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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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In un suo elegante saggio di forse quarant' anni fa, a un giovane che intendeva diventare scrittore e si era rivolto a lui per consigli, Aldous Huxley raccomandava di comperare una coppia di gatti, di osservarli e di descriverli. Gli diceva, se non mi sbaglio, che gli animali, e i mammiferi in specie, e ancor più particolarmente gli animali domestici, sono come noi, ma "senza coperchio". Il loro comportamento è simile a quello che sarebbe il nostro se fossimo privi di inibizioni. Perciò la loro osservazione è preziosa per il romanziere che si accinge a scandagliare le motivazioni profonde dei suoi personaggi. Forse le cose non sono così semplici. Dopo di allora è sorta e si è rapidamente fatta adulta l' etologia, e ci ha insegnato che gli animali sono diversi fra loro e diversi da noi, che ogni specie animale segue sue leggi, e che queste leggi, fin dove arriviamo a comprenderle, sono in buon accordo con le teorie evolutive, e cioè favorevoli alla conservazione della specie, anche se non sempre a quella dell' individuo. Etologi e pavloviani ci hanno severamente ammoniti a non attribuire agli animali meccanismi mentali umani, a non descriverli con linguaggio antropomorfo. Sono stati generalmente accontentati, e anzi, è prevalsa la tendenza opposta, la tendenza cioè a descrivere l' uomo in termini zoologici, a cercare e trovare a tutti i costi l' animale nell' uomo (come ha fatto, un po' sbrigativamente, Desmond Morris in "La scimmia nuda"). Io penso che non tutte le azioni umane si possano interpretare così, e che il metodo non porti molto lontano. Socrate, Newton, Bach e Leopardi non erano scimmie nude. Detto questo, devo aggiungere che Huxley errava nella spiegazione, ma aveva trionfalmente ragione nel dare quel consiglio al suo discepolo. C' è di più: a chi guardi un po' da vicino le sue opere più famose, non può sfuggire che lui stesso doveva essere stato un attento e geniale osservatore degli animali, nei cui comportamenti si era allenato a ravvisare ipostasi e simboli di virtù, vizi e passioni dell' uomo. Certo lo deve avere aiutato su questa strada la vicinanza del fratello Julian, famoso biologo ed estroso divulgatore. Se potessi, io obbedirei con entusiasmo alla raccomandazione di Huxley, e mi riempirei la casa di tutti gli animali possibili. Farei ogni sforzo non solo per osservarli, ma anche per entrare in comunicazione con loro. Non farei questo in vista di un traguardo scientifico (non ne ho la cultura né la preparazione), ma per simpatia, e perché sono sicuro che ne trarrei uno straordinario arricchimento spirituale e una più compiuta visione del mondo. In mancanza di meglio, leggo con godimento e stupore sempre rinnovati molti libri vecchi e nuovi che parlano di animali, e mi pare di ricavarne un nutrimento vitale, indipendentemente dal loro valore letterario o scientifico. Possono anche essere pieni di bugie, come il vecchio Plinio: non ha importanza, il loro valore sta nei suggerimenti che forniscono. È un' antica osservazione, antica già al tempo di Esopo (che queste cose le doveva pure conoscere bene), che negli animali si trovano tutti gli estremi. Ci sono animali enormi e minuscoli, estremamente forti ed estremamente deboli, audaci e fuggitivi, veloci e lenti, astuti e sciocchi, splendidi e orrendi: lo scrittore non ha che da scegliere, non ha da curarsi delle verità degli scienziati, gli basta attingere a piene mani in questo universo di metafore. Proprio uscendo dall' isola umana, troverà ogni qualità umana moltiplicata per cento, una selva di iperboli prefabbricate. Di queste, molte sono stanche, sfiancate dall' uso di tutti i linguaggi: le troppo note qualità del leone, della volpe e del toro non sono più utilizzabili. Ma le scoperte dei naturalisti moderni, fitte e meravigliose in questi ultimi anni, hanno aperto agli scrittori una vena di idee il cui sfruttamento è solo ai suoi timidi inizi. Nelle memorie di "Nature" e dello "Scientific American", nei libri di Konrad Lorenz e dei suoi discepoli, si annidano i semi di uno scrivere nuovo, ancora tutto da scoprire, che aspetta il suo demiurgo. Tutti abbiamo ascoltato, nelle sere di estate, i duetti dei grilli. Ce ne sono di varie specie, e ognuna canta con il suo proprio ritmo e con una sua propria nota: il maschio chiama, e la femmina, lontana anche duecento metri, e totalmente invisibile, risponde "a tono". Il duetto, paziente e casto, prosegue per ore e ore, e a mano a mano i due partner lentamente si avvicinano, fino al contatto e all' accoppiamento. Ma è indispensabile che la femmina risponda giusto: una risposta stonata, anche solo di un quarto di tono, interrompe il dialogo, e il maschio va in cerca di un' altra compagna più conforme al suo innato modello. Pare che questa condizione di esatta sintonia acustica sia una garanzia contro gli incroci fra specie diverse, che sarebbero sterili e perciò inutili ai fini del "multiplicamini". Allo stesso scopo si ritiene che tendano i complicati, graziosi o grotteschi, rituali di corteggiamento che si osservano presso animali fra loro estremamente diversi, quali i ragni, i pesci e gli uccelli (e qui si può rilevare che gli stessi etologi sono stati costretti a introdurre nel loro linguaggio il termine "corteggiamento", che è una metafora umana). Ora, uno sperimentatore d' ingegno ha osservato che esiste il modo di alterare in misura nota e riproducibile la tonalità del canto del grillo: la sua frequenza (e cioè il tono della nota emessa) dipende in misura