L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Il "canale" è fra le più felici delle immagini tratte dal linguaggio quotidiano per soddisfare le necessità sempre nuove dei linguaggi specialistici. Tutti sanno cosa è un canale: costringe l' acqua a scorrere da un' origine a uno sbocco, fra due argini sostanzialmente non valicabili, ma il termine si presta bene a descrivere altri fenomeni di flusso, in cui "qualche cosa" (un fluido, uno sciame di particelle, il traffico di un' autostrada, una folla umana, ma anche una somma di denaro, un pacchetto di energia, un' informazione) si sposta in una sola dimensione e direzione, a ciò costretto da argini materiali o simbolici. In questo senso, non c' è dubbio che una autostrada è un canale, come pure una comunicazione telefonica; meno a proposito si parla di canali televisivi, perché qui l' origine è una, ma gli sbocchi (i teleschermi) sono milioni. Un canale TV è dunque un canale finemente ramificato, canale solo nel senso che il programma trasmesso fluisce esclusivamente verso le utenze predisposte ad accoglierlo senza debordare nelle altre. Un discorso a parte merita il "canale" postale. Fin dalle sue origini (in Cina, forse seimila anni fa era considerato essenziale che il messaggio scorresse fra buone sponde, ossia che la notizia pervenisse al destinatario senza essere intercettata da estranei. Per assicurare l' impermeabilità del canale postale sono stati escogitati vari artifizi ben noti, quali gli inchiostri simpatici ed i codici crittografici, ed altri più fantasiosi, come scrivere il messaggio sul cranio previamente rasato del messaggero, aspettare che i capelli ricrescessero, e poi farlo partire; il destinatario radeva i capelli e leggeva il messaggio. Tuttavia, il modo più pratico di garantire la segretezza era ed è tuttora costituito dal sigillo, e dai suoi moderni equivalenti. Il problema di formulare un materiale adatto a fungere da sigillo è semplice: deve poter ricevere un' impronta nitida, solidificare rapidamente, conservare l' impronta entro un buon intervallo di temperature, non essere troppo fragile. Come si vede, è il tema delle materie plastiche, ed infatti il materiale classico dei sigilli di tutti i tempi è la decana delle materie plastiche, la ceralacca. Nella sua composizione la cera entra poco o nulla: il suo componente fondamentale è la gommalacca, materiale illustre e strano di cui mette conto di parlare. La gommalacca è il frutto dell' incontro di due fantasie inventive, quella lentissima dell' evoluzione, ossia della natura, che l' ha creata, e quella rapida e flessibile dell' uomo, che l' ha trovata adatta a vari impieghi. Il vero inventore della gommalacca è un insetto dai costumi avviliti: il suo curriculum, lineare e spoglio, è una parodia dell' utopia garantistica di cui oggi tanto si parla. I maschi e le femmine della creatura in questione incominciano la loro carriera sotto la forma di larve rossicce, appena visibili a occhio nudo; in sciami innumerevoli, esplorano pigramente i rametti di certi alberi esotici finché trovano una fenditura della corteccia che permetta loro di inserire la proboscide fino a conficcarla nel legno succulento: a questo punto sono sistemate ed assicurate, non avranno più problemi per tutta la vita, ma neppure esperienze, emozioni, sensazioni. Il loro numero è sterminato, milioni di individui su un singolo albero, e infatti il termine "lacca", con cui in tutte le lingue si designa il prodotto che essi secernono, deriva da un' antica parola sanscrita che significa "centomila". I centomila minuscoli parassiti pompano linfa ed ingrossano in silenzio, ma anche le creature meglio garantite devono pure avere o sviluppare un' arte per coprirsi le spalle. La loro arte è un' arte chimica di tutto rispetto: trasformano il succo vegetale in una resina dalle proprietà non banali e non vili, la gommalacca, appunto. La essudano dai pori, ricoprendosi non solo le spalle ma tutto il corpo; sono talmente fitti che l' involucro di un individuo finisce col fondersi e saldarsi con quello dei vicini, in modo che i rami infestati si trovano rivestiti di una crosta compatta e lucida che deve avere attirato l' attenzione dell' uomo fin dai tempi remoti. Sotto questa giace, protetto e imprigionato, l' esercito dei succhiatori. I maschi comunicano con l' esterno solo per mezzo di un forellino che permette loro di respirare; le femmine mantengono aperto anche un secondo forellino, prolungamento del loro orifizio genitale, attraverso cui avverrà la fecondazione. Dopo qualche