L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Molto tempo fa mi è capitato di osservare un gruppetto di bambini che giocavano a "campana" in un villaggio ucraino. Non capivo che cosa dicessero fra loro, né tanto meno che nome dessero al loro gioco (che in Italia si chiama anche "settimana" e "mondo"), ma secondo ogni apparenza le regole che seguivano erano uguali alle nostre. Il gioco consiste nel tracciare a terra un disegno schematico a caselle e nel percorrerlo poi con varie modalità successive: a occhi chiusi e senza calpestare le righe; a occhi aperti ma saltellando su un piede solo e raccogliendo un sassolino dalle caselle; reggendo un altro sassolino sul capo, sul dorso della mano, su un piede ecc.; chi commette un fallo cede il turno a un altro giocatore, e vince chi compie l' intero programma nel minor tempo. A quel tempo lo schema a caselle era lo stesso in Ucraina e in Italia; oggi qui esso è leggermente cambiato. Sarebbe interessante andare a vedere se è ugualmente cambiato in Ucraina, cosa probabile, perché l' universo dei giochi infantili è unificato da misteriosi canali. Allo studio di questi canali si sono dedicati con diligenza filologica due coniugi inglesi, che vi hanno profuso quella combinazione preziosa di rigore e fantasia che distingue la civiltà britannica. Iona e Peter Opie hanno impiegato il decennio 1959-69 nell' intervistare più di diecimila bambini: chiedevano loro unicamente di descrivere le regole dei loro giochi spontanei, quelli in cui gli adulti non si sono mai intromessi, e per i quali non occorre alcuna attrezzatura, neppure una palla o un bastone, ma "basta che ci siano i giocatori". Oltre a queste interviste, hanno consultato un' enorme mole di materiale documentario, attingendo ad altre ricerche svolte nei paesi più lontani, e anche a testimonianze letterarie antiche e recenti. Ne è nato un libro pieno di sorprese, "Childrens Games in Street and Playground" ("I giochi dei bambini in strada e in cortile"), Oxford University press 1969, a cui dovrebbe fare seguito un altro volume sui giochi per i quali occorre una palla, o le biglie, o altro materiale. Come ogni buon libro, anche questo risponde ad alcune domande, ma ne suscita altre ben più numerose e stimolanti. I giochi qui descritti, benché osservati in tutta l' Europa ed anche fuori di essa, sono familiari a ogni italiano che abbia o abbia avuto figli, o abbia contatto coi bambini, o anche solo conservi qualche memoria della sua propria infanzia. Con nomi ovviamente diversi, ma con cerimoniali stranamente simili, ritroviamo nelle loro molte varianti il "giocare a prendersi" e "a nascondersi", "liberi tutti", "guardie e ladri", e fino a questo punto non c' è nulla di molto strano; questi giochi sono razionali: riproducono le situazioni e le emozioni della caccia e dell' agguato, ed è probabile che le loro radici giacciano profonde nella nostra eredità di mammiferi cacciatori, sociali e litigiosi. Anche i cuccioli di cane e di gatto, benché appartengano a razze addomesticate da millenni, riproducono nei loro giochi i rituali della caccia e della lotta. È invece difficile spiegarsi perché giochi o cerimoniali astratti, apparentemente privi di significato utilitario, si ritrovino pressoché uguali in paesi molto lontani fra loro. Un esempio è il gioco ben noto dei "quattro cantoni", che non è razionale. Non c' è ragione che i quattro giocatori che occupano i cantoni non se ne restino indefinitamente ai loro posti, in modo che il bambino che riveste lo sgradevole ruolo di essere "sotto" rimanga "sotto" a oltranza. Eppure, da secoli a questa parte (il gioco è attestato fin dal 1600), e in buona parte del mondo, il rituale è lo stesso, come se, invece che di un gioco, si trattasse di una cerimonia religiosa. Lo stesso si può dire del gioco grazioso ma (per un adulto) irritante che in Italia si chiama "regina reginella". Per chi non lo