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La tregua

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura

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Che la partenza non fosse da attendersi "domani" in senso stretto, come aveva detto il selvaggio a teatro, in fondo non stupì nessuno. Già in varie occasioni avevamo potuto constatare che il termine russo corrispondente, per uno di quegli slittamenti semantici che non sono mai senza perché, viene a dire qualcosa di assai meno definito e perentorio del nostro "domani", e, in armonia con le abitudini russe, vale piuttosto "un giorno fra i prossimi", "una volta o l' altra", "in un tempo non lontano": insomma, il rigore della determinazione temporale vi è dolcemente sfumato. Non ci stupì, e neppure ci addolorò oltre misura. Quando la partenza fu certa, ci accorgemmo, con nostra stessa meraviglia, che quella terra sterminata, quei campi e quei boschi che avevano visto la battaglia a cui dovevamo la salvezza, quegli orizzonti intatti e primordiali, quella gente vigorosa e amante della vita, ci stavano nel cuore, erano penetrati in noi, e vi sarebbero rimasti a lungo, immagini gloriose e vive di una stagione unica nella nostra esistenza. Non dunque "domani", ma pochi giorni dopo l' annuncio, il 15 settembre 1945, lasciammo in carovana la Casa Rossa e raggiungemmo in gran festa la stazione di Staryje Doroghi. Il treno c' era, ci aspettava, non era una illusione dei nostri sensi; il carbone c' era, l' acqua anche, e la locomotiva, enorme e maestosa come un monumento di se stessa, stava dalla parte giusta. Ci affrettammo a tastarne il fianco: ahimè, era freddo. I vagoni erano sessanta: vagoni merci, piuttosto sgangherati, in sosta sul binario morto. Li invademmo con furia giubilante, e senza controversie; eravamo millequattrocento, vale a dire da venti a venticinque uomini per vagone, il che, alla luce delle nostre molte esperienze ferroviarie precedenti, voleva dire un viaggiare comodo e riposante. Il treno non partì subito, anzi, non partì che il giorno dopo; e risultò inutile fare domande al capo della minuscola stazione, che non sapeva nulla. Non passarono in questo intervallo che due o tre convogli, e nessuno fermò, anzi, neppure rallentò. Quando uno di questi si avvicinava, il capostazione lo attendeva sulla banchina, tendendo in alto una corona fatta di frasche a cui era appeso un sacchetto; dalla locomotiva in corsa si sporgeva il macchinista, col braccio destro piegato a uncino. Agganciava a volo la corona, e subito dopo ne gettava a terra un' altra uguale, essa pure con sacchetto: era questo il servizio postale, l' unico contatto di Staryje Doroghi col resto del mondo. Tutto il resto era immobilità e quiete. Intorno alla stazione, lievemente sopraelevata, si estendevano praterie interminabili, limitate solo a ponente dalla linea nera del bosco, e tagliate dal nastro vertiginoso dei binari. Vi pascolavano armenti, radi, lontanissimi l' uno dall' altro, soli a rompere l' uniformità della piana. Nella lunga sera di vigilia, si udivano tenui e modulati i canti dei pastori: intonava uno, un secondo gli rispondeva da chilometri di distanza, poi un altro e un altro ancora, da tutti i punti dell' orizzonte, ed era come se la stessa terra cantasse. Ci preparammo per la notte. Dopo tanti mesi e trasferimenti, noi costituivamo oramai una comunità organizzata: perciò non ci eravamo distribuiti a caso nei vagoni, bensì secondo nuclei spontanei di convivenza. I "rumeni" occupavano una decina di carri; tre erano di pertinenza dei ladri di San Vittore, che non volevano nessuno e che nessuno voleva; altri tre erano per donne sole; quattro o cinque contenevano le coppie, legittime o no; due, divisi in due piani da una tramezza orizzontale, e cospicui per la biancheria stesa ad asciugare, appartenevano alle famiglie con bambini. Vistoso