L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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La Genesi racconta che i primi uomini avevano un solo linguaggio: questo li rese così ambiziosi e così destri che cominciarono a costruire una torre alta fino al cielo. Dio fu offeso dalla loro audacia, e li punì sottilmente: non con la folgore, ma confondendo i loro linguaggi, il che rese impossibile proseguire la loro opera blasfema. La vicenda presenta un parallelismo non casuale con il racconto, che di poco precede nel testo, del peccato originale punito con l' espulsione dal paradiso; se ne può concludere che le differenze linguistiche erano sentite come una maledizione fin da tempi remoti. Una maledizione esse sono rimaste, come sa chi ha dovuto soggiornare, o peggio lavorare, in un paese di cui non conosceva la lingua, o chi abbia dovuto martellarsi in testa una lingua straniera in età adulta, quando il misterioso materiale su cui si incidono le memorie si fa più refrattario. Inoltre, a livello più o meno consapevole, per molti chi parla un' altra lingua è lo straniero per definizione, l' estraneo, lo "strano", il diverso da me, e il diverso è un nemico potenziale, o almeno un barbaro: cioè, etimologicamente, un balbuziente, uno che non sa parlare, un quasi-non-uomo. Per questa via, l' attrito linguistico tende a diventare attrito razziale e politico, altra nostra maledizione. Ne dovrebbe seguire che chi esercita il mestiere di traduttore o d' interprete dovrebbe essere onorato, in quanto si adopera per limitare i danni della maledizione di Babele; invece questo di solito non avviene, per ché tradurre è difficile, e quindi l' esito del lavoro del traduttore spesso è scadente. Ne nasce un circolo vizioso: il traduttore viene pagato male, e chi potrebbe essere o diventare un buon traduttore si cerca un mestiere più redditizio. Tradurre è opera difficile perché le barriere fra i linguaggi sono più alte di quanto si pensi comunemente. I vocabolari, specialmente quelli tascabili per uso dei turisti, possono essere utili per i bisogni fondamentali, ma costituiscono una pericolosa fonte di illusioni; lo stesso si può dire di quei traduttori elettronici multilingui che si trovano in commercio da qualche anno. Non è quasi mai vera l' equivalenza che gli uni e gli altri garantiscono fra la parola della lingua di partenza e quella corrispondente della lingua d' arrivo. Le aree dei rispettivi significati si possono sovrapporre in parte, ma è raro che coincidano, anche fra lingue strutturalmente vicine e storicamente imparentate fra loro. L' "invidia" dell' italiano ha un significato più specializzato dell' "envie" del francese, che indica anche il desiderio, e dell' "invidia" del latino, che comprende anche l' odio, l' avversione, come attesta l' aggettivo italiano "inviso". È probabile che in origine questa famiglia di parole alludesse unicamente al "veder male", sia nel senso di portare danno guardando, cioè di lanciare il malocchio, sia nel senso di provare disagio nel guardare una persona che ci è odiosa, di cui si dice (ma solo in italiano) che "non possiamo vederla"; ma poi, in ogni lingua, il termine è slittato in direzione diversa. Non pare che ci siano lingue dalle aree ampie e altre dalle aree ristrette: il fenomeno è capriccioso. L' area dell' italiano "fregare" copre almeno sette significati, quella dell' inglese "to get" è praticamente indefinita, "Stuhl" è in tedesco la sedia, ma attraverso una catena di traslati facile da ricostruire è giunta a significare anche "escrementi". Pare che solo l' italiano si preoccupi di distinguere fra le piume e le penne degli uccelli: francese, inglese e tedesco non se ne curano, e il tedesco "Feder" indica addirittura quattro oggetti distinti, la piuma, la penna degli uccelli, la penna per scrivere, e qualsiasi tipo di molla. Altre trappole per i traduttori sono i cosiddetti "falsi amici". Per remote ragioni storiche (che, caso per caso, sarebbe divertente andare a cercare), o talvolta per un singolo malinteso, alcuni termini di una lingua possono comparire in un' altra acquistandovi un significato non più affine o contiguo, come nel caso accennato prima, ma totalmente diverso. In tedesco, "Stipendium" è la borsa di studio, "Statist" è la comparsa teatrale, "Kantine" è lo spaccio, "Kapelle" è l' orchestra, "Konkurs" è il fallimento, "Konzept" è la brutta copia e "Konfetti" sono i coriandoli. I "macarons" francesi non sono maccheroni ma amaretti. In inglese, "aperitive", "sensible", "delusion", "ejaculation", "apology", "compass" non significano affatto quanto a un italiano può sembrare a prima vista, bensì rispettivamente purgante, ragionevole, illusione, esclamazione, scusa, bussola. "Second mate" è il terzo ufficiale. "Engineer" non è l' ingegnere nel nostro senso, ma chiunque si occupi di motori ("engines"): si racconta che questo "falso amico" sia costato caro, oltre che a molti traduttori, anche a una giovane nobildonna del nostro Sud, che nell' immediato dopoguerra si trovò sposata con un macchinista delle ferrovie americane sulla base di una dichiarazione fatta in buona fede ma capita male. Non ho la fortuna di conoscere il rumeno, lingua appassionatamente amata dai glottologi, ma essa deve pullulare di falsi amici, e rappresentare un vero campo minato per i traduttori, se è vero che "friptura" è l' arrosto, "suflet" è l' anima, "dezmierdà" vuol dire accarezzare, e "indispensabili" sono le mutande. Ognuno dei termini elencati è un agguato teso al traduttore disattento o inesperto, ed è divertente pensare che