La tregua
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura
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Verso sud
Avevo camminato per ore nell' aria meravigliosa del mattino, aspirandola come una medicina fino in fondo ai miei polmoni malconci. Non ero molto solido sulle gambe, ma sentivo un bisogno imperioso di riprendere possesso del mio corpo, di ristabilire il contatto, rotto da ormai quasi due anni, con gli alberi e con l' erba, con la terra pesante e bruna in cui si sentivano fremere i semi, con l' oceano d' aria che convogliava il polline degli abeti, onda su onda, dai Carpazi fino alle vie nere della città mineraria. Così facevo da una settimana, esplorando i dintorni di Katowice. Mi correva nelle vene la dolce debolezza della convalescenza. Mi correvano nelle vene, in quei giorni, anche energiche dosi di insulina, che mi era stata prescritta, trovata, comperata e iniettata per le cure concordi di Leonardo e di Gottlieb. Mentre camminavo, l' insulina compiva in silenzio il suo ufficio prodigioso: girava col sangue in caccia di zucchero, e ne curava la diligente combustione e conversione in energia, distogliendolo da altri meno propri destini. Ma lo zucchero che trovava non era molto: a un tratto, drammaticamente, press' a poco sempre alla stessa ora, le scorte si esaurivano: allora le gambe mi si piegavano sotto, vedevo tutto farsi nero, ed ero costretto a sedermi a terra dove mi trovavo, gelato e sopraffatto da un attacco di fame furiosa. Qui soccorrevano le opere e i doni della mia terza protettrice, Marja Fjodorovna Prima: cavavo di tasca un pacchetto di glucosio e lo trangugiavo con ingordigia. Dopo pochi minuti, la luce ritornava, il sole si rifaceva caldo, e potevo riprendere il cammino. Ritornando quel mattino al campo, vi trovai una scena inconsueta. In mezzo al piazzale stava il capitano Egorov, circondato da una densa folla di italiani. Teneva in mano una grossa pistola a tamburo, che però gli serviva soltanto a sottolineare con ampi gesti i passaggi salienti del discorso che stava facendo. Del suo discorso si capiva assai poco. Essenzialmente due parole, perché le ripeteva sovente, ma queste due parole erano messaggi celestiali: "ripatriatsija" e "Odjessa". Il rimpatrio via Odessa, dunque; il ritorno. L' intero campo perse istantaneamente la testa. Il capitano Egorov fu sollevato dal suolo con la pistola e tutto, e portato precariamente in trionfo. Gente ruggiva: _ A casa! a casa! _ per i corridoi, altri facevano su i bagagli producendo quanto più fracasso potevano, e sbattendo fuori dalle finestre stracci, cartaccia, scarpe rotte e ogni genere di ciarpame. In poche ore tutto il campo si svuotò, sotto gli occhi olimpici dei russi: chi andava in città a congedarsi dalla ragazza, chi in pura e semplice bordata di baldoria, chi a spendere gli ultimi zloty in provviste per il viaggio o in altri più futili modi. Con quest' ultimo programma scendemmo a Katowice anche Cesare ed io, portando nelle tasche i risparmi nostri e di cinque o sei compagni. Infatti, che cosa avremmo trovato alla frontiera? Non si sapeva, ma da quanto avevamo visto fino allora dei russi e dei loro modi di procedere, non ci sembrava probabile che al confine ci aspettassero dei cambiavalute. Perciò il buon senso, e insieme il nostro felice stato d' animo, ci consigliavano di spendere fino all' ultimo zloty la non grande somma di cui disponevamo: di farla fuori, ad esempio, organizzando un gran pranzo all' italiana, a base di spaghetti al burro, di cui eravamo digiuni da tempo immemorabile. Entrammo in un negozio di alimentari, mettemmo sul banco tutti i nostri averi, e spiegammo del nostro meglio alla bottegaia le nostre intenzioni. Io le dissi, come d' abitudine, che parlavo tedesco