fra tutti era il vagone-orchestra: vi risiedeva, al completo, la compagnia teatrale del "Salone Pendente", con tutti i loro strumenti (compreso un pianoforte), graziosamente donati dai russi al momento della partenza. Il nostro, per iniziativa di Leonardo, era stato dichiarato vagone-infermeria: denominazione presuntuosa e velleitaria, poiché Leonardo non disponeva che di una siringa e uno stetoscopio, e il pavimento non era di legno meno duro che gli altri vagoni; ma d' altro canto in tutto il convoglio non c' era neanche un ammalato, né alcun cliente si presentò per tutto il viaggio. Vi abitavamo in una ventina, fra cui, naturalmente, Cesare e Daniele, e, meno naturalmente, il Moro, il Signor Unverdorben, Giacomantonio e il Velletrano: inoltre, una quindicina di ex prigionieri militari. Passammo la notte sonnecchiando inquieti sul pavimento nudo del carro. Venne giorno: la locomotiva fumava, il macchinista era al suo posto, e aspettava con calma olimpica che la caldaia andasse in pressione. A metà mattina, la macchina ruggì, con una profonda e meravigliosa voce metallica, si scrollò, vomitò fumo nero, i tiranti si tesero, e le ruote cominciarono a girare. Ci guardammo a vicenda, quasi smarriti. Avevamo resistito, dopo tutto: avevamo vinto. Dopo l' anno di Lager, di pena e di pazienza; dopo l' ondata di morte seguita alla liberazione; dopo il gelo e la fame e il disprezzo e la fiera compagnia del greco; dopo le malattie e la miseria di Katowice; dopo i trasferimenti insensati, per cui ci eravamo sentiti dannati a gravitare in eterno attraverso gli spazi russi, come inutili astri spenti; dopo l' ozio e la nostalgia acerba di Staryje Doroghi, eravamo in risalita, dunque, in viaggio all' in su, in cammino verso casa. Il tempo, dopo due anni di paralisi, aveva riacquistato vigore e valore, lavorava nuovamente per noi, e questo poneva fine al torpore della lunga estate, alla minaccia dell' inverno prossimo, e ci rendeva impazienti, avidi di giorni e di chilometri. Ma ben presto, fin dalle prime ore di viaggio, ci dovemmo rendere conto che l' ora dell' impazienza non era ancora suonata: quell' itinerario felice si profilava lungo e laborioso e non privo di sorprese: una piccola odissea ferroviaria entro la nostra maggiore odissea. Occorreva ancora pazienza, in dose imprevedibile: altra pazienza. Il nostro treno era lungo più di mezzo chilometro; i vagoni erano in cattivo stato, i binari anche, la velocità irrisoria, non superiore ai quaranta o cinquanta chilometri orari. La linea era a binario unico; le stazioni che disponessero di un binario morto lungo tanto da permettere la sosta erano poche, spesso il convoglio doveva essere spezzato in due o tre tronconi, e spinto su binari di sosta con manovre complicate e lentissime, al fine di permettere il passaggio di altri treni. Non esistevano autorità a bordo, ad eccezione del macchinista e della scorta, costituita dai sette soldati diciottenni che erano venuti fin dall' Austria per prelevarci. Questi, benché armati fino ai denti, erano creature candide e bennate, di animo ingenuo e mite, vispi e spensierati come scolari in vacanza, ed assolutamente privi di autorità e di senso pratico. Ad ogni fermata del treno, li vedevamo passeggiare su e giù per la banchina, col parabellum a tracolla e l' aria fiera e ufficiosa. Si davano molta importanza, come se scortassero un trasporto di pericolosi banditi, ma era tutta apparenza: presto ci accorgemmo che le loro ispezioni si accentravano sempre più sui due vagoni delle famiglie, a metà convoglio. Non erano attratti dalle giovani mogli, ma dall' atmosfera vagamente domestica che spirava da quelle zingaresche dimore ambulanti, e che forse gli ricordava la casa lontana e l' infanzia appena terminata; ma principalmente, erano affascinati dai bambini, tanto che, dopo le prime tappe, elessero il loro domicilio