l' insidia è attiva nei due sensi: un tedesco rischia di scambiare un nostro uomo di Stato per una comparsa. Altre trappole tese al traduttore sono le frasi idiomatiche, presenti in tutte le lingue ma specifiche di ogni lingua. Alcune di queste sono facili a decifrarsi, oppure sono così bizzarre da mettere sull' avviso anche il traduttore novellino: credo che nessuno scriverebbe a cuor leggero che in Gran Bretagna piovono gatti e cani, cioè piove a dirotto, ma altre volte la frase ha l' aria più innocente, si confonde col discorso piano, e rischia di farsi tradurre parola per parola; come quando, nella traduzione di un romanzo, si legge del noto benefattore che ha uno scheletro nell' armadio, cosa possibile, anche se non comune. Uno scrittore che non voglia mettere in imbarazzo i suoi traduttori dovrebbe astenersi dall' usare frasi idiomatiche, ma questo gli sarebbe difficile, perché ognuno di noi, sia nel parlare sia nello scrivere, formula queste frasi senza più rendersene conto. Non c' è nulla di più naturale, per un italiano, che dire "siamo a posto", "fare fiasco", "farsi vivo", "prendere un granchio", il sopra citato "non posso vederlo", e centinaia di altre espressioni simili: tuttavia esse sono prive di senso per lo straniero, e non tutte sono spiegate dai dizionari bilingui. Perfino "quanti anni hai?" è una frase idiomatica: un inglese o un tedesco dicono l' equivalente di "quanto vecchio sei?", che a noi suona ridicolo, specie se la domanda è rivolta a un bambino. Altre difficoltà nascono dall' uso, comune in tutte le lingue, di termini locali. Ogni italiano sa cos' è la Juventus, e ogni lettore italiano di quotidiani sa a cosa si allude dicendo "il Quirinale", "la Farnesina", "Piazza del Gesù", "via delle Botteghe Oscure", ma se chi traduce un testo italiano non ha subito una lunga immersione nelle nostre faccende resterà perplesso, e nessun dizionario lo aiuterà. Lo aiuterà, se la possiede, la sensibilità linguistica, che è l' arma più potente di chi traduce, ma che non si insegna nelle scuole come non si insegna la virtù di scrivere in versi o di comporre musica; essa gli consente di calarsi nella personalità dell' autore del testo tradotto, di identificarsi con lui, e lo avvisa quando nel testo qualcosa non quadra, non va, è stonato, non ha un senso compiuto, sembra superfluo o sfasato. Quando questo avviene, può trattarsi di una colpa dell' autore, ma più spesso è un segnale: qualcuna delle tagliole descritte è lì, invisibile, ma con le mascelle spalancate. Ma non basta saper evitare le insidie per essere un buon traduttore. Il compito è più arduo: si tratta di trasferire da una lingua a un' altra la forza espressiva del testo, e questa è opera sovrumana, tanto che alcune traduzioni celebri (ad esempio quella dell' "Odissea" in latino e quella della Bibbia in tedesco) hanno segnato delle svolte nella storia della nostra civiltà. Tuttavia, poiché uno scritto nasce da una profonda interazione fra il talento creativo dell' autore e la lingua in cui egli si esprime, a ogni traduzione è connessa una perdita inevitabile, paragonabile a quella di chi va dal cambiavalute. Questo calo è di misura varia, grande o piccolo a seconda dell' abilità del traduttore e della natura del testo originale; è di regola minimo per i testi tecnici o scientifici (ma occorre in questo caso che il traduttore, oltre a possedere le due lingue, capisca quello che traduce, possegga cioè anche una terza competenza), massimo per la poesia (che cosa resta di "e vegno in parte ove non è che luca" se viene ridotto e tradotto come "giungo in un luogo buio"?) Tutti questi "contro" possono spaventare e scoraggiare ogni aspirante traduttore, ma si può aggiungere qualche peso sul piatto dei "pro". Oltre a essere opera di civiltà e di pace, tradurre può dare gratificazioni uniche: il traduttore è il solo che legga veramente un testo, lo legga in profondità, in tutte le sue pieghe, pesando e apprezzando ogni parola e ogni immagine, o magari scoprendone i vuoti e i falsi. Quando gli riesce di trovare, o anche di inventare, la soluzione di un nodo, si sente "sicut deus" senza per questo dover reggere il carico della responsabilità che grava sulla schiena dell' autore: in questo senso, le gioie e le fatiche del tradurre stanno a quelle dello scrivere creativo come quelle dei nonni stanno a quelle dei genitori. Molti scrittori antichi e moderni (Catullo, Foscolo, Baudelaire, Pavese) hanno tradotto scritti a loro congeniali, traendone gioia per sé e per i lettori, e ritrovando spesso in quest' opera lo stato d' animo lieto e leggero di chi, in un giorno di vacanza, si dedica a un lavoro diverso da quello di tutti i giorni. Vale la pena di dire una parola anche sulla condizione dello scrittore che si trova a essere tradotto. Essere tradotti non è un lavoro né feriale né festivo, anzi, non è un lavoro per niente, è una semi-passività simile a quella del paziente sul lettino del chirurgo o sul divano dello psicoanalista, ricca tuttavia di emozioni violente e contrastanti. L' autore che trova davanti a sé una sua pagina tradotta in una lingua che conosce si sente volta a volta, o a un tempo, lusingato, tradito, nobilitato, radiografato, castrato, piallato, stuprato, adornato, ucciso. È raro che resti indifferente nei confronti del traduttore, conosciuto o sconosciuto, che ha cacciato naso e dita nelle sue viscere: gli manderebbe volentieri, volta a volta o a un tempo, il suo cuore debitamente imballato, un assegno, una corona di lauro o i padrini.
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