L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Inventare dal nulla un animale che possa esistere (intendo dire che possa esistere fisiologicamente, crescere, nutrirsi, resistere all' ambiente ed ai predatori, riprodursi) è un compito pressoché impossibile. È una progettazione che supera di gran lunga le nostre capacità razionali, ed anche quelle dei nostri migliori computer: conosciamo ancora troppo poco dei meccanismi vitali esistenti per osare crearne degli altri anche solo sulla carta. In altre parole, l' evoluzione si è sempre dimostrata enormemente più intelligente dei migliori evoluzionisti. Ogni anno che passa conferma che i meccanismi della vita non sono eccezioni alle leggi della chimica e della fisica, ma in pari tempo si allarga sempre più il solco che ci separa dalla comprensione ultima dei fenomeni vitali. Non già che non si risolvano problemi e non si risponda a domande, ma ogni problema risolto ne genera dozzine di nuovi, ed il processo non accenna a finire. Tuttavia, l' esperienza di tremila anni di narrativa, di pittura e di scultura ci dimostra che anche inventare dal nulla un animale a capriccio, un animale di cui non ci importa affatto che possa esistere, ma la cui immagine stimoli in qualche modo la nostra sensibilità, non è un compito facile. Tutti gli animali inventati dalla mitologia, in tutti i paesi ed in tutte le epoche, sono dei pots-pourris, rapsodie di tratti e membra di animali noti. Il più famoso ed il più composito era la chimera, ibrido di capra, serpente e leone, talmente impossibile che il suo nome è oggi equivalente a "sogno vano"; ma è anche stato adottato dai biologi per indicare i mostri che essi creano, o vorrebbero creare, nei loro laboratori grazie a trapianti fra animali diversi. I centauri sono creature affascinanti, portatrici di simboli multipli ed arcaici, ma della loro fisica impossibilità si era già accorto Lucrezio, ed aveva cercato di dimostrarla con un argomento curioso: a tre anni di età il cavallo è nel pieno delle sue forze, mentre l' uomo è bambino, e "spesso cercherà in sogno il capezzolo" da cui è appena stato slattato; come potrebbero convivere due nature che non "florescunt pariter", e che del resto non ardono degli stessi amori? In tempi più recenti, e in un bel romanzo fantascientifico, P. J. Farmer ha messo in rilievo le difficoltà respiratorie dei centauri classici, e le ha risolte fornendo loro un organo supplementare "simile a un mantice, che inspirava aria attraverso un' apertura simile a una gola"; altri hanno insistito sul problema dell' alimentazione, facendo notare che una piccola bocca umana sarebbe stata insufficiente a permettere il passaggio del molto foraggio necessario per nutrire la parte equina. Si direbbe insomma che la fantasia umana, anche quando non si trova davanti a problemi di verosimiglianza e di stabilità biologica, esiti ad intraprendere vie nuove e preferisca ricombinare elementi costruttivi già noti. Se si riesamina il bellissimo "Manuale di zoologia fantastica" di Borges, si stenta a trovarvi un solo animale veramente originale come disegno: non ce n' è uno che si avvicini neppure vagamente alle incredibili soluzioni innovative che si trovano ad esempio in certi parassiti, quali la zecca, la pulce, l' echinococco. In una prima media, non lontano da Torino, è stato tentato l' esperimento di fare descrivere dai ragazzi un animale inventato, e l' esito ha confermato questo limite della fantasia. Sono stati descritti animali sostanzialmente mitologici, cioè compositi; conglomerati di membra diverse, come Pegaso e il Minotauro, o fughe nel colossale e nel soprannumerario che ricordano il Leviatano di Giobbe, i giganti umani e bestiali di Rabelais, Argo dai cento occhi, Shiva dalle otto braccia, Cerbero con tre teste e il cane dell' Eni con sei gambe. Ma entro questi limiti, sono affiorate intuizioni audaci, allegre ed allarmanti. Il Carnefice vive sotto terra perché ha paura degli orribili animali che sono stati descritti dagli altri ragazzi, e dorme ventidue ore su ventiquattro. Si nutre solo di carne umana e di alberi da frutta, e raggiunge in corsa la velocità di 200 km / ora. La femmina è estremamente feconda: "partorisce quasi otto o nove volte al mese, e ne partorisce sempre cinquanta o sessanta carneficini", ma anche il parto avviene in caverna per le ragioni di sicurezza accennate sopra. Anche il Linfadinosauro vive in cantina, dentro una scatola piena di carta e paglia. L' autrice non ne cita le dimensioni, che non devono essere molto grandi, ma il racconto dell' incontro con l' animale desta un sottile brivido d' angoscia: la bambina è scesa più volte in cantina a prendere il vino, ed ha sentito strani rumori, ma in casa non ha detto niente, "come al solito". È dunque sola, nel buio e nello sporco della cantina, luogo di ataviche paure, versione urbana e moderna degli Inferi; ed ecco, la bestia esce allo scoperto, e la bambina grida "perché era talmente brutto". La conclusione è spia di un' angoscia non finta: "Io quell' animale non lo vorrei mai più vedere". Il