La tregua
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura
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Il bosco e la via
Rimanemmo a Staryje Doroghi, in quella Casa Rossa piena di misteri e di trabocchetti come un castello di fate, per due lunghi mesi: dal 15 luglio al 15 settembre del 1945. Furono mesi d' ozio e di relativo benessere, e perciò pieni di nostalgia penetrante. La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, freddo, fame, terrore, destituzione, malattia. È un dolore limpido e pulito, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni. Forse per questo, la foresta intorno al campo esercitava su di noi un' attrazione profonda. Forse perché offriva, a ognuno che lo ricercasse, il dono inestimabile della solitudine: e da quanto tempo ne eravamo privi! Forse perché ci ricordava altri boschi, altre solitudini della nostra esistenza precedente; o forse invece, al contrario, perché era solenne e austera e intatta come nessun altro scenario a noi noto. A nord della Casa Rossa, oltre la strada, si estendeva un terreno misto, di macchie, radure e pinete, inframmezzato da paludi e da lingue di fine sabbia candida; si incontrava qualche sentiero tortuoso e appena segnato, che conduceva a casolari lontani. Ma verso sud, a poche centinaia di passi dalla Casa Rossa, ogni traccia umana spariva. Anche ogni traccia di vita animale, se si eccettui l' occasionale balenare fulvo di uno scoiattolo, o il sinistro occhio fermo di una biscia d' acqua, avvolta intorno a un tronco marcito. Non c' erano sentieri, non tracce di boscaioli, nulla: solo silenzio, abbandono, e tronchi in tutte le direzioni, tronchi pallidi di betulle, rosso-bruni di conifere, slanciati verticalmente verso il cielo invisibile; e altrettanto invisibile era il suolo, coperto da uno spesso strato di foglie morte e di aghi, e da cespi di sottobosco selvaggio alto fino alla cintura. La prima volta che vi penetrai, imparai a mie spese, con sorpresa e spavento, che il rischio di "perdersi nel bosco" non esiste solo nelle fiabe. Avevo camminato per circa un' ora, orientandomi alla meglio col sole, visibile qua e là dove i rami erano meno fitti; ma poi il cielo si coprì minacciando pioggia, e quando volli tornare mi resi conto di avere perduto il nord. Muschio sui tronchi? ce n' era da ogni lato. Mi avviai nella direzione che più mi pareva giusta: ma dopo un lungo e penoso cammino fra i rovi e gli sterpi mi trovavo in un punto altrettanto indefinito quanto quello da cui mi ero mosso. Camminai ancora per ore, sempre più stanco e inquieto, fin quasi al tramonto: e già pensavo che se anche i compagni fossero venuti a cercarmi, non mi avrebbero trovato, o solo dopo giorni, stremato dalla fame, forse già morto. Quando la luce del giorno cominciò a impallidire, si levarono sciami di grosse zanzare affamate, e di altri insetti che non saprei definire, grossi e duri come pallottole da fucile, che saettavano fra tronco e tronco alla cieca picchiandomi in faccia. Allora decisi di partire davanti a me, all' ingrosso verso nord (e cioè lasciandomi sulla sinistra un tratto di cielo leggermente più luminoso, che doveva corrispondere al ponente), e di marciare senza più fermarmi finché non avessi incontrato la grande strada, o comunque un sentiero o una traccia. Procedetti così nel lunghissimo crepuscolo della estate settentrionale, fin quasi al buio completo, ormai in preda a un orgasmo panico, alla paura antichissima delle tenebre, del bosco e del vuoto. Malgrado la stanchezza, provavo un impulso violento a buttarmi in corsa davanti a me, in una direzione qualsiasi, e di correre finché avessi forza e fiato. Udii ad un tratto il fischio di un treno: avevo dunque la ferrovia sulla mia destra, mentre, secondo la rappresentazione che mi ero fatta, avrebbe dovuto essere molto lontana sulla sinistra. Stavo dunque andando dalla parte sbagliata. Seguendo il fragore del treno, raggiunsi la strada ferrata prima di notte, e seguendo i binari luccicanti in direzione dell' Orsa Minore ricomparsa fra le nuvole, arrivai a salvamento prima a Staryje Doroghi, indi alla Casa Rossa. Ma c' era chi nella foresta si era trasferito, e vi abitava: il primo era stato