La tregua
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura
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Da Iasi alla Linea
Attraverso campagne ancora estive, attraverso cittadine e villaggi dai barbarici nomi sonanti (Ciurea, Scantea, Vaslui, Piscu, Braila, Pogoanele) procedemmo ancora per vari giorni verso sud, a minuscole tappe: vedemmo sfolgorare, la notte del 23 settembre, i fuochi dei pozzi petroliferi di Ploesti; dopo di che il nostro misterioso pilota prese per ponente, e il giorno dopo, dalla posizione del sole, ci accorgemmo che la nostra rotta si era invertita: stavamo navigando nuovamente verso nord. Ammirammo, senza riconoscerli, i castelli di Sinaia, residenza regale. Nel nostro vagone avevamo ormai esaurito il danaro liquido, e venduto o scambiato tutto ciò che poteva avere un potere commerciale, anche infimo. Perciò, a meno di saltuari colpi di fortuna o azioni banditesche, non si mangiava che quanto i russi ci davano: la situazione non era drammatica, ma confusa e snervante. Non fu mai chiaro chi sovraintendesse agli approvvigionamenti: molto probabilmente i russi stessi della scorta, i quali prelevavano a casaccio, da ogni deposito militare o civile che capitasse a tiro, i generi alimentari più disparati, o forse i soli disponibili. Quando il treno fermava e veniva sdoppiato, ogni vagone inviava due delegati al carro dei russi, che si era a poco a poco trasformato in un caotico bazar ambulante a questi, i russi distribuivano, al di fuori di ogni regola, i viveri per i rispettivi vagoni. Era un gioco d' azzardo quotidiano: quanto alla quantità, le razioni erano talvolta scarse, talvolta ciclopiche, talvolta nulle; e quanto alla qualità, imprevedibili come ogni cosa russa. Ricevemmo carote, e poi carote, e poi ancora carote, per giorni di fila; poi le carote sparirono, e sopravvennero i fagioli. Erano fagioli secchi, duri come ghiaia: per poterli cucinare, dovevamo tenerli in molle per ore in recipienti di fortuna, gavette, latte, barattoli appesi al cielo del vagone: di notte, quando il treno frenava bruscamente, quella selva sospesa entrava in oscillazioni violente, acqua e fagioli piovevano sui dormienti, e ne seguivano risse, risate e baraonde nel buio. Vennero patate, poi "kasa", poi cetrioli, ma senza olio; poi olio, mezza gavetta a testa, quando i cetrioli erano finiti; poi semi di girasole, esercizio di pazienza. Ricevemmo un giorno pane e salsiccia in abbondanza, e tutti respirarono: poi, grano per una settimana di fila, come se fossimo galline. Soltanto i vagoni-famiglia avevano stufe a bordo: in tutti gli altri, ci si arrangiava a cucinare a terra, su fuochi di bivacco, accesi in gran fretta appena il treno fermava, e smobilitati a metà cottura, fra litigi e imprecazioni, quando il treno ripartiva. Si cucinava a testa bassa, furiosamente, l' orecchio teso al fischio della locomotiva, l' occhio ai vagabondi affamati, che subito convergevano a frotte dalla campagna, attirati dal fumo come segugi dall' usta. Si cucinava come i nostri proavi, su tre sassi: e poiché spesso mancavano, ogni vagone finì coll' avere la sua propria dotazione. Comparvero spiedi e ingegnosi sostegni; ricomparvero le pentole di Cantarella. Si poneva imperioso il problema della legna e dell' acqua. La necessità semplifica: furono saccheggiate fulmineamente le legnaie private; rubate le barriere antineve, che in quei paesi vengono accatastate nei mesi estivi a fianco dei binari; demoliti steccati, traversine, una volta (in mancanza d' altro) un intero carro merci sinistrato: e fu provvidenziale, nel nostro vagone, la presenza del Moro e della sua celebre scure. Per l' acqua, occorrevano in primo luogo recipienti adatti, e ogni vagone si dovette procurare un secchio, mediante baratto, furto o acquisto. Il nostro secchio, regolarmente comperato, si rivelò bucato al primo esperimento: lo riparammo col cerotto dell' infermeria, e sostenne miracolosamente la cottura fino