L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Lo ammetto: è questa una "rilettura" incompleta. Dopo di aver rimesso le mani, quasi per caso, su "Tartarin de Tarascon", che per verità ricordavo con buona precisione, mi è mancato il coraggio di riaprire gli altri due libri della trilogia: "Tartarin sur les Alpes" (che pure dovrebbe oggi apparire un singolare reportage sui costumi alberghieri della belle époque), e l' ipocondriaco e reumatico "Port Tarascon". Tartarino ha compiuto nel 1969 il secolo di vita: raro limite fra i libri che i secoli fortificano, e quelli che i secoli seppelliscono sotto le nuove incessanti stratificazioni di carta stampata, mi pare che Tartarino non meriti la notorietà di cui tuttora gode, e rimanga quello che era, cioè un' opera gracile, facile e sostanzialmente povera. È tempo di affermarlo: questo libro troppo celebre, troppo spesso offerto ai ragazzi come primo assaggio di lingua francese, deve la sua fortuna non ad altro che a una vena umoristica incerta e rozza. Il posto che (con non poca presunzione) Daudet assegna al suo eroe, a metà strada fra Don Chisciotte e Sancio, è vistosamente usurpato: manca a Tartarino la coerenza, l' universalità, ed anche soltanto la dignità dei due figli di Cervantes, che nasce dalla forte coscienza che ognuno di essi (a suo modo) ha del proprio valore: basta una lettura distratta per accorgersene, per sentire che Tartarino è ignobile e di piccola statura. Altrettanto presto ci si accorge che "qualcosa non va" nel nocciolo, nel germe del libro, vale a dire nel rapporto che unisce lo scrittore col suo personaggio. Daudet non ama il suo Tartarino, anzi, lo disprezza e lo odia. Si tratta, mi pare, di un caso assai raro in tutte le letterature: poiché l' amore di cui qui si parla è necessario, indispensabile per la creazione poetica. È un amore di suo genere, per cui Dante può amare Malacoda, Manzoni il Griso, e Pasolini Tommasino Puzzilli; un amore disinteressato e puro, l' amore di Pigmalione, che lega il creatore alla sua creatura perfetta, o in via di diventare perfetta; e che non può mancare, perché senza amore non si crea. Voglio dire: non si creano personaggi, "pierres vives", uomini; bensì fantasmi, pupazzetti tenuti su a gran forza di parole. Tale appunto mi pare questo Tartarino. Tartarino è un personaggio da giornalino infantile: ha due difetti opposti, è schematico ed insieme incoerente. Non si sa, e neppure si è in condizione di immaginare, il passato e l' "humus" di quest' ometto nebuloso, ricco ma ozioso già a quarant' anni, senza amici, senza senno, senza donne. La sua mania, la caccia, è troppo poca cosa per essergli anima: perciò è vacuo, è un substrato per luoghi comuni ed avventure tristemente prevedibili. Simultaneamente, è incerto nella sua caratterizzazione, come il buffone a cui si affida qualunque parte sia buona a strappare una risata a buon mercato. È un personaggio di comodo: volta a volta, ha una minuziosa preparazione venatoria, e non sa dove abitano i leoni; è un borghese di provincia nutrito d' aglio, e si pavoneggia ad Algeri vestito da turco; è un pavido visionario, ma non esita a dar battaglia da solo ai facchini della nave, che scambia per pirati. Non c' è dubbio che il libro sia di livello infantile, e la natura del pubblico che esso in un secolo di vita ha trovato lo conferma ad abbondanza; ma è infantile suo malgrado, non per assunto ma per impotenza: lo dimostra, fra l' altro, l' episodio maldestro e goffo dell' avventura sentimentale di Tartarino con la cantatrice moresca. Neppure si può dire che sia "anche" infantile: infantili per abbondanza, per universalità, infantili "anche", sono libri come "Gulliver" o come "Robinson Crusoe", a cui ci si può avvicinare a tutte le età; ma un lettore più che diciottenne che tragga diletto da Tartarino non può essere che un incolto o un