L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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Lo scaffale in cui tengo i libri di Aldous Huxley costituisce per me una tentazione permanente: la tentazione di chiudere il libro che sto leggendo, e di riprendere in mano, e aprire a caso, una delle sue opere. Questa azione, di abbandonare un libro non finito per aprirne un altro, è riprovevole, e ne ho piena coscienza. È una scorrettezza, un piccolo tradimento: tu non sai che cosa l' autore ti riserba nella prossima pagina non letta, rifiuti di seguirlo e di ascoltarlo, sei un cattivo giudice, che fa tacere un teste prima che la sua deposizione sia conclusa; ma la tentazione è forte, e incoraggiata dall' esempio di Huxley stesso, che confessava essere il "desultory reading", la lettura senz' ordine, il suo vizio prediletto. Cedo sovente a questa tentazione, e sempre a favore delle sue prime opere, quelle del periodo 1920-40. I libri posteriori, di Huxley non più romanziere ma pacifista, mistico, sociologo, studioso delle religioni, di metapsichica e dei farmaci psicotropi, mi attirano meno e mi incutono soggezione: oso affermare che l' Huxley di questo dopoguerra, ferito a morte dalla guerra, sinceramente preoccupato dei destini dell' umanità, non raggiunge l' umanità stessa. Per contro, e contro l' opinione di molti suoi lettori d' oggi, i libri della sua prima maniera mi appaiono tuttora ricchi di nutrimento vitale. Chi apra, ad esempio, "Punto contro punto" vi trova ancor oggi, e forse oggi più distintamente di allora, l' Europa di cui siamo figli, per il bene e per il male: l' Europa che allora era il mondo, inventrice e tutrice di tutte le idee e di tutte le esperienze, e insieme cinica, stanca, debole davanti alle nuove suggestioni dell' irrazionale e dell' inconscio. Si intende oggi in luce nuova, quasi simbolica del tempo fra le due guerre, la tessitura dei romanzi di Huxley. Non vi avviene mai nulla, o quasi nulla: sono gremiti di conversazioni e discussioni intelligenti, tutte a fuoco, tutte nitide e distinte; "romanzi di idee", come appunto li definisce Philip Quarles, autoritratto di Huxley medesimo. Ma quando dalle idee si passa agli atti, il logos si offusca, prevalgono la violenza e il sesso, e simultaneamente la vicenda e i personaggi si tumefanno, si svuotano, diventano meno credibili: si veda ad esempio, in "Punto contro punto", l' uccisione gratuita di Webley da parte di Spandrell, e il suicidio teatrale di quest' ultimo. Ma quanto veri, quanto solidi sono questi stessi personaggi finché Huxley si limita a farli parlare, a disegnarne e confrontarne le origini, ad analizzarne i rapporti, i giudizi dell' uno sull' altro! Qui la sua mano è sicura, l' abilità e l' eleganza magistrali: ci dona una galleria di ritratti convincenti, fra i più vivi di tutte le letterature. Mentre la sua acutezza sembra non avere limiti, limitato appare invece il campo del suo interesse e della sua simpatia: incontriamo fra le sue pagine dei semplici o degli sciocchi, vivono anch' essi, ma sullo sfondo; esistono in funzione di "spalla", e Huxley non prova indulgenza per loro. Il suo assortimento è limitato verso il basso (anche Quarles è "intelligente al punto da essere quasi umano"): non ci saprebbe dare un Babbitt né un Leopold Bloom. Nella rappresentazione dei suoi pari, cioè dei superdotati, Huxley è invece maestro. I suoi personaggi sono tutti e sempre spiritosi, colti ed eloquenti, sono dei notabili, anche se falliscono: senti dietro le loro spalle l' opulenza e la solidità di un' Inghilterra più evoluta, meno ingenua ed anche meno poetica di quella kiplinghiana. Non hanno preoccupazioni materiali, non soffrono se non pene d' amore o dolori filosofici; non vivono che per comunicare, per dibattere acute idee, ignorano il silenzio e il raccoglimento. Spesso tengono un diario, che