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La tregua

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura

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Vacanza

Come sempre avviene, la fine della fame mise allo scoperto e rese percettibile in noi una fame più profonda. Non solo il desiderio della casa, in certo modo scontato e proiettato nel futuro: ma un bisogno più immediato e urgente di contatti umani, di lavoro mentale e fisico, di novità e di varietà. La vita di Staryje Doroghi, che sarebbe stata poco meno che perfetta se intesa come parentesi di vacanza in una esistenza operosa, incominciava a pesarci per lo stesso ozio integrale a cui ci costringeva. In queste condizioni, parecchi se ne andarono, per cercare vita e avventure altrove. Sarebbe improprio parlare di fuga, poiché il campo non era cintato né sorvegliato, e i russi non ci contavano, o non ci contavano bene: semplicemente, salutarono gli amici e presero la via dei campi. Ebbero quello che cercavano: videro paesi e genti, si spinsero lontanissimo, alcuni fino a Odessa e a Mosca, altri fino ai confini; conobbero le camere di sicurezza di sperduti villaggi, l' ospitalità biblica dei contadini, amori vaghi, interrogatori doverosamente insulsi della polizia, nuova fame e solitudine. Ritornarono a Staryje Doroghi quasi tutti, poiché, se intorno alla Casa Rossa non c' era ombra di filo spinato, avevano trovato invece ferreamente chiuso il leggendario confine verso occidente che tentavano di forzare. Ritornarono, e si rassegnarono a quel regime di limbo. I giorni della estate nordica erano lunghissimi: albeggiava già alle tre del mattino, e il tramonto si trascinava instancabile, fino alle nove, alle dieci di sera. Le escursioni nel bosco, i pasti, il sonno, i bagni rischiosi nella palude, le conversazioni sempre ripetute, i propositi per l' avvenire, non bastavano ad abbreviare il tempo di quell' attesa, e ad alleviarne il peso che cresceva di giorno in giorno. Tentammo con scarso successo di avvicinare i russi. Verso di noi, i più evoluti (che parlavano tedesco o inglese) si mostravano cortesi ma diffidenti, e spesso interrompevano bruscamente un colloquio, come se si sentissero in colpa o sorvegliati. Coi più semplici, coi soldati diciassettenni del Comando e coi contadini dei dintorni, le difficoltà di linguaggio ci obbligavano a rapporti monchi e primordiali. Sono le sei di mattina, ma da un pezzo la luce del giorno ha messo il sonno in fuga. Con una pentola di patate organizzate da Cesare, mi sto dirigendo verso un boschetto dove scorre un rigagnolo: poiché qui c' è acqua e legna, è il nostro luogo preferito per le operazioni di cucina e oggi ho io l' incarico della lavatura del vasellame e della successiva cottura. Accendo il fuoco fra tre sassi: ed ecco, c' è un russo poco lontano, piccolo ma nerboruto, dalla spessa maschera asiatica, intento in preparativi simili ai miei. Non ha fiammiferi: mi si accosta, e a quanto pare mi chiede del fuoco. È a torso nudo, con solo indosso i pantaloni militari, e non ha un' aria molto rassicurante. Porta la baionetta alla cintura. Gli porgo uno stecco acceso: il russo lo prende, e resta lì a guardarmi con curiosità sospettosa. Pensa che le mie patate siano rubate? O medita invece di portarmele via lui? O mi ha scambiato per qualcuno che non gli va? Ma no: quello che lo turba è altro. Si è accorto che io non parlo russo, e questo lo contraria. Il fatto che un uomo, adulto e normale, non parli russo, e cioè non parli, gli sembra un atteggiamento di insolente protervia, come se io rifiutassi apertamente di rispondergli. Non è male intenzionato, anzi, è disposto a darmi una mano, a sollevarmi dalla mia colpevole condizione di ignoranza: il russo è così facile, lo parlano tutti, perfino i bambini che non camminano ancora. Si siede vicino a me; io continuo a temere per le patate, e lo tengo d' occhio: ma lui, secondo ogni apparenza, non ha altro in animo se non di aiutarmi a recuperare il tempo perduto. Non capisce, non ammette la mia posizione di rifiuto: mi vuole insegnare la sua lingua. Purtroppo, come maestro non vale