Cantarella, uno dei "rumeni", che si era scoperta la vocazione dell' eremita. Cantarella era un marinaio calabrese di altissima statura e di magrezza ascetica, taciturno e misantropo. Si era costruita una capanna di tronchi e di frasche a mezz' ora dal campo, e qui viveva in solitudine selvaggia, vestito soltanto di un perizoma. Era un contemplativo, ma non un ozioso: esercitava una curiosa attività sacerdotale. Possedeva un martello e una specie di rozza incudine, che aveva ricavato da un residuato di guerra e incastrato in un ceppo: con questi strumenti, e con vecchie latte di conserva, fabbricava pentole e padelle con grande abilità e diligenza religiosa. Le fabbricava su commissione, per le nuove convivenze. Quando, nella nostra variegata comunità, un uomo e una donna risolvevano di fare vita comune, e sentivano quindi il bisogno di un minimo di suppellettile per mettere su casa, andavano da Cantarella, tenendosi per mano. Lui, senza fare domande, si metteva al lavoro, e in poco più di un' ora, con sapienti colpi di martello, piegava e ribatteva lamiere nelle forme che i coniugi desideravano. Non chiedeva compenso, ma accettava doni in natura, pane, formaggio, uova; così il matrimonio era celebrato, e così Cantarella viveva. C' erano anche altri abitatori del bosco: me ne accorsi un giorno, seguendo a caso un sentiero che si addentrava verso ponente, rettilineo e ben segnato, e che non avevo notato fino allora. Portava in una regione del bosco particolarmente fitta, si infilava in una vecchia trincea e finiva alla porta di una casamatta di tronchi, quasi totalmente interrata: sporgevano dal suolo solo il tetto e un camino. Spinsi la porta, che cedette: dentro non c' era nessuno, ma il luogo era evidentemente abitato. Sul pavimento di terra nuda (ma spazzato e pulito) c' era una stufetta, dei piatti, una gavetta militare; in un angolo, un giaciglio di fieno; appesi alle pareti, abiti femminili e fotografie di uomini. Ritornai al campo, e scopersi di essere il solo a non saperlo: nella casamatta, notoriamente, vivevano due donne tedesche. Erano due ausiliarie della Wehrmacht, che non erano riuscite a seguire i tedeschi in rotta ed erano rimaste isolate negli spazi russi. Dei russi avevano paura, e non si erano consegnate: avevano vissuto per mesi precariamente, di piccoli furti, di erbe, di prostituzione saltuaria e furtiva a favore degli inglesi e dei francesi che prima di noi avevano occupato la Casa Rossa; finché lo stanziamento italiano aveva portato loro prosperità e sicurezza. Le donne, nella nostra colonia, erano poche, non più di duecento, e quasi tutte avevano presto trovato una sistemazione stabile: non erano più disponibili. Perciò, per un numero imprecisato di italiani, andare "dalle ragazze del bosco" era diventata una consuetudine, e l' unica alternativa al celibato. Una alternativa ricca di un fascino complesso: perché la faccenda era segreta e vagamente pericolosa (assai più per le donne che per loro, in verità); perché le ragazze erano straniere e mezze inselvatichite; perché erano in stato di bisogno, e quindi si aveva l' impressione esaltante di "proteggerle"; e per lo scenario fiabesco-esotico di quegli incontri. Non solo Cantarella, ma anche il Velletrano nel bosco aveva ritrovato se stesso. L' esperimento di trapiantare nella civiltà un "uomo selvatico" è stato tentato più volte, spesso con ottimo esito, a dimostrare la fondamentale unità della specie umana; nel Velletrano si realizzava l' esperienza inversa, poiché, originario delle vie sovraffollate di Trastevere, si era ritrasformato in uomo selvaggio con mirabile facilità. In realtà, molto civile non doveva essere stato mai. Il Velletrano era un ebreo sulla trentina, reduce da Auschwitz. Doveva avere costituito un problema per il funzionario del Lager addetto ai tatuaggi, perché entrambi i suoi avambracci muscolosi erano fittamente coperti da tatuaggi preesistenti: i nomi delle sue donne, come mi spiegò Cesare, che lo conosceva da un pezzo, e che mi precisò che il Velletrano non si chiamava Velletrano, e neppure era nato a Velletri, ma ci era stato a balia. Non pernottava quasi mai alla Casa Rossa: viveva nella foresta, scalzo e seminudo. Viveva