La tregua
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura
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La vita nel campo di Bogucice, ambulatorio e mercato, relazioni umane rudimentali con russi, polacchi e altri, rapide alternanze di fame e di ventre pieno, di speranze di ritorno e di delusioni, attesa e incertezza, caserma ed espedienti, quasi una forma frusta di vita militare in un ambiente provvisorio e straniero, suscitava in me disagio, nostalgia, e principalmente noia; Era invece consona alle abitudini, al carattere e alle aspirazioni di Cesare. A Bogucice, Cesare rifioriva, visibilmente, di giorno in giorno, come un albero in cui monta la linfa di primavera; Aveva ormai al mercato un posto fisso e una clientela affezionata, da lui stesso evocata dal nulla: la Baffona, la Pelleossi, Repiscitto, ben tre Chiappone, Fojjo de via, Franchestein, una ragazza giunonica che lui chiamava Er Tribbunale, e vari altri. In campo, godeva di un prestigio indiscusso: con Giacomantonio aveva fatto questione, ma molti altri gli affidavano merce da vendere, senza contratto, sulla pura fiducia, in modo che il danaro non gli mancava. Una sera sparì: non si presentò al campo per la cena, e neppure in camerata a dormire; Naturalmente, non denunciammo nulla al Rovi, e tanto meno ai russi, per non creare complicazioni; tuttavia, quando l' assenza si fu prolungata per tre giorni e tre notti, anch' io, che per natura non sono molto apprensivo, e molto meno lo ero nei confronti di Cesare, incominciai a provare una leggera inquietudine; Cesare tornò all' alba del quarto giorno, malconcio e ispido come un gatto reduce da una tregenda sui tetti. Aveva gli occhi pesti, in fondo ai quali balenava tuttavia una luce fiera. _ Lasciatemi perdere, _ disse appena entrato, benché nessuno gli avesse chiesto niente, e la maggior parte russassero ancora. Si buttò sulla branda, ostentando una spossatezza estrema; ma dopo pochi minuti, non resistendo alla pressione della grande novità che gli rodeva dentro, venne da me, che mi ero appena svegliato. Rauco e torvo, come se per tre notti avesse danzato con le streghe, mi disse: _ Ci siamo; Mi sono messo a posto; Mi sono fatto una pagninca; A me la notizia non suonò particolarmente entusiasmante. Non era certo lui il primo: già diversi altri italiani, specie fra i militari, si erano fatta la ragazza in città: poiché "pagninca" è l' esatto analogo di "segnorina", e altrettanto deformato nel suono. Non era una impresa molto ardua, perché gli uomini erano scarsi in Polonia, e molti erano gli italiani che si erano "sistemati", spinti non solo dal mito amatorio nazionale, ma anche da un più profondo e serio bisogno, dalla nostalgia di una casa e di un affetto. Come conseguenza, in alcuni casi il coniuge defunto o lontano era stato sostituito non solo nel cuore e nel letto della donna, ma in tutte le sue mansioni, e si vedevano italiani scendere coi polacchi nei pozzi di carbone per portare "a casa" la busta paga, servire al banco in bottega, e strane famiglie alla domenica, decorosamente a spasso per i bastioni, l' italiano con la polacca a braccetto, e un bambino troppo biondo per mano. Ma, mi precisò Cesare, il caso suo era diverso (tutti sono sempre diversi, pensavo io sbadigliando). La sua pagninca era bellissima, nubile, elegante, pulita, innamorata di lui, e quindi anche economica. Era pure molto navigata; aveva solo il difetto di parlare polacco. Perciò, se gli ero amico, dovevo aiutarlo. Non ero in grado di aiutarlo molto, gli spiegai stancamente. In primo luogo, non sapevo più di trenta parole di polacco; in secondo, della terminologia sentimentale che gli occorreva ero assolutamente digiuno; in terzo, non mi trovavo nella disposizione