gran che: gli mancano il metodo e la pazienza, e inoltre si fonda sul presupposto errato che io possa seguire le sue spiegazioni e i suoi commenti. Finché si tratta di vocaboli, va ancora abbastanza bene, e in fondo il gioco non mi dispiace. Mi indica una patata, e dice: _ Kartòfel _; poi mi afferra per la spalla con la sua zampa poderosa, mi caccia l' indice sotto il naso, tende un orecchio e rimane in attesa. Io ripeto: _ Kartòfel _. Lui fa una faccia nauseata; la mia pronuncia non va: neppure la pronuncia! Tenta ancora due o tre volte, poi si stufa e cambia vocabolo. _ Ogòn, _ dice, indicando il fuoco: qui va meglio, pare che la mia ripetizione lo soddisfi. Si guarda intorno in cerca di altri oggetti pedagogici, poi mi fissa con intensità, si alza lentamente in piedi sempre fissandomi, come se mi volesse ipnotizzare, e a un tratto, fulmineo, estrae la baionetta dalla guaina e la brandisce a mezz' aria. Io salto in piedi e scappo via, dalla parte della Casa Rossa: tanto peggio per le patate. Ma dopo pochi passi sento risuonare dietro le mie spalle una risata da orco: lo scherzo gli è riuscito bene. _ Britva, _ mi dice, facendo luccicare la lama al sole; ed io ripeto, non molto a mio agio. Lui, con un fendente da paladino, taglia netto un ramo da un albero: me lo mostra, e mi dice: _ Dèrevo _. Io ripeto: _ Dèrevo. _ Ja rùsskij soldàt _. Io ripeto, del mio meglio: _ Ja rùsskij soldàt _. Un' altra risata, che mi suona sprezzante: lui è un soldato russo, io no, e fa una bella differenza. Me lo spiega confusamente, con un mare di parole, indicando ora il mio petto, ora il suo, e facendo sì e no col capo. Deve giudicarmi un pessimo allievo, un caso disperato di ottusità; con mio sollievo, se ne torna al suo fuoco e mi abbandona alla mia barbarie. Un altro giorno, ma alla stessa ora e nello stesso luogo, mi imbatto in uno spettacolo inconsueto. C' è un capannello di italiani attorno a un marinaio russo, giovanissimo, alto, dalle movenze rapide e pronte. Sta "raccontando" un episodio di guerra; e poiché sa che la sua lingua non è compresa, si esprime come può, in un modo che gli è evidentemente spontaneo quanto e più della parola: si esprime con tutti i muscoli, con le rughe precoci che gli segnano il viso, col lampo degli occhi e dei denti, coi balzi e coi gesti, e ne nasce una danza solitaria piena di fascino e di impeto. È notte, "noc": gira intorno a sé piano piano le mani col palmo rivolto in giù. Tutto è silenzio: pronuncia un lungo "sst" coll' indice parallelo al naso. Strizza gli occhi e indica l' orizzonte: laggiù, lontano lontano, sono i tedeschi, "niemtzy". Quanti? Cinque, fa segno con le dita; "finef", aggiunge poi in yiddish a maggior chiarimento. Scava colla mano una piccola fossa rotonda nella sabbia, e vi pone cinque stecchi coricati, sono i tedeschi; e poi un sesto stecco piantato obliquo, è la "masìna", la mitragliatrice. Cosa fanno i tedeschi? Qui i suoi occhi si accendono di allegria selvaggia: "spats", dormono (e russa quieto lui stesso per un attimo); dormono, gli insensati, e non sanno cosa li aspetta. Che ha fatto? Ecco che ha fatto: si è avvicinato, cauto, sottovento, come un leopardo. Poi, di scatto, è balzato dentro il nido estraendo il coltello: e ripete, ormai tutto perduto nella estasi scenica, i suoi atti di allora. L' agguato, e la mischia fulminea e atroce, eccole ripetersi sotto i nostri occhi: l' uomo, dal volto trasfigurato da un riso teso e sinistro, si tramuta in un turbine: salta avanti e indietro, colpisce davanti a sé, ai fianchi, alto, basso, in una esplosione di energia mortifera; ma è un furore lucido, la sua arma (che esiste, un lungo coltello che ha cavato dallo stivale) penetra, fende, squarcia con ferocia e insieme con tremenda perizia, un metro davanti alle nostre facce. A un tratto il marinaio si ferma, si raddrizza lentamente, il coltello gli cade di mano: il suo petto ansima, il suo sguardo si è spento. Guarda a terra, come stupito di non scorgervi i cadaveri e il sangue; si guarda intorno smarrito, svuotato; si accorge di noi, e ci rivolge un timido sorriso infantile. _ Koniecno, _ dice: è finito; e