come i nostri lontani progenitori: tendeva trappole alle lepri e alle volpi, si arrampicava sugli alberi per nidi, abbatteva le tortore a sassate, e non disdegnava i pollai dei casolari più lontani; raccoglieva funghi, e bacche tenute generalmente per incommestibili, e a sera non era raro incontrarlo nelle vicinanze del campo, accovacciato sui talloni davanti a un gran fuoco, su cui, cantando rozzamente, arrostiva la preda della giornata. Dormiva poi sulla nuda terra, coricato accanto alle braci. Ma, poiché era figlio d' uomo tuttavia, perseguiva a suo modo la virtù e la conoscenza, e perfezionava di giorno in giorno le sue arti e i suoi strumenti: si fabbricò un coltello, poi una zagaglia e un' ascia, e se ne avesse avuto il tempo, non dubito che avrebbe riscoperto l' agricoltura e la pastorizia. Quando la giornata era stata buona, si faceva socievole e conviviale: attraverso Cesare, che si prestava volentieri a presentarlo come un fenomeno da fiera, e a raccontarne le leggendarie avventure precedenti, invitava tutti quanti a omerici festini di carni abbrustolire, e se qualcuno ricusava diventava cattivo e tirava fuori il coltello. Dopo alcuni giorni di pioggia, e altri di sole e di vento, nel bosco i funghi e i mirtilli crebbero con tale abbondanza da diventare interessanti non più sotto l' aspetto puramente georgico e sportivo, ma sotto quello utilitario. Tutti, prese le opportune precauzioni per non smarrire la via del ritorno, passavamo intere giornate alla raccolta. I mirtilli, in arbusti molto più alti di quelli nostrani, erano grossi quasi come nocciole, e saporiti: ne portavamo al campo a chili, e tentammo perfino (ma invano) di farne fermentare il succo in vino. Quanto ai funghi, se ne trovavano di due varietà: alcuni erano normali porcini, gustosi e sicuramente commestibili; gli altri erano simili a questi come forma e come odore, ma più grossi e legnosi e di colori alquanto diversi. Nessuno di noi era certo che questi fossero mangerecci; d' altra parte, si poteva forse lasciarli marcire nel bosco? Non si poteva: eravamo tutti mal nutriti, e inoltre era ancora troppo recente in noi la memoria della fame di Auschwitz, e si era mutata in un violento stimolo mentale, che ci obbligava a riempirci lo stomaco a oltranza e ci vietava imperiosamente di rinunciare a qualsiasi occasione di mangiare. Cesare ne raccolse una buona quantità, e li fece bollire secondo prescrizioni e cautele a me ignote, aggiungendo all' intingolo vodka e aglio comperati al villaggio, che "ammazzano tutti i veleni". Poi, lui stesso ne mangiò, ma poco, e ne offrì un pochino a molta gente, in modo da limitare il rischio e da disporre di una abbondante casistica per il giorno dopo. Il giorno dopo fece il giro delle camerate, e non era mai stato tanto cerimonioso e sollecito: _ Come sta, sora Elvira? Come va, don Vincenzo? Avete dormito bene? Avete passato una buona nottata? _ e intanto li guardava in faccia con occhio clinico. Stavano tutti benissimo, i funghi strani si potevano mangiare. Per i più pigri e i più ricchi, non era necessario andare nel bosco per trovare "extra" alimentari. Presto i contatti commerciali fra il villaggio di Staryje Doroghi e noi ospiti della Casa Rossa si fecero intensi. Ogni mattina arrivavano contadine con ceste e secchi; sedevano a terra, e stavano immobili per ore in attesa dei clienti. Se veniva uno scroscio di pioggia, non si muovevano dal luogo, ma soltanto si ribattevano le sottane sopra il capo. I russi fecero due o tre tentativi di cacciarle via, affissero due o tre manifesti bilingui che minacciavano ai contraenti pene di insensata severità, poi, come d' abitudine, si disinteressarono della questione, e i baratti continuarono indisturbati. Erano contadine vecchie e giovani: quelle, abbigliate al modo tradizionale, con giacche e gonne trapunte e imbottite e il fazzoletto legato sul capo; queste, in leggere vesti di cotone, per lo più scalze, franche, ardite e pronte al riso, ma non sfrontate. Oltre ai funghi, ai mirtilli e ai lamponi, vendevano latte, formaggio, uova, polli, verdura e frutta, e accettavano in cambio pesce, pane, tabacco, e qualsiasi capo di vestiario o pezzo di tessuto, anche il più