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L'altrui mestiere

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura

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Ho superato le barriere della timidezza e della pigrizia, ed a sessant' anni compiuti mi sono iscritto ai corsi di un istituto molto serio dove si insegna una lingua straniera che conosco male. Volevo conoscerla meglio, per pura curiosità intellettuale: ne avevo imparato gli elementi ad orecchio, in condizioni disagiate, e l' avevo poi usata per anni per ragioni di lavoro, badando al sodo, cioè a capire e a farmi capire, e trascurandone le singolarità, la grammatica e la sintassi. L' ingresso in aula per la prima lezione è stato traumatico: sono un allogeno, un marziano; questo non è il mio luogo. Eravamo una ventina di allievi, di cui solo tre maschi; due signorine mostravano di aver superato i trent' anni, tutte le altre e gli altri erano studenti ventenni. L' insegnante, giovane anche lui, era colto, simpatico, intelligente, molto bravo nel vincere i ritegni e le verecondie degli alunni, esperto nell' arte di insegnare e buon conoscitore degli ostacoli che si frappongono al flusso dell' apprendimento. Ha incominciato il corso con un discorso franco ed onesto. Si può studiare una lingua straniera per molti scopi diversi, e perciò essa può essere insegnata con metodi diversi; a rigore, l' insegnamento dovrebbe essere fatto su misura, modellato sulle aspirazioni, sulle capacità e sulle conoscenze previe di ogni singolo allievo; poiché questo non si può fare, si devono seguire dei compromessi. C' è chi vuole (o deve) imparare una lingua solo per poterla leggere, o per conoscerne la letteratura, o per parlarla come turista, o per trattare affari, o per scrivere lettere commerciali, o per intendersi da tecnico con un collega tecnico; ma entro questa moltitudine di scopi si può tracciare una linea di demarcazione fra l' apprendimento passivo (ricevere senza trasmettere) e quello attivo (ricevere e trasmettere). Ebbene, non fatevi illusioni: i più dotati fra voi arriveranno a capire passivamente, quasi per intero, la lingua parlata o scritta; solo un genio, alla vostra età (ed alludeva evidentemente all' età della maggioranza), può arrivare a parlarla o a scriverla senza errori: a meno che non possa soggiornare all' estero per almeno sei mesi in "immersione totale", cioè senza più udire né pronunciare una parola d' italiano. Fin dalle prime lezioni mi sono accorto di quanto crudelmente diverso sia imparare a vent' anni, a quaranta o a sessanta. Credevo di avere un udito normale: lo è, ma solo per l' italiano. Un conto è ascoltare un discorso nella propria lingua, in cui, se anche perdi una sillaba o una parola, non hai difficoltà ad interpolarla inconsciamente, o ad indovinarla con un rapido ragionamento per esclusione. Ma se la lingua non ti appartiene, perdere una sillaba è perdere l' autobus: il discorso prosegue mentre tu ti arrabatti a ricostruire l' anello mancante. A perturbare la tua comprensione basta l' eco delle pareti o un tram che passa in strada, ma i tuoi condiscepoli giovani non dànno segno di disagio. Altre difficoltà vengono dalla vista. Sarei ingiusto se mi lamentassi della mia; nella vita quotidiana mi dà disturbo forse solo nei musei, dove si è costretti a cambiare continuamente l' accomodamento per vedere ora da vicino ora lontano. Così avviene anche a scuola; l' agilità della messa a fuoco è una necessità di ogni istante, l' occhio deve saltare infinite volte dal quaderno alla lavagna ed al viso dell' insegnante. Se hai gli occhiali bifocali va ancora abbastanza bene; se non li hai, la tua mano sinistra è impegnata in una ginnastica faticosa di "metti e togli". Ci sono difficoltà più gravi perché più profonde. È noto che nel processo dell' apprendere si possono distinguere tre fasi: imprimere il