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La tregua

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura

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I sognatori

Leonardo cercava di nascondermelo, ma non ci vedeva chiaro, ed era seriamente preoccupato del mio male. Che cosa fosse esattamente, sembrava difficile stabilire, poiché tutto il suo armamentario professionale si riduceva a uno stetoscopio, e ottenere dai russi il mio ricovero presso l' ospedale civile di Katowice sembrava, oltre che assai difficile, anche poco consigliabile; dal dottor Dancenko, poi, non c' era molto aiuto da sperare. Così rimasi per vari giorni sdraiato e immobile, trangugiando solo qualche sorsata di brodo, poiché ad ogni movimento che cercassi di fare, e ad ogni boccone solido che cercassi di inghiottire, il dolore si risvegliava rabbioso e mi mozzava il respiro. Dopo una settimana di tormentosa immobilità, Leonardo, a furia di tamburellarmi la schiena e il petto, riuscì a distinguere un segno: era una pleurite secca, annidata insidiosamente fra i due polmoni, a carico del mediastino e del diaframma. Fece allora molto più di quello che normalmente ci si aspetta da un medico. Si mutò in mercante clandestino e in contrabbandiere di medicinali, validamente aiutato da Cesare, e percorse a piedi decine di chilometri in città, da un indirizzo all' altro, in caccia di sulfamidici e di calcio endovenoso. In fatto di medicamenti non ebbe gran successo, perché i sulfamidici erano scarsissimi, e non si trovavano che in borsa nera a prezzi per noi inaccessibili; ma trovò qualcosa di meglio. Scovò in Katowice un misterioso confratello, che disponeva di uno studio non molto legale ma bene attrezzato, di un armadietto farmaceutico, di molti quattrini e tempo libero, e che infine era italiano o quasi. Per verità, tutto quanto riguardava il dottor Gottlieb era involto in una fitta nube di mistero. Parlava perfettamente l' italiano, ma altrettanto bene il tedesco, il polacco, l' ungherese e il russo. Veniva da Fiume, da Vienna, da Zagabria e da Auschwitz. Ad Auschwitz era stato, ma in che qualità e condizione non disse mai, né era uomo a cui fosse facile porre domande. Né era facile capire come in Auschwitz fosse sopravvissuto, poiché aveva un braccio anchilosato; ed ancora meno facile immaginare per quali segrete vie, e con quali fantastiche arti, fosse riuscito a rimanere sempre insieme con un fratello e con un altrettanto misterioso cognato, e a diventare in pochi mesi, partendo dal Lager, e in barba ai russi e alle leggi, un uomo facoltoso e il medico più stimato di Katowice. Era un personaggio mirabilmente armato. Emanava intelligenza e astuzia come il radio emana energia: con la stessa silenziosa e penetrante continuità, senza sforzo, senza sosta, senza segni di esaurimento, in tutte le direzioni a un tempo. Che fosse un medico abile, era evidente al primo contatto. Se poi questa sua eccellenza professionale fosse solo un aspetto, una faccetta della sua altezza di ingegno, o se fosse questo propriamente il suo strumento di penetrazione, la sua arma segreta per farsi amici i nemici, per vanificare i divieti, per mutare i no in sì, non potei mai stabilire: anche questo faceva parte della nuvola che lo avvolgeva e che si spostava con lui. Era una nuvola quasi visibile, che rendeva mal decifrabili il suo sguardo e i lineamenti del suo viso, e faceva sospettare, sotto ogni sua azione, ogni sua frase, ogni suo silenzio, una tattica e una tecnica, il perseguimento di finalità impercettibili, un continuo scaltro lavorio di esplorazione, di elaborazione, di inserimento e di possesso. Ma l' ingegno del dottor Gottlieb, tutto teso a fini pratici, non era tuttavia disumano. Era così abbondante in lui la sicurezza, l' abitudine alla vittoria, la fiducia in se stesso, che ne avanzava una grossa razione da stanziare in aiuto del suo prossimo meno dotato; e in specie in aiuto nostro, di noi sfuggiti come lui alla trappola mortale del Lager, circostanza alla quale egli si mostrava stranamente sensibile. Gottlieb mi portò la salute come un taumaturgo. Venne una prima volta a studiare il caso, poi varie altre munito di fiale e siringhe, e un' ultima volta, in cui mi disse: _ Alzati e cammina _. Il dolore era scomparso, il mio respiro era libero; ero molto debole e avevo fame, ma mi alzai, e potevo camminare. Tuttavia, per una ventina di giorni ancora