al Brennero, dove si sfasciò. Era generalmente impossibile fare scorta d' acqua alle stazioni: davanti alla fontanella (quando c' era) si costituiva in pochi secondi una fila sterminata, e solo qualche secchio poteva essere riempito. Alcuni strisciavano di soppiatto fino al "tender" che conteneva la scorta destinata alla locomotiva: ma se il macchinista se ne accorgeva, andava su tutte le furie, e bombardava i temerari con bestemmie e carboni incandescenti. Ciononostante, ci riuscì qualche volta di spillare acqua calda dal ventre della locomotiva stessa: era acqua viscida e rugginosa, inadatta per cucinare ma discreta per lavarsi. La migliore risorsa erano i pozzi di campagna. Spesso il treno fermava fra i campi, davanti a un semaforo rosso: per pochi secondi o per ore, era impossibile prevederlo. Allora tutti si sfilavano rapidamente le cinture dei pantaloni, con le quali, affibbiate insieme, si faceva una lunga fune; dopo di che il più svelto del vagone partiva di corsa, con la fune e col secchio, in cerca di un pozzo. Il più svelto del mio vagone ero io, e riuscii sovente nell' impresa; ma una volta corsi il rischio grave di perdere la tradotta. Avevo già calato il secchio e lo stavo sollevando faticosamente, quando udii la locomotiva fischiare. Se avessi abbandonato secchio e cinture, preziosa proprietà comune, mi sarei disonorato per sempre: tirai con quanta forza avevo, afferrai il secchio, rovesciai l' acqua a terra, e via di corsa, impacciato dalle cintole aggrovigliate, verso il treno che già si muoveva. Un secondo di ritardo poteva essere un mese di ritardo: corsi senza risparmio, per la vita, scavalcai due siepi e lo steccato, e mi avventai sui ciottoli mobili della massicciata mentre il treno mi sfilava davanti. Il mio vagone era già passato: mani pietose si tesero verso di me dagli altri, agganciarono le cinture e il secchio, altre mani mi avvinghiarono per i capelli, le spalle, gli abiti, e mi issarono di peso sul pavimento dell' ultimo carro, dove giacqui semisvenuto per mezz' ora. Il treno continuava a procedere verso nord: si inoltrava in una valle sempre più stretta, passò le Alpi Transilvane per il valico di Predeal il 24 settembre, in mezzo a severe montagne brulle, in un freddo pungente, e ridiscese a Brasov. Qui la locomotiva venne staccata, garanzia di tregua, e cominciò a svolgersi il cerimoniale consueto: gente dall' aria furtiva e feroce, con le accette in mano, in giro per la stazione e fuori; altri coi secchi, a disputarsi la poca acqua; altri ancora a rubare paglia dai pagliai, o a fare commerci coi locali; bambini sparsi intorno in cerca di guai o di saccheggi minori; donne a lavare o a lavarsi pubblicamente, a scambiarsi visite e notizie da vagone a vagone, a rinfocolare le liti rimuginate durante la tappa, e ad accenderne di nuove. Subito furono accesi i fuochi, e si cominciò a cucinare. Accanto al nostro convoglio stazionava un trasporto militare sovietico, carico di camionette, mezzi corazzati e fusti di carburante. Era sorvegliato da due robuste soldatesse, in stivali ed elmetto, moschetto a spalla e baionetta in canna: erano di età indefinibile e di aspetto legnoso e scostante. Come videro accendere fuochi proprio sotto i fusti di benzina, si indignarono giustamente per la nostra incoscienza, e gridando "nelzjà nelzjà" imposero di spegnerli immediatamente. Tutti obbedirono, sacramentando; ad eccezione di un gruppetto di alpini, gente coriacea, reduci dalla campagna di Russia, che avevano organizzato un' oca e la stavano arrostendo. Si consultarono con sobrie parole, mentre le due donne imperversavano alle loro spalle; poi due di loro, designati a maggioranza, si levarono in piedi, col viso severo e risoluto di chi si sacrifica coscientemente per il bene comune. Affrontarono le soldatesse e parlarono loro sottovoce. La trattativa fu sorprendentemente breve: le donne deposero l' elmetto e le armi, indi i quattro, seri e composti, si allontanarono