d' animo adatta a seguirlo. Ma Cesare non disarmò: forse la ragazza capiva il tedesco. Lui aveva in mente un programma ben preciso; perciò, che gli facessi il santo piacere di non fare dell' ostruzionismo, e di spiegargli bene come si dice in tedesco questo e questo e quest' altro. Cesare sopravvalutava le mie conoscenze linguistiche. Le cose che voleva sapere da me non si insegnano in alcun corso di tedesco, e tanto meno avevo avuto occasione di impararle in Auschwitz; d' altronde, erano questioni sottili e peculiari, tanto che sussiste in me il sospetto che esse non esistano in alcun' altra lingua oltre all' italiano e al francese. Gli esposi questi miei dubbi, ma Cesare mi guardò impermalito. Facevo del sabotaggio, era chiaro: era tutta invidia. Si rimise le scarpe e se ne andò brontolando i morti. Tornò dopo mezzogiorno, e mi buttò davanti un bel vocabolario tascabile italiano-tedesco, comperato per venti zloty al mercato. _ Qui c' è tutto, _ mi disse, con l' aria di chi non ammette altre discussioni e cavilli. Non c' era tutto, purtroppo: mancava anzi proprio l' essenziale, quello che una misteriosa convenzione espunge dall' universo della carta stampata; quattrini sprecati. Cesare se ne andò nuovamente, deluso della cultura, dell' amicizia, e della carta stampata medesima; Da allora, non fece che rare ricomparse al campo: la pagninca provvedeva generosamente a tutte le sue necessità. Alla fine di aprile scomparve per una settimana filata. Ora quella non era una fine di aprile qualunque: era quella memorabile dell' anno 1945. Non eravamo purtroppo in grado di intendere i giornali polacchi: ma il corpo dei titoli che cresceva di giorno in giorno, i nomi che vi si leggevano, la stessa aria che si respirava nelle strade e alla Kommandantur, ci facevano comprendere che la vittoria era vicina; Leggemmo "Vienna", "Coblenza", "Reno"; poi "Bologna" ; poi, con entusiasmo commosso, "Torino" e "Milano". Infine, "Mussolini" in caratteri cubitali, seguito da uno spaventoso e indecifrabile participio passato; e da ultimo, in inchiostro rosso e su mezza pagina, l' annunzio definitivo, criptico ed esultante: "BERLIN UPDAL!" Al 30 di aprile Leonardo, io e i pochi altri detentori di un lasciapassare fummo chiamati dal capitano Egorov: con una curiosa aria sorniona ed imbarazzata che non gli conoscevamo, ci fece dire dall' interprete che avremmo dovuto riconsegnare il "propusk": il giorno dopo ne avremmo ricevuto uno nuovo. Naturalmente non gli credemmo, ma dovemmo ugualmente restituire il tesserino. Il provvedimento ci sembrò assurdo e lievemente vessatorio, e accrebbe in noi l' ansia e l' attesa; ma il giorno seguente ne comprendemmo la ragione. Il giorno seguente era il 1 maggio; il 3 maggio ricorreva non so quale importante solennità polacca ; l' . maggio la guerra finì. La notizia, per quanto attesa, esplose come un uragano: per otto giorni, il campo, la Kommandantur, Bogucice, Katowice, l' intera Polonia e l' intera Armata Rossa si scatenarono in un parossismo di entusiasmo delirante; L' Unione Sovietica è un gigantesco paese, e alberga nel suo cuore fermenti giganteschi: fra questi, una omerica capacità di gioia e di abbandono, una vitalità primordiale, un talento pagano, incontaminato, per le manifestazioni, le sagre, le baldorie corali. L' atmosfera intorno a noi si fece torrida in poche ore; C' erano russi dappertutto, usciti come formiche da un formicaio: si abbracciavano come se tutti si conoscessero fra loro, cantavano, urlavano; benché in buona parte malfermi sulle gambe, ballavano fra loro, e travolgevano nei loro abbracci tutti quelli che incontravano per strada. Sparavano in aria, qualche volta anche non in aria ; ci fu portato in infermeria un soldatino ancora