non uscii dalla camerata. Passavo le interminabili giornate coricato, leggendo avidamente i pochi libri scompagnati che riuscivo a catturare: una grammatica inglese in polacco, Marie Walewska, le tendre amour de Napoléon, un manuale di trigonometria elementare, Rouletabille alla riscossa, I forzati della Cajenna, e un curioso romanzo di propaganda nazista, Die Grosse Heimkehr ("Il Grande Rimpatrio"), che rappresentava il tragico destino di un villaggio galiziano di pura razza tedesca, angariato, saccheggiato, e infine distrutto, dalla feroce Polonia del maresciallo Beck. Era triste stare fra quattro muri, mentre fuori l' aria era piena di primavera e di vittoria, e dai boschi non lontani il vento portava odori stimolanti, di muschio, di erba nuova, di funghi; ed era umiliante dover dipendere dai compagni anche per le necessità più elementari, per ritirare il cibo alla mensa, per avere acqua, nei primi giorni perfino per cambiare posizione nel letto. I miei compagni di camerata erano una ventina, fra cui Leonardo e Cesare; ma il personaggio di maggior formato, il più notevole, era il decano fra loro, il Moro di Verona. Doveva discendere da una stirpe tenacemente legata alla terra, poiché il suo vero nome era Avesani, ed era di Avesa, il sobborgo dei lavandai di Verona celebrato da Berto Barbarani. Aveva più di settant' anni, e li dimostrava tutti: era un gran vecchio scabro dall' ossatura da dinosauro, alto e ben dritto sulle reni, forte ancora come un cavallo, benché l' età e la fatica avessero tolto ogni scioltezza alle sue giunture nodose. Il suo cranio calvo, nobilmente convesso, era circondato alla base da una corona di capelli candidi: ma la faccia scarna e rugosa era di un olivastro itterico, e violentemente gialli e venati di sangue lampeggiavano gli occhi, infossati sotto enormi archi ciliari come cani feroci in fondo alle loro tane. Nel petto del Moro, scheletrico eppure poderoso, ribolliva senza tregua una collera gigantesca ma indeterminata: una collera insensata contro tutti e tutto, contro i russi e i tedeschi, contro l' Italia e gli italiani, contro Dio e gli uomini, contro se stesso e contro noi, contro il giorno quando era giorno e contro la notte quando era notte, contro il suo destino e tutti i destini, contro il suo mestiere che pure aveva nel sangue. Era muratore: aveva posato mattoni per cinquant' anni, in Italia, in America, in Francia, poi di nuovo in Italia, infine in Germania, e ogni suo mattone era stato cementato con bestemmie. Bestemmiava in continuazione, ma non macchinalmente; bestemmiava con metodo e con studio, acrimoniosamente, interrompendosi per cercare la parola giusta, correggendosi spesso, e arrovellandosi quando la parola giusta non si trovava: allora bestemmiava contro la bestemmia che non veniva. Che fosse cinto da una disperata demenza senile, non v' era dubbio: ma c' era grandezza in questa sua demenza, e anche forza, e una barbarica dignità, la dignità calpestata delle belve in gabbia, la stessa che redime Capaneo e Calibano. Il Moro non si alzava quasi mai dalla branda. Vi stava sdraiato tutto il giorno, con gli enormi piedi gialli e ossuti che sporgevano di due spanne fino in mezzo alla camerata; accanto gli giaceva a terra un grosso fagotto informe, che nessuno di noi mai avrebbe osato toccare. Conteneva, pare, tutti i suoi averi su questa terra; all' esterno dell' involto stava appesa una pesante scure da boscaiolo. Il Moro, per solito, fissava il vuoto con occhi insanguinati e taceva; ma bastava il minimo stimolo, un rumore nel corridoio, una domanda che gli venisse rivolta, un incauto contatto contro i suoi piedi ingombranti, una fitta di reumatismo, e il suo petto profondo si sollevava come il mare quando gonfia in tempesta, e il meccanismo del vituperio si rimetteva in movimento. Fra noi era rispettato, e temuto di un timore vagamente superstizioso. Solo Cesare lo avvicinava, con la famigliarità impertinente degli uccelli che razzolano sulla groppa rocciosa dei rinoceronti, e si divertiva a provocarne la collera con domande insulse e indecenti. Accanto al Moro abitava l' inetto Ferrari dei pidocchi, l' ultimo della classe alla scuola di Loreto. Ma nella nostra camerata non era lui il solo membro della confraternita di San Vittore: essa era rappresentata notabilmente anche dal Trovati e da Cravero. Il Trovati, Ambrogio Trovati detto Tramonto, non aveva più di trent' anni; era