ma non ero tedesco; che eravamo italiani in partenza, e che volevamo comperare spaghetti, burro, sale, uova, fragole e zucchero nelle proporzioni più opportune e per un ammontare di sessantatre zloty, non uno di più né uno di meno. La bottegaia era una vecchietta grinzosa, dall' aria bisbetica e diffidente. Ci guardò attentamente attraverso gli occhiali di tartaruga, poi ci disse chiaro e tondo, in ottimo tedesco, che secondo lei non eravamo italiani proprio niente. Prima di tutto parlavamo tedesco, anche se piuttosto male; poi, e principalmente, gli italiani hanno i capelli neri e gli occhi appassionati, e noi né gli uni né gli altri. Tutt' al più, poteva concederci di essere croati: anzi, ora che ci pensava, aveva proprio incontrato dei croati che ci somigliavano. Eravamo croati, la cosa era fuori discussione. Ero abbastanza seccato, e le dissi bruscamente che italiani eravamo, le piacesse o no; ebrei italiani, uno di Roma e uno di Torino, che venivamo da Auschwitz e andavamo a casa, e volevamo comperare e pagare, e non perdere tempo in fandonie. Ebrei di Auschwitz? Lo sguardo della vecchia si ammorbidì, perfino le rughe sembrarono distendersi. Allora era un' altra faccenda. Ci fece passare nel retrobottega, ci fece sedere, ci offerse due bicchieri di birra autentica, e senza por tempo in mezzo ci raccontò con orgoglio la sua storia favolosa: la sua epopea, vicina nel tempo ma già ampiamente trasfigurata in canzone di gesta, affinata e polita da innumerevoli ripetizioni. Era consapevole di Auschwitz, e tutto quanto riguardava Auschwitz la interessava, perché aveva rischiato di andarci. Non era polacca, era tedesca: a suo tempo, teneva bottega a Berlino, con suo marito. A loro, Hitler non era mai piaciuto, e forse erano stati troppo incauti nel lasciar trapelare fra il vicinato queste loro opinioni singolari: nel 1935 suo marito era stato portato via dalla Gestapo, e non ne aveva mai più saputo niente. Era stato un grande dolore, ma mangiare bisogna, e lei aveva continuato nel suo commercio fino al '3., quando Hitler, "der Lump", aveva fatto alla radio il famoso discorso in cui dichiarava che voleva fare la guerra. Allora lei si era indignata e gli aveva scritto. Gli aveva scritto personalmente, "Al Signor Adolf Hitler, Cancelliere del Reich, Berlino", mandandogli una lunga lettera in cui gli consigliava fermamente di non fare la guerra perché troppe persone sarebbero morte, e inoltre gli dimostrava che se l' avesse fatta l' avrebbe perduta, perché la Germania non poteva vincere contro tutto il mondo, e anche un bambino l' avrebbe capito. Aveva firmato con nome, cognome e indirizzo: poi si era messa ad aspettare. Cinque giorni dopo erano venute le camicie brune, e col pretesto di fare una perquisizione le avevano saccheggiato e sconquassato casa e bottega. Cosa avevano trovato? Nulla, lei non faceva della politica: soltanto la minuta della lettera. Due settimane dopo l' avevano chiamata alla Gestapo. Pensava che l' avrebbero picchiata e spedita in Lager: invece l' avevano trattata con disprezzo sguaiato, le avevano detto che avrebbero dovuto impiccarla, ma si erano convinti che lei era solo "eine alte blo5de Ziege", una vecchia stupida capra, e che per lei la corda sarebbe stata sprecata. Però le avevano ritirata la licenza di commercio e l' avevano espulsa da Berlino. Aveva vivacchiato in Slesia di borsa nera e di espedienti, finché, secondo le sue previsioni, i tedeschi non avevano perso la guerra. Allora, poiché tutto il vicinato sapeva quello che lei aveva fatto, le autorità polacche non avevano tardato a concederle la licenza per un negozio di commestibili. Così ora viveva in pace, fortificata dal pensiero di quanto migliore sarebbe stato il mondo se i grandi della terra avessero