si allontana con passo lento. Assai diverso, e misterioso allora come adesso, era il caso del Tenente. Il Tenente (mai, e forse non a caso, ne potemmo conoscere il nome) era un giovane russo smilzo e olivastro, perennemente aggrondato. Parlava italiano perfettamente, con un accento russo talmente lieve da potersi confondere con qualche intonazione dialettale italiana: ma nei nostri riguardi, a differenza da tutti gli altri russi del Comando, manifestava scarsa cordialità e simpatia. Era lui il solo a cui potessimo rivolgere domande: come mai parlava italiano? perché era fra noi? perché ci trattenevano in Russia quattro mesi dopo la fine della guerra? eravamo ostaggi? eravamo stati dimenticati? perché non potevamo scrivere in Italia? quando saremmo ritornati? Ma a tutte queste domande, pesanti come il piombo, il Tenente rispondeva in modo tagliente ed elusivo, con una sicurezza e una autorità _ che male si accordavano col suo grado gerarchico non molto elevato. Notammo che anche i suoi superiori lo trattavano con strana deferenza, come se lo temessero. Manteneva sia coi russi sia con noi uno scontroso distacco. Non rideva mai, non beveva, non accettava inviti, e neppure sigarette: parlava poco, con parole caute che sembrava pesasse a una a una. Alle sue prime apparizioni, ci era sembrato naturale pensare a lui come al nostro interprete e delegato presso il Comando russo, ma si vide ben presto che i suoi incarichi (se pure ne aveva, e se il suo comportamento non era solo un complicato modo di darsi importanza) dovevano essere altri, e preferimmo tacere in sua presenza. Da alcune sue frasi reticenti ci accorgemmo che conosceva bene la topografia di Torino e di Milano. Era stato in Italia? _ No, _ ci rispose asciutto, e non diede altre spiegazioni. La salute pubblica era eccellente, e i clienti della infermeria erano pochi e sempre gli stessi: qualcuno coi foruncoli, i soliti malati immaginari, qualche scabbia, qualche colite. Si presentò un giorno una donna, che accusava disturbi vaghi: nausea, mal di schiena, vertigini, vampe di calore. Leonardo la visitò: aveva lividi un po' dappertutto, ma disse di non farci caso, era rotolata per le scale. Coi mezzi a disposizione non era facile una diagnosi molto approfondita, ma, per esclusione, e dati anche i numerosi precedenti fra le nostre donne, Leonardo dichiarò alla paziente che si trattava molto probabilmente di una gravidanza al terzo mese. La donna non manifestò gioia né angoscia né sorpresa né indignazione: accettò, ringraziò, ma non se ne andò. Tornò a sedere sulla panchina nel corridoio, zitta e tranquilla, come se aspettasse qualcuno. Era una ragazza piccola e bruna, sui venticinque anni, dall' aria casalinga, sottomessa e trasognata: il suo viso, non molto attraente né molto espressivo, non mi riusciva nuovo, e così pure la sua parlata, dalle gentili inflessioni toscane. Certamente dovevo già averla incontrata, ma non a Staryje Doroghi. Provavo la evanescente sensazione di uno sfasamento, di una trasposizione, di una importante inversione di rapporti, che peraltro non riuscivo a definire. In modo vago eppure insistente, a quella immagine femminile ricollegavo un nodo di sentimenti intensi: di ammirazione umile e lontana, di riconoscenza, di frustrazione, di paura, perfino di astratto desiderio, ma principalmente di angoscia profonda e indeterminata. Poiché continuava a rimanere sulla panchina, quieta e ferma, senza alcun segno di impazienza, le chiesi se le occorresse qualcosa, se avesse ancora bisogno di noi: l' ambulatorio era finito, altri pazienti non c' erano, era ora di chiudere. _ No, no, _ rispose: _ non ho bisogno di niente. Adesso me ne vado. Flora! La reminiscenza nebulosa prese corpo bruscamente, si coagulò in un quadro preciso, definito, ricco di particolari di tempo e luogo, di colori, di stati d' animo retrospettivi, di atmosfera, di odori. Era Flora, quella: l' italiana delle cantine di Buna, la donna del Lager, oggetto dei sogni miei e di Alberto per più di un mese, simbolo inconsapevole della libertà perduta e non più sperata. Flora, incontrata un anno prima, e sembravano