dalla stazione, si inoltrarono in un viottolo e sparirono ai nostri sguardi. Ritornarono un quarto d' ora più tardi, le donne avanti, un po' meno legnose e lievemente congestionate, gli uomini dietro, fieri e sereni. La cottura era a buon punto: i quattro si accovacciarono a terra con gli altri, l' oca fu scalcata e ripartita in buona pace, poi, dopo la breve tregua, le russe ripresero le armi e la sorveglianza. Da Brasov la direzione di marcia volse nuovamente ad ovest, verso il confine ungherese. Venne la pioggia a peggiorare la situazione: difficile accendere i fuochi, un solo vestito bagnato addosso, fango dovunque. Il tetto del vagone non era stagno: solo pochi metri quadrati di pavimento restavano abitabili, sugli altri grondava acqua senza misericordia. Ne nascevano contese e alterchi senza fine al momento di coricarsi per dormire. È antica osservazione che in ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata: uno che porta pena, che tutti deridono, su cui nascono dicerie insulse e malevole, su cui, con misteriosa concordia, tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere. La vittima del nostro vagone era il Carabiniere. Sarebbe arduo stabilirne il perché, se pure un perché esisteva: il Carabiniere era un giovane carabiniere abruzzese, gentile, mite, servizievole e di bell' aspetto. Non era neppure particolarmente ottuso, era anzi piuttosto permaloso e sensibile, e perciò soffriva acutamente della persecuzione a cui era sottoposto dagli altri militari del vagone. Ma appunto, era carabiniere: ed è noto che fra l' Arma (come si chiama per antonomasia) e le altre forze armate non corre buon sangue. Si rimprovera ai carabinieri, perversamente, la loro eccessiva disciplina, serietà, castità, onestà; la loro mancanza di umorismo; la loro obbedienza indiscriminata; i loro costumi; la loro divisa. Corrono sul loro conto leggende fantastiche, grottesche e scempie, che si tramandano nelle caserme di generazione in generazione: la leggenda del martello, la leggenda del giuramento. Tacerò dell' una, troppo nota e infame; secondo l' altra, a quanto appresi, la giovane recluta dell' Arma è tenuta a prestare un segreto e abominevole giuramento infero, in cui, tra l' altro, si impegna solennemente "a uccidere suo padre e sua madre": e ogni carabiniere, o li ha uccisi, o li ucciderà, se no non passa appuntato. Il giovane infelice non poteva aprire bocca: _ Fai silenzio tu, che hai ammazzato papà e mamma _. Ma non si ribellò mai: incassava questo e cento altri vituperi con la pazienza adamantina di un santo. Un giorno mi prese da parte, come neutrale, e mi assicurò "che la faccenda del giuramento non era vera". In mezzo alla pioggia, che ci rendeva collerici e tristi, viaggiammo quasi senza soste per tre giorni, fermando solo per poche ore in un paese pieno di fango, dal nome glorioso di Alba Julia. La sera del 26 settembre, dopo di aver percorso più di ottocento chilometri in terra rumena, eravamo alla frontiera ungherese, presso Arad, in un villaggio chiamato Curtici. Sono sicuro che gli abitanti di Curtici ancora ricordano il flagello del nostro passaggio: è da credersi anzi che questo sia entrato a far parte delle tradizioni locali, e che se ne parlerà per generazioni, accanto al fuoco, come altrove ancora si parla di Attila e di Tamerlano. Anche questo particolare del nostro viaggio è destinato a rimanere oscuro: secondo ogni evidenza, le autorità militari o ferroviarie rumene non ci volevano più, o ci avevano già "scaricati", mentre quelle ungheresi non ci volevano accettare, o non ci avevano "presi in carico": negli effetti, rimanemmo inchiodati a Curtici, noi e il treno e la scorta, per sette giorni estenuanti, e devastammo il paese. Curtici era un villaggio agricolo di forse mille abitanti, e disponeva di ben poco; noi eravamo millequattrocento, e avevamo bisogno di tutto. In sette giorni, vuotammo tutti i pozzi; esaurimmo le scorte di legna, e arrecammo gravi