diurno nei vagoni delle famiglie, e si ritiravano in quello a loro riservato solo per passarvi la notte. Erano cortesi e servizievoli; aiutavano volentieri le madri, andavano a prendere acqua e spaccavano la legna per le stufe. Coi ragazzini italiani strinsero una curiosa e dissimmetrica amicizia. Impararono da loro vari giochi, fra cui quello del circuito: è questo un gioco che si fa con le biglie, spingendole lungo un complicato percorso. In Italia, è inteso come rappresentazione allegorica del Giro: ci riuscì perciò strano l' entusiasmo con cui fu assimilato dai giovani russi, nei cui paesi le biciclette sono rare, e le gare ciclistiche non esistono. Comunque sia, fu per loro una scoperta: alla prima fermata del mattino, non era raro vedere i sette russi scendere dal loro vagone-giaciglio, correre ai vagoni delle famiglie, aprirne le porte d' autorità, e depositare a terra i bambini ancora tutti assonnati. Poi si davano a scavare alacremente il circuito in terra con le baionette, e si immergevano nel gioco in fretta e furia, carponi a terra e col parabellum sulla schiena, ansiosi di non perdere neppure un minuto prima che la locomotiva fischiasse la partenza. Arrivammo la sera del 16 a Bobruisk, la sera del 17 a Ovruc; e ci accorgemmo che stavamo ripetendo a ritroso le tappe del nostro ultimo viaggio verso nord, che ci aveva portati da Zmerinka a Sluzk e a Staryje Doroghi. Passavamo le interminabili giornate in parte dormendo, in parte chiacchierando o assistendo al dipanarsi della steppa maestosa e deserta. Fin dalle prime giornate, il nostro ottimismo perse un poco del suo splendore: quel nostro viaggio, che secondo ogni apparenza faceva bene sperare di essere l' ultimo, era stato organizzato dai russi nel modo più vago e schiappino che si possa immaginare: o meglio, sembrava non essere stato organizzato affatto, bensì deciso da chissà chi, chissà dove, con un semplice tratto di penna. In tutto il convoglio non esistevano che due o tre carte geografiche, senza tregua disputate, su cui andavamo ritrovando con fatica i nostri problematici progressi: che si viaggiasse verso sud, era indubbio, ma con una lentezza e irregolarità esasperanti, con deviazioni e fermate incomprensibili, percorrendo talora solo qualche decina di chilometri nelle ventiquattr' ore. Andavamo spesso a interrogare il macchinista (della scorta non è il caso di parlare: sembravano felici per il solo fatto di viaggiare in treno, e non gli importava affatto di sapere dove si era e dove si andava); ma il macchinista, che emergeva come un dio infero dal suo abitacolo arroventato, apriva le braccia, si stringeva nelle spalle, spazzava con la mano un semicerchio da est a ovest, e rispondeva ogni volta: _ Dove andiamo domani? Non lo so, carissimi, non lo so. Andiamo dalla parte dove troviamo binari. Chi fra noi sopportava peggio l' incertezza e l' ozio forzato era Cesare. Sedeva in un angolo del carro, ipocondriaco e irto, come un animale malato, e non degnava di uno sguardo il paesaggio fuori, e noi dentro il vagone. Ma era inerzia apparente: chi ha bisogno di attività trova ovunque occasioni. Mentre percorrevamo un distretto disseminato di piccoli villaggi, fra Ovruc e Zitomir, la sua attenzione fu attirata da un anellino di ottone al dito di Giacomantonio, il suo poco raccomandabile ex socio sulla piazza di Katowice. _ Me lo vendi? _ gli chiese. _ No, _ rispose netto Giacomantonio, ad ogni buon fine. _ Ti do due rubli. _ Ne voglio otto. Il negozio continuò a lungo; appariva chiaro che entrambi vi trovavano un diversivo e una gradevole ginnastica mentale, e che l' anellino non era che un pretesto, uno spunto per una sorta di partita amichevole, per una contrattazione di allenamento, tanto per non perdere l' esercizio. Invece non era così: Cesare, come al solito, aveva concepito un piano ben preciso. Con stupore di