di piccola statura, ma muscoloso e agilissimo; "Tramonto", ci aveva spiegato, era un nome d' arte: ne andava fiero, e gli si attagliava a pennello, perché era un uomo ottenebrato, che viveva di fantasiosi espedienti in uno stato d' animo di perpetua ribellione frustrata. Aveva trascorso adolescenza e giovinezza fra la prigione e il palcoscenico, e sembrava che le due istituzioni non fossero nettamente divise nella sua mente confusa. La prigionia in Germania, poi, doveva avergli dato il colpo di grazia. Nei suoi discorsi, il vero, il possibile e il fantastico erano intrecciati in un groviglio vario e inestricabile. Raccontava della prigione e del tribunale come di un teatro, in cui nessuno è veramente se stesso, ma gioca, dimostra la sua abilità, entra nella pelle di un altro, recita una parte; e il teatro, a sua volta , era un gran simbolo oscuro, uno strumento tenebroso di perdizione, la manifestazione esterna di una setta sotterranea, malvagia e onnipresente, che impera a danno di tutti, e che viene a casa tua, ti prende, ti mette una maschera, ti fa diventare quello che non sei e fare quello che non vuoi. Questa setta è la Società: il gran nemico, contro cui lui Tramonto aveva combattuto da sempre, e sempre era stato sopraffatto, ma ogni volta era eroicamente risorto. Era la Società che era discesa a cercarlo, a sfidarlo. Lui viveva nell' innocenza, nel paradiso terrestre: era barbiere, padrone di bottega, ed era stato visitato. Erano venuti due messaggeri a tentarlo, a fargli la satanica proposta di vendere la bottega e darsi all' arte. Conoscevano bene il suo punto debole: lo avevano adulato, avevano lodato le forme del suo corpo, la sua voce, l' espressione e la mobilità del suo viso. Lui aveva resistito due, tre volte, poi aveva ceduto, e con in mano l' indirizzo del teatro di posa si era messo a girare per Milano. Ma l' indirizzo era falso, da ogni porta lo rimandavano a un' altra porta; finché si era accorto della congiura. I due messaggeri, nell' ombra, lo avevano seguito con la macchina da presa puntata, avevano rubato tutte le sue parole e i suoi gesti di disappunto, e così lo avevano fatto diventare attore a sua insaputa. Gli avevano rubato l' immagine, l' ombra, l' anima. Erano stati loro a farlo tramontare, e a battezzarlo "Tramonto". Così era finita per lui: era nelle loro mani. Il negozio venduto, contratti niente, soldi pochi, qualche particina ogni tanto, qualche furto per tirare avanti. Fino alla sua grande epopea, l' omicidio polposo. Aveva incontrato per strada uno dei suoi seduttori, e lo aveva accoltellato: si era reso reo di omicidio polposo, e per questo suo delitto era stato trascinato in tribunale. Ma non aveva voluto avvocati, perché il mondo intero, fino all' ultimo uomo, era contro di lui, e lui lo sapeva. E tuttavia era stato così eloquente, e aveva esposto così bene le sue ragioni, che la Corte lo aveva assolto su due piedi con una grande ovazione, e tutti piangevano. Questo leggendario processo stava al centro della nebulosa memoria del Trovati; lo riviveva in ogni istante della giornata, non parlava d' altro, e spesso, a sera dopo cena, costringeva noi tutti ad assecondarlo, e a ripetere il suo processo in una sorta di sacra rappresentazione. Assegnava a ciascuno la sua parte: tu il presidente, tu il pubblico ministero, voi i giurati, tu il cancelliere, voi altri il pubblico, e a ciascuno assegnava perentoriamente la sua parte. Ma l' imputato, e ad un tempo l' avvocato difensore, era sempre e solo lui, e quando ad ogni replica giungeva l' ora della sua torrenziale arringa, spiegava prima, in un rapido "a parte", che l' omicidio polposo è quando uno pianta il coltello non nel petto, o nella pancia, ma qui, fra il cuore e l' ascella, nella polpa; ed è meno grave. Parlava senza interrompersi, appassionatamente, per un' ora filata, tergendosi dalla fronte sudore autentico; poi, gettandosi con ampio gesto sulla spalla sinistra una toga inesistente, concludeva: _ Andate, andate, o serpi, a depositare il vostro veleno! Il terzo di San Vittore, il torinese Cravero, era invece un furfante compiuto, incontaminato, senza sfumature, di quelli che è raro trovare, e in cui sembrano prendere corpo e figura umana le astratte ipotesi criminose del codice penale. Conosceva bene tutte le galere d' Italia, e in Italia aveva vissuto (lo ammetteva senza ritegno, anzi con vanto) di furti, rapine e