La tregua
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura
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Un terreno di contatto coi russi, verso la metà di agosto, fu tuttavia trovato. Malgrado il segreto di cantiere, tutto il campo venne a sapere che i "rumeni", col consenso e l' appoggio delle autorità, stavano organizzando una rivista: le prove si svolgevano nel "Salone Pendente", le cui porte erano state restaurate alla meglio, ed erano sorvegliate da picchetti che vietavano l' ingresso a tutti gli estranei. Fra i numeri della rivista, era una danza di tacco e punta: lo specialista, un marinaio molto coscienzioso, provava tutte le sere, in una piccola cerchia di conoscitori e consulenti. Ora, questo esercizio è per sua natura rumoroso: passò da quelle parti il Tenente, udì lo strepito ritmico, forzò il posto di blocco con chiaro abuso di potere, ed entrò. Assistette a due o tre sedute, con disagio degli astanti, senza uscire dal suo abituale riserbo e senza ammorbidire la sua grinta ermetica; poi, inaspettatamente, rese noto al comitato organizzatore che nelle sue ore libere egli era un appassionato cultore di danza, e che da tempo era suo desiderio imparare a ballare precisamente di tacco e punta; che quindi il ballerino era invitato, anzi precettato, a impartirgli una serie di lezioni. Lo spettacolo di queste lezioni mi interessava talmente, che trovai modo di assistervi, infilandomi per gli strani meandri della Casa Rossa e appiattandomi in un angolo scuro. Il Tenente era il miglior allievo che si possa immaginare: serissimo, volonteroso, tenace, e fisicamente ben dotato. Danzava in divisa, cogli stivali: per un' ora d' orologio al giorno, senza concedere un attimo di sosta al maestro né a se stesso. Faceva progressi molto rapidi. Quando la rivista andò in scena, una settimana dopo, il numero del "tacco e punta" fu una sorpresa per tutti: ballarono maestro e allievo, irreprensibilmente, in impeccabile parallelismo e sincronia; il maestro, ammiccando e sorridendo, con indosso un fantasioso costume gitano arrangiato dalle donne; il Tenente, col naso in aria e gli occhi fissi al suolo, funereo, come se eseguisse una danza sacrificale. In divisa, naturalmente, e con le medaglie sul petto e la fondina al fianco che danzavano con lui. Furono applauditi; altrettanto furono applauditi diversi altri numeri non molto originali (qualche canzone napoletana del repertorio classico; "I pompieri di Viggiù"; uno sketch in cui un innamorato conquista il cuore della fanciulla con un mazzo non di fiori, ma di "ryba", il nostro puzzolente pesce quotidiano; la "Montanara" cantata in coro, istruttore del coro il Signor Unverdorben). Ma ebbero successo entusiastico, e meritato, due numeri meno comuni. Entrava in scena, con passo impacciato, a gambe larghe, un grasso e grosso personaggio, mascherato, imbacuccato e infagottato, simile al celebre "Bibendum" dei pneumatici Michelin. Salutava il pubblico alla maniera degli atleti, colle mani congiunte sopra il capo; frattanto, due valletti facevano rotolare accanto a lui, a gran fatica, un enorme attrezzo fatto di una barra e due ruote, di quelli usati dai sollevatori di pesi. Si curvava, afferrava la barra, tendeva tutti i muscoli: niente, la barra non si muoveva. Allora si toglieva il mantello, lo piegava meticolosamente, lo stendeva per terra, e si accingeva ad un nuovo tentativo. Poiché anche questa volta il peso non si alzava dal suolo, si toglieva un secondo mantello, deponendolo accanto al primo; e così via per vari mantelli, mantelli civili e militari, impermeabili, tonache, tabarri. L' atleta diminuiva di volume a vista d' occhio, il palcoscenico si riempiva di indumenti, e il peso sembrava avesse messo radici in terra. Finiti i mantelli, incominciava a togliersi giacche di tutti i generi (fra cui una rigata da Häftling, in omaggio alla nostra minoranza), poi camicie in abbondanza, e sempre, dopo ogni capo che deponeva, tentava con puntigliosa solennità di sollevare