cento. Flora era una prostituta di provincia, finita in Germania con l' Organizzazione Todt. Non sapeva il tedesco e non conosceva alcun mestiere, così era stata messa a spazzare i pavimenti della fabbrica di Buna. Spazzava tutto il giorno, straccamente, senza scambiare parola con nessuno, senza sollevar gli occhi dalla ramazza e dal suo lavoro senza fine. Sembrava che nessuno si curasse di lei, e lei, quasi temesse la luce del giorno, saliva il meno possibile ai piani superiori: spazzava interminabilmente le cantine, da cima a fondo, e poi ricominciava, come una sonnambula. Era la sola donna che vedessimo da mesi, e parlava la nostra lingua, ma a noi Häftlinge era proibito rivolgerle la parola. Ad Alberto e a me sembrava bellissima, misteriosa, immateriale. Malgrado il divieto, che in qualche modo moltiplicava l' incanto dei nostri incontri aggiungendovi il sapore pungente dell' illecito, scambiammo con Flora qualche frase furtiva: ci facemmo riconoscere come italiani, e le chiedemmo del pane. Lo chiedemmo un po' a malincuore, consci di avvilire noi stessi e la qualità di quel delicato contatto umano: ma la fame, con cui è difficile transigere, ci imponeva di non sprecare l' occasione. Flora ci portò il pane, a più riprese, e ce lo consegnava con aria smarrita, negli angoli bui del sotterraneo, tirando su le lagrime dal naso. Aveva pietà di noi, e avrebbe voluto aiutarci anche in altri modi, ma non sapeva come ed aveva paura. Paura di tutto, come un animale indifeso: forse anche di noi, non direttamente, ma in quanto personaggi di quel mondo straniero e incomprensibile che l' aveva strappata dal suo paese, le aveva cacciato una scopa in mano, e l' aveva relegata sotto terra, a spazzare pavimenti già cento volte spazzati. Noi due eravamo sconvolti, riconoscenti e pieni di vergogna. Eravamo divenuti improvvisamente consapevoli del nostro aspetto miserabile, e ne soffrivamo. Alberto, che sapeva trovare le cose più strane perché girava tutto il giorno con gli occhi al suolo come un segugio, trovò chissà dove un pettine, e lo regalammo solennemente a Flora, che aveva i capelli: dopo di che ci sentimmo legati a lei da un legame soave e pulito, e la sognavamo di notte. Perciò provammo un disagio acuto, un assurdo e impotente impasto di gelosia e di disinganno, quando l' evidenza ci costrinse a sapere, ad ammettere a noi stessi, che Flora aveva convegni con altri uomini. Dove e come, e con chi? Nel luogo e nei modi meno adorni: poco lontano, sul fieno, in una conigliera clandestina, organizzata in un sottoscala da una cooperativa di Kapos tedeschi e polacchi. Bastava poco: una strizzata d' occhio, un cenno imperioso del capo, e Flora deponeva la scopa e seguiva docilmente l' uomo del momento. Ritornava sola, dopo pochi minuti; si riassettava le vesti e riprendeva a spazzare senza guardarci in viso. Dopo la squallida scoperta, il pane di Flora ci seppe di sale; ma non per questo smettemmo di accettarlo e mangiarlo. Non mi feci riconoscere da Flora, per carità verso di lei e verso me stesso. Di fronte a quei fantasmi, al me stesso di Buna, alla donna del ricordo ed alla sua reincarnazione, mi sentivo cambiato, intensamente "altro", come una farfalla davanti a un bruco. Nel limbo di Staryje Doroghi mi sentivo sporco, stracciato, stanco, greve, estenuato dall' attesa, eppure giovane e pieno di potenze e rivolto verso l' avvenire: Flora, invece, non era cambiata. Viveva ora con un ciabattino bergamasco, non coniugalmente, ma come una schiava. Lavava e cucinava per lui, e lo seguiva guardandolo con occhi umili e sottomessi; l' uomo, taurino e scimmiesco, sorvegliava ogni suo passo, e la picchiava selvaggiamente ad ogni ombra di sospetto. Di qui i lividi di cui era coperta: era venuta in infermeria di nascosto, e ora esitava a uscire incontro alla collera del suo padrone. A Staryje Doroghi nessuno esigeva nulla da noi, nulla ci sollecitava, su di noi non agiva alcuna forza, non ci dovevamo difendere da niente: ci sentivamo inerti e assestati come il sedimento di una alluvione. In questa nostra vita torpida e senza fatti, l' arrivo del camioncino del