sfruttamento. Con queste arti in mano, non aveva trovato alcuna difficoltà a sistemarsi in Germania: con la Organizzazione Todt aveva lavorato soltanto un mese, a Berlino, poi era sparito, mimetizzandosi agevolmente sul fondo buio della malavita locale. Dopo due o tre tentativi, aveva trovato una vedova che andava bene. Lui la aiutava con la sua esperienza, le procurava clienti, e si occupava della parte finanziaria nei casi controversi, fino alla coltellata compresa; lei lo ospitava. In quella casa, malgrado le difficoltà della lingua, e certe curiose abitudini della sua protetta, si trovava perfettamente a suo agio. Quando i russi furono alle porte di Berlino, Cravero, che non amava i tumulti, aveva levato le ancore, piantando in asso la donna che si scioglieva in lagrime. Ma era stato ugualmente raggiunto dalla rapida avanzata, e di campo in campo era finito a Katowice; tuttavia non vi rimase a lungo. Fu infatti lui il primo fra gli italiani che si decise a tentare il rimpatrio coi propri mezzi. Avvezzo com' era a vivere al di fuori di ogni legge, l' ostacolo delle molte frontiere da attraversare senza documenti, e del migliaio e mezzo di chilometri da percorrere senza soldi, non lo preoccupava troppo. Poiché si dirigeva a Torino, si offerse molto cortesemente di portare una lettera a casa mia. Accettai, con una certa leggerezza, come si vide in seguito; accettai perché ero malato, perché posseggo una grande fiducia innata nel mio prossimo, perché la posta polacca non funzionava, e perché Marja Fjodorovna, quando le avevo proposto di scrivere una lettera per mio conto nei paesi d' occidente, era impallidita e aveva cambiato discorso. Cravero, partito da Katowice a metà maggio, arrivò a Torino nel tempo-primato di un mese, sgusciando come un' anguilla attraverso innumerevoli posti di blocco. Rintracciò mia madre, le consegnò la lettera (e fu l' unico mio segno di vita che in nove mesi giunse a destinazione), e le descrisse confidenzialmente come io mi trovassi in condizioni di salute estremamente preoccupanti: naturalmente non lo avevo messo nella lettera, ma ero solo, ammalato, abbandonato, senza soldi, in urgente bisogno di aiuto; secondo la sua opinione, era indispensabile provvedere immediatamente. Certo l' impresa non era facile: ma lui Cravero, mio amico fraterno, era lì a disposizione. Se mia madre gli avesse consegnato duecentomila lire, in due o tre settimane mi avrebbe riportato a casa a salvamento. Anzi, se la signorina (mia sorella, che assisteva al colloquio) avesse voluto accompagnarlo .... Va ascritto a lode di mia madre e di mia sorella di non aver concesso immediata fiducia al messaggero. Lo rimandarono, pregandolo di ripassare di lì a qualche giorno, perché la somma non era disponibile. Cravero scese le scale, rubò la bicicletta di mia sorella che stava sotto il portone, e scomparve. Mi scrisse dopo due anni, a Natale, una affettuosa cartolina di auguri dalle Carceri Nuove. Nelle sere in cui Tramonto ci esentava dalla ripetizione del processo, era spesso di scena il Signor Unverdorben. Rispondeva a questo nome strano e bello un mite, anziano e ombroso ometto di Trieste. Il Signor Unverdorben, che non rispondeva a chi non lo chiamava "signore", e pretendeva di essere trattato con il "lei", aveva trascorso una lunga duplice esistenza avventurosa, e come il Moro e Tramonto era prigioniero di un sogno, anzi di due. Era inesplicabilmente sopravvissuto al Lager di Birkenau, e ne aveva riportato un orrendo flemmone a un piede; perciò non poteva camminare, ed era il più assiduo e il più ossequioso fra coloro che mi offrivano compagnia e assistenza durante la mia malattia. Era anche molto loquace, e se non si fosse spesso ripetuto, secondo il costume dei vecchi, le sue confidenze potrebbero costituire un romanzo a sé stante. Era musicista, un grande musicista incompreso, compositore e direttore d' orchestra: aveva composto un' opera lirica, "La regina di Navarra", che era stata lodata da Toscanini; ma il manoscritto giaceva inedito in un cassetto, perché i suoi nemici tanto avevano scrutato nelle sue carte, con immonda pazienza, che infine avevano scoperto come quattro battute consecutive dello spartito si ritrovassero identiche nei Pagliacci. La sua buona fede era ovvia, lampante, ma su queste cose la legge non scherza. Tre battute sì, quattro no. Quattro battute sono un plagio. Il Signor Unverdorben era troppo signore