ricordasse, la "reginella" sta a un capo del campo, e di fronte a lei (o a lui), allineati e ad una distanza di dieci o venti metri, stanno gli altri giocatori. Ognuno di questi, a turno, chiede alla regina quanti passi deve fare per arrivare "al suo castello", e la regina risponde nel modo più capriccioso, ma seguendo un lessico tradizionale, che i passi sono ad esempio quattro del gigante, o sei del leone, o cinque della formica, o addirittura dieci del gambero; in questo ultimo caso il giocatore-vittima è tenuto a retrocedere. Come si vede, il gioco non potrebbe essere più unfair: si tratta, in sostanza, di una versione infantile ed astemia della passatella. Vince, e cioè arriva al castello, sempre e solo il bambino che la regina ha voluto favorire; diventato a sua volta regina, renderà il favore alla regina di prima, secondo uno sgradevole galateo mafioso. Non resta alcuno spazio per l' iniziativa, l' intelligenza, la forza o l' abilità dei giocatori; a dispetto di tutto questo, il gioco è diffuso in molti paesi con poche varianti (ma singolari: nelle isole britanniche gli Opie hanno registrato, fra l' altro, anche il passo del bruco, il passo a buccia di banana e il passo dell' inaffiatoio; quest' ultimo consiste nello sputare più lontano che si può e nel fermarsi dove lo sputo è arrivato). In quasi tutti i giochi "a prendersi" è previsto un santuario (designato con vari nomi: da noi è "il tocco") in cui l' inseguito è immune dalla cattura; popolarissima è la variante che in Italia si chiama "rialzo" e quarant' anni fa si chiamava "portinària", che in Francia è "le chat perché", ed in Inghilterra "off-ground-he", cioè "via-da-terra-lui": per inciso, "he" (lui) o "it" (esso) è il giocatore che noi diciamo essere "sotto". In questa versione, l' immunità si acquista semplicemente salendo su qualunque superficie che sporga al di sopra del livello del suolo. "Rialzo" è noto in tutto il mondo. Altrettanto internazionali sono i rituali che precedono l' inizio di qualsiasi gioco. Essi consistono in generale in un sorteggio che deve designare il giocatore o i giocatori che sono "sotto", cioè che assumono la funzione meno gradita in ogni singolo gioco, ma ad un sorteggio equo, ad esempio col sistema della paglia più corta, si ricorre raramente. Diffusa ed equa, ma macchinosa in quanto consente solo lo spareggio fra due giocatori, è la cosiddetta (in Europa) "morra cinese", che do per conosciuta; in quasi tutti i paesi i tre segni della mano indicano la pietra, la forbice e la carta, e la giustificazione del perché ogni segno batta circolarmente il successivo è la stessa. Ancora per inciso: non trovo registrato dai diligentissimi coniugi Opie un tipo di spareggio che ho visto praticare in Piemonte; i due contendenti si dichiarano rispettivamente per il pari e per il dispari, ma poi, invece di ricorrere alla morra classica, uno dei due si pizzica il dorso della mano sinistra; vince quello dei due che ha previsto il numero, pari o dispari, delle grinze che la pelle viene a formare. Gli Opie hanno dedicato poca attenzione anche al grido di tregua, usato dappertutto per chiedere o imporre un armistizio nei giochi di competizione: si limitano a dire che nelle isole Britanniche si grida "Barley!" ("orzo"), senza indagare sulle origini del curioso termine. In Italia ed oggi, a quanto mi risulta, si grida "Alimorta!", di ovvio significato, e "Aliviva!" per riprendere il gioco. Cinquanta o sessanta anni fa, in Piemonte (non so se anche altrove) si gridava "Marsa!" Propongo un quesito all' eventuale lettore che provi appetito per questa antropologia minore: "marsa", in arabo, è il porto, d' onde Marsala, Marsa Matruh ed altri toponimi; è probabile che valga anche "riparo, asilo". Può essere questa l' origine del segnale, che verrebbe quindi dal Sud? Per accertarlo, bisognerebbe che gli anziani che nell' infanzia hanno giocato a rimpiattino in Sicilia