l' arnese, e vi rinunciava senza il minimo segno di impazienza o di sorpresa. Però, mentre si toglieva la quarta o la quinta camicia, si arrestava ad un tratto. Guardava la camicia con attenzione, prima a lunghezza di braccio, poi da vicino; ne frugava il colletto e le cuciture con agili movenze scimmiesche, ed ecco, ne estraeva col pollice e l' indice un immaginario pidocchio. Lo esaminava con occhi dilatati dall' orrore, lo appoggiava con delicatezza sul pavimento, vi tracciava intorno un cerchietto col gesso, si volgeva indietro, strappava da terra con una sola mano l' attrezzo, che per l' occasione era diventato leggero come un giunco, e acciaccava il pidocchio con un secco e preciso colpetto. Poi, dopo la rapidissima parentesi, riprendeva a togliersi camicie, pantaloni, calze e ventriere con gravità e compostezza, e a cercare invano di sollevare il peso. Alla fine, rimaneva in mutande, in mezzo a montagne di capi di vestiario: si toglieva la maschera, e il pubblico ravvisava in lui il simpatico e popolarissimo cuciniere Gridacucco, piccolo, secco, saltellante e indaffarato, acconciamente soprannominato Scannagrillo da Cesare. Scrosciavano gli applausi: Scannagrillo si guardava attorno smarrito, poi, come colto da improvviso spavento davanti al pubblico, raccattava il peso, che probabilmente era fatto di cartone, se lo cacciava sotto un' ascella e scappava a gambe levate. L' altro grande successo fu la canzone del "Cappello a tre punte". È questa una canzone rigorosamente priva di senso, che consiste di un' unica quartina sempre ripetuta ("Il mio cappello ha tre punte _ Ha tre punte il mio cappel _ Se non avesse tre punte _ Non sarebbe il mio cappel"), e si canta su di un motivo talmente trito e logorato dalla consuetudine che nessuno ne conosce più l' origine. Ha però la caratteristica che, ad ogni ripetizione, una delle parole della quartina si tace, e viene sostituita con un gesto: la mano concava sul capo per "cappello", un colpo del pugno sul petto per "mio", le dita che si restringono salendo, e seguono la superficie di un cono, per "punte": e così via, finché, a eliminazione ultimata, la strofe si riduce a un monco balbettio di articoli e congiunzioni non più esprimibili a segni, o, secondo un' altra versione, al silenzio totale scandito da gesti ritmici. Nel gruppo eterogeneo dei "rumeni" doveva trovarsi qualcuno che aveva il teatro nel sangue: nella loro interpretazione, questa bizzarria infantile si volse in una pantomima sinistra, oscuramente allegorica, piena di risonanze simboliche ed inquietanti. Una piccola orchestra, a cui gli strumenti erano stati forniti dai russi, attaccava lo stracco motivetto su toni bassi e sordi. Beccheggiando lentamente sul ritmo, entravano in scena tre personaggi da mala notte: avvolti in mantelli neri, con cappucci neri sul capo, e dai cappucci emergevano tre volti di un pallore cadaverico e decrepito, segnati da profonde rughe livide. Entravano con esitante passo di danza, reggendo in mano tre lunghi ceri spenti. Giunti al centro della ribalta, sempre seguendo il ritmo, si inchinavano verso il pubblico con senile difficoltà, piegandosi adagio adagio sulle reni anchilosate, a piccoli strappi estenuati: per curvarsi e rialzarsi impiegavano due buoni minuti, che erano di angoscia per tutti gli spettatori. Riacquistata penosamente la posizione eretta, l' orchestra taceva, e le tre larve cominciavano a cantare la strofe insulsa, con voce tremula e rotta. Cantavano: e ad ogni ripetizione, con l' accumularsi dei buchi sostituiti dai gesti malcerti, sembrava che la vita, insieme con la voce, fuggisse da loro. Scandita dalla pulsazione ipnotica di un solo tamburo in sordina, la paralisi progrediva lenta e irreparabile. L' ultima ripetizione, nel silenzio assoluto dell' orchestra, dei cantori e del pubblico, era una straziante agonia, un conato moribondo. Terminata la canzone, l' orchestra riprendeva lugubremente: le tre figure, con uno sforzo estremo, tremando in ogni membro, ripetevano