L'altrui mestiere
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1985 - Categoria: letteratura
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La mia casa
Abito da sempre (con involontarie interruzioni) nella casa in cui sono nato: il mio modo di abitare non è stato quindi oggetto di una scelta. Credo che il mio sia un caso estremo di sedentarietà, paragonabile a quello di certi molluschi, ad esempio le patelle, che dopo un breve stadio larvale in cui nuotano liberamente, si fissano ad uno scoglio, secernono un guscio e non si muovono più per tutta la vita. Questo avviene più spesso a chi è nato in campagna; per i cittadini come me è senza dubbio un destino raro, che conduce a peculiari vantaggi e svantaggi. Forse debbo a questo destino statico l' amore mal soddisfatto che nutro per i viaggi, e la frequenza con cui il viaggio compare come topos in molti dei miei libri. Certo, dopo sessantasei anni di corso Re Umberto, mi riesce difficile immaginarmi che cosa comporti abitare non dico in un altro paese o in un' altra città, ma addirittura in un altro quartiere di Torino. La mia casa si caratterizza per la sua assenza di caratterizzazione. Assomiglia a molte altre case quasi signorili del primo Novecento, costruite in mattoni poco prima dell' avvento irresistibile del cemento armato; è quasi priva di decorazioni, se si eccettuino alcune timide reminiscenze di Liberty nei fregi che sormontano le finestre e nelle porte in legno che dànno sulle scale. È disadorna e funzionale, inespressiva e solida: lo ha dimostrato durante l' ultimo conflitto, in cui ha sopportato tutti i bombardamenti cavandosela con qualche danno ai serramenti, e qualche screpolatura che porta tuttora con l' orgoglio con cui un veterano porta le cicatrici. Non ha ambizioni, è una macchina per abitare, possiede quasi tutto ciò che è essenziale per vivere, e quasi nulla di quanto è superfluo. Con questa casa, e con l' alloggio in cui abito, ho un rapporto inavvertito ma profondo, come si ha con le persone con cui si è convissuto a lungo: se ne fossi divelto, anche per trasferirmi in un' abitazione più bella, più moderna e più comoda, soffrirei come un esule, o come una pianta che venga trapiantata in un terreno a cui non è avvezza. Ho letto da qualche parte la descrizione di uno degli artifizi della mnemotecnica, cioè dell' arte (un tempo coltivata dai dotti e dagli studiosi, oggi stupidamente abbandonata) di esercitare e migliorare la memoria: chi voglia ricordare un elenco di trenta, quaranta o più nomi, ed eventualmente stupire il pubblico recitandolo anche a rovescio, può raggiungere lo scopo se collega mentalmente (ossia inventa un rapporto qualsiasi) fra ogni singolo nome e, ordinatamente, un angolo della propria abitazione: procedendo cioè, a partire dalla porta d' ingresso, ad esempio, verso destra ed esplorandone successivamente tutti gli angoli. Rifacendo poi nell' immaginazione lo stesso itinerario, potrà ricostruire l' elenco iniziale; se percorrerà l' alloggio in senso inverso, si invertirà anche il senso dell' elenco. Non ho mai avuto bisogno di compiere questa performance, ma non dubito che essa funzioni in generale. Non funzionerebbe invece nel mio caso, perché nella mia memoria tutti gli angoli di casa sono già occupati, ed i ricordi autentici interferirebbero con quelli occasionali e fittizi richiesti da questa tecnica. L' angolo a destra della porta d' ingresso è quello dove cinquant' anni fa stava un portaombrelli, e dove mio padre, rientrando a piedi dall' ufficio nei giorni di pioggia, depositava il parapioggia grondante, e nei giorni asciutti la canna da passeggio; dove per vent' anni è rimasto appeso un ferro da cavallo trovato da mio zio Corrado (a quel tempo si potevano trovare ferri da cavallo in corso Re Umberto), amuleto di cui sarebbe difficile stabilire se abbia o no esercitato la sua azione protettiva; e dove per altri vent' anni ha penzolato da un chiodo una grossa chiave di cui tutti avevano dimenticato la destinazione ma che nessuno osava gettare via. L' angolo successivo, fra il muro e il guardaroba di noce, era ambito come nascondiglio quando si giocava a rimpiattino; in una domenica imprecisata dell' oligocene, mi ci sono nascosto io, mi sono inginocchiato su una scheggia di vetro, mi sono ferito, ed