lacero e logoro; anche rubli, naturalmente, da chi ancora ne aveva. Cesare in breve le conobbe tutte, specialmente le giovani. Andavo spesso con lui dalle russe, per assistere alle loro interessanti contrattazioni. Non intendo già negare l' utilità che in un rapporto di affari si parli la stessa lingua, ma, per esperienza, posso affermare che questa condizione non è strettamente necessaria: ognuno dei due sa bene che cosa l' altro desidera, non conosce inizialmente l' intensità di tale desiderio, rispettivamente di comperare e di vendere, ma la deduce con ottima approssimazione dalla espressione del viso dell' altro, dai suoi gesti e dal numero delle sue repliche. Ecco Cesare, che di buon mattino si presenta al mercato con un pesce. Cerca e trova la Irina, sua coetanea ed amica, le cui simpatie si è conquistato tempo addietro battezzandola "Greta Garbo" e regalandole una matita: Irina ha una mucca e vende latte, "molokò"; anzi, spesso, alla sera, tornando dal pascolo, si ferma davanti alla Casa Rossa e munge il latte direttamente nei recipienti della sua clientela. Questa mattina si tratta di concordare quanto latte valga il pesce di Cesare: Cesare mostra una pentola da due litri (è di quelle di Cantarella, e Cesare la ha rilevata da un "ménage" scioltosi per incompatibilità), e fa segno colla mano tesa, palmo all' ingiù, che la intende piena. Irina ride, e risponde con parole vivaci e armoniose, probabilmente contumelie; allontana con uno schiaffo la mano di Cesare, e segna con due dita la parete della pentola a metà altezza. Ora tocca a Cesare indignarsi: brandisce il pesce (non manomesso), lo libra in aria per la coda con enorme sforzo, come se pesasse venti chili, dice: _ Questa è una ribbona! _ poi lo fa scorrere sotto il naso di Irina per tutta la sua lunghezza, e così facendo chiude gli occhi e inspira lungamente aria, come inebriato dal profumo. Profittando dell' attimo in cui Cesare ha gli occhi chiusi, rapida come un gatto Irina gli strappa il pesce, ne stacca netta la testa coi denti candidi, e sbatte il corpo flaccido e mutilato in faccia a Cesare, con tutta la notevole forza di cui dispone. Poi, per non rovinare l' amicizia e la trattativa, tocca la pentola a tre quarti di altezza: un litro e mezzo. Cesare, mezzo stordito dal colpo, brontola con voce cavernosa: _ Séeee: e come te metti? _ e aggiunge altre galanterie oscene idonee a restaurare il suo onore virile; poi però accetta l' ultima offerta di Irina, e le lascia il pesce, che quella divora seduta stante. Dovevamo ritrovare la vorace Irina più tardi, a diverse riprese, in un contesto piuttosto imbarazzante per noi latini, in tutto normale per lei. In una radura del bosco, a metà distanza fra il villaggio e il campo, era il bagno pubblico, che non manca in alcun villaggio russo, e che a Staryje Doroghi funzionava a giorni alterni per i russi e per noi. Era un capannone di legno, con dentro due lunghe panche di pietra, e sparse ovunque tinozze di zinco di varia misura. Alla parete, rubinetti con acqua fredda e calda a volontà. Non era invece a volontà il sapone, che veniva distribuito con molta parsimonia nello spogliatoio. Il funzionario addetto alla distribuzione del sapone era Irina. Stava a un tavolino con sopra un panetto di sapone grigiastro e puzzolente, e teneva in mano un coltello. Ci si spogliava, si affidavano gli abiti alla disinfezione, e ci si metteva in fila completamente nudi davanti al tavolo di Irina. In queste sue mansioni di pubblico ufficiale, la ragazza era serissima e incorruttibile: colla fronte aggrottata per l' attenzione e la lingua infantilmente stretta fra i denti, tagliava una fettina di sapone per ogni aspirante al bagno: un po' più sottile per i magri, un po' più spessa per i grassi, non so se a ciò comandata, o se mossa da una inconscia esigenza di giustizia distributiva. Neppure un muscolo del suo viso trasaliva alle impertinenze dei clienti più sguaiati. Dopo il bagno, bisognava ricuperare i propri abiti nella camera di disinfezione: e questa era un' altra sorpresa del regime di Staryje Doroghi. La camera era scaldata a 120ä: quando ci dissero per la prima volta che occorreva entrarvi personalmente a ritirare i panni, ci