è esercizio di solitari: ma allora, tipicamente, sottolineano con cura ogni "trouvaille" per utilizzarla poi in società. Huxley stesso fa altrettanto: è frequente, e un po' irritante, coglierlo sul fatto, notare in un racconto uno spunto, una immagine, e ritrovarla poi in un romanzo, sfruttata a sazietà e per così dire di seconda mano. Questo creatore prodigo e fecondo appare allora un avaro, attento a non sprecare un soldino della sua enorme ricchezza. Temperamento razionale, Huxley pretende e spera di ricostruire attraverso la ragione tutto quanto nell' uomo ragione non è, e sovente ci riesce. Per questo la sua prima lettura aveva avuto effetto d' urto, nell' Italia fascista e idealista, in cui l' esercizio della ragione veniva apertamente scoraggiato, in cui davanti al fisico e all' anatomista il filosofo aggrottava la fronte con fastidio. Diverso è il giudizio che merita "Il mondo nuovo". È un romanzo utopistico, uno dei più coerenti che siano mai stati scritti. Non contiene divagazioni eleganti né ricerca poetica, e neppure personaggi di carne e di sangue: è arido, teso e amaro, ma merita abbondantemente una rilettura. Descrive con precisione implacabile un mondo che allora poteva apparire fantasia delirante ed arbitraria, ma verso il quale oggi ci stiamo avviando. È il migliore dei mondi possibili, quale sarà se i tecnici avranno mano libera: un mondo pianificato in tutte le sue pieghe (anche i bambini vi nascono su piano, non più partoriti ma da une linea di montaggio: singoli o a lotti di gemelli identici, a seconda delle esigenze di mercato), in cui convergono la superorganizzazione totalitaria e il produttivismo capitalista, Marx, Pavlov, Freud e Ford: questi due ultimi, anzi, confusi in un' unica divinità, "il nostro Ford, o Freud, come amava farsi chiamare quando meditava". Il mondo è unito in una sola supernazione: non esistono più razze umane, ma l' umanità è divisa in caste rigidamente separate, e condizionate in modo da essere adatte per le specifiche mansioni loro devolute: dagli "alfa", destinati fin dal "travasamento" dei rispettivi embrioni alle cariche di maggior responsabilità, agli "epsilon" semideficienti (i loro embrioni vengono trattati con alcool), che saranno felici e paghi di lavorare come manovali per tutta la loro esistenza. Arte e scienza, sentimento e passione, non esistono più: sarebbero una minaccia per la stabilità, valore supremo, anzi unico, del Nuovo Mondo. L' educazione (anzi, il "condizionamento") dei giovani è monopolio dello Stato: tutte le conoscenze e i principi4 morali vengono irresistibilmente intrusi nei cervelli durante il sonno. Anche il dolore è scomparso: ogni dolore fisico, grazie al progresso della medicina, ogni dolore spirituale, grazie agli "ingegneri emotivi". Perciò ognuno è felice, è obbligato alla felicità, in questo ordine nuovo che a noi, non "condizionati", non può che apparire detestabile. Come si vede, si tratta di un brutto sogno, ma più realistico, e più intelligente, di tutte le utopie positive (la "Repubblica" di Platone) e negative ("19.4" di Orwell); il libro è profondamente ironico e pessimista: se volete il benessere, la libertà e la pace, la soluzione è questa, anche per l' uomo razionale, sede della sapienza, immagine di Dio. Questa: la costituzione scelta milioni di anni fa dalle formiche e dalle termiti, e da allora mai più emendata. Nel 1959, in "Brave New World Revisited", Huxley può scrivere: "Nel 1931, quando stavo scrivendo "Il mondo nuovo", ero sicuro che ci fosse ancora tempo in abbondanza ... Ventisette anni dopo ... mi sento assai meno ottimista ... le mie profezie si stanno avverando ben prima di quando io pensassi". A quanti altri profeti è stato concesso il tristo privilegio di veder nascere intorno a sé il "Nuovo Mondo" che avevano previsto?
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