La tregua
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura
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Una curizetta
Il campo di raccolta in cui avevo così fortunosamente ritrovato Mordo Nahum si chiamava Sluzk. Chi cercasse in una buona carta dell' Unione Sovietica il paesino che porta questo nome, con un poco di pazienza potrebbe anche trovarlo, in Russia Bianca, un centinaio di chilometri a sud di Minsk. Ma su nessuna carta geografica è segnato il villaggio che si chiama Staryje Doroghi, nostra ultima destinazione. A Sluzk, nel luglio 1945, sostavano diecimila persone; dico persone, perché ogni termine più restrittivo sarebbe improprio. C' erano uomini, ed anche un buon numero di donne e di bambini. C' erano cattolici, ebrei, ortodossi e mussulmani; c' erano bianchi e gialli e diversi negri in divisa americana; tedeschi, polacchi, francesi, greci, olandesi, italiani ed altri; ed inoltre, tedeschi che si pretendevano austriaci, austriaci che si dichiaravano svizzeri, russi che si dichiaravano italiani, una donna travestita da uomo, e perfino, cospicuo in mezzo alla folla cenciosa, un generale magiaro in alta uniforme, litigioso e variopinto e stupido come un gallo. A Sluzk si stava bene. Faceva caldo, anche troppo; si dormiva per terra, ma non c' era da lavorare e c' era da mangiare per tutti. Anzi, il servizio mensa era meraviglioso: veniva affidato dai russi, a rotazione, per una settimana a ciascuna delle principali nazionalità rappresentate nel campo. Si mangiava in un vasto locale, luminoso e pulito; ogni tavolo aveva otto coperti, bastava arrivare all' ora giusta e sedersi, senza controlli né turni né code, e subito arrivava la processione dei cucinieri volontari, con vivande sorprendenti, pane e tè. Durante il nostro breve soggiorno erano al potere gli ungheresi: cucinavano degli spezzatini infuocati, e delle enormi razioni di spaghetti col prezzemolo, stracotti e pazzamente zuccherati. Inoltre, fedeli ai loro idoli nazionali, avevano istituito una orchestrina zigana: sei musicanti di paese, in brache di velluto e farsetti di cuoio ricamato, maestosi e sudati, che attaccavano con l' inno nazionale sovietico, quello ungherese e la Hatikvà (in onore del forte nucleo di ungheresi ebrei), e proseguivano poi con frivole csarde interminabili, finché l' ultimo commensale non aveva deposto le posate. Il campo non era cintato. Era costituito da edifici cadenti, a uno o due piani, allineati ai quattro lati di un vasto spiazzo erboso, probabilmente l' antica piazza d' armi. Sotto il sole ardente della calda estate russa, questo appariva costellato di dormienti, di gente intenta a spidocchiarsi, a rammendarsi gli abiti, a cucinare su fuochi di fortuna; e animato da gruppi più vitali, che giocavano al pallone o ai birilli. Al centro, dominava una enorme baracca di legno, bassa, quadrata, con tre ingressi tutti sullo stesso lato. Sui tre architravi, in grossi caratteri cirillici tracciati col minio da mano incerta, stavano scritte tre parole: "Muzskaja", "Zenskaja", "Ofitserskaja", vale a dire "Per uomini", "Per donne", "Per ufficiali". Era la latrina del campo, ed insieme la sua caratteristica più saliente. All' interno, c' era solo un piancito di tavole sconnesse, e cento buchi quadrati, dieci per dieci, come una gigantesca e rabelaisiana tavola pitagorica. Non esistevano suddivisioni fra gli scompartimenti destinati ai tre sessi: o se ce n' erano state, erano scomparse. L' amministrazione russa non si curava assolutamente del campo, tanto da far dubitare che esistesse: ma doveva pure esistere, dal momento che si mangiava tutti i giorni. In altri termini, era una buona amministrazione. Passammo a Sluzk una diecina di giorni. Erano giorni vuoti, senza incontri, senza avvenimenti a cui ancorare la memoria. Provammo un giorno a uscire dal rettangolo delle caserme, e ad inoltrarci nella pianura a raccogliere erbe mangerecce: ma dopo mezz' ora di cammino ci trovammo come