seguito i suoi consigli. Alla vigilia della partenza, Leonardo ed io riconsegnammo le chiavi dell' ambulatorio e prendemmo congedo da Marja Fjodorovna e dal dottor Dancenko. Marja appariva silenziosa e triste; le chiesi perché non venisse in Italia con noi, al che arrossì come se le avessi rivolto una proposta disonesta. Intervenne Dancenko: portava una bottiglia d' alcool e due fogli di carta. Pensammo dapprima che l' alcool fosse un suo contributo personale alla dotazione di medicinali per il viaggio: ma no, era per i brindisi di addio, che vennero doverosamente scambiati. E i fogli? Apprendemmo stupefatti che il Comando attendeva da noi due dichiarazioni di ringraziamento per l' umanità e la correttezza con cui a Katowice eravamo stati trattati. Dancenko ci pregò inoltre di menzionare esplicitamente la sua persona e la sua opera, e di firmare aggiungendo al nostro nome la qualifica "Dottore in medicina". Questo, Leonardo poteva farlo e lo fece; ma nel mio caso si trattava di un falso. Ero perplesso, e cercai di farlo intendere a Dancenko; ma questi si stupì del mio formalismo, e picchiando col dito sul foglio mi disse stizzosamente di non fare storie. Firmai come desiderava: perché privarlo di un piccolo aiuto alla sua carriera? Ma la cerimonia non era ancora finita. A sua volta, Dancenko trasse due attestati, scritti a mano in bella calligrafia su due pezzi di carta a righe, evidentemente strappati a un quaderno di scuola. In quello a me destinato, si dichiara con disinvolta generosità che "Il Medico dottor Primo Levi, di Torino, ha prestato per quattro mesi la sua opera abile e solerte presso l' Infermeria di questo Comando, ed in tal modo ha meritato la gratitudine di tutti i lavoratori del mondo". Il giorno dopo, il nostro sogno di sempre si era fatto realtà. Alla stazione di Katowice ci aspettava il treno: un lungo treno di vagoni merci, di cui noi italiani (eravamo circa ottocento) prendemmo possesso con fragorosa allegria. Odessa; e poi un fantastico viaggio per mare attraverso le porte dell' Oriente; e poi l' Italia. La prospettiva di percorrere molte centinaia di chilometri su quei vagoni sconnessi, dormendo sul pavimento nudo, non ci preoccupava affatto, e neppure ci preoccupavano le risibili scorte alimentari assegnateci dai russi: un po' di pane, e una scatola di margarina di soia per ogni vagone. Era una margarina di origine americana, fortemente salata e dura come il formaggio parmigiano: evidentemente destinata a climi tropicali, e finita nelle nostre mani attraverso non immaginabili traversie. Il resto, ci assicurarono i russi con l' abituale noncuranza, ci sarebbe stato distribuito durante il viaggio. Partì alla metà del giugno 1945 quel treno carico di speranza. Non c' era alcuna scorta, nessun russo a bordo: responsabile del convoglio era il dottor Gottlieb, che si era spontaneamente aggregato a noi, e cumulava nella sua persona le mansioni di interprete, di medico e di console della comunità itinerante. Ci sentivamo in buone mani, lontani da ogni dubbio o incertezza: a Odessa ci aspettava la nave. Il viaggio durò sei giorni, e se nel corso di esso non fummo spinti dalla fame alla mendicità o al banditismo, ed anzi giungemmo al termine in buone condizioni di nutrizione, il merito ne va esclusivamente al dottor Gottlieb. Immediatamente dopo la partenza era apparso chiaro che i russi di Katowice ci avevano messi in viaggio allo sbaraglio, senza prendere alcun provvedimento né alcun accordo con i loro colleghi di Odessa e delle tappe intermedie. Quando il nostro convoglio si arrestava in una stazione (e si arrestava sovente e a lungo, perché il traffico di linea e i trasporti militari avevano la precedenza), nessuno sapeva cosa fare di noi. I capistazione e i comandanti