ingiurie a tutto quanto la stazione conteneva di combustibile; delle latrine della stazione stessa è meglio non parlare. Provocammo un pauroso aumento nei prezzi del latte, del pane, del granturco, del pollame; dopo di che, essendo ridotto a zero il nostro potere di acquisto, si verificarono furti di notte e poi anche di giorno. Le oche, che a quanto pareva costituivano la principale risorsa locale, e inizialmente circolavano libere per i viottoli fangosi in solenni squadriglie bene ordinate, sparirono affatto, in parte catturate, in parte richiuse nelle stie. Ogni mattina aprivamo le porte, nella speranza assurda che il treno si fosse mosso inavvertitamente, durante il nostro sonno: ma nulla era cambiato, il cielo era sempre nero e piovoso, le case di fango sempre davanti ai nostri occhi, il treno inerte e impotente come una nave in secca; e le ruote, quelle ruote che ci dovevano portare a casa, ci curvavamo ad esaminarle: no, non si erano mosse di un millimetro, sembravano saldate ai binari, e la pioggia le arrugginiva. Avevamo freddo e fame, e ci sentivamo abbandonati e dimenticati. Il sesto giorno, snervato e inferocito più di tutti gli altri, Cesare ci piantò. Dichiarò che ne aveva abbastanza di Curtici, dei russi, del treno e di noi; che non voleva diventare matto, e neanche morire di fame o essere accoppato dai curticesi; che uno, quando è in gamba, se la cava meglio da solo. Disse che, se eravamo disposti, potevamo anche seguirlo: ma patti chiari, lui era stufo di fare della miseria, era pronto a correre dei rischi, ma voleva tagliare corto, far su quattrini alla svelta, e tornare a Roma in aeroplano. Nessuno di noi si sentì di seguirlo, e Cesare se ne andò: prese un treno per Bucarest, ebbe molte avventure, e riuscì nel suo proposito, tornò cioè a Roma in aereo, sebbene più tardi di noi; ma questa è un' altra storia, una storia "de haulte graisse", che non racconterò, o racconterò in altra sede solo se e quando Cesare me ne darà il permesso. Se in Romania avevo provato un delicato piacere filologico nel gustare nomi quali Galati, Alba Julia, Turnu Severin, al primo ingresso in Ungheria ci imbattemmo invece in Békéscsaba, cui fecero seguito Hòdmezo5vasàrhely e Kiskunfélegyhàza. La pianura magiara era intrisa d' acqua, il cielo era plumbeo, ma sopra ogni cosa ci attristava la mancanza di Cesare. Aveva lasciato fra noi un vuoto doloroso: in sua assenza, nessuno sapeva di cosa parlare, nessuno più riusciva a vincere la noia del viaggio interminabile, la fatica dei diciannove giorni di tradotta che ormai ci pesavano sulle spalle. Ci guardavamo l' un l' altro con un vago senso di colpa: perché lo avevamo lasciato partire? Ma in Ungheria, malgrado i nomi impossibili, ci sentivamo ormai in Europa, sotto l' ala di una civiltà che era la nostra, al riparo da allarmanti apparizioni quali quella del cammello in Moldavia. Il treno puntava verso Budapest, ma non vi penetrò: sostò a più riprese a Ujpest e in altri scali periferici il 6 di ottobre, concedendoci visioni spettrali di ruderi, di baracche provvisorie e di strade deserte; poi si inoltrò nuovamente nella pianura, fra scrosci di pioggia e veli di nebbia autunnale. Fermò a Szòb, ed era giorno di mercato: scendemmo tutti, per sgranchirci le gambe e spendere i pochi soldi che avevamo. Io non avevo più nulla: ma ero affamato, e barattai la giacca di Auschwitz, che avevo gelosamente conservata fino allora, contro un nobile impasto di formaggio fermentato e cipolle, il cui aroma acuto mi aveva avvinto. Quando la macchina fischiò, e risalimmo sul vagone, ci contammo, ed eravamo due in più. Uno era Vincenzo, e nessuno se ne stupì. Vincenzo era un ragazzo difficile: un pastore calabrese di sedici anni, finito in Germania chissà come. Era selvaggio quanto il Velletrano, ma di natura diversa: timido, chiuso e contemplativo quanto quello era violento e sanguigno. Aveva mirabili occhi celesti, quasi femminei, e un viso fine, mobile, lunare: non parlava quasi mai. Era nomade nell' anima, inquieto, attratto a Staryje Doroghi dal bosco come da demoni invisibili: e anche sul treno, non aveva residenza stabile in un vagone, ma li girava tutti. Subito comprendemmo il perché della sua instabilità: appena il treno partì da Szòb, Vincenzo piombò a terra, con gli occhi bianchi e la mascella serrata come di sasso. Ruggiva come una belva, e si dibatteva, più forte dei quattro alpini che lo trattenevano: una crisi epilettica. Certamente ne aveva avute altre, a Staryje Doroghi e prima: ma ogni volta, quando ne avvertiva i segni premonitori, Vincenzo, spinto da una sua selvatica fierezza, si era rifugiato nella foresta perché nessuno sapesse del suo male; o forse, davanti al male fuggiva, come gli uccelli davanti alla tempesta. Nel lungo viaggio, non potendo restare a terra, quando sentiva arrivare l' attacco cambiava vagone. Stette con noi pochi giorni, poi sparì: lo ritrovammo appollaiato sul tetto di un altro vagone. Perché? Rispose che di lassù si vedeva meglio la campagna. Anche l' altro nuovo ospite, per diverse ragioni, si rivelò un caso difficile. Nessuno lo conosceva: era un ragazzotto robusto, scalzo, vestito con giacca e pantaloni dell' Armata Rossa. Parlava solo ungherese, e nessuno di noi riusciva a capirlo. Il Carabiniere ci raccontò che, mentre a terra stava mangiando pane, il ragazzo gli si era avvicinato e aveva teso la mano; lui gli aveva ceduto metà del suo cibo, e da allora non era più riuscito a staccarlo: mentre tutti risalivamo in fretta sul vagone, doveva averlo seguito senza che nessuno ci badasse. Fu accolto bene: una bocca in più da sfamare non preoccupava. Era un ragazzo intelligente e allegro: appena il treno fu in moto, si presentò con grande dignità. Si chiamava Pista e aveva quattordici anni. Padre e madre? Qui era più difficile farsi intendere: trovai un mozzicone di matita e un pezzo di carta, e disegnai un uomo, una donna, e un bambino in mezzo; indicai il bambino dicendo "Pista", poi rimasi in attesa. Pista si fece serio, poi fece un disegno di terribile evidenza: una casa, un aereo, una bomba che stava cadendo. Poi cancellò la casa, e disegnò accanto un grosso cumulo fumante. Ma non era in vena di cose tristi: appallottolò quel foglio, ne chiese un altro, e disegnò una botte, con singolare precisione. Il fondo, in prospettiva, e tutte le doghe visibili, a una a una; poi la cerchiatura, e il foro con lo spinotto. Ci guardammo interdetti: quale era il senso del messaggio? Pista rideva, felice: poi disegnò se stesso accanto, col martello in una mano e la sega nell' altra. Non avevamo ancora capito? era il suo mestiere, era bottaio. Tutti gli vollero subito bene; d' altronde, teneva a rendersi utile, spazzava il pavimento tutte le mattine, lavava con entusiasmo le gavette, andava a prendere l' acqua, ed era felice quando lo mandavamo a "fare la spesa" presso i suoi compatrioti delle varie fermate. Al Brennero, si faceva già intendere in italiano: cantava belle canzoni del suo paese, che nessuno capiva, poi cercava di spiegarcele a gesti, facendo ridere tutti e ridendo di gran cuore lui per primo. Era affezionato come un fratello minore al Carabiniere, e ne lavò a poco a poco il peccato originale: aveva bensì ucciso padre e madre, ma in fondo doveva essere un buon figliolo, dal momento che Pista lo aveva seguito. Riempì il vuoto lasciato da Cesare. Gli chiedemmo perché era venuto con noi, che cosa veniva a cercare in Italia: ma non riuscimmo a saperlo, in parte per la difficoltà di intenderci, ma principalmente perché lui stesso sembrava lo ignorasse. Da mesi vagabondava per le stazioni come un cane randagio: aveva seguito la prima creatura umana che lo avesse guardato con misericordia. Speravamo di passare dall' Ungheria all' Austria senza complicazioni di confine, ma non fu così: il mattino del 7 ottobre, ventiduesimo giorno di tradotta, eravamo a Bratislava, in Slovacchia, in vista dei