ricordo, mantenerlo, e richiamarlo quando occorre. Le due ultime si conservano abbastanza bene: una volta che la nozione è impressa, resta tale indefinitamente; richiamarla non è difficile, anzi, con gli anni si finisce con l' imparare certi artifizi per cui il fenomeno della parola o del concetto che hai "sulla punta della lingua" si fa più raro. Ma incidere il ricordo, invece, diventa sempre più difficile. Bisogna "imparare a imparare": non basta più lasciare che la nozione arrivi per conto suo al magazzino e ci si depositi. Non ci rimane, o non a lungo: entra ed esce immediatamente, si volatilizza, lasciando dietro di sé solo una traccia irritante e indistinta. Si deve imparare ad intervenire con la forza, ad incastrarla nella sua nicchia come con un martello; si fa, ma ci vuole tempo e fatica. Bisogna prendere appunti con metodo, e rileggerli quante volte bastano, a distanza di settimane o di mesi. Ancora: ci si accorge che, paradossalmente, è altrettanto difficile cancellare, cioè disimparare le nozioni sbagliate. Tutto va come se un' ipotetica cera si fosse fatta più dura: dura da incidere, dura da eradere. Quegli errori di lessico o di grammatica che è così facile acquisire studiando in modo dilettantesco richiedono poi metodo, pazienza e molta energia per essere scalpellati via. D' altra parte, l' età non porta solo svantaggi. Qualche furberia, strada facendo, la si è pure imparata; è più facile distinguere la tara dal netto, cioè quali nozioni vanno accettate ed immagazzinate con cura, quali altre si possono prendere in visione e mettere in disparte. Si ha più tempo, più calma e meno distrazioni; si possiede (magari senza accorgersene) un corpo organico di conoscenze in cui le conoscenze nuove vanno ad inserirsi come la chiave nella toppa. Si hanno vecchie curiosità che aspettano da dieci o vent' anni di essere soddisfatte, e le nozioni che si aspettano e desiderano si imprimono meglio. Soprattutto, sono diversi gli scopi a cui si tende. Anche nei casi più fortunati, lo studente, anche dopo la scuola dell' obbligo (in cui la motivazione è generalmente scarsa), ha solo una motivazione indiretta. Non studia per imparare, ma per avere un titolo che gli dia modo di proseguire negli studi, o di guadagnarsi da vivere; è raro che si faccia pienamente capace della correlazione che lega l' apprendimento alla competenza professionale: anche perché, purtroppo, spesso questa correlazione non esiste. Ma anche quando egli è razionalmente convinto dell' utilità a lungo termine dei suoi studi, l' interesse vero e proprio può essere debole. Per contro, l' anziano che decide di intraprendere uno studio in piena libertà di scelta, senza costrizioni di orario, senza obbligo di presenza, senza paure di controlli, di esami, o anche solo di un giudizio sfavorevole, prova una sensazione di leggerezza, di arbitrio libero, che gli handicap sopra descritti e la durezza dei sedili non bastano ad inquinare. È studio, è migliorarsi ed accrescersi, ed è anche gioco, teatro e lusso. Il gioco, cioè l' esercizio fine a se stesso, ma regolato e ordinato, è proprio del bambino; ma giocando a tornare a scuola si ritrova un sapore d' infanzia, delicato e dimenticato. La competizione con i colleghi, vittoriosa o no, è un contatto con i giovani in condizioni di parità, una gara leale ed aperta che è impossibile realizzare altrove. Gli steccati fra le generazioni cadono; si è costretti a mettere da parte la noiosa autorità degli anziani, e si è portati a rendere omaggio alle superiori risorse mentali dei giovani, che ti siedono accanto senza irrisione, commiserazione né disprezzo, e ti si fanno amici. Per di più, il far dono a se stessi di un' attività gradevole e priva di uno scopo immediato è un lusso che costa poco e rende molto: è come ricevere, gratis o quasi, un oggetto raro e bello.

Perché si scrive?

L'altrui mestiere 1985