cinematografo militare sovietico segnò una data memorabile. Doveva essere una unità itinerante, già in servizio presso le truppe al fronte o in retrovia, ora essa pure sulla via del rimpatrio; comprendeva un proiettore, un gruppo elettrogeno, una scorta di pellicole, e il personale di servizio. Si fermò a Staryje Doroghi per tre giorni, e diede spettacolo ogni sera. Le proiezioni si svolgevano nella sala del teatro: era molto spaziosa, e le sedie asportate dai tedeschi erano state sostituite con rustiche panche, in equilibrio instabile sul pavimento in salita dallo schermo verso la galleria. La galleria, essa pure in pendenza, era ridotta a una stretta striscia; la parte più alta, per una levata d' ingegno dei misteriosi ed estrosi architetti della Casa Rossa, era stata tramezzata e suddivisa in una serie di camerette senz' aria né luce, le cui porte si aprivano verso il palcoscenico. Vi abitavano le donne sole della nostra colonia. La prima sera fu proiettata una vecchia pellicola austriaca, in sé mediocre, e di scarso interesse per i russi, ma ricca di emozioni per noi italiani. Era un film di guerra e di spionaggio, muto e con didascalie in tedesco; più precisamente, un episodio della prima guerra mondiale sul fronte italiano. Vi appariva lo stesso candore e lo stesso armamentario retorico degli analoghi film di produzione alleata: onore militare, sacri confini, combattenti eroici ma pronti al pianto come vergini, attacchi alla baionetta condotti con improbabile entusiasmo. Soltanto, era tutto capovolto: gli austro-ungheresi, ufficiali e soldati, erano nobili ed aitanti personaggi, valorosi e cavallereschi; visi spirituali e sensibili di guerrieri stoici, visi rudi e onesti di contadini, spiranti simpatia al primo sguardo. Gli italiani, tutti quanti, erano una caterva di volgari gaglioffi, tutti segnati da vistosi e risibili difetti corporei: strabici, obesi, colle spalle a bottiglia, colle gambe ercoline, con la fronte bassa e sfuggente. Erano vili e feroci, brutali e loschi: gli ufficiali, con facce da rammolliti viziosi, schiacciate sotto la mole incongrua del berretto a paiolo a noi familiare nei ritratti di Cadorna e di Diaz; i soldati, con grinte porcine o scimmiesche, messe in risalto dall' elmetto dei nostri padri, calcato di sghimbescio o tirato sugli occhi a nascondere sinistramente lo sguardo. Il fellone dei felloni, spia italiana a Vienna, era una stramba chimera, mezzo D' Annunzio e mezzo Vittorio Emanuele: di statura assurdamente piccola, tanto che era costretto a guardare tutti dal basso in alto, portava il monocolo e la cravatta a farfalla, e si muoveva su e giù per lo schermo con arroganti scatti da galletto. Rientrato nelle linee italiane, sovraintendeva con abominevole freddezza alla fucilazione di dieci civili tirolesi innocenti. Noi italiani, così poco avvezzi a vedere noi stessi nei panni del "nemico", odioso per definizione; così costernati dall' idea di essere odiati da chicchessia; ricavammo dalla visione della pellicola un piacere complesso, non privo di turbamento, e fonte di salutari meditazioni. Per la seconda sera, fu annunciato un film sovietico, e l' ambiente cominciò a scaldarsi: fra noi italiani, perché era il primo che vedevamo; fra i russi, perché il titolo prometteva un episodio di guerra, pieno di movimento e di sparatorie. La voce si era sparsa: inaspettatamente, arrivarono soldati russi da guarnigioni vicine e lontane, e fecero ressa davanti alle porte del teatro. Quando le porte si aprirono, irruppero dentro come un fiume in piena, scavalcando rumorosamente le panche e accalcandosi a gran gomitate e spintoni. Il film era ingenuo e lineare. Un aereo militare sovietico era costretto ad atterrare per avaria in un non precisato territorio montagnoso di frontiera; era un piccolo apparecchio biposto, con a bordo solo il pilota. Riparato il guasto, sul punto di decollare, si faceva avanti un notabile del luogo, uno sceicco inturbantato dall' aria straordinariamente sospetta, e con melliflue riverenze e genuflessioni turchesche supplicava di essere accolto a bordo. Anche un idiota avrebbe capito che quello