Beschidi, degli stessi monti che sbarravano il lugubre orizzonte di Auschwitz. Altra lingua , altra moneta, altra via: avremmo chiuso l' anello? Katowice era a duecento chilometri: avremmo ricominciato un altro vano, estenuante circuito per l' Europa? Ma a sera entrammo in terra tedesca: il giorno . eravamo incagliati nello scalo merci di Leopoldau, una stazione periferica di Vienna, e ci sentivamo quasi a casa. La periferia di Vienna era brutta e casuale come quelle a noi familiari di Milano e di Torino, e come quelle, nelle ultime visioni che ne ricordavamo, macinata e sconvolta dai bombardamenti. I passanti erano pochi: donne, bambini, vecchi, nessun uomo. Familiare, paradossalmente, mi suonava anche il loro linguaggio: alcuni comprendevano perfino l' italiano. Cambiammo a caso il danaro che avevamo con moneta locale, ma fu inutile: come a Cracovia in marzo, tutti i negozi erano chiusi, o vendevano solo generi razionati. _ Ma che cosa si può comperare a Vienna senza tessera? _ chiesi ad una ragazzina, non più che dodicenne. Era vestita di stracci, ma portava scarpe coi tacchi alti ed era vistosamente truccata: _ Ueberhaupt nichts, _ mi rispose con scherno. Ritornammo alla tradotta per passarvi la notte; durante la quale, con molte scosse e stridori, percorremmo pochi chilometri e ci trovammo trasferiti in un altro scalo, Vienna-Jedlersdorf. Accanto a noi emerse dalla nebbia un altro convoglio, anzi, il cadavere tormentato di un convoglio: la locomotiva stava verticale, assurda, col muso puntato al cielo come se volesse salirvi; tutti i vagoni erano carbonizzati. Ci accostammo, spinti dall' istinto del saccheggio e da una curiosità irridente: ci ripromettevamo una soddisfazione maligna nel mettere le mani sulle rovine di quelle cose tedesche. Ma alla irrisione rispose irrisione: un vagone conteneva vaghi rottami metallici che dovevano avere fatto parte di strumenti musicali bruciati, e centinaia di ocarine di coccio, sole superstiti; un altro, pistole di ordinanza, fuse e arrugginite; il terzo, un intrico di sciabole ricurve, che il fuoco e la pioggia avevano saldato entro i foderi per tutti i secoli avvenire: vanità delle vanità, e il sapore freddo della perdizione. Ci allontanammo, e vagando alla ventura ci trovammo sull' argine del Danubio. Il fiume era in piena, torbido, giallo e gonfio di minaccia: in quel punto il suo corso è pressoché rettilineo, e si vedevano, uno dietro l' altro, in una brumosa prospettiva da incubo, sette ponti, tutti spezzati esattamente al centro, tutti coi monconi immersi nell' acqua vorticosa. Mentre ritornavamo alla nostra dimora ambulante, fummo riscossi dallo sferragliare di un tram, sola cosa viva. Correva all' impazzata sui binari malconci, lungo i viali deserti, senza arrestarsi alle fermate. Intravvedemmo il manovratore al suo posto, pallido come uno spettro; dietro a lui, deliranti di entusiasmo, stavano i sette russi della nostra scorta, e nessun altro passeggero: era il primo tram della loro vita. Mentre gli uni si spenzolavano fuori dei finestrini, gridando "hurrà, hurrà", gli altri incitavano e minacciavano il guidatore perché andasse più in fretta. Su una grande piazza si teneva mercato; ancora una volta un mercato spontaneo e illegale, ma assai più misero e furtivo di quelli polacchi, che avevo frequentato col greco e con Cesare: ricordava invece da vicino un altro scenario, la Borsa del Lager, indelebile nelle nostre memorie. Non banchetti, ma gente in piedi, freddolosa, inquieta, a piccoli crocchi, pronta alla fuga, con borse e valigie in mano e le tasche gonfie; e si scambiavano minuscole cianfrusaglie, patate, fette di pane, sigarette sciolte, spicciolo e logoro ciarpame casalingo. Risalimmo sui vagoni col cuore gonfio. Non avevamo provato alcuna gioia nel vedere Vienna sfatta e i tedeschi piegati: anzi, pena; non compassione, ma una pena più ampia, che si confondeva con la nostra stessa miseria, con la sensazione greve, incombente, di