di odiare i ragni perché sono crudeli. Lo sono, ma non più di altri animali. Chi ha visto un gatto giocare per ore con un sorcio mutilato e moribondo prova tutt' al più pena per il sorcio; nei riguardi del gatto prova comprensione, e magari un' iniqua solidarietà mammifera, benché la sua crudeltà sia (almeno in apparenza) più gratuita e più responsabile di quella del ragno. L' animale non può essere oggetto di giudizi morali, "ché di natura è frutto, ogni vostra vaghezza"; e tanto meno dovremmo essere tentati di esportare i nostri criteri morali umani ad animali tanto lontani da noi quanto gli artropodi. A giudicare dal comportamento di ragni e insetti lesi o amputati, è poco probabile che provino qualcosa di analogo al nostro dolore, ed è probabile invece che la nostra pietà per le vittime del ragno sia sprecata: sarebbe meglio canalizzarla ad esempio verso i polli allevati in batteria, o verso le vittime umane dell' uomo. C' è chi odia i ragni perché sono "brutti e pelosi". Alcuni infatti sono pelosi, ma allora, se il pelo dovesse respingerci, perché tocchiamo con piacere tanti altri animali coperti di pelo? Anzi, amiamo proprio il loro pelo, di uno strano amore che ci spinge a tosarli, o addirittura a scuoiarli per adornarci della loro pelliccia. Né ci incutono ribrezzo altre bestiole villose come le api o i bombi. Quanto alla bruttezza, non c' è termine più ambiguo e discusso: sarebbe prudente limitarne l' uso alle opere dell' uomo. Non ci sono oggetti naturali brutti, né animali né piante né pietre né acque, né tanto meno ci sono astri brutti in cielo. Ci hanno insegnato a chiamare brutti ("brutta bestia") alcuni animali ritenuti nocivi, ma la bruttezza naturale finisce qui. Odiamo i ragni perché tendono agguati? Credo che anche questo sia moralismo. Caso mai, la tela del ragno dovrebbe essere ammirata; e infatti lo è da tutti coloro che sono immuni dalla nostra fobia o che l' hanno superata. Assistere alla schiusa di una nidiata di ragnetti, che appena usciti dall' uovo si sparpagliano su una siepe e si affaccendano a tendere ognuno la sua tela, è spettacolo non orribile, bensì meraviglioso. Ognuno di loro è grosso quanto la testa di uno spillo, ma è nato maestro: senza ripensamenti, senza errori, tesse la sua tela grande quanto un francobollo commemorativo, e ci si apposta ad aspettare la minuscola preda. È nato adulto, la sua sapienza gli è stata trasmessa insieme con la forma. Non ha bisogno di andare a scuola: è questo che ci fa orrore? Ci sono spiegazioni più audaci. Chi può fermare uno psicologo dell' inconscio nell' esercizio delle sue funzioni? Hanno sparato sui ragni tutte le loro armi. La loro villosità avrebbe un significato sessuale, e il ribrezzo che proviamo rivelerebbe un nostro ignorato rifiuto del sesso: lo esprimiamo così, e in pari tempo così cerchiamo di liberarcene. La tecnica di cattura del ragno, che riveste di filamenti la preda impigliata nella tela, ne farebbe un simbolo materno: il ragno è la madre-nemica che ci avvolge e ingloba, che vuole farci rientrare nella matrice da cui siamo usciti, fasciarci stretti per ricondurci all' impotenza dell' infanzia, riprenderci nel suo potere; e c' è chi ricorda che in quasi tutte le lingue il nome del ragno è femminile, che le tele più grosse e belle sono quelle dei ragni femmina, e che alcune femmine divorano il maschio dopo o durante l' accoppiamento. Quest' ultimo fatto è strano e orrendo, se visto dal nostro osservatorio umano, ma non si spiega come possa nascere un' avversione da un' osservazione che quasi nessuno ha fatta coi propri occhi e che pochi hanno appreso dai libri. Penso che siano da preferire spiegazioni più semplici. Nei paesi mediterranei i ragni sono ritenuti velenosi, ed è ancora vivo in Spagna e nell' Italia del Sud il ricordo del tarantismo. Si credeva che la persona punta dalla tarantola contraesse una malattia mortale da cui poteva guarire solo danzando freneticamente. Oggi è dimostrato che la tarantola è innocua come quasi tutti i ragni del nostro paese, ma non c' è bambino, specialmente in campagna, a cui la madre non dica: "Non toccarlo, è un ragno, è velenoso", ed i ricordi d' infanzia sono duraturi. C' è forse anche altro. Le vecchie ragnatele delle cantine e dei solai sono cariche di pesi simbolici: sono le bandiere dell' abbandono, dell' assenza, del decadimento e dell' oblio. Velano le opere umane, le avvolgono come in un sudario, morte come le mani che in anni e secoli le hanno costruite. E non si può trascurare il modo furtivo, questo sì altamente specifico, in cui i ragni entrano in scena: non col ronzio guerriero delle vespe, non con la fulminea determinazione dei topi, ma attraverso fessure invisibili, col passo lento e senza suono dei fantasmi: talvolta calano verticali dal soffitto buio entro il cono di luce della lampada, inaspettati, appesi al loro filo metafisico. E spettrali sono anche le loro tele notturne, che non si vedono ma si sentono vischiose sul viso quando al mattino passiamo fra le siepi su un sentiero che nessuno ha ancora percorso. Quanto alla mia personale e tenue fobia, essa ha un atto di nascita. È l' incisione di Gustavo Doré che illustra Aracne nel canto xii del "Purgatorio", con cui sono venuto a collisione da bambino. La fanciulla che aveva osato sfidare Minerva nell' arte del tessere è punita con una trasfigurazione immonda: nel disegno è "già mezza ragna", ed è genialmente rappresentata stravolta, coi seni prosperosi dove ci si aspetterebbe di vedere la schiena, e dalla schiena le sono spuntate sei zampe nodose, pelose, dolorose: sei, che con le braccia umane che si torcono disperate fanno otto. In ginocchio davanti al nuovo mostro, Dante sembra ne stia contemplando gli inguini, mezzo disgustato, mezzo voyeur.
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