per sporcarsi le mani con gli avvocati e le querele: aveva virilmente dato l' addio all' arte, e si era fatta una esistenza nuova come cuoco di bordo sui transatlantici di linea. Così aveva molto viaggiato, e aveva visto cose che nessun altro ha visto. Principalmente, aveva visto animali e piante straordinari, e molti segreti della natura. Aveva visto i coccodrilli del Gange, che hanno un solo osso rigido che va dalla punta del naso alla coda, sono ferocissimi e corrono come il vento; ma, appunto per questa loro singolare struttura, non possono spostarsi che in avanti e indietro, come un treno sui binari, e perciò basta collocarsi di fianco, al di fuori anche di poco della linea retta che costituisce il loro prolungamento, per essere al sicuro. Aveva visto gli sciacalli del Nilo, che bevono correndo per non essere addentati dai pesci: di notte i loro occhi brillano come lanterne, e cantano con rauche voci umane. Aveva anche visto i cappucci della Malesia, che sono fatti come i cavoli nostrani, ma molto più grossi: e basta toccare le loro foglie con un dito, che non si riesce più a districarsene, la mano e poi il braccio e poi l' intera persona dell' incauto vengono attirati, lentamente ma irresistibilmente, nel mostruoso cuore appiccicoso della pianta carnivora, e digeriti a poco a poco. L' unico rimedio, che quasi nessuno conosce, è il fuoco, ma bisogna agire prontamente: basta la fiammella di un fiammifero sotto la foglia che ha ghermito la preda, e il vigore della pianta si scioglie. In questo modo, grazie alla sua prontezza e alle sue conoscenze di storia naturale, il Signor Unverdorben aveva salvato da sicura morte il capitano della sua nave. Ci sono poi certi serpentelli neri che dimorano confitti nelle squallide sabbie d' Australia, e che si avventano all' uomo di lontano, per l' aria, come palle di fucile: un loro morso basta a fare cadere riverso un toro. Ma tutto in natura si ricollega, non vi è offesa contro cui non ci sia difesa, ogni veleno ha il suo antidoto: basta conoscerlo. La morsicatura di questi rettili guarisce prontamente se viene trattata con saliva umana; non però quella della persona aggredita. Perciò, in quelle terre, nessuno viaggia mai solo. Nelle lunghissime sere polacche, l' aria della camerata, greve di tabacco e di odori umani, si saturava di sogni insensati. È questo il frutto più immediato dell' esilio, dello sradicamento: il prevalere dell' irreale sul reale. Tutti sognavano sogni passati e futuri, di schiavitù e di redenzione, di paradisi inverosimili, di altrettanto mitici e inverosimili nemici: nemici cosmici, perversi e sottili, che tutto pervadono come l' aria. Tutti, ad eccezione forse di Cravero, e certamente di D' Agata. D' Agata non aveva tempo di sognare, perché era ossessionato dal terrore delle cimici. Queste incomode compagne non piacevano a nessuno, naturalmente; ma tutti avevamo finito col farci l' abitudine. Non erano poche e sparse, ma un esercito compatto, che col sopraggiungere della primavera aveva invaso tutti i nostri giacigli: stavano annidate di giorno nelle fenditure dei muri e delle cuccette di legno, e partivano in scorreria non appena cessava il tramestio del giorno. A cedere loro una piccola porzione del nostro sangue, ci saremmo rassegnati di buon grado: era meno facile abituarsi a sentirle correre furtive sul viso e sul corpo, sotto gli abiti. Potevano dormire tranquilli solo quelli che avevano la fortuna di godere di un sonno pesante, e che riuscivano a cadere nell' incoscienza prima che quelle altre si risvegliassero. D' Agata, che era un minuscolo, sobrio, riservato e pulitissimo muratore siciliano, si era ridotto a dormire di giorno, e passava le notti appollaiato sul letto, guardandosi intorno con occhi dilatati dall' orrore, dalla veglia e dall' attenzione spasmodica. Teneva stretto in mano un aggeggio rudimentale, che si era costruito con un bastoncello e un pezzo di rete metallica, e il muro accanto a lui era coperto di una lurida costellazione di macchie sanguigne. In principio queste sue abitudini erano state derise: aveva forse la pelle più fina di noi altri? Ma poi la pietà aveva prevalso, commista con una traccia di invidia; perché, fra tutti noi, D' Agata era il solo il cui nemico fosse concreto, presente, tangibile, suscettibile di essere combattuto, percosso, schiacciato contro il muro.

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