un male irreparabile e definitivo, presente ovunque, annidato come una cancrena nei visceri dell' Europa e del mondo, seme di danno futuro. Sembrava che il treno non potesse staccarsi da Vienna: dopo tre giorni di soste e di manovre, il 10 ottobre eravamo a Nussdorf, un altro sobborgo, affamati, bagnati e tristi. Ma il mattino dell' 11, quasi avesse ritrovato ad un tratto una traccia perduta, il treno puntò decisamente verso ponente: con inconsueta rapidità attraversò St. Po5lten, Loosdorf e Amstetten, e a sera, lungo la strada che correva parallelamente alla ferrovia, apparve un segno, portentoso ai nostri sguardi come gli uccelli che annunciano ai naviganti la terra vicina. Era un veicolo nuovo per noi: un' auto militare tozza e sgraziata, piatta come una scatola, che portava dipinta sulla fiancata una stella bianca e non rossa: una jeep, insomma. Un negro la guidava; uno degli occupanti si sbracciava verso di noi, e urlava in napoletano: _ Si va a casa, guaglioni! La linea di demarcazione era dunque vicina: la raggiungemmo a St. Valentin, a pochi chilometri da Linz. Qui fummo fatti scendere, salutammo i giovani barbari della scorta e il macchinista benemerito, e passammo in forza agli americani. I campi di transito sono tanto peggio organizzati quanto più breve è la durata media del soggiorno: a St. Valentin non ci si fermava che poche ore, un giorno al massimo, ed era perciò un campo molto sporco e primitivo. Non c' era luce né riscaldamento né letti: si dormiva sul nudo pavimento di legno, in baracche paurosamente labili, in mezzo al fango alto una spanna. La sola attrezzatura efficiente era quella dei bagni e della disinfezione: sotto questa specie, di purificazione e di esorcismo, l' Occidente prese possesso di noi. Al compito sacerdotale erano addetti alcuni G.I. giganteschi e taciturni, disarmati, ma adorni di una miriade di aggeggi di cui ci sfuggiva il significato e l' impiego. Per il bagno, tutto andò liscio: erano una ventina di cabine di legno, con doccia tiepida e accappatoi, lusso mai più visto. Dopo il bagno, ci introdussero in un vasto locale in muratura, tagliato in due da un cavo da cui pendevano dieci curiosi attrezzi, vagamente simili a martelli pneumatici: si sentiva fuori pulsare un compressore. Tutti e millequattrocento, quanti eravamo, fummo stipati da un lato della divisione, uomini e donne insieme: ed ecco entrare in scena dieci funzionari dall' aspetto poco terrestre, avvolti in tute bianche, con casco e maschera antigas. Agguantarono i primi del gregge, e senza complimenti infilarono loro le cannucce degli arnesi pendenti, via via, in tutte le aperture degli abiti: nel colletto, nella cintura, nelle tasche, su per i pantaloni, sotto le sottane. Erano specie di soffietti pneumatici, che insufflavano insetticida: e l' insetticida era il DDT, novità assoluta per noi, come le jeep, la penicillina e la bomba atomica, di cui avemmo notizia poco dopo. Imprecando o ridendo per il solletico, tutti si adattarono al trattamento, finché venne il turno di un ufficiale di marina e della sua bellissima fidanzata. Quando gli incappucciati misero le mani, caste ma rudi, su costei, l' ufficiale si pose energicamente di mezzo. Era un giovane robusto e risoluto: guai a chi osasse toccare la sua donna. Il perfetto meccanismo si arrestò netto: gli incappucciati si consultarono brevemente, con inarticolati suoni nasali, poi uno di loro si tolse maschera e tuta e si piantò davanti all' ufficiale coi pugni serrati, in posizione di guardia. Gli altri fecero cerchio ordinatamente, ed ebbe inizio un regolare incontro di pugilato. Dopo pochi minuti di combattimento silenzioso e cavalleresco, l' ufficiale cadde a terra col naso sanguinante; la ragazza, stravolta e pallida, venne infarinata da tutte le parti secondo le prescrizioni, ma senza collera né volontà di rappresaglia, e tutto rientrò nell' ordine americano.
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