semplice. O un razzista. Questo dubbio, questo sospetto di un sottile inconsapevole odio di Alphonse Daudet, non solo contro Tartarino, ma contro il suo dolce paese e i suoi conterranei, mi ha accompagnato in tutta la rilettura. Mi pare inoltre che questa avversione sia parte di uno stato d' animo più vasto, di una confusa e indistinta ribellione e noia che armano lo scrittore di Ni4mes contro la propria terra e contro se stesso: forse una eco della sua propria insoddisfazione di artista? O seme impercettibile di quell' "animus" eversore, di quella frenesia retriva che dovevano così male governare suo figlio Léon, increscioso arnese della destra monarchica e dell' "Action Française"? Quali che ne siano i moventi profondi, l' ironia con cui Daudet dipinge Tartarino, i tarasconesi e i "Méridionaux", bonaria in superficie, è intimamente acrimoniosa ... l' uomo del mezzogiorno non mente, si inganna ... la sua menzogna non è menzogna ... è una specie di miraggio ...": sono affermazioni che oggi non si ascoltano, non si tollerano a cuor leggero: se qualcosa in questi ultimi quarant' anni in Europa si è imparato, è ben questo, che ogni generalizzazione sui vizi (o anche sulle virtù) di questo o quel gruppo umano è pericolosa e incauta; che, quando si parla dei "tarasconesi", o dei negri, o dei russi, o degli italiani in generale, si rischia di sbagliare e si è certi di offendere. Tartarino, per quanto abortivo e rudimentale, ha diritto ad essere difeso contro il suo stesso creatore: se era un codardo, un mentitore e uno sciocco, lo era in proprio, e non per colpa del sangue nelle sue vene, o del sole di Provenza "che trasfigura tutto". Con tutto questo, non ho ancora dimostrato che "Tartarin de Tarascon" sia un brutto libro: ma lo è, sotto qualsiasi angolo lo si voglia considerare; non credo che al mio giudizio negativo abbia contribuito il fenomeno spesso osservato, per cui i libri letti per obbligo scolastico (e si tratta di solito, purtroppo, delle opere più alte che ingegno umano abbia create) ne risultano permanentemente scoloriti, o addirittura intossicati e illeggibili. È brutto quasi per intero, quasi ad ogni pagina; se dovessi salvarne qualcuna, per una non necessaria antologia, non avrei dubbi: la descrizione del porto di Marsiglia, che è visto con occhio alacre e vivo e delineato senza lungaggini, con inconsueta disinvoltura, e il curioso e rapido incontro col cacciatore "vero", col Signor Bombonnel, l' unico personaggio dignitoso del libro (ma non resta in scena che pochi minuti). Per tutto il resto, la stesura è stracca, priva di nervo e di fantasia: Algeri e l' Algeria sono di seconda mano, tutte le figure umane sono cartacee, le avventure dello sfortunato cacciatore si ripetono nel giro di duecento pagine. E quegli sciatti e logori attacchi di periodo! "Per esempio", "Figuratevi", "Immaginate" (il lettore non deve mai immaginare nulla: spetta allo scrittore obbligarlo ad immaginarsi), "Inutile dirvi", "Oh stupore"; ed una profusione di puntini di sospensione. Eppure siamo in Francia, e negli anni di Flaubert e di Zola: "Tartarin de Tarascon" è gemello di "L' éducation sentimentale". Né si può addurre ad attenuante il carattere umoristico dell' opera. La sua comicità sta tutta nelle prime pagine e nell' assunto, e decade rapidamente quando dalla descrizione si procede alla narrazione. Non c' è una sola scena che inviti al riso aperto, liberatore; anzi, intorno a Tartarino (è forse questa la maggior sorpresa di questa rilettura) si vede addensarsi una sempre più cupa aura di fallimento, di naufragio ultimo, di frustrazione; vien fatto di pensare che, se Daudet avesse preso coscienza di questa vocazione tragica del suo uomo, invece di ostinarsi a vedere in lui un comico miles gloriosus, avremmo avuto un libro diverso e migliore.
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