settimana è raggiunta la maturità sessuale, e qui i destini divergono. La femmina continua a non muoversi, anzi, addirittura perde le gambe, tanto non le serviranno più. Come la matrona esemplare dell' antichità, domum servavit, lanam fecit: visse in casa filando lana; nel nostro caso, essudando resina. Il maschio si risolve ad un' unica fugace iniziativa: a maturità raggiunta, esce dal carcere e feconda diverse femmine, senza un contatto diretto, ma utilizzando il foro a ciò predisposto; poi muore. Le femmine fecondate, praticamente tutte, non abbandonano la loro cella e continuano a secernere resina; entro la cella depongono le uova, sopravvivono fino alla schiusa, poi muoiono anche loro, e le larve uscite dalle uova dànno inizio a un nuovo ciclo. Cercare di ricavare una morale umana dal comportamento degli animali intorno a noi è un vizio antico ed illogico; indulgervi è rischioso ma divertente. Si è tentati di dire con Esopo: "La favola insegna" che il prezzo dell' abbondanza assicurata può essere alto, e che il pensionamento precoce può essere mortale. La gommalacca è una resina nobile; è trasparente, resiste agli urti ed alla luce solare, ha odore gradevole, è lucida, e presenta inoltre un' altra virtù curiosa ed unica, certo utile al suo inventore-insetto: se esposta all' umidità, la sua permeabilità all' acqua diminuisce, invece di aumentare come fa quella di quasi tutti gli altri materiali organici; si comporta insomma, in scala molecolare, come un ombrello che si apra spontaneamente all' inizio di un acquazzone. Lo scopritore umano della gommalacca è sconosciuto: dev' essere stato uno dei mille Darwin e Newton ignorati che hanno costellato tutti gli evi trascorsi e costellano il nostro, e che sprecano il loro talento in una società che non li comprende, aggiogati a un lavoro ripetitivo e noioso. Qualcuno deve insomma avere notato che le proprietà protettive della gommalacca si prestavano a proteggere qualche altra cosa, oltre al parassita poltrone e ghiotto che la secerne. In specie, potevano prestarsi a proteggere la segretezza postale, cioè a turare le falle del canale percorso dai messaggi scritti, poiché proprio a questo servono da tempo antichissimo i sigilli; ma la resina ha anche altri usi. Da tempo altrettanto antico veniva fusa, miscelata con pigmenti di vari colori, poi lasciata solidificare in blocchetti. Questi venivano premuti con forza contro parti in legno durante la tornitura: il calore dell' attrito faceva fondere nuovamente la gommalacca colorata, che si distribuiva uniformemente sul legno "nello spessore di un' unghia d' uomo" ravvivandone l' aspetto e difendendolo dall' umidità. Questo singolare metodo di verniciatura era ancora in uso in India all' inizio del secolo, ed è stato descritto da Kipling. Oggi la gommalacca si impiega principalmente come legante nelle vernici a spirito. È chiaro che col sistema sopra detto si possono rivestire solo pezzi che presentino una simmetria cilindrica e dimensioni adatte al tornio. Ai fini dell' impiego come vernice, occorreva trovare un solvente adatto a sciogliere la resina, ed una tecnologia che la riducesse in una forma facilmente solubile. Il solvente fu trovato verso gli inizi del 1.00, ed è il comune alcool rettificato; la tecnologia, oggi in disuso, era sorprendente. La resina veniva fusa e filtrata attraverso tela per eliminare gli insetti e i frammenti di legno. La si lasciava solidificare in forma di blocchi piatti di cinque o sei chili, che venivano quindi nuovamente riscaldati affinché la resina diventasse pastosa. Entravano allora in scena gli "stenditori", che per lo più erano giovanissime stenditrici: dall' alba al tramonto esse si accovacciavano a terra, afferravano il blocco in cinque punti, con le mani, i denti e le dita dei piedi, e si raddrizzavano rapide allargando le braccia; il blocco veniva così disteso in un foglio di contorno pentagonale, alto come la stenditrice, trasparente e fragile come il vetro, che veniva poi frantumato in scaglie sottili e quindi facilmente solubili. In questo gesto infinite volte ripetuto, le bambine-macchine sorgevano dalla positura chiusa del germe a quella aperta del fiore. Doveva essere un balletto comico, crudele e gentile: vi si ravvisa un ingegno cinico quanto quello che aveva privato delle gambe le femmine-insetto; un ingegno che non esitava a ridurre l' uomo a strumento, a farlo regredire all' atto animalesco in cui la bocca, officina della parola, ridiventava attrezzo per mordere.
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