si sforzassero di ricordare come si chiedeva tregua al loro tempo ed al loro paese. Li prego di farlo. Ad onta dei sistemi più sbrigativi ed equi che è facile immaginare, e che infatti sono stati immaginati, il sorteggio più popolare in tutto il mondo è quello della conta, e qui il discorso si fa interessante. Credo che ognuno ricordi almeno una o due delle "contine" che ha usato o sentito usare da bambino. Si tratta di cantilene ritmate, generalmente con quattro forti accenti per ogni verso; gli Opie, sfruttando anche altre raccolte precedenti, ne hanno registrate più di duecento, in tutta l' Europa e nei paesi di lingua inglese. Alcune, le più recenti, sono "razionalizzate" ed hanno un senso più o meno compiuto, ma è evidente che sono preferite le più antiche, e queste sono puri abracadabra. Ciò non ostante, vi si possono riconoscere alcuni filoni internazionali, non più di quattro o cinque: il ritmo, e spesso la rima, si conservano immutati, mentre le parole vengono distorte secondo lo spirito della lingua del luogo. È chiaro che sullo scopo utilitario del sorteggio prevale il carattere rituale, in cui il senso delle parole non ha importanza (quante proteste ha sollevato la decisione della Chiesa di sopprimere il latino dalla Messa!), mentre ne ha molta il ripetere gesti e parole che, essendo magici, devono essere sentiti come "sibillini". Si tratta dunque di parole ridotte a puro suono, e questo giustifica le difficoltà che si incontrano nel cercarne l' origine. Per uno dei filoni sopra accennati, essa tuttavia è stata trovata: benché le "contine" di questo filone siano diffuse in tutto l' ex impero britannico, la loro origine non è inglese, bensì gallese, e non riproduce l' antica parlata gallese oggi quasi scomparsa, ma la serie dei numerali, probabilmente preceltica, che usavano in tempi remoti i mandriani del Galles unicamente per contare i capi di bestiame. A quanto pare, usavano quella, e non la numerazione ordinaria, a scopo apotropaico, affinché cioè gli spiriti del male non comprendessero, e non sottraessero alla mandria alcuna bestia, rubandola o facendola ammalare. È evidente che queste "contine" devono il loro successo proprio alla loro secolare incomprensibilità. Una storia simile, ma più moderna, è stata ricostruita da una studiosa italiana, Matizia Maroni Lumbroso. Aveva imparato da bambina, a Viareggio, questa "contina": "Inimìni mani mo, chissanìa baistò, effiala retingò, inimìni mani mo"; molti anni dopo venne a sapere che si trattava di una "contina" inglese ("Eeny meeny miny mo, catch a nigger by his toe, if he hollers let him go, eeny meeny miny mo"), e che essa era stata insegnata a un piccolo gruppo di bambini italiani da un' anziana signora inglese. La "contina" aveva prontamente attecchito, e non escludo che circoli ancora oggi, proprio perché agli orecchi italiani era priva di senso, e quindi profondamente suggestiva. Del resto, anche in inglese hanno una parvenza di senso solo il secondo e il terzo verso: " ... prendi un negro per l' alluce, se grida lascialo andare". Il resto è puro incantesimo. In conclusione, non solo le strane "contine" si usano dappertutto, ma dappertutto si usano su per giù le stesse "contine". Sarebbe sbrigativo concludere che le "contine", e più in generale i giochi spontanei, sono internazionali perché "i bambini sono uguali in tutto il mondo". Perché lo sono? Il loro giocare è lo stesso dappertutto perché nasce da un' eredità biologica, perché riproduce un loro (e nostro) innato bisogno di una norma? O i loro giochi sono spontanei solo in apparenza, e di fatto riproducono in simbolo, in caricatura) i "giochi" degli adulti? Resta il fatto che le frontiere politiche sono impervie alle nostre culture verbali, mentre la civiltà del gioco, sostanzialmente non verbale, le attraversa con la libertà felice del vento e delle nuvole.
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