in mezzo al mare, al centro dell' orizzonte, senza un albero, un' altura, una casa da scegliere come meta. A noi italiani, abituati alle quinte di montagne e colline, e alla pianura gremita di presenze umane, lo spazio russo immenso, eroico, dava la vertigine, e ci appesantiva il cuore di ricordi dolorosi. Tentammo poi di cuocere le erbe che avevamo raccolte, ma ne cavammo poco utile. Io avevo trovato in un sottotetto un trattato di ostetricia, in tedesco, bene illustrato a colori, in due pesanti volumi: e poiché la carta stampata è per me un vizio, e da più di un anno ne ero digiuno, passavo le mie ore leggendo senza metodo; oppure dormendo al sole in mezzo all' erba selvaggia. Un mattino, con velocità misteriosa e fulminea, si propagò fra noi la notizia che avremmo dovuto lasciare Sluzk, a piedi, per essere sistemati a Staryje Doroghi, a settanta chilometri di distanza, in un campo di soli italiani. I tedeschi, in analoghe circostanze, avrebbero cosparso i muri di manifesti bilingui, nitidamente stampati, con specificata l' ora della partenza, l' equipaggiamento prescritto, la tabella di marcia, e la pena di morte per i renitenti. I russi invece lasciarono che l' ordinanza si propagasse da sé, e che la marcia di trasferimento si organizzasse da sé. La notizia provocò un certo subbuglio. In dieci giorni, più o meno bene, a Sluzk ci eravamo ambientati, e soprattutto temevamo di lasciare la stravagante abbondanza delle cucine di Sluzk contro chissà quale altra miserabile condizione. Inoltre, settanta chilometri sono tanti; nessuno fra noi era allenato per una marcia così lunga, e pochi disponevano di calzature adatte. Tentammo invano di avere notizie più precise dal Comando russo: tutto quello che ne potemmo ricavare, fu che si doveva partire al mattino del 20 luglio, e che un Comando russo vero e proprio pareva che non esistesse. Al mattino del 20 luglio ci trovammo radunati nella piazza centrale, come una immensa carovana di zingari. All' ultimo momento, si era venuto a sapere che fra Sluzk e Staryje Doroghi esisteva un raccordo ferroviario: tuttavia il viaggio in treno fu concesso solo alle donne e ai bambini, e inoltre ai soliti raccomandati, ed ai non meno soliti furbi. D' altronde, per aggirare la tenue burocrazia che reggeva le nostre sorti non occorreva un' astuzia eccezionale: ma tant' è, non molti a quell' epoca se ne erano accorti. Fu dato verso le dieci l' ordine di partenza, e subito dopo un contrordine. A questa seguirono numerose altre false partenze, cosicché ci muovemmo solo verso mezzogiorno, senza avere mangiato. Per Sluzk e Staryje Doroghi passa una grande autostrada, la stessa che collega Varsavia con Mosca. A quel tempo era in completo abbandono: era costituita da due carreggiate laterali, in terra nuda, destinate ai cavalli, e da una centrale, già asfaltata ma allora sconvolta dalle esplosioni e dai cingoli dei mezzi corazzati, e quindi poco diversa dalle altre due. Percorre una sterminata pianura, quasi priva di centri abitati, e perciò è costituita da lunghissimi tronconi rettilinei: fra Sluzk e Staryje Doroghi c' era una sola curva appena accennata. Eravamo partiti con una certa baldanza: il tempo era splendido, eravamo abbastanza ben nutriti, e l' idea di una lunga camminata nel cuore di quel leggendario paese, le paludi del Pripet, aveva in sé un certo fascino. Ma mutammo opinione ben presto. In nessuna altra parte d' Europa, credo, può accadere di camminare per dieci ore, e di trovarsi sempre allo stesso posto, come in un incubo: di avere sempre davanti a sé la strada diritta fino all' orizzonte, sempre ai due lati steppa e foresta, e sempre alle spalle altra strada fino all' orizzonte opposto, come la scia di una nave; e non villaggi, non case, non un fumo, non una pietra miliare che in qualche modo segnali che un po' di spazio è pure stato conquistato; e non incontrare anima viva, se non voli di cornacchie, e qualche falco che incrocia pigramente nel