noi tutti, cedette abbastanza presto, e acquistò l' anello, a cui pareva tenesse moltissimo, per quattro rubli, somma grossolanamente sproporzionata al valore dell' oggetto. Poi si ritirò nel suo angolo, e si dedicò per tutto il pomeriggio a misteriose pratiche, cacciando via con ringhi rabbiosi tutti i curiosi che gli facevano domande (e il più insistente era Giacomantonio). Aveva tratto dalle saccocce pezze di panno di diversa qualità, e lisciava accuratamente l' anello, dentro e fuori, alitandovi sopra ogni tanto. Poi tirò fuori un pacchetto di cartine da sigaretta, e continuò minuziosamente il lavoro con quelle, con estrema delicatezza, senza più toccare il metallo con le dita: a tratti, sollevava l' anello alla luce del finestrino, e lo osservava rigirandolo piano piano come se fosse stato un diamante. Finalmente accadde quanto Cesare attendeva: il treno rallentò, e si arrestò alla stazione di un villaggio, non troppo grosso e non troppo piccolo; la fermata prometteva di essere breve, perché il convoglio era rimasto indiviso sul binario di transito. Cesare scese, e prese a passeggiare su e giù per la banchina. Teneva l' anello seminascosto sul petto, sotto la giacca; con aria da cospiratore, avvicinava ad uno per volta i contadini russi che aspettavano, lo mostrava a mezzo, e sussurrava nervosamente: _ Tovarisc, zòloto, zòloto! _ ("oro"). Da principio, i russi non gli davano ascolto. Poi un vecchietto osservò l' anello da vicino, e chiese un' offerta; Cesare, senza esitare, disse: _ Sto, _ ("cento"): un prezzo assai modesto per un anello d' oro, criminoso per uno d' ottone. Il vecchio contropropose quaranta, Cesare fece l' indignato e si rivolse a un altro. Provò così con diversi clienti, tirando in lungo e cercando quello che offriva di più: e intanto, tendeva orecchio al fischio della locomotiva, per concludere affare e saltare sul treno in corsa subito dopo. Mentre Cesare mostrava l' anello a questo e a quello, si vedevano gli altri confabulare a gruppetti, sospettosi ed eccitati. In quella, la locomotiva fischiò; Cesare allentò l' anello all' ultimo offerente, intascò una cinquantina di rubli, e risalì svelto sul treno che già stava muovendosi. Il treno percorse un metro, due, dieci metri; poi rallentò nuovamente, e si fermò con un gran stridore di freni. Cesare aveva richiuso le porte scorrevoli, e sbirciava fuori dalla fenditura, prima trionfante, poi inquieto, infine terrificato. L' uomo dell' anello stava mostrando l' acquisto ai compaesani: questi se lo passavano di mano in mano, lo giravano da tutte le parti, e crollavano il capo con aria di dubbio e disapprovazione. Poi si vide l' incauto compratore, evidentemente pentito, alzare la testa e mettersi risolutamente in cammino lungo il convoglio, alla ricerca del rifugio di Cesare: ricerca ben facile, perché il nostro era il solo vagone con le porte chiuse. La faccenda si metteva decisamente male: il russo, che non doveva essere un' aquila, forse non sarebbe riuscito da solo a identificare il vagone, ma già due o tre suoi colleghi gli stavano indicando con energia la direzione giusta. Cesare si ritirò di scatto dallo spiraglio, e ricorse ai rimedi estremi: si acquattò in un angolo del carro, e si fece ricoprire in gran furia con tutte le coperte disponibili. In breve scomparve sotto un enorme ammasso di coperte, trapunte, sacchi, giacche; dal quale, tendendo l' orecchio, mi parve di sentir salire, fievoli e attutite, e blasfeme in quel contesto, parole di preghiera. Già si udivano i russi vociare sotto il vagone, e battere coi pugni contro la parete, quando il treno si mise in moto con un violento strattone. Cesare riemerse, pallido come un morto, ma si rinfrancò immediatamente: _ Ora mi possono pure cercare! Il mattino seguente, sotto un sole radioso, il treno si fermò a Kazàtin. Questo nome non mi suonava nuovo: dove lo avevo