Collo-gigantesco è composito, come del resto i due precedenti "ha la testa di un pesce-spada ... ed è pesante come un cane buldocher"), ma se ne distingue per una caratteristica sorprendente: "I boscaioli lo usano per segare la legna". Benché ciò non venga esplicitamente affermato, dev' essere frutto di una contaminazione tecnologica, infatti "ha sei parti del collo" (visibili nell' illustrazione sommaria ma precisa fornita dall' autore: sono sostanzialmente sei vertebre ) "che si rompono ogni tanto e perciò quando va dal meccanico spende molti soldi ed è povero". C' è poi un animale dall' impronunciabile nome di diciotto sillabe che "ha la caratteristica di mangiare con la coda, in modo che con la testa stia a bada dei pericoli". Una ricerca di razionalità anche più spinta è dimostrata dall' autore del Leptorontibus, che viene descritto con inusitata cura della verosimiglianza. Ha tre occhi, è alto m 1,.0 e "ha paura di tutti". Non ha ossa, "e si tiene diritto con un complicato sistema nervoso". In questo zoo strampalato è forse l' unico esemplare "economico", il cui autore non si sia proposto soltanto di destare meraviglia né orrore; "ha un solo polmone e respira con un buco che ha all' altezza dello stomaco": ma si tratta di uno stomaco particolare, l' animale, "appena ha finito di masticare butta giù il cibo che non scende per un tubo ma cade direttamente in una specie di sacco che sarebbe lo stomaco". L' autore si è preoccupato anche dell' imbarazzante problema dell' escrezione: "per buttare fuori le cose che non gli servono utilizza un buco che ha sotto ogni piede che sono in tutto dieci)". Chi, almeno una volta nella vita, non si è trovato ad invidiare il pudore e la discrezione del Leptorontibus? Il Mostrumgaricos, invece, è tutto fuori delle righe. Divora bisonti ed elefanti: li assale a volo, buttandosi a capofitto dagli alberi e "piantando i suoi denti aguzzi nel cervello della sua preda"; respira anche sott' acqua; pesa 4000 tonnellate; la sua femmina partorisce sessanta cuccioli al mese; ha ossa più dure dell' acciaio, e "quando cade da un monte alto anche 5000 metri non si fa niente"; ha dodici cuori e sessanta costole, e potrebbe essere temuto come invincibile ed immortale, senonché "ha paura solo di una malattia, la glomatite, che lo uccide". In quest' ultimo dettaglio sopravvive un archetipo: non c' è male senza rimedio, non c' è invulnerabilità senza tallone d' Achille. Viene descritto, invero sommariamente, un altro animale non nominato, ma molto intelligente e robusto. "Quando cerca e ricerca e non trova niente è capace di sbranare anche un piccolo animale innocente". "Ha un bellissimo pelo e le signore si comprano la sua pelliccia". La sua morte è piena di tragica e solenne dignità: "può vivere un certo numero di anni e quando sa che quel giorno deve morire inizia a mangiare a grande volontà per non dimenticare i pasti che lui faceva". Cocò è surreale, mite e modesto ha solo tre occhi e non è più alto di venti centimetri). Provo invidia per il divertimento che si deve essere procurato il suo autore nel descriverlo. "Mangia le pietre, rami, fiori e gatti"; viene dalla Cina, ma "abita in via Archimede n. 2" e gioca con i bambini del vicinato; d' altronde, "vive spesso da tutte le parti del paese perché cambia ogni giorno via". "Adesso ha quarant' anni e fuma la pipa ogni cinque minuti", ma anche per lui si prepara una morte drammatica: infatti, Cocò "vive fino a cento anni e poi muore correndo, è una tradizione di questi strani animali", ed a questo punto non posso resistere alla tentazione di ri-citare Tennyson, tradotto e citato da Borges grande pittore di morti strane; si parla del Kraken, altro animale inventato, gigantesco calamaro lungo un miglio e mezzo: "Sotto i tuoni della superficie, il Kraken dorme il suo antico ... sonno senza sogni .... Giace lì da secoli, e giacerà, cibandosi addormentato di immensi vermi marini, finché il fuoco del Giudizio finale non riscaldi l' abisso. Allora, per essere finalmente visto dagli uomini e dagli angeli, ruggendo sorgerà e morirà alla superficie" Borges, "Manuale" cit., p. 99). La rassegna sarebbe incompleta se non si ricordasse il Cibercus. La sua descrizione si avvia su toni smorti: ha le solite sei gambe, peraltro esili "come un filo d' erba", le solite orecchie quadrate, gli occhi uno triangolare e rosso, l' altro quadrato e nero, ma subito segue lo shock: "Ha una coda lunga due metri ed è fatto di crema". Su questo spunto il testo decolla, portandolo con coerenza alle sue conseguenze estreme. Il Cibercus "vive in una foresta fredda, altrimenti se starebbe al sole si scioglierebbe"; "è debole e come gli arriva una freccia si buca come niente, poi c' è una leggenda ... una mandria di questi animali uscirono al sole per attaccare gli uomini, ma come uscirono si sciolsero tutti". Consapevole della sua forza comica, l' autore ci informa che il Cibercus si nutre di topi e di cioccolata, e chiude con la stoccata dell' espada: "Questo animale corre molto piano".
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