di tappa ci guardavano arrivare con occhio attonito e desolato, ansiosi a loro volta soltanto di liberarsi della nostra incomoda presenza. Ma Gottlieb era là, acuto come una spada; non c' era viluppo burocratico, non barriera di negligenza, non ostinazione di funzionario che egli non riuscisse a sgominare, in pochi minuti, ogni volta in modo diverso. Ogni difficoltà si sfaceva in nebbia davanti alla sua sfrontatezza, alla sua alta fantasia, alla sua prontezza di spadaccino. Da ogni suo incontro col mostro dai mille volti, che dimora ovunque si accumulano moduli e circolari, ritornava a noi radioso di vittoria come un san Giorgio dopo il duello col drago, e ce ne raccontava le rapide vicende, troppo conscio della sua superiorità per gloriarsene. Il capotappa, ad esempio, aveva preteso il nostro foglio di via, che notoriamente non esisteva; e lui aveva detto che andava a prenderlo, ed era entrato nel botteghino del telegrafo lì accanto e ne aveva fabbricato uno in pochi istanti, compilato nel più verosimile dei gerghi d' ufficio, su un foglio di carta qualunque che aveva talmente rimpinzato di timbri, bolli e firme illeggibili da renderlo santo e venerando come una autentica emanazione del Potere. Oppure ancora, si era presentato alla fureria di una Kommandantur, e aveva rispettosamente notificato che in stazione soggiornavano ottocento italiani che non avevano da mangiare. Il furiere aveva risposto "nicevò", che il suo magazzino era vuoto, che ci voleva l' autorizzazione, che avrebbe provveduto l' indomani, e aveva cercato goffamente di metterlo alla porta come un qualunque postulante increscioso; ma lui aveva sorriso, e gli aveva detto: _ Compagno, tu non hai capito bene. Questi italiani devono ricevere da mangiare, e oggi stesso: poiché è Stalin che lo vuole _; e i viveri erano arrivati in un baleno. Ma per me quel viaggio riuscì tormentoso oltre misura. Della pleurite dovevo essere guarito, ma il mio corpo era in aperta ribellione, e sembrava deliberato a farsi gioco dei medici e delle medicine. Tutte le notti, durante il sonno, furtivamente mi invadeva la febbre: una febbre intensa, di natura sconosciuta, che toccava il suo massimo verso il mattino. Mi svegliavo prostrato, cosciente solo a mezzo, e con un polso, o un gomito, o un ginocchio, inchiodati da dolori lancinanti. Giacevo così, sul pavimento del vagone o sul cemento delle banchine, in preda al delirio e al dolore, fin verso mezzogiorno: poi, entro poche ore, tutto rientrava nell' ordine, e verso sera mi sentivo in condizioni pressoché normali. Leonardo e Gottlieb mi guardavano perplessi e impotenti. Il treno percorreva pianure coltivate, città e villaggi foschi, foreste dense e selvagge che credevo scomparse da millenni dal cuore dell' Europa: conifere e betulle talmente fitte che, per attingere la luce del sole, dalla reciproca concorrenza erano costrette a spingersi disperatamente all' insù, in una verticalità opprimente. Il treno si faceva strada come in galleria, in una penombra verde-nera, frammezzo ai tronchi nudi e lisci, sotto la volta altissima e continua dei rami fittamente intralciati. Rzeszòw, Przemysl dalle truci fortificazioni, Leopoli. A Leopoli, città-scheletro, sconvolta dai bombardamenti e dalla guerra, il treno sostò per tutta una notte di diluvio. Il tetto del nostro vagone non era stagno: dovemmo scendere, e cercare riparo. Con pochi altri, non trovammo di meglio che il sottopassaggio di servizio: buio, due dita di fango, e feroci correnti d' aria. Ma a metà notte giunse puntuale la febbre, come una pietosa mazzata sul capo, a portarmi il beneficio ambiguo dell' incoscienza. Ternopol, Proskurov. A Proskurov il treno giunse al tramonto, la locomotiva fu staccata, e Gottlieb ci assicurò che fino al