letto o inteso? Forse nei bollettini di guerra? Eppure avevo l' impressione di una memoria più vicina e più attuale, come se qualcuno me ne avesse parlato diffusamente in tempo recente: dopo, e non prima, della cesura di Auschwitz, che spaccava in due la catena dei miei ricordi. Ed ecco, in piedi sulla banchina, proprio sotto il nostro vagone, il ricordo nebuloso fatto persona: Galina, la ragazza di Katowice, la traduttrice-danzatrice-dattilografa della Kommandantur, Galina di Kazàtin. Scesi a salutarla, pieno di gioia e di meraviglia per l' improbabile incontro: ritrovare la sola amica russa in quel paese sterminato! Non la vidi molto cambiata: era un po' meglio vestita, e si riparava dal sole sotto un pretenzioso ombrellino. Neppure io ero cambiato molto, almeno esteriormente: un po' meno denutrito e meschino di allora, e altrettanto cencioso; ma ricco di una nuova ricchezza, il treno alle mie spalle, la locomotiva lenta ma sicura, l' Italia ogni giorno più vicina. Mi augurò un buon ritorno: scambiammo poche frasi frettolose e imbarazzate, nella lingua non sua né mia, nella lingua fredda dell' invasore, e subito ci separammo, poiché il treno ripartiva. Nel vagone, che correva sobbalzando verso i confini, sedevo odorando nella mia mano il profumo di poco prezzo che mi era stato contagiato dalla sua, lieto di averla rivista, triste al ricordo delle ore passate con lei, delle cose non dette, delle occasioni non colte. Passammo nuovamente per Zmerinka con sospetto, memori dei giorni di angoscia che vi avevamo trascorsi pochi mesi prima: ma il treno proseguì senza intralci, e la sera del 9 settembre, attraversata speditamente la Bessarabia, eravamo sul Prut, alla linea di confine. Nel buio fitto, a mo' di congedo, la polizia confinaria sovietica eseguì una tumultuosa e disordinata ispezione del convoglio, alla ricerca (ci dissero) di rubli, che era proibito esportare; d' altronde, li avevamo spesi tutti. Passato il ponte, dormimmo sull' altra sponda, nel treno fermo, ansiosi che la luce del giorno ci rivelasse la terra rumena. Fu infatti una drammatica rivelazione. Quando al primo mattino spalancammo le porte, si aprì ai nostri sguardi uno scenario sorprendentemente domestico: non più steppa deserta, geologica, ma le colline verdeggianti della Moldavia, con case coloniche, pagliai, filari di viti ; non più enigmatiche iscrizioni cirilliche, ma, proprio di fronte al nostro vagone, una casupola sbilenca, celeste di verderame, con su scritto ben chiaro: "Paine, Lapte, Vin, Carnaciuri de Purcel". E infatti, davanti alla casupola stava una donna, e traeva a bracciate da un canestro ai suoi piedi una lunghissima salsiccia, misurandola a tese come si misura lo spago. Si vedevano contadini come i nostri, dal viso adusto e dalla fronte pallida, vestiti di nero, colla giacca e il panciotto e la catena dell' orologio sul ventre; ragazze a piedi o in bicicletta, vestite quasi come da noi, che si sarebbero potute scambiare per venete o abruzzesi. Capre, pecore, vacche, maiali, galline: ma, freno ad ogni precoce illusione casalinga, ecco fermo a un passaggio a livello un cammello, a ricacciarci nell' altrove: un cammello consunto, grigio, lanoso, carico di sacchi, spirante alterigia e solennità sciocca dal preistorico muso leporino. Altrettanto duplice suonava ai nostri orecchi il linguaggio del luogo: radici e desinenze note, ma aggrovigliate e contaminate, in millenario concrescimento, con altre di suono straniero e selvaggio: un parlare familiare nella musica, ermetico nel senso. Alla frontiera ebbe luogo la complicata e penosa cerimonia del trasloco dagli sconnessi vagoni con scartamento sovietico ad altri, altrettanto sconnessi, con scartamento occidentale; e poco dopo entravamo nella stazione di Iasi, dove il convoglio fu faticosamente spezzato in tre tronconi: segno che la tappa sarebbe durata