assai netta dalla temperatura ambiente. È evidente che in condizioni naturali il maschio e la femmina sono alla stessa temperatura; ma se si riscalda la femmina (o il maschio), anche solo di due o tre gradi, il suo canto sale di un semitono, e il partner non risponde più: non ravvisa più in lei (o in lui) un possibile compagno sessuale. Da una minuscola causa ambientale è nata una incompatibilità. Non c' è il germe di un romanzo? I ragni, in specie, sono una inesauribile sorgente di meraviglia, di meditazioni, di stimoli e di brividi. Sono (non tutti) geometri metodici e fanaticamente conservatori: il comune ragno dei giardini, il ragno dal Diadema, costruisce da decine di milioni di anni la sua tela raggiata, simmetrica e conforme a un rigido modello. Non sopporta imperfezioni: se la tela viene danneggiata, non la ripara. La distrugge e ne tesse una nuova. Nel corso di una ricerca sulle droghe, un biologo ha somministrato a un ragno una piccola dose di Lsd. Il ragno drogato non è rimasto in ozio, e secondo le abitudini della sua specie ha subito iniziato a costruirsi la tela, ma ha tessuto una tela mostruosa, storta, deforme come le visioni dei drogati umani: fitta e arruffata in alcune zone, interrotta da lacune in altre. Terminato il lavoro, il ragno in delirio si è appostato in un angolo di questa tela, in attesa di una improbabile preda. È noto come molti ragni femmina divorino il maschio, immediatamente dopo o addirittura durante l' atto sessuale; così del resto fanno anche le mantidi, e le api massacrano con meticolosa ferocia tutti i fuchi dell' alveare dopo che uno di loro è partito per il volo nuziale con la futura regina: e sono tutti temi pieni di un loro tenebroso significato, che destano risonanze sorde nel profondo delle nostre coscienze di civilizzati. L' uxoricidio, tra i ragni, è pressoché normale. La femmina è generalmente più grossa e forte del maschio, e, appena la fecondazione è avvenuta, essa tende a comportarsi con lui come con una qualsiasi altra preda. Non sempre i maschi oppongono difese o tentano la fuga: in varie specie, si direbbe che essi acconsentano al cinico disegno evoluzionistico della Natura, secondo il quale, una volta adempiuto al compito della riproduzione, cessa la loro ragione d' essere e quindi anche si spegne in loro l' istinto di conservazione. Ma quando i ragni maschi oppongono invece difese, si entra in un mondo drammatico e stravolto, che trova il suo analogo umano solo nelle frange criminali o psicopatiche della nostra società; o non lo trova affatto, ma invita a inventarlo, a raffigurarsi situazioni mai sognate neppure dai nostri tragedi. Esistono ragni che iniziano il corteggiamento offrendo alla femmina un regalo: una preda viva, ma paralizzata dal loro veleno, e legata e imbavagliata mediante un involucro di fili. Non è un regalo disinteressato. La femmina lo accetta, se ne sazia mentre il maschio attende, e dopo non sarà più affamata, e l' accoppiamento non terminerà in un assassinio. Altri maschi, danzando intorno alla femmina in un corteggiamento rituale, la irretiscono via via in un groviglio di fili robusti, e la fecondano solo quando la violenta compagna, ambivalentemente desiderata e temuta, è ridotta all' immobilità. Altri ancora (e qui chi può resistere alla tentazione di una, magari abusiva e barocca, interpretazione umana?) si conducono con lungimiranza incredibile e con immonda doppiezza. Alla stagione in cui le uova schiudono, partono in razzia di femmine immature, e quindi ancora deboli, e ogni maschio ne rapisce e sequestra una. La lega col portentoso filo dai mille usi, e la tiene in prigionia, nutrendola avaramente (perché non si rinforzi troppo) e difendendola contro gli eventuali aggressori, finché è sessualmente matura: allora la feconda e l' abbandona. Quando ha raggiunto il pieno delle forze, la femmina non ha difficoltà a sciogliersi dai legami. Siamo all' incerto confine fra la cronaca nera e l' opera buffa. È difficile sottrarsi al ricordo del rapporto ambiguo e stereotipo fra tutore e pupilla, fra l' intrigante e carcerario Don Bartolo, gonfio delle sue tardive libidini, e la Rosina tenerella, chiusa fra quattro mura ma futura "vipera": "tutti e due son da legar". Molti animali, dalle strutture più diverse, ostentano colori vivaci e hanno carni di sapore disgustoso, oppure sono velenosi: ad esempio i pesci dorati e le coccinelle, o rispettivamente le vespe e certi serpenti. I colori vistosi servono come segnale e avviso, affinché i predatori li riconoscano da lontano e, ammaestrati da precedenti esperienze, si astengano dall' assalirli. Esiste un parallelo comportamento umano? In generale, l' uomo nocivo tende piuttosto a confondersi entro la maggioranza, per sottrarsi all' identificazione; ma non fa così quando è o si sente superiore alla legge. Bisognerebbe pensare un po' meglio all' apparenza dei bravi, quali li descrive il Manzoni; all' uso (generale fino al 1900) di divise militari dai colori aggressivi; e a certi modi caratteristici di vestire e di esprimersi che rendono facile l' identificazione degli appartenenti a determinati strati della malavita (l' "apache", il mafioso). Anche a parte questi esempi, mi piacerebbe inventare e descrivere un personaggio-coccinella, riconoscibile forse in certe pagine di Gogol' : ipocondriaco, malcontento di sé, del suo prossimo e del mondo, increscioso e lamentoso, che inalbera una livrea riconoscibile da lontano (o un intercalare, o un difetto di pronuncia) affinché il suo prossimo, che egli detesta, si accorga in tempo della sua presenza e non gli venga fra i piedi.

Domum servavit

L'altrui mestiere 1985