vento. Dopo qualche ora di marcia, la nostra colonna, inizialmente compatta, si snodava ormai per due o tre chilometri. In coda procedeva una carretta militare russa, tirata da due cavalli e guidata da un sottufficiale corrucciato e mostruoso: aveva perso in battaglia le due labbra, e dal naso al mento il suo viso era un teschio terrificante. Avrebbe dovuto, penso, raccogliere gli esausti: si occupava invece diligentemente di recuperare i bagagli che a mano a mano venivano abbandonati sulla pista da gente che per la stanchezza rinunciava a portarli oltre. Per un poco ci illudemmo che li avrebbe restituiti all' arrivo: ma il primo che provò ad arrestarsi e ad attendere la carretta fu accolto con urla, schiocchi di frusta e minacce inarticolate. In questo modo finirono i due volumi di ostetricia, che costituivano di gran lunga la parte più pesante del mio bagaglio personale. Al tramonto, il nostro gruppo procedeva ormai isolato. Camminavano accanto a me il mite e paziente Leonardo; Daniele, zoppicante ed inferocito dalla sete e dalla stanchezza; il signor Unverdorben, con un suo amico triestino; e Cesare, naturalmente. Ci arrestammo a prendere fiato all' unica curva che interrompeva la fiera monotonia della strada; c' era una capanna scoperchiata, forse l' unico resto visibile di un villaggio spazzato dalla guerra. Dietro, scoprimmo un pozzo, a cui ci dissetammo con voluttà. Eravamo stanchi e avevamo i piedi gonfi e piagati. Io avevo perso da tempo le mie scarpe da arcivescovo, ed avevo ereditato da chissà chi un paio di scarpette da ciclista, leggere come piume; ma mi andavano strette, ed ero costretto a toglierle ad intervalli e a camminare scalzo. Tenemmo un breve consiglio: e se quello ci faceva camminare tutta la notte? Non ci sarebbe stato da stupirsene: una volta a Katowice i russi ci avevano fatto scaricare stivali da un treno per ventiquattr' ore filate, e anche loro lavoravano con noi. Perché non imboscarci? A Staryje Doroghi saremmo arrivati con tutta calma il giorno dopo, il russo ruolini per fare un appello non ne aveva sicuro, la notte si annunciava tiepida, acqua ce n' era, e qualcosa per cena, fra tutti e sei, non molto, ne avevamo. La capanna era in rovina, ma un po' di tetto per ripararci dalla rugiada c' era ancora. _ Benissimo, _ disse Cesare. _ Io ci sto. Per stasera, io mi voglio fare una gallinella arrostita. Così ci nascondemmo nel bosco finché la carretta con lo scheletro non fu passata, aspettammo che gli ultimi ritardatari se ne fossero andati dal pozzo, e prendemmo possesso del nostro luogo di bivacco. Stendemmo a terra le coperte, aprimmo i sacchi, accendemmo un fuoco, e cominciammo a preparare la cena, con pane, "kasa" di miglio e una scatola di piselli. _ Ma quale cena, _ disse Cesare; _ ma quali piselli. Voi non avete capito bene. Io stasera voglio fare festa, e mi voglio fare una gallinella arrostita. Cesare è un uomo indomabile: già me n' ero potuto convincere girando con lui i mercati di Katowice. Fu inutile rappresentargli che trovare un pollo di notte, in mezzo alle paludi del Pripet, senza sapere il russo e senza soldi per pagarlo, era un proposito insensato. Fu vano offrirgli doppia razione di "kasa" purché stesse quieto. _ Voi statevene con la vostra cascetta: io la gallina me la vado a cercare da solo, ma poi non mi vedete più. Saluto voi e i russi e la baracca, e me ne vado, e torno in Italia da solo. Magari passando per il Giappone. Fu allora che mi offrii di accompagnarlo. Non tanto per la gallina o per le minacce: ma voglio bene a Cesare, e mi piace vederlo al lavoro. _ Bravo, Lapé, _ mi disse Cesare. Lapé sono io: così mi ha battezzato Cesare in tempi remoti, e così tuttora mi chiama, per la ragione seguente. Come è noto, in Lager avevamo i capelli rasati; alla liberazione, dopo un anno di rasatura, a tutti, e a me in specie, i capelli erano ricresciuti curiosamente lisci e morbidi: a quel tempo i miei erano ancora molto corti, e Cesare