molte ore. A Iasi avvennero due fatti notevoli: ricomparvero dal nulla le due tedesche del bosco, e sparirono tutti i "rumeni" coniugati. Il contrabbando delle due tedesche attraverso il confine sovietico doveva essere stato organizzato con grande audacia e abilità da un gruppo di militari italiani: i particolari non si seppero mai con precisione, ma corse voce che le due ragazze avessero trascorso la notte critica del passaggio di frontiera nascoste sotto il pavimento del vagone, appiattate fra i tiranti e le balestre. Le vedemmo passeggiare sulla banchina il mattino seguente, disinvolte e proterve, infagottate in panni militari sovietici e tutte sporche di fango e di grasso. Ormai si sentivano al sicuro. Simultaneamente, nei vagoni dei "rumeni" si videro esplodere violenti conflitti familiari. Molti di questi, già appartenenti al corpo diplomatico, o smobilitati o autosmobilitati dall' ARMIR, si erano sistemati in Romania e avevano sposato donne rumene. Alla fine della guerra, quasi tutti avevano optato per il rimpatrio, e per loro i russi avevano organizzato un treno che li avrebbe dovuti portare a Odessa, per esservi imbarcati; ma a Zmerinka erano stati aggregati alla nostra miserabile tradotta, e avevano seguito il nostro destino, né mai si seppe se ciò fosse avvenuto per disegno o per disordine. Le mogli rumene erano furiose contro i mariti italiani: ne avevano abbastanza di sorprese e di avventure e di tradotte e di bivacchi. Ora erano rientrate in territorio rumeno, erano a casa loro, volevano rimanerci e non intendevano ragione: alcune discutevano e piangevano, altre tentavano di trascinare a terra i mariti, le più scatenate scaraventavano giù dai vagoni bagagli e masserizie, mentre i bambini, spaventati, correvano strillando tutto intorno. I russi della scorta erano accorsi, ma non capivano e stavano a guardare inerti e indecisi. Poiché la sosta a Iasi minacciava di protrarsi per tutta la giornata, uscimmo dalla stazione e ce ne andammo a zonzo per le vie deserte, fra basse case color del fango. Un unico tram minuscolo ed arcaico faceva la spola da un capo all' altro della città; ad un capolinea stava il bigliettario, parlava yiddish, era ebreo. Con qualche sforzo riuscimmo a capirci. Mi informò che per Iasi già altri convogli di reduci erano passati, di tutte le razze, francesi, inglesi, greci, italiani, olandesi, americani. In molti fra questi erano anche ebrei bisognosi di aiuto: perciò la comunità ebraica locale aveva costituito un centro di assistenza. Se avevamo un' ora o due di tempo, ci consigliava di recarci in delegazione a questo centro: avremmo ricevuto consigli e aiuti. Anzi, poiché il suo tram stava per partire, che montassimo, ci avrebbe fatti scendere alla fermata giusta, e al biglietto ci avrebbe pensato lui. Andammo Leonardo, il Signor Unverdorben e io: attraverso la città spenta giungemmo a un edificio squallido, cadente, con porte e finestre sostituite da tavolati provvisori. In un ufficio buio e polveroso ci ricevettero due anziani patriarchi, dall' aspetto poco più opulento e florido del nostro: ma erano pieni di affettuose premure e di buone intenzioni, ci fecero sedere sulle tre sole sedie disponibili, ci colmarono di attenzioni e ci raccontarono a precipizio, in yiddish e in francese, le prove tremende a cui, loro e pochi altri, erano sopravvissuti. Erano pronti alle lagrime e al riso: al momento del congedo, ci invitarono perentoriamente a un brindisi di terribile alcool rettificato, e ci consegnarono un canestro d' uva da distribuire fra gli ebrei del convoglio. Raggranellarono anche, svuotando tutti i cassetti e le loro stesse tasche, una somma in "lei" che lì per lì ci parve astronomica; ma, a ripartizione avvenuta, e a conti fatti con l' inflazione, ci accorgemmo poi che il suo valore era principalmente simbolico.

Da Iasi alla Linea

La tregua 1963