mattino non saremmo ripartiti. Ci disponemmo pertanto a pernottare in stazione. La sala d' aspetto era molto ampia: Cesare, Leonardo, Daniele ed io prendemmo possesso di un angolo, Cesare partì per il paese in qualità di addetto alla sussistenza, e tornò poco dopo con uova, insalata e un pacchetto di tè. Accendemmo un fuoco sul pavimento (non eravamo i soli, né i primi: la sala era cosparsa degli avanzi di innumerevoli bivacchi di gente che ci aveva preceduti, e il soffitto e i muri erano affumicati come quelli di una vecchia cucina). Cesare fece cuocere le uova, e preparò un tè abbondante e bene zuccherato. Ora, o quel tè era ben più gagliardo di quello nostrano, o Cesare doveva aver sbagliato le dosi: poiché in breve ogni traccia di sonno e di stanchezza fuggì da noi, e ci sentimmo invece vivificati da uno stato d' animo inconsueto, alacre, ilare, teso, lucido, sensibile. Perciò, ogni fatto e ogni parola di quella notte è rimasto impresso nella mia memoria, e ne posso raccontare come di cose di ieri. La luce del giorno svaniva con estrema lentezza, prima rosea, poi viola, poi grigia; seguì lo splendore argenteo di un tiepido plenilunio. Accanto a noi, che fumavamo e discorrevamo vivacemente, sedevano su una cassetta di legno due ragazze vestite di nero, molto giovani. Parlavano fra loro: non in russo, bensì in yiddish. _ Capisci cosa dicono? _ chiese Cesare. _ Qualche parola. _ Dài, allora: attacca. Vedi se ci stanno. Quella notte tutto mi sembrava facile, perfino capire il yiddish. Con audacia inconsueta, mi rivolsi alle ragazze, le salutai, e sforzandomi di imitarne la pronunzia chiesi loro in tedesco se erano ebree, e dichiarai che anche noi quattro lo eravamo. Le ragazze (avevano forse sedici o diciott' anni) scoppiarono a ridere. _ Ihr sprecht kein Jiddisch: ihr seyd ja keyne Jiden! _: "voi non parlate yiddish: dunque non siete ebrei!" Nel loro linguaggio, la frase equivaleva ad un rigoroso ragionamento. Eppure eravamo proprio ebrei, spiegai. Ebrei italiani: gli ebrei, in Italia e in tutta l' Europa occidentale, non parlano yiddish. Questa, per loro, era una grande novità, una curiosità comica, come se qualcuno affermasse che esistono francesi che non parlano francese. Mi provai a recitare loro l' inizio dello Shemà, la preghiera fondamentale israelita: la loro incredulità si attenuò, ma crebbe la loro allegria. Chi aveva mai sentito pronunziare l' ebraico in un modo tanto ridicolo? La maggiore si chiamava Sore: aveva un piccolo viso arguto e malizioso, pieno di rotondità e di fossette asimmetriche; sembrava che quel nostro zoppicante e faticosissimo colloquio le procurasse un divertimento pungente, e la stimolasse come un solletico. Ma allora, se noi eravamo ebrei, lo erano anche tutti quegli altri, mi disse, accennando con gesto circolare agli ottocento italiani che ingombravano la sala. Che differenza c' era fra noi e loro? La stessa lingua, le stesse facce, gli stessi vestiti. No, le spiegai; quelli erano cristiani, venivano da Genova, da Napoli, dalla Sicilia: forse alcuni di loro avevano sangue arabo nelle vene. Sore si guardava intorno perplessa: questa era una grande confusione. Al suo paese le cose erano molto più chiare: un ebreo è un ebreo, e un russo un russo, non ci sono dubbi né ambiguità. Loro erano due sfollate, mi raccontò. Erano di Minsk, in Russia Bianca; quando i tedeschi erano stati vicini, la loro famiglia aveva chiesto di essere trasferita nell' interno dell' Unione Sovietica, per sfuggire alle stragi degli Einsatzkommandos di Eichmann. La domanda era stata accolta alla lettera: tutti quanti erano stati spediti a quattromila chilometri dal loro paese, a Samarcanda, nell' Usbekistan, alle porte del Tetto del Mondo, in vista di montagne alte settemila