l' inchino. Riuscivano incredibilmente a rialzarsi, e col cero tentennante, con orrenda e macabra esitazione, ma sempre seguendo il ritmo, scomparivano per sempre dietro alle quinte. Il numero del "Cappello a tre punte" toglieva il respiro, e veniva accolto ogni sera con un silenzio più eloquente degli applausi. Perché? Forse perché vi si percepiva, sotto l' apparato grottesco, il fiato pesante di un sogno collettivo, del sogno che vapora dall' esilio e dall' ozio, quando cessano il lavoro e la pena, e nulla pone riparo fra l' uomo e se stesso; forse perché vi si ravvisava l' impotenza e la nullità della nostra vita e della vita, e il profilo gobbo e sghembo dei mostri generati dal sonno della ragione. Più innocua, anzi puerile e maccheronica, era l' allegoria dello spettacolo che fu organizzato in seguito. Era ovvia già nel titolo, "Il Naufragio degli Abulici": gli abulici eravamo noi, gli italiani smarriti sulla via del rimpatrio, e assuefatti a una esistenza di inerzia e di noia; l' isola deserta era Staryje Doroghi; e i cannibali erano vistosamente loro, i buoni russi del Comando. Cannibali senza risparmio: comparivano in scena nudi e tatuati, blateravano in un gergo primitivo e inintelligibile, si cibavano di carne umana cruda e sanguinante. Il loro capo abitava in una capanna di frasche, aveva per sgabello uno schiavo bianco permanentemente carponi, e teneva appesa sul petto una grossa sveglia, che consultava non per sapere l' ora, ma per trarne auspici nelle decisioni di governo. Il Compagno Colonnello, responsabile del nostro campo, doveva essere un uomo di spirito, o estremamente longanime, o tonto, per avere autorizzato una così acerba caricatura della sua persona e della sua carica: o forse, si trattava ancora una volta della benefica secolare incuria russa, della negligenza oblomoviana, che affiorava a tutti i livelli in quel momento felice della loro storia. In realtà, almeno una volta ci colse il sospetto che al Comando non avessero digerito la satira, o si fossero pentiti. Dopo la prima del "Naufragio", in piena notte, nella Casa Rossa si scatenò un finimondo: urla per le camerate, calci alle porte, comandi in russo, in italiano e in cattivo tedesco. Noi che venivamo da Katowice, e già avevamo assistito a una tregenda analoga, ci spaventammo solo per metà: gli altri persero la testa (i "rumeni" in specie, che erano i responsabili del copione), si sparse subito la voce di una rappresaglia dei russi, e i più apprensivi già pensavano alla Siberia. I russi, per l' intermediario del Tenente, che in quella circostanza sembrava più gramo e sdegnoso del solito, ci fecero alzare e vestire tutti quanti in fretta e furia, e ci misero in fila in uno dei meandri del fabbricato. Passò mezz' ora, un' ora, e non capitava niente: la coda, di cui io occupavo uno degli ultimi posti, non si capiva dove facesse capo, e non avanzava di un passo. Oltre a quella della rappresaglia per gli "Abulici", correvano di bocca in bocca le ipotesi più avventate: i russi si erano decisi a cercare i fascisti; cercavano le due ragazze del bosco; ci facevano passare la visita per la blenorragia; reclutavano gente per lavorare in kolchoz; cercavano specialisti come i tedeschi. Poi si vide passare un italiano, tutto allegro. Diceva: _ Dànno soldi! _ e agitava in mano un mazzetto di rubli. Nessuno gli credette: ma ne passò un secondo, poi un terzo, e tutti confermarono la notizia. La faccenda non fu mai capita bene (ma d' altronde, chi comprese mai appieno perché fossimo a Staryje Doroghi, e cosa ci stessimo a fare?): secondo la interpretazione più savia, è da ritenersi che, per almeno alcuni uffici sovietici, noi fossimo equiparati a prigionieri di guerra, e quindi ci spettasse un compenso per le giornate di lavoro prestate. Ma con quale criterio queste giornate venissero computate (quasi nessuno di noi aveva mai lavorato per i russi, né a Staryje Doroghi né prima); perché si retribuissero anche i bambini; e principalmente, perché la cerimonia dovesse