imberbe, un "parasjutist", trapassato da un colpo di moschetto dall' addome alla schiena. Il colpo, miracolosamente, non aveva leso organi vitali: il soldato-bambino stette a letto tre giorni, e subì le medicazioni con tranquillità, guardandoci con occhi vergini come il mare; poi, una sera, mentre in strada passava una torma di commilitoni in festa, balzò fuori dalle coperte vestito di tutto punto, con l' uniforme e gli stivali, e da buon paracadutista, sotto gli occhi degli altri malati, si gettò semplicemente in strada dalla finestra del primo piano. Le già tenui vestigia di disciplina militare svanirono; Davanti alla porta del campo la sentinella, alla sera del 1 maggio, russava ubriaca _ e sdraiata per terra, col mitra a tracolla ; poi non si vide più; Era inutile rivolgersi alla Kommandantur per qualsiasi urgente necessità: la persona incaricata non c' era, o era a letto a smaltire una sbornia, o occupata in misteriosi febbrili preparativi nella palestra della scuola; Era grande fortuna che la cucina e l' infermeria fossero in mani italiane; Di quale natura fossero quei preparativi, si seppe ben presto; Stavano organizzando una gran festa per il giorno della fine della guerra: una rappresentazione teatrale con cori, danze e recitazione, offerta dai russi a noi, ospiti del campo. A noi italiani: poiché nel frattempo, in seguito a complicati spostamenti delle altre nazionalità, eravamo rimasti a Bogucice in forte maggioranza, anzi, quasi soli con pochi francesi e greci; Cesare ritornò fra noi in uno di quei giorni tumultuosi Era in condizioni assai peggiori della prima volta: infangato fino ai capelli, stracciato, stravolto, e afflitto da un torcicollo mostruoso. Aveva in mano una bottiglia di vodka, nuova e piena, e come prima preoccupazione si diede d' attorno finché non ebbe trovato un' altra bottiglia vuota; indi, fosco e funereo, costruì un ingegnoso imbuto con un pezzo di cartone, travasò la vodka, poi ne ruppe la bottiglia in piccoli pezzi, radunò i cocci in un involto, e in gran segreto andò a seppellirlo in una buca in fondo al campo. Gli era successa una disgrazia; Una sera che tornava dal mercato in casa della ragazza, ci aveva trovato un russo: aveva visto nell' anticamera il cappotto militare, col cinturone e la fondina, e una bottiglia. Aveva preso la bottiglia, a titolo di parziale indennizzo, e saviamente se ne era andato: ma il russo, pare, gli era venuto dietro, forse per via della bottiglia, o forse spinto da gelosia retroattiva; Qui il suo rendiconto si faceva più oscuro e meno credibile. Aveva cercato invano di sfuggirgli, e in breve si era convinto che tutta l' Armata Rossa era sulle sue tracce; Era finito al Luna Park, ma anche lì la caccia era continuata, per tutta la notte; Le ultime ore le aveva passate agguattato sotto l' impiantito del ballo pubblico, mentre tutta la Polonia gli ballava sulla testa: ma la bottiglia non l' aveva lasciata, perché rappresentava tutto quanto gli era rimasto di una settimana di amore. Aveva distrutto il recipiente originale per prudenza, ed insistette perché il contenuto fosse immediatamente consumato fra noi suoi intimi. Fu una bevuta malinconica e taciturna; venne l' . maggio: giorno di esultanza per i russi, di diffidente vigilia per i polacchi, per noi di gioia venata di nostalgia profonda; Da quel giorno, infatti, le nostre case non erano più proibite, nessun fronte di guerra più ce ne separava, nessun ostacolo concreto, solo carte e uffici; sentivamo che il rimpatrio ci era ormai dovuto, e ogni ora passata in esilio ci pesava come piombo; anche di più ci pesava l' assoluta mancanza di notizie dall' Italia. Ci recammo tuttavia in massa ad assistere alla rappresentazione dei russi, e facemmo bene. Il