metri. Lei e la sorella erano ancora bambine: poi la mamma era morta, e il padre era stato mobilitato per non so quale servizio di frontiera. Loro due avevano imparato l' usbeco, e molte altre cose fondamentali: a prendere la vita giorno per giorno, a viaggiare per continenti con una valigetta in due, a vivere insomma come gli uccelli del cielo, che non filano e non tessono e non si curano dell' indomani. Tali erano, Sore e la sua silenziosa sorella. Erano, come noi, sulla strada del ritorno. Avevano lasciato Samarcanda in marzo, e si erano messe in via come una piuma si abbandona al vento. Avevano percorso, parte in autocarro e parte a piedi, il Kara-kum, il Deserto delle Sabbie Nere: erano arrivate in treno a Krasnovodsk sul Caspio, e qui avevano aspettato finché un peschereccio le aveva traghettate a Baku. Da Baku avevano proseguito, sempre con mezzi di fortuna, poiché soldi non ne avevano, ma in cambio una sconfinata fiducia nell' avvenire e nel loro prossimo, e un nativo e intatto amore per la vita. Tutti intorno dormivano: Cesare assisteva irrequieto al colloquio, chiedendomi ogni tanto se i preliminari erano finiti e se si veniva al sodo; poi, deluso, se ne andò all' aria aperta in cerca di avventure più concrete. La pace della sala d' aspetto, e il racconto delle due sorelle, furono interrotti bruscamente verso mezzanotte. Si spalancò brutalmente, come per un colpo di vento, una porta che attraverso un breve corridoio metteva in comunicazione la sala grande con un' altra più piccola, riservata ai militari di passaggio. Sulla soglia apparve un soldato russo, giovanissimo, ubriaco: si guardò intorno con occhi vaghi, poi partì davanti a sé a testa bassa, con paurose bordate, come se a un tratto il pavimento si fosse fortemente inclinato sotto di lui. Nel corridoio stavano in piedi tre ufficiali sovietici, assorti in colloquio. Il soldatino, giunto alla loro altezza, frenò, si irrigidì sull' attenti, salutò militarmente, e i tre risposero dignitosamente al saluto. Poi ripartì a semicerchi come un pattinatore, infilò di precisione la porta che dava all' esterno, e lo si udì vomitare e singultare rumorosamente sulla banchina. Rientrò con passo un po' meno incerto, salutò di nuovo i tre ufficiali impassibili, e sparì. Dopo un quarto d' ora, la scena si ripeté identica, come in un incubo: ingresso drammatico, pausa, saluto, frettoloso percorso sghembo fra le gambe dei dormienti verso l' aria aperta, scarico, ritorno, saluto; e così di seguito per infinite volte, a intervalli regolari, senza che mai i tre gli dedicassero altro che una distratta occhiata e un corretto saluto colla mano alla visiera. Così trascorse quella notte memorabile, finché la febbre non mi vinse: allora mi sdraiai a terra, pieno di brividi. Venne Gottlieb, e portava con sé un farmaco inconsueto: mezzo litro di vodka selvaggia, un distillato clandestino che aveva comperato dai contadini dei dintorni: sapeva di muffa, di aceto e di fuoco. _ Bevi, _ mi disse, _ bevila tutta. Ti farà bene, e d' altronde non abbiamo altro, qui, per il tuo male. Bevvi non senza sforzo il filtro infernale, scottandomi fauci e gola, e in breve piombai nel nulla. Quando mi svegliai il mattino dopo, mi sentivo oppresso da un gran peso: ma non era la febbre, né un cattivo sogno. Giacevo sepolto sotto uno strato di altri dormienti, in una specie di incubatrice umana: gente arrivata durante la notte che non aveva trovato altro posto se non al di sopra di quelli che già stavano coricati sul pavimento. Avevo sete: grazie all' azione combinata della vodka e del calore animale, dovevo aver perduto molti litri di sudore. La cura singolare aveva avuto pieno successo: la febbre e i dolori erano spariti definitivamente, e non ricomparvero più. Il treno