avvenire così tumultuosamente fra le due e le sei del mattino, tutto questo è destinato a rimanere oscuro. I russi distribuirono compensi varianti dai trenta agli ottanta rubli a testa, secondo criteri imperscrutabili, o a caso. Non erano enormi somme, ma fecero piacere a tutti: equivalevano a generi di conforto per qualche giorno. Ce ne tornammo a letto all' alba, commentando variamente l' accaduto; e nessuno comprese che si trattava di un fausto presagio, del preludio al rimpatrio. Ma da quel giorno, pur senza un annuncio ufficiale, i segni si andarono moltiplicando. Segni tenui, incerti, timidi; ma bastarono a diffondere la sensazione che qualcosa finalmente si muovesse, qualcosa stesse per accadere. Arrivò una pattuglia di soldatini russi, imberbi e spaesati: ci raccontarono che venivano dall' Austria, e che avrebbero dovuto ripartire presto scortando un convoglio di stranieri: ma non sapevano verso dove. Dal Comando, dopo mesi di inutili petizioni, furono distribuite scarpe a tutti quelli che ne avevano bisogno. Infine, il Tenente sparì, come se assunto in cielo. Era tutto estremamente vago, e non poco ambiguo. Anche ammesso che una partenza fosse imminente, chi ci assicurava che si trattasse del rimpatrio, e non di un nuovo trasferimento chissà dove? La ormai lunga esperienza che avevamo acquistata dei modi dei russi ci consigliava di temperare la nostra speranza con un salutare coefficiente di dubbio. Anche la stagione contribuiva alla nostra inquietudine: nella prima decade di settembre il sole e il cielo si offuscarono, l' aria si fece fredda e umida, e caddero le prime piogge, a rammentarci la precarietà della nostra condizione. Strada, prati e campi si mutarono in un desolato acquitrino. Dai tetti della Casa Rossa filtrava acqua in abbondanza, che gocciolava senza pietà di notte sulle cuccette; altra acqua entrava dalle finestre senza vetri. Nessuno di noi aveva abiti pesanti. Al villaggio, si videro i contadini rientrare dal bosco con carri di fascine e di legna; altri rintoppavano le loro abitazioni, assestavano i tetti di paglia; tutti, anche le donne, calzarono stivali. Il vento portava dalle case un odore nuovo, allarmante: il fumo aspro della legna umida che brucia, l' odore dell' inverno che viene. Un altro inverno, il terzo: e quale inverno! Ma l' annuncio venne, infine: l' annuncio del ritorno, della salvazione, della conclusione dei nostri lunghissimi errori. Venne in due modi nuovi e insoliti, da due parti, e fu convincente e aperto e dissipò ogni ansia. Venne in teatro e attraverso il teatro, e venne lungo la strada fangosa, portato da un messaggero illustre e strano. Era notte, pioveva, e nel "Salone pendente" gremito (che altro si poteva fare alla sera, prima di infilarsi fra le coperte umide?) si stava replicando "Il Naufragio degli Abulici", forse per la nona o la decima volta. Questo "Naufragio" era un polpettone informe ma estroso, vivo per le argute e bonarie allusioni alla nostra vita di tutti i giorni; vi avevamo assistito tutti, per tutte le sue repliche, e ormai lo conoscevamo abbondantemente a memoria, e ad ogni replica, sempre meno ci faceva ridere la scena in cui un Cantarella ancora più selvatico dell' originale costruiva una enorme pentola di latta su commissione dei russi-antropofagi, che intendevano cuocervi i principali notabili abulici; e sempre più ci stringeva il cuore la scena finale, in cui arrivava la nave. Poiché c' era, come è evidente che ci dovesse essere, una scena in cui compariva una vela all' orizzonte, e tutti i naufraghi, ridendo e piangendo, accorrevano sulla spiaggia inospitale. Ora, proprio mentre il decano fra loro, canuto e curvo ormai per l' interminabile attesa, tendeva il dito verso il mare e gridava: _ Una nave! _ e mentre tutti noi, con un nodo alla gola, ci preparavamo al lieto fine di maniera dell' ultima scena, e a ritirarci ancora una volta nei nostri covili, si sentì uno schianto subitaneo, e si vide il capocannibale, vero Deus ex machina, piombare verticalmente