teatro era stato improvvisato nella palestra della scuola; del resto, tutto era stato improvvisato, gli attori, le sedie, il coro, il programma, le luci, il sipario; vistosamente improvvisata era la marsina che indossava il presentatore, il capitano Egorov in persona; Egorov comparve alla ribalta ubriaco fradicio, infilato in smisurati pantaloni la cui cintura gli arrivava alle ascelle, mentre la coda di rondine spazzava il pavimento. Era in preda ad una sconsolata tristezza alcoolica, e annunciava con voce sepolcrale i vari numeri comici o patriottici del programma, fra sonori singulti e scoppi di pianto. Il suo equilibrio era dubbio: nei momenti cruciali si afferrava al microfono, e allora il clamore del pubblico si sospendeva a un tratto, come quando un acrobata salta nel vuoto dal trapezio; Tutti comparvero sul palcoscenico: l' intera Kommandantur; Marja come direttrice del coro, che era ottimo come tutti i cori russi, e cantò Moskvà mojà ("La mia Mosca") con meraviglioso slancio ed armonia, e palese buona fede. Galina si esibì da sola, in costume circasso e stivaloni, in una vertiginosa danza nella quale rivelò doti atletiche fantastiche ed insospettate: fu subissata di applausi, e ringraziò commossa il pubblico con innumerevoli riverenze settecentesche, rossa in viso come un pomodoro e con gli occhi scintillanti di lagrime. Non furono da meno il dottor Dancenko e il mongolo dai mustacchi, che, pur pieni di vodka, eseguirono in coppia una di quelle indemoniate danze russe in cui si salta per aria, ci si accovaccia, si scalcia e si piroetta come trottole sui talloni. Seguì una singolare imitazione della Titina di Charlie Chaplin, impersonato da una delle floride fanciulle della Kommandantur, dal seno e dalla groppa esuberanti, ma puntigliosamente fedele al prototipo quanto a bombetta, baffi, scarpacce e bastoncino. E finalmente, annunciato da Egorov con voce lagrimosa, e salutato da tutti i russi con un selvaggio urlo di consenso, comparve sulla scena Vanka Vstanka; Chi sia Vanka Vstanka, non saprei dire con precisione: forse una nota maschera popolare russa; Nella fattispecie, era un pastorello timido, balordo e innamorato, che vorrebbe dichiararsi alla sua bella e non osa. La bella era la gigantesca Vassilissa, la valchiria responsabile del servizio mensa, corvina e membruta, capace di stendere con un manrovescio un commensale turbolento o un cascamorto importuno (e più di un italiano ne aveva fatto la prova): ma sulla scena chi l' avrebbe riconosciuta? Era trasfigurata dalla sua parte: il candido Vanka Vstanka (al secolo, uno dei tenenti anziani), dal viso impiastricciato di cipria bianca e rosea, la corteggiava alla lontana, arcadicamente, per venti melodiose strofe a noi purtroppo incomprensibili, e tendeva verso l' amata mani supplici ed esitanti, che ella respingeva con grazia ridente ma risoluta, gorgheggiando altrettante repliche gentili e beffarde; Ma a poco a poco le distanze diminuivano, mentre il fragore degli applausi cresceva in proporzione; dopo molte schermaglie i due pastori si scambiavano baci verecondi sulle guance, e finivano con lo strofinarsi vigorosamente e voluttuosamente schiena contro schiena, con incontenibile entusiasmo del pubblico. Uscimmo dal teatro leggermente intronati, ma quasi commossi. Lo spettacolo ci aveva soddisfatti nell' intimo: era stato improvvisato in pochi giorni, e si vedeva; era stato uno spettacolo casalingo, senza pretese, puritano, spesso puerile; Ma presupponeva qualcosa di non improvvisato, anzi antico e robusto: una giovanile, nativa, intensa capacità di gioia e di espressione, una amorevole ed amichevole famigliarità con la scena e col pubblico, lontana dalla esibizione vuota e dalla astrazione cerebrale, dalla