guardammo perplessi: i russi sono fatti di bronzo, lo avevamo visto in più occasioni, ma noi no, e saremmo andati arrosto. Poi qualcuno provò, e si vide che l' impresa non era terribile come sembrava, purché si adottassero le seguenti precauzioni: entrare ben bagnati; sapere già in precedenza il numero del proprio attaccapanni; prendere fiato abbondante prima di passare la porta, e poi non respirare più; non toccare alcun oggetto metallico; e soprattutto fare in fretta. Gli abiti disinfettati presentavano interessanti fenomeni: cadaveri di pidocchi esplosi, stranamente deformati; penne stilografiche di ebanite, dimenticate nel taschino da qualche benestante, contorte e col cappuccio saldato; mozziconi di candela fusi e imbevuti nel tessuto; un uovo, lasciato in una tasca a scopo sperimentale, screpolato ed essiccato in una massa cornea, tuttavia ancora commestibile. Ma i due bagnini russi entravano e uscivano dalla fornace con indifferenza, come le salamandre della leggenda. I giorni di Staryje Doroghi passavano così, in una interminabile indolenza, sonnolenta e benefica come una lunga vacanza, rotta solo a intervalli dal pensiero doloroso della casa lontana, e dall' incanto della natura ritrovata. Era vano rivolgersi ai russi del Comando per sapere perché non ritornavamo, quando saremmo ritornati, per che via, quale avvenire ci attendeva: non ne sapevano più di noi, oppure, con candore cortese, ci elargivano risposte fantasiose o terrificanti o insensate. Che non c' erano treni; o che stava per scoppiare la guerra con l' America; o che presto ci mandavano a lavorare in kolchoz; o che aspettavano di scambiarci con prigionieri russi in Italia. Ci annunciavano queste o altre enormità senza odio né derisione, anzi, con sollecitudine quasi affettuosa, come si parla ai bambini che fanno troppe domande, per farli stare tranquilli. In realtà, non comprendevano quella nostra fretta di tornare a casa: non avevamo da mangiare e da dormire? Che cosa ci mancava, a Staryje Doroghi? Non avevamo neppure da lavorare; e forse che loro, soldati dell' Armata Rossa, che avevano fatto quattro anni di guerra, e l' avevano vinta, si lamentavano di non essere ancora tornati a casa? Tornavano infatti a casa alla spicciolata, lentamente, e, secondo le apparenze, in un disordine estremo. Lo spettacolo della smobilitazione russa, che già avevamo ammirato alla stazione di Katowice, proseguiva ora in altra forma sotto i nostri occhi, giorno per giorno; non più per ferrovia, ma lungo la strada davanti alla Casa Rossa, passavano brandelli dell' esercito vincitore, da ovest verso est, in drappelli chiusi o sparsi, a tutte le ore del giorno e della notte. Passavano uomini a piedi, spesso scalzi e con le scarpe in spalla per risparmiare le suole, perché il cammino era lungo: in divisa o no, armati o disarmati, alcuni cantando baldanzosamente, altri terrei e sfiniti. Alcuni portavano a spalle sacchi o valige; altri, gli arnesi più disparati, una sedia imbottita, una lampada a piede, pentole di rame, una radio, un orologio a pendolo. Altri passavano su carretti, o a cavallo; altri ancora, in motocicletta, a stormi, ebbri di velocità, con fragore infernale. Passavano autocarri Dodge di fabbricazione americana, gremiti di uomini fin sul cofano e sui parafanghi; alcuni trascinavano un rimorchio altrettanto gremito. Vedemmo uno di questi rimorchi viaggiare su tre ruote: al posto della quarta era stato assicurato alla meglio un pino, in posizione obliqua, in modo che una estremità appoggiasse sul suolo strisciandovi. A mano a mano che questa si consumava per l' attrito, il tronco veniva spinto più in basso, così da mantenere il veicolo in equilibrio. Quasi davanti alla Casa Rossa, una delle tre gomme superstiti si afflosciò; gli occupanti, una ventina, scesero, ribaltarono il rimorchio fuori di strada, e si cacciarono a loro volta sull' autocarro già zeppo, che ripartì in un nugolo di polvere mentre tutti gridavano "Hurrà". Passavano anche, tutti sovraccarichi, altri insoliti veicoli: trattori agricoli, furgoni postali, autobus tedeschi già addetti alle linee urbane, che ancora portavano le targhe coi nomi dei capilinea di Berlino: alcuni già in avaria, e