sul palcoscenico, come se cadesse dal cielo. Si strappò la sveglia dal collo, l' anello dal naso e il casco di penne dal capo, e gridò con voce di tuono: _ Domani si parte! Fummo colti di sorpresa, e dapprima non comprendemmo. Forse era uno scherzo? Ma il selvaggio incalzò: _ Dico davvero, non è più teatro, questa è la volta buona! È arrivato il telegramma, domani andiamo tutti a casa! _ Quella volta fummo noi italiani, attori, spettatori e comparse, a travolgere in un attimo i russi esterrefatti, che nulla avevano compreso di quella scena non prevista dal copione. Uscimmo all' aperto in disordine, e fu dapprima un incrociarsi affannoso di domande senza risposta: ma poi vedemmo il colonnello, in mezzo a un cerchio di italiani, fare di sì col capo, e allora si capì che l' ora era venuta. Accendemmo fuochi nel bosco, e nessuno dormì: passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poiché non è dato all' uomo di godere gioie incontaminate. Il mattino seguente, mentre già la Casa Rossa ronzava e brulicava come un alveare in cui si prepari lo sciame, vedemmo avanzare lungo la carrozzabile una piccola automobile. Ne passavano pochissime, perciò il fatto ci incuriosì: tanto più in quanto non era una macchina militare. Rallentò davanti al campo, sterzò ed entrò sobbalzando sul gerbido che si estendeva davanti alla bizzarra facciata. Allora si vide che quello era un veicolo familiare a noi tutti, una Fiat 500A, una "Topolino" rugginosa e malconcia, dalle balestre pietosamente deformate. Si fermò davanti all' ingresso, e subito fu circondata da una folla di curiosi. Ne uscì, con grande stento, una straordinaria figura. Non finiva più di uscire; era un uomo altissimo, corpulento, rubicondo, in una uniforme che non avevamo mai visto prima: un generale sovietico, un generalissimo, un maresciallo. Quando fu tutto fuori dalla portiera, la minuscola carrozzeria si sollevò di un buon palmo, e le balestre sembrarono respirare. L' uomo era letteralmente più grosso della macchina, e non si capiva come avesse potuto starci dentro. Queste sue dimensioni cospicue furono ulteriormente accresciute e messe in rilievo: trasse dalla macchina un oggetto nero, e lo svolse. Era un mantello che pendeva fino a terra da due lunghe spalline rigide, di legno: con gesto disinvolto, che attestava una grande familiarità con quella acconciatura, se lo fece volteggiare a tergo e se lo adattò sul dorso, per il che il suo contorno, da tondeggiante, divenne angoloso. Visto da dietro, l' uomo era un monumentale rettangolo nero di un metro per due, che incedeva con maestosa simmetria alla volta della Casa Rossa, fra due ali di gente perplessa che egli soverchiava di tutto il capo. Come sarebbe passato per la porta, largo com' era? Ma ripiegò all' indietro le due spalline, come due ali, ed entrò. Questo messaggero celeste, che viaggiava da solo in mezzo al fango su di una utilitaria sgretolata e vetusta, era il maresciallo Timosenko in persona, Semjòn Konstantìnovic Timosenko, l' eroe della rivoluzione bolscevica, della Carelia e di Stalingrado. Dopo il ricevimento da parte dei russi locali, che d' altronde fu singolarmente sobrio e non durò che pochi minuti, egli uscì nuovamente dall' edificio e si intrattenne alla buona con noi italiani, simile al rozzo Kutuzov di "Guerra e pace", sul prato, in mezzo alle pentole col pesce in cottura e alla biancheria stesa ad asciugare. Parlava correntemente rumeno coi "rumeni" (poiché era, anzi è, originario della Bessarabia), e conosceva perfino un poco di italiano. Il vento umido agitava la sua chioma grigia, che contrastava con la sua complessione sanguigna ed abbronzata di soldato, mangiatore e bevitore; ci disse che sì, era proprio vero: saremmo partiti presto, prestissimo; "guerra finita, tutti a casa"; la scorta era già pronta, i viveri per il viaggio anche, le carte in ordine. Entro pochi giorni il treno ci avrebbe aspettati alla stazione di Staryje Doroghi.
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