era un pericoloso furfante, probabilmente un contrabbandiere, un capo dissidente o un agente straniero: ma tant' è, il pilota, con dissennata longanimità, aderiva alle sue prolisse preghiere, e lo accoglieva nel seggiolino posteriore dell' apparecchio. Si assisteva al decollo, e ad alcune ottime riprese dall' alto di catene montuose scintillanti di ghiacciai (penso si trattasse del Caucaso): indi lo sceicco, con segrete mosse viperine, cavava di tra le pieghe del mantello un pistolone a tamburo, lo puntava alla schiena del pilota e gli intimava di mutare rotta. Il pilota, senza neppure voltarsi indietro, reagiva con fulminea decisione: impennava l' apparecchio, ed eseguiva un brusco giro della morte. Lo sceicco si accasciava sul seggiolino, in preda alla paura e alla nausea; il pilota, invece di metterlo fuori combattimento, proseguiva tranquillamente la rotta verso la meta prefissa. Dopo pochi minuti, ed altre mirabili scene di alta montagna, il bandito si riprendeva; strisciava verso il pilota, alzava nuovamente la pistola, e ripeteva il tentativo. Questa volta l' aereo si metteva in picchiata, e precipitava per migliaia di metri a naso in giù , verso un inferno di picchi scoscesi e di abissi; lo sceicco sveniva e l' aereo riprendeva quota. Così procedeva il volo per più di un' ora, con sempre ripetute aggressioni da parte del mussulmano, e sempre nuove acrobazie da parte del pilota; finché, dopo un' ultima intimazione dello sceicco, che sembrava avere nove vite come i gatti, l' aereo entrava in vite, nuvole monti e ghiacciai gli turbinavano intorno fieramente, e scendeva infine a salvamento sul campo di atterraggio prestabilito. Lo sceicco esanime veniva ammanettato; il pilota, fresco come un fiore, invece di andare sotto inchiesta riceveva strette di mano da contegnosi superiori, la promozione sul campo, e un verecondo bacio da una ragazza che pareva lo aspettasse da tempo. I soldati russi del pubblico avevano seguito con fragorosa passione la vicenda goffa, applaudendo l' eroe e insultando il traditore; ma non fu nulla in confronto di quanto avvenne la terza sera. La terza sera fu annunciato Uragano (Hurricane), un discreto film americano degli anni trenta. Un marinaio polinesiano, moderna versione del "buon selvaggio", uomo semplice, forte e mite, viene volgarmente provocato in una taverna da un gruppo di bianchi ubriachi, e ne ferisce lievemente uno. La ragione è ovviamente dalla sua parte, ma nessuno testimonia in suo favore; viene arrestato, processato, e, con sua patetica incomprensione, condannato a un mese di reclusione. Non resiste che pochi giorni: non solo per un suo quasi animalesco bisogno di libertà e insofferenza di vincoli, ma principalmente perché sente, sa, che non lui ma i bianchi hanno violato la giustizia; se questa è la legge dei bianchi, allora la legge è ingiusta. Abbatte un guardiano ed evade fra una pioggia di pallottole. Adesso, il mite marinaio è diventato un criminale compiuto. Gli si dà la caccia in tutto l' arcipelago, ma è inutile cercarlo lontano: è ritornato tranquillamente al suo villaggio. Viene ripreso, e relegato in un' isola remota, in una casa di pena: lavoro e frustate. Fugge nuovamente, si getta a mare da un dirupo vertiginoso, ruba un canotto e veleggia per giorni verso la sua terra, senza mangiare né bere: vi approda esausto mentre sta incombendo l' uragano promesso dal titolo. Subito l' uragano si scatena furibondo, e l' uomo, da buon eroe americano, lotta da solo contro gli elementi, e salva non solo la sua donna, ma la chiesa, il pastore, e i fedeli che nella chiesa si erano illusi di trovare riparo. Così riabilitato, con la fanciulla al fianco si avvia verso un felice avvenire, sotto il sole che appare fra le ultime nubi in fuga. Questa vicenda, tipicamente individualistica, elementare, e non male raccontata, scatenò fra i russi un entusiasmo sismico. Già un' ora prima dell' inizio, una folla tumultuante (attratta dal cartellone, che riportava l' immagine della ragazza polinesiana, splendida e pochissimo vestita) premeva contro le porte; erano quasi tutti soldati molto giovani, armati. Era