ancora ne porto il segno sul ginocchio sinistro. Trent' anni dopo di me ci si è nascosta mia figlia, che però rideva e si faceva trovare subito; e dopo altri otto anni mio figlio con una torma di suoi coetanei, uno dei quali ha perso sul posto un dente da latte e per misteriose ragioni magiche lo ha conficcato in un buco dell' intonaco dove probabilmente si trova tuttora. Proseguendo nel cammino destrogiro, si trova la porta di una camera che dà verso cortile e che ha avuto nei decenni destinazioni diverse. Nei miei ricordi più lontani era il salotto buono, dove mia madre, due o tre volte all' anno, riceveva le persone di riguardo. Poi ci ha dormito per qualche anno una favolosa "donna fissa"; in seguito è stato ufficio commerciale di mio padre, finché, con la guerra, ha servito da accampamento e da dormitorio per parenti ed amici a cui le bombe avevano abbattuto la casa. Dopo la guerra (e il sequestro dovuto alle leggi razziali) ci hanno dormito e giocato successivamente i miei due figli, e ci ha passato molte notti mia moglie che li assisteva quando erano ammalati: io no, con l' alibi di ferro del lavoro in fabbrica e con l' egoismo olimpico dei mariti. Attualmente è un laboratorio multiplo dove si sviluppano fotografie, si cuce a macchina e si fabbricano giocattoli divertenti. Trasfigurazioni simili si potrebbero raccontare per tutti gli altri locali; da poco tempo, e con disagio, mi sono accorto che la mia poltrona preferita occupa il luogo preciso in cui, secondo la tradizione famigliare, io sono venuto al mondo. La mia casa è situata in un posto fortunato, non troppo lontano dal centro urbano eppure relativamente tranquillo; la proliferazione delle auto, che riempie ogni cavità come un gas compresso, è arrivata ormai fin qui, ma solo da pochi mesi si fatica a trovare un parcheggio. Le pareti sono spesse, ed i rumori della strada giungono attutiti. Un tempo tutto era diverso: la città finiva a poche centinaia di metri verso sud, si andava attraverso i prati "a vedere i treni" che allora, prima che si scavasse il sistema di trincee del quadrivio Zappata, correvano a livello del suolo. I controviali sono stati asfaltati solo verso il 1935; prima erano acciottolati, ed al mattino si veniva svegliati dai rumori dei carri che venivano dalla campagna: fragore dei cerchioni di ferro sui ciottoli, schiocchi delle fruste, voci dei conducenti. Altre voci famigliari salivano dalla strada in altre ore del giorno: i richiami del vetraio, dello stracciaio, del raccoglitore dei "capelli del pettine", a cui la già nominata donna fissa vendeva periodicamente i suoi, lunghi e canuti; occasionalmente, di mendicanti che suonavano l' organetto o cantavano in strada, ed a cui si gettavano monetine incartate. Attraverso tutte le sue trasformazioni, l' alloggio in cui abito ha conservato il suo aspetto anonimo ed impersonale: od almeno, tale sembra a noi che ci viviamo, ma è noto che ognuno è cattivo giudice delle cose che lo riguardano, del proprio carattere, delle proprie virtù e vizi, perfino della propria voce e del proprio viso; forse ad altri potrà apparire fortemente sintomatico delle tendenze appartate della mia famiglia. Certo, a livello consapevole, alla mia abitazione non ho mai chiesto molto di più del soddisfacimento dei bisogni primari: spazio, calore, comodità, silenzio, privatezza. Né mai ho consapevolmente cercato di farla mia, di assimilarla a me, di abbellirla, arricchirla, sofisticarla. Non mi è facile parlare del rapporto che ho con lei: forse è di natura gattesca, come i gatti amo gli agi ma posso anche farne a meno, e mi sarei adattato abbastanza bene anche ad un alloggiamento disagiato, come varie volte mi è successo, e come mi succede quando vado in un albergo. Non credo che il mio modo di scrivere risenta dell' ambiente in cui vivo e scrivo, né credo che questo ambiente traspaia dalle cose che ho scritte. Devo quindi essere meno sensibile della media alle suggestioni ed influenze dell' ambiente, e non sono sensibile affatto al prestigio che l' ambiente conferisce, conserva o deteriora. Abito a casa mia come abito all' interno della mia pelle: so di pelli più belle, più ampie, più resistenti, più pittoresche, ma mi sembrerebbe innaturale cambiarle con la mia.
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