sosteneva che gli ricordavano la pelliccia di coniglio. Ora "coniglio", anzi, "pelle di coniglio", nel gergo merceologico di cui Cesare è esperto, si dice appunto Lapé. Daniele invece, il barbuto e ispido e aggrondato Daniele, assetato di vendetta e di giustizia come un antico profeta, si chiamava Corallì: perché, diceva Cesare, se piovono coralline (perline di vetro) te le infili tutte. _ Bravo, Lapé, _ mi disse: e mi spiegò il suo piano. Cesare è infatti un uomo dai folli propositi, ma li persegue poi con molto senso pratico. La gallina non se l' era sognata: dalla capanna, in direzione nord, aveva svagato un sentiero ben battuto, e quindi recente. Era probabile che conducesse a un villaggio: ora, se c' era un villaggio, c' erano anche le galline. Uscimmo all' aperto: era ormai quasi buio, e Cesare aveva ragione. Sul ciglio di una appena percettibile ondulazione del terreno, a forse due chilometri di distanza, fra tronco e tronco, si vedeva brillare un lumino. Così partimmo, inciampando in mezzo agli sterpi, inseguiti da sciami di voraci zanzare; portavamo con noi la sola merce di scambio di cui il nostro gruppo fosse risultato disposto a separarsi: i nostri sei piatti, comuni piatti di terraglia che i russi avevano a suo tempo distribuiti come casermaggio. Camminavamo nel buio, attenti a non perdere il sentiero, e gridavamo a intervalli. Dal villaggio non rispondeva nessuno. Quando fummo a un centinaio di metri, Cesare si fermò, prese fiato, e gridò: _ Ahò; a russacchiotti. Siamo amici. Italianski. Ce l' avreste una gallinella da vendere? _ Questa volta la risposta venne: un lampo nel buio, un colpo secco, e il miagolio di una pallottola, qualche metro sopra alle nostre teste. Io mi coricai a terra, pianino per non rompere i piatti; ma Cesare era inferocito, e restò in piedi: _ A li morté: ve l' ho detto che siamo amici. Figli di una buona donna, e fateci parlare. Una gallinella, vogliamo. Mica siamo banditi, mica siamo dòicce: italianski siamo! Non ci furono altre fucilate, e già si intravvedevano profili umani sul ciglio dell' altura. Ci avvicinammo cautamente, Cesare avanti, che continuava il suo discorso persuasivo, e io dietro, pronto a buttarmi per terra un' altra volta. Arrivammo finalmente al villaggio. Non erano più di cinque o sei case di legno intorno a una minuscola piazza, e su questa, ad attenderci, stava l' intera popolazione, una trentina di persone, in maggioranza contadine anziane, poi bimbi, cani, tutti in visibile allarme. Emergeva fra la piccola folla un gran vecchio barbuto, quello della fucilata: teneva ancora il moschetto a bilanci-arm. Cesare considerava ormai esaurita la sua parte, che era quella strategica, e mi richiamò ai miei doveri. _ Tocca a te, adesso. Cosa aspetti? Dài, spiegagli che siamo italiani, che non vogliamo far male a nessuno, e che vogliamo comperare una gallina da fare arrostire. Quella gente ci considerava con curiosità diffidente. Sembrava si fossero persuasi che, quantunque vestiti come due evasi, non dovevamo essere pericolosi. Le vecchiette avevano smesso di schiamazzare, ed anche i cani si erano acquietati. Il vecchio col fucile ci rivolgeva delle domande che non capivamo: io di russo non so che un centinaio di parole, e nessuna di esse si attagliava alla situazione, ad eccezione di "italianski". Così ripetei "italianski" diverse volte, finché il vecchio non cominciò a sua volta a dire "italianski" a beneficio dei circostanti. Intanto Cesare, più concreto, aveva cavato i piatti dal sacco, ne aveva disposto cinque bene in vista a terra come al mercato, e teneva il sesto in mano, dandogli stecche sull' orlo con l' unghia per far sentire che suonava giusto. Le contadine guardavano, divertite e incuriosite. _ Tarelki, _ disse una. _ Tarelki, da! _ risposi io, lieto di avere appreso il nome della merce che offrivamo: al che una di loro tese una mano esitante verso il piatto che Cesare andava mostrando. _ Eh, che ti credi? _ disse