L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Molti adolescenti, forse tutti, sono percossi a un tratto da un dubbio pieno d' angoscia: "Tutto quanto io so del mondo mi è pervenuto attraverso i sensi: ma se i sensi mi ingannassero, come avviene nei sogni? Se le stelle, il cielo, il passato che ricostruisco attraverso segni e testimonianze, il presente di cui mi accorgo, le persone che amo e quelle che odio, i dolori che provo, tutto fosse frutto di una mia invenzione non voluta, ed io solo esistessi? Se io fossi il centro di un nulla infinito, inutilmente popolato dai fantasmi che io suscito? Ecco, io chiudo le palpebre e mi tappo le orecchie, e l' universo si annulla". Come è noto, questa ipotesi non è logicamente attaccabile. È coerente con se stessa, non porta a contraddizioni, è stata sostenuta da filosofi (ma chi volevano convincere, dal momento che ognuno di loro riteneva di essere il solitario baco di una sterminata mela?), ed ha perfino ricevuto il nome illustre di solipsismo. I suoi innumerevoli inventori finiscono presto o tardi con l' abbandonarla (o col dimenticarla) per motivi pratici; infatti, essa condurrebbe ad un comportamento assai nocivo per il soggetto e per il suo prossimo, e cioè all' inerzia, all' abdicazione ad influire sulla realtà in cui siamo immersi. Inoltre, ci si accorge presto che questa ipotesi, seppure sostenibile, è estremamente improbabile: è improbabile, ad esempio, che solo per caso il mio corpo sia costantemente identico a quello degli individui che popolano il "sogno" dei miei incontri quotidiani. Allo stesso modo è non contraddittoria, ma improbabile, l' ipotesi che la Terra sia il centro immobile del cosmo. Queste considerazioni centripete mi sono tornate a mente leggendo un articolo in difesa degli animali ad opera di E. Chiavacci, teologo morale. Sono entusiasticamente d' accordo con le sue conclusioni, ma alcuni suoi argomenti mi lasciano perplesso. Sarebbe lecita una certa misura di sofferenza inflitta agli animali solo perché "ogni animale è al servizio dell' uomo": infatti, il creato è "dono di Dio all' uomo". Anche le Pleiadi? anche la nebulosa d' Orione? Un dono fatto all' uomo 15 miliardi d' anni prima che nascesse, e destinato a sussistere almeno altrettanto dopo che della nostra specie sarà estinta anche la memoria? Gli animali vanno rispettati perché "Dio trova buone tutte le creature", "dà loro cibo, le protegge": come ignorare i pazienti e crudeli agguati dei ragni, la raffinata chirurgia con cui (altro che vivisezione!) certe vespe paralizzano i bruchi, vi depositano dentro un singolo uovo, e vanno altrove a morire, lasciando che la larva divori a poco a poco l' ospite ancora vivo? Si può sostenere che anche qui Dio "prepara (agli animali) un luogo dove riposare"? Che dire dei felini, splendide macchine per uccidere? E dell' astuzia perfida del cuculo, assassino dei suoi fratellastri appena schiuso dall' uovo? Non certo che queste creature siano "cattive": ma pare necessario ammettere che le categorie morali, il bene e il male, non si attagliano ai subumani. La gigantesca sanguinaria competizione che è nata con la prima cellula, e che tuttora si svolge intorno a noi, sta al di fuori, o al di sotto, dei nostri criteri di comportamento. Gli animali devono bensì essere rispettati, ma per motivi diversi. Non perché sono "buoni" o utili a noi (non tutti lo sono), ma perché una norma scritta in noi, e riconosciuta da tutte le religioni e le legislazioni, ci intima di non creare dolore, né in noi né in alcuna creatura capace di percepirlo. "Arcano è tutto fuor che il nostro dolor"; le certezze del laico sono poche, ma la prima è questa: è ammissibile soffrire (e far soffrire) solo a compenso di una maggior sofferenza evitata a sé o ad altri. È una norma semplice, ma le sue conseguenze sono complesse, ed ognuno lo sa. Come commisurare i dolori degli altri coi propri? Ma il solipsismo è una fantasia puerile: gli "altri" esistono, e fra questi anche gli animali nostri compagni di viaggio. Non credo che la vita di un corvo o di un grillo valga quanto una vita umana; è perfino dubbio se un insetto percepisca il dolore al modo nostro, ma lo percepiscono probabilmente gli uccelli e certamente i mammiferi. È difficile compito di ogni uomo diminuire per quanto può la tremenda mole di questa "sostanza" che inquina ogni vita, il dolore in tutte le sue forme; ed è strano, ma bello, che a questo imperativo si giunga anche a partire da presupposti radicalmente diversi.
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