ripartì, e in poche ore giungemmo a Zmerinka, nodo ferroviario a 350 chilometri da Odessa. Qui ci attendeva una grossa sorpresa e una feroce delusione. Gottlieb, che aveva conferito con il comando militare del luogo, fece il giro del convoglio, vagone per vagone, e ci comunicò che tutti dovevamo scendere: il treno non proseguiva. Non proseguiva perché? E come e quando saremmo arrivati a Odessa? _ Non lo so, _ rispose Gottlieb con imbarazzo: _ non lo sa nessuno. So solo che dobbiamo scendere dal treno, sistemarci in qualche modo sui marciapiedi, e aspettare ordini _. Era pallidissimo e visibilmente turbato. Scendemmo, e pernottammo in stazione: la sconfitta di Gottlieb, la prima, ci sembrava di pessimo auspicio. Il mattino dopo, la nostra guida, insieme con gli inseparabili fratello e cognato, era scomparsa. Erano spariti nel nulla, con tutto il loro vistoso bagaglio: qualcuno disse di averli visti confabulare con ferrovieri russi, e montare nella notte su un treno militare che risaliva da Odessa verso il confine polacco. Restammo a Zmerinka tre giorni, oppressi da inquietudine, frustrazione o terrore, a seconda dei temperamenti e dei brandelli di informazione che riuscivamo a estorcere dai russi del luogo. Questi non manifestavano alcuno stupore per la nostra sorte e per la nostra sosta forzata, e rispondevano alle nostre domande nei modi più sconcertanti. Un russo ci disse che sì, da Odessa erano partite diverse navi con militari inglesi e americani che rimpatriavano, e anche noi, presto o tardi, ci saremmo imbarcati: da mangiare ne avevamo, Hitler non c' era più, perché lamentarsi? Un altro ci disse che la settimana prima un convoglio di francesi, in viaggio per Odessa, era stato fermato a Zmerinka e dirottato verso nord "perché i binari erano interrotti". Un terzo ci informò che aveva visto con i suoi occhi un trasporto di prigionieri tedeschi in viaggio verso l' Estremo Oriente: secondo lui la faccenda era chiara, non eravamo forse alleati dei tedeschi? ebbene, mandavano anche noi a scavare trincee sul fronte giapponese. A complicare le cose, il terzo giorno arrivò a Zmerinka, proveniente dalla Romania, un altro convoglio di italiani. Questi avevano un aspetto molto diverso dal nostro: erano circa seicento, uomini e donne, ben vestiti, con valige e bauli, alcuni con la macchina fotografica a tracolla: quasi dei turisti. Ci guardavano dall' alto in basso, come parenti poveri: loro avevano viaggiato fin lì in un regolare treno di carrozze-passeggeri, pagando il biglietto, ed erano in ordine con passaporto, quattrini, documenti di viaggio, ruolino, e foglio di via collettivo per l' Italia via Odessa. Se solo avessimo ottenuto dai russi di aggregarci a loro, allora anche noi a Odessa ci saremmo arrivati. Con molta degnazione, ci fecero capire che loro, infatti, erano gente di riguardo: erano funzionari civili e militari della Legazione Italiana di Bucarest, e inoltre gente varia che, dopo lo scioglimento dell' ARMIR, era rimasta in Romania con diverse mansioni, o a pescare nel torbido. C' erano fra loro interi nuclei famigliari, mariti con mogli rumene autentiche, e numerosi bambini. Ma i russi, a differenza dei tedeschi, non posseggono che in minima misura il talento per le distinzioni e per le classificazioni. Pochi giorni dopo eravamo tutti in viaggio verso il nord, verso una meta imprecisata, comunque verso un nuovo esilio. Italiani-rumeni e italiani-italiani, tutti sugli stessi carri merci, tutti col cuore stretto, tutti in balia della indecifrabile burocrazia sovietica, oscura e gigantesca potenza, non malevola verso di noi, ma sospettosa, negligente, insipiente, contraddittoria, e negli effetti cieca come una forza della natura.
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