questi, ritirandolo vivamente: _ Mica li regaliamo _. E si rivolse a me inviperito: insomma, cosa aspettavo a chiedere la gallina in cambio? A cosa servivano i miei studi? Ero molto imbarazzato. Il russo, dicono, è una lingua indoeuropea, e i polli dovevano essere noti ai nostri comuni progenitori in epoca certamente anteriore alla loro suddivisione nelle varie famiglie etniche moderne. "His fretus", vale a dire su questi bei fondamenti, provai a dire "pollo" e "uccello" in tutti i modi a me noti, ma non ottenni alcun risultato visibile. Anche Cesare era perplesso. Cesare, nel suo intimo, non si era mai fatto pienamente capace che i tedeschi parlassero il tedesco, e i russi il russo, altro che per una stravagante malignità; era poi persuaso in cuor suo che solo per un raffinamento di questa stessa malignità essi pretendessero di non comprendere l' italiano. Malignità, o estrema e scandalosa ignoranza: aperta barbarie. Altre possibilità non c' erano. Perciò la sua perplessità andava rapidamente volgendosi in rabbia. Borbottava e bestemmiava. Possibile che fosse tanto difficile capire cosa è una gallina, e che volevamo barattarla contro sei piatti? Una gallina, di quelle che vanno in giro beccando, razzolando e facendo "coccodè": e senza molta fiducia, torvo e ingrugnato, si esibì in una pessima imitazione delle abitudini dei polli, accovacciandosi per terra, raspando con un piede e poi con l' altro, e beccando qua e là con la mano a cuneo. Tra una imprecazione e l' altra, faceva anche "coccodè": ma, come è noto, questa interpretazione del verso gallinesco è altamente convenzionale; circola esclusivamente in Italia, e non ha corso altrove. Perciò il risultato fu nullo. Ci guardavano con occhi attoniti, e certamente ci prendevano per matti. Perché, per quale scopo, eravamo arrivati dai confini della terra a fare misteriose buffonate sulla loro piazza? Ormai furibondo, Cesare si sforzò perfino di fare l' uovo, e intanto li insultava in modi fantasiosi, rendendo così anche più oscuro il senso della sua rappresentazione. Allo spettacolo improprio, il chiacchiericcio delle comari salì di un' ottava, e si trasformò in un brusio di vespaio disturbato. Quando vidi che una delle vecchiette si avvicinava al barbone, e gli parlava nervosamente guardando dalla nostra parte, mi resi conto che la situazione era compromessa. Feci rialzare Cesare dalla sue innaturali positure, lo calmai, e con lui mi avvicinai all' uomo. Gli dissi: _ Prego, per favore, _ e lo condussi vicino a una finestra, da cui la luce di una lanterna illuminava abbastanza bene un rettangolo di terreno. Qui, penosamente conscio di molti sguardi sospettosi, disegnai per terra una gallina, completa di tutti i suoi attributi, compreso un uovo a tergo per eccesso di specificazione. Poi mi rialzai e dissi: _ Voi piatti. Noi mangiare. Seguì una breve consultazione; poi scaturì dal capannello una vecchia dagli occhi scintillanti di gioia e di arguzia: fece due passi avanti, e con voce squillante pronunziò: _ Kura! Kùritsa! Era molto fiera e contenta di essere stata lei a risolvere l' enigma. Da tutte le parti esplosero risate e applausi, e voci "kùritsa, kùritsa!": e anche noi battemmo le mani, presi dal gioco e dall' entusiasmo generale. La vecchina si inchinò, come una attrice al termine della sua parte; sparì e ricomparve dopo pochi minuti con una gallina in mano, già spennata. La fece dondolare burlescamente sotto il naso di Cesare, come controprova; e come vide che questi reagiva positivamente, allentò la presa, raccolse i piatti e se li portò via. Cesare, che se ne intende perché a suo tempo teneva banchetto a Porta Portese, mi assicurò che la curizetta era abbastanza grassa, e valeva i nostri sei piatti; la riportammo in baracca, svegliammo i compagni che già si erano addormentati, riaccendemmo il fuoco, cucinammo il pollo e lo mangiammo in mano, perché i piatti non li avevamo più.
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