chiaro che nel pur grande "salone pendente" non c' era posto per tutti, nemmeno in piedi; appunto per questo essi lottavano accanitamente, a gomitate, per conquistarsi l' ingresso. Uno cadde, fu calpestato, e venne il giorno dopo in infermeria; credevamo di trovarlo fracassato, ma non aveva che qualche contusione: gente di ossa solide. In breve, le porte furono sfondate, fatte a pezzi e i rottami impugnati come clave: la folla che si pigiava in piedi all' interno del teatro era già fin dal principio altamente eccitata e bellicosa. Era per loro come se i personaggi del film, anziché ombre, fossero amici o nemici in carne ed ossa, a portata di mano. Il marinaio era acclamato ad ogni sua impresa, salutato con urrà fragorosi e con i mitra pericolosamente branditi al di sopra delle teste. I poliziotti e i carcerieri venivano insultati sanguinosamente, accolti con grida di "vattene", "a morte", "abbasso", "lascialo stare". Quando, dopo la prima evasione, il fuggiasco esausto e ferito viene nuovamente incatenato, e per di più schernito e deriso dalla maschera sardonica e asimmetrica di John Carradine, si scatenò un pandemonio. Il pubblico insorse urlando, in generosa difesa dell' innocente: una ondata di vendicatori mosse minacciosa verso lo schermo, a sua volta insultata e trattenuta da elementi meno accesi o più desiderosi di vedere come andava a finire. Volarono contro il telone sassi, zolle di terra, schegge delle porte demolite, perfino uno scarpone d' ordinanza, scagliato con furiosa precisione fra i due occhi odiosi del gran nemico, campeggiante in un enorme primo piano. Quando si giunse alla lunga e vigorosa sequenza dell' uragano, il tumulto volse al sabba. Si udirono strida acute delle poche donne rimaste intrappolate fra la ressa; fece la sua comparsa un palo, poi un altro, passati di mano in mano al di sopra delle teste, fra clamori assordanti. In principio non si comprese a cosa dovessero servire, poi il piano fu chiaro: un piano probabilmente premeditato fra gli esclusi che tumultuavano all' esterno. Si tentava la scalata al loggione-gineceo. I pali furono drizzati e appoggiati alla balconata, e vari energumeni, toltisi gli stivali, cominciarono ad arrampicarsi come si fa alle fiere di villaggio sugli alberi di cuccagna. A partire da questo momento, lo spettacolo della scalata tolse ogni interesse all' altro che proseguiva sullo schermo. Non appena uno dei pretendenti riusciva a salire al di sopra della marea di teste, veniva tirato per i piedi e ricondotto a terra da dieci o venti mani. Si formarono gruppi di sostenitori e avversari: un audace poté svincolarsi dalla folla e salire a grandi bracciate, un altro lo seguì lungo lo stesso palo. Quasi a livello della balconata lottarono fra loro per alcuni minuti, quello di sotto afferrando i calcagni dell' altro, questo difendendosi con pedate sferrate alla cieca. In pari tempo, si videro affacciate alla balconata le teste di un drappello di italiani, saliti a precipizio per le scale tortuose della Casa Rossa a proteggere le donne assediate; il palo, respinto dai difensori, oscillò, rimase librato per un lungo istante in posizione verticale, poi rovinò fra la folla come un pino abbattuto dai boscaioli, coi due uomini abbarbicati. A questo punto, non saprei dire se per caso o se per un savio intervento dall' alto, la lampada del proiettore si spense, tutto piombò nell' oscurità, il clamore della platea toccò una intensità paurosa, e tutti sfollarono all' aperto, al chiaro di luna, fra urla, bestemmie ed acclamazioni. Con rimpianto di tutti, la carovana del cinema partì il mattino seguente. La sera successiva si verificò un rinnovato e temerario tentativo russo di invasione dei quartieri femminili, questa volta attraverso i tetti e le grondaie; in seguito al quale, venne istituito un servizio di sorveglianza notturna, a cura di volontari italiani. Inoltre, per maggior cautela, le donne della galleria sloggiarono, e si ricongiunsero col grosso della popolazione femminile, in una camerata collettiva: sistemazione meno intima ma più sicura.

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