trainati da altri automezzi o da cavalli. Verso i primi di agosto, questa migrazione molteplice prese a mutare insensibilmente natura. A poco a poco, sui veicoli cominciarono a prevalere i cavalli: dopo una settimana, non si vide più altro che questi, la strada apparteneva a loro. Dovevano essere tutti i cavalli della Germania occupata, a decine di migliaia al giorno: passavano interminabilmente, in una nuvola di mosche e di tafani e di acuto odore ferino, stanchi, sudati, affamati; erano sospinti e incitati con grida e colpi di frusta da ragazze, una ogni cento e più animali, esse pure a cavallo, senza sella, a gambe nude, accaldate e scarmigliate. A sera, spingevano i cavalli nelle praterie e nei boschi ai lati della strada, perché pascolassero in libertà e si riposassero fino all' alba. C' erano cavalli da tiro, cavalli da corsa, muli, giumente col puledro alla poppa, vecchi ronzini anchilosati, somari; ci accorgemmo presto non solo che non erano contati, ma che le mandriane non si curavano per nulla delle bestie che uscivano di strada perché stanche o ammalate o azzoppate, né di quelle che si smarrivano durante la notte. I cavalli erano tanti e poi tanti: che importanza poteva avere che ne arrivasse a destinazione uno di più o uno di meno? Ma per noi, pressoché digiuni di carne da diciotto mesi, un cavallo di più o uno di meno aveva una enorme importanza. Chi aprì la caccia fu, naturalmente, il Velletrano: venne a svegliarci un mattino, insanguinato da capo a piedi, e teneva ancora in mano l' arma primordiale di cui si era servito, una scheggia di granata legata con cinghie di cuoio in cima a un randello biforcuto. Dal sopraluogo che facemmo (poiché il Velletrano non era molto bravo a spiegarsi a parole) risultò che egli aveva dato il colpo di grazia a un cavallo probabilmente già in agonia: il povero animale aveva un aspetto sommamente equivoco, la pancia gonfia che suonava come un tamburo, la bava alla bocca; e doveva avere scalciato tutta la notte, in preda a chissà quali tormenti, poiché, sdraiato su un fianco, aveva scavato con gli zoccoli nell' erba due profondi semicerchi di terra bruna. Ma lo mangiammo ugualmente. In seguito, si costituirono diverse coppie di cacciatori-beccai specializzati, che non si accontentavano più di abbattere i cavalli malati o dispersi, ma sceglievano i più grassi, li facevano deliberatamente uscire dalla mandria e li uccidevano poi nel bosco. Agivano di preferenza alle prime luci dell' alba: uno copriva con un panno gli occhi dell' animale, e l' altro gli vibrava il colpo mortale (ma non sempre) sulla cervice. Fu un periodo di assurda abbondanza: c' era carne di cavallo per tutti, senza alcuna limitazione, gratis; tutt' al più, i cacciatori chiedevano per un cavallo morto due o tre razioni di tabacco. In tutti gli angoli del bosco, e quando pioveva anche nei corridoi e nei sottoscala della Casa Rossa, si vedevano uomini e donne affaccendati a cuocere enormi bistecche di cavallo coi funghi: senza le quali, noi reduci da Auschwitz avremmo tardato ancora molti mesi a riacquistare le nostre forze. Neppure di questo saccheggio i russi del Comando si diedero il minimo pensiero. Vi fu un solo intervento russo, e una sola punizione: verso la fine del passaggio, quando già la carne di cavallo scarseggiava e il prezzo tendeva a salire, uno della congrega di San Vittore ebbe l' improntitudine di aprire una macelleria vera e propria, in uno dei molti stambugi della Casa Rossa. Questa iniziativa ai russi non piacque, non fu chiaro se per ragioni igieniche o morali: il colpevole venne pubblicamente redarguito, dichiarato "cort (diavolo), parazìt, spjekulànt", e cacciato in cella. Non era una punizione molto severa: alla cella, per oscure ragioni, forse per burocratico atavismo di un tempo in cui i prigionieri dovevano essere stati a lungo in numero di tre, spettavano tre razioni alimentari al giorno. Che i detenuti fossero nove, o uno, o nessuno, non importava: le razioni erano sempre tre. Così il macellaio abusivo uscì di cella allo scadere della pena, dopo dieci giorni di sovralimentazione, grasso come un maiale e pieno di gioia di vivere.
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