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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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L' edificio, attualmente (19.1) in ristrutturazione, che ospitava l' Ospedale Maggiore di San Giovanni Battista di Torino, non è un luogo ameno. Le sue mura vetuste e le altissime volte sembrano imbevute dei dolori di generazioni; i busti dei benefattori, che fiancheggiano le scale, guardano il visitatore con l' occhio senza sguardo delle mummie. Ma quando si arriva alla "Crociera", cioè all' incrocio delle due navate mediane, ed alla mostra delle farfalle, che vi è stata allestita dal Museo Regionale di Storia Naturale, ci si allarga il cuore, e ci si sente regrediti alla condizione effimera e ilare dello studente in visita scolastica. Come da tutte le mostre bene strutturate, anzi, come dal consumo di ogni cibo spirituale, se ne esce nutriti, e insieme più affamati di prima. Se a un ipotetico zoologo esperto di uccelli e mammiferi, ma ignaro degli insetti, si raccontasse che esistono centinaia di migliaia di specie animali, fra loro diversissime, che hanno inventato il modo di costruirsi una corazza sfruttando un originale derivato del glucosio e dell' ammoniaca; che quando, con la crescita, questi animaletti "non stanno più nella pelle", ossia in questa corazza inestensibile, essi la gettano e se ne fanno un' altra più grossa; che, nella loro breve vita, essi si trasformano assumendo forme più diverse fra loro che una lepre da un luccio; che corrono, volano, saltano e nuotano, e si sono saputi adattare a quasi tutti gli ambienti del pianeta; che in un cervello che pesa una frazione di milligrammo essi sanno immagazzinare le arti del tessitore, del ceramista, del minatore, dell' assassino per veleno, del trappolatore, della nutrice; che si possono cibare di qualsiasi sostanza organica, viva o morta, ivi comprese quelle sintetizzate dall' uomo; che alcuni di essi vivono in società estremamente complesse, e praticano la conservazione dei cibi, il controllo delle nascite, la schiavitù, le alleanze, le guerre, l' agricoltura e l' allevamento del bestiame; ebbene, questo improbabile zoologo si rifiuterebbe di credere. Direbbe che il modello-insetto viene dalla fantascienza: ma che se esistesse veramente, esso sarebbe per l' uomo un competitore terribile, e a lungo andare lo sgominerebbe. Nel mondo degli insetti le farfalle occupano un posto di privilegio: chiunque visiti una mostra di farfalle si rende conto che un' iniziativa parallela dedicata ai ditteri o agli imenotteri, anche a parità di dignità scientifica, avrebbe un successo minore. Perché? Perché le farfalle sono belle, ma non solo per questo motivo. Perché sono belle le farfalle? Non certo per il piacere dell' uomo, come pretendevano gli avversari di Darwin: esistevano farfalle almeno cento milioni di anni prima del primo uomo. Io penso che il nostro stesso concetto della bellezza, necessariamente relativo e culturale, si sia modellato nei secoli su di loro, come sulle stelle, sulle montagne e sul mare. Ne abbiamo una riprova se consideriamo quanto avviene quando esaminiamo al microscopio il capo di una farfalla: per la maggior parte degli osservatori, all' ammirazione subentra l' orrore o il ribrezzo. In assenza dell' abitudine culturale, quest' oggetto nuovo ci sconcerta; gli occhi enormi e senza pupille, le antenne simili a corna, l' apparato boccale mostruoso ci appaiono come una maschera diabolica, una parodia distorta del viso umano. Nella nostra civiltà (ma non in tutte) sono "belli" i colori vivaci e la simmetria, e così sono belle le farfalle. Ora, la farfalla è una vera fabbrica di colori: trasforma in pigmenti smaglianti i cibi che assorbe ed anche i suoi stessi prodotti di escrezione. Non solo: sa ottenere i suoi splendidi effetti metallici ed iridescenti con puri mezzi fisici, sfruttando soltanto gli effetti di interferenza che osserviamo nelle bolle di sapone e nei veli oleosi che galleggiano sull' acqua. Ma la suggestione delle farfalle non nasce solo dai colori e dalla simmetria: vi concorrono motivi più profondi. Non le definiremmo altrettanto belle se non volassero, o se volassero diritte e alacri come le api, o se pungessero, o soprattutto se non attraversassero il mistero conturbante della metamorfosi: quest' ultima assume ai nostri occhi il valore di un messaggio mal decifrato, di un simbolo e di un segno. Non è strano che un poeta come Gozzano ("l' amico delle crisalidi") studiasse e amasse con passione le farfalle: è strano, anzi, che così pochi poeti le abbiano amate, dal momento che il trapasso dal bruco alla crisalide, e da questa alla farfalla, proietta accanto a sé una lunga ombra ammonitoria. Come le farfalle sono belle per definizione, sono il nostro metro della bellezza, così i bruchi ("entòmata in difetto", li diceva Dante) sono brutti per definizione: goffi, lenti, urticanti, voraci, pelosi, ottusi, sono a loro volta simbolici, il simbolo del rozzo, dell' incompiuto, della perfezione non raggiunta. I due documentari che accompagnano la mostra ci fanno vedere, col portentoso occhio della cinepresa, quanto pochissimi occhi umani hanno potuto vedere: il bruco che si sospende nella tomba aerea e temporanea del bozzolo, si muta in crisalide inerte, ed esce poi alla luce nella forma perfetta della farfalla; le ali sono ancora inette, deboli, come carta velina stropicciata, ma in pochi istanti si rafforzano, si tendono, e la neonata prende il volo. È una seconda nascita, ma insieme è una morte: chi si è involato è una psiche, un' anima, e il bozzolo squarciato che resta a terra è la spoglia mortale. Negli strati profondi della nostra coscienza la farfalla dal volo inquieto è animula, fata, talvolta anche strega. Lo strano nome che essa porta in inglese (butterfly, la "mosca del burro") rievoca un' antica credenza nordica secondo cui la farfalla è lo spiritello che ruba il burro e il latte, o li fa inacidire; e l' Acherontia Atropos, la grande notturna nostrana con il segno del teschio sul corsaletto che Guido Gozzano incontra nella villa della signorina Felicita, è un' anima dannata, "che porta pena". Le ali che l' iconografia popolare attribuisce alle fate non sono ali pennute di uccello, ma ali trasparenti e nerate di farfalla. La visita furtiva di una farfalla, che Hermann Hesse descrive nell' ultima pagina del suo diario, è un' annunciazione ambivalente, ed ha il sapore di un sereno presagio di morte. Il vecchio scrittore e pensatore, nel suo romitaggio ticinese, vede levarsi in volo "qualcosa di scuro, silenzioso e fantomatico": è una farfalla rara, un' Antiopa dalle ali bruno-violette, e gli si posa su una mano. "Lenta, al ritmo di un respiro tranquillo, la bella chiudeva e apriva le ali di velluto, tenendosi aggrappata al dorso della mia mano con sei zampette sottilissime; e dopo un breve istante sparì, senza che io ne avvertissi il distacco, nella gran luce calda".

Paura dei ragni

L'altrui mestiere 1985