convenzione e dalla pigra ripetizione di modelli; Perciò era stato, nei suoi limiti, uno spettacolo caldo, vivo, non volgare, non qualunque, ricco di libertà e di asserzione; Il giorno dopo, tutto era rientrato nell' ordine, e i russi, a meno di alcune lievi ombre intorno agli occhi, avevano ripreso le loro facce abituali. Incontrai Marja all' infermeria, e le dissi che mi ero molto divertito, e che tutti noi italiani avevamo molto ammirato le virtù sceniche sue e dei suoi colleghi: il che era pura verità; Marja era, per solito e per natura, una donna poco metodica ma molto concreta, saldamente attestata entro il contorno tangibile del giro dell' orologio e delle pareti domestiche, amica degli uomini di carne e avversa al fumo delle teorie; Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni? Mi rispose con serietà didascalica; Mi ringraziò offiziosamente delle lodi, e mi assicurò che ne avrebbe fatto parte a tutto il comando; poi mi notificò con molto sussiego che la danza e il canto sono in Unione Sovietica materie di insegnamento scolastico, e così pure la recitazione; che è del buon cittadino cercare di perfezionarsi in ogni sua abilità o talento naturale; che il teatro è uno degli strumenti più preziosi di educazione collettiva; ed altre piattitudini pedagogiche, le quali suonavano assurde e vagamente irritanti al mio orecchio, ancor pieno del gran vento di vitalità e di forza comica della sera avanti. D' altronde Marja stessa ("vecchia e matta", secondo il giudizio della diciottenne Galina) sembrava possedesse una seconda personalità, ben distinta da quella ufficiale: poiché era stata vista la sera prima, dopo il teatro, bere come una voragine, e ballare come una baccante fino a tarda notte, stancando innumerevoli ballerini, come un cavaliere furibondo che schianta sotto di sé cavallo dopo cavallo. La vittoria e la pace furono festeggiate anche in altro modo, che per poco, indirettamente, non mi doveva costare assai caro. A metà maggio ebbe luogo un incontro di calcio fra la squadra di Katowice ed una rappresentativa di noi italiani. Si trattava in realtà di una rivincita: una prima partita era stata disputata senza particolare solennità due o tre settimane prima, ed era stata vinta di larga misura dagli italiani contro una squadra anonima e raccogliticcia di minatori polacchi dei sobborghi; Ma per la rivincita i polacchi sfoderarono una squadra di prim' ordine: corse voce che alcuni giocatori, e fra questi il portiere, fossero stati fatti arrivare per l' occasione niente meno che da Varsavia, mentre gli italiani, ahimè, non erano in grado di fare altrettanto. Questo portiere era un portiere da incubo. Era uno spilungone biondo, dal viso emaciato, dal petto concavo e dalle movenze indolenti da apache. Non possedeva affatto lo scatto, la contrazione enfatica e la nevrotica trepidazione professionale: stava in porta con degnazione insolente, appoggiato a un montante come se al gioco assistesse soltanto, con aria insieme oltraggiata e oltraggiosa. Eppure, le poche volte che la palla veniva calciata in porta dagli italiani, lui era sempre sulla traiettoria, come per caso, pur senza mai fare un movimento brusco: stendeva un lunghissimo braccio, uno solo, che sembrava gli uscisse dal corpo come le corna di una chiocciola, e possedesse la stessa qualità invertebrata e appiccicosa. Ed ecco, la palla vi aderiva solidamente, perdendo tutta la sua forza viva: gli scivolava sul petto, poi giù lungo il corpo e la gamba, fino a terra; L' altra mano non la adoperò mai: la tenne ostentatamente in tasca per tutto l' incontro. La partita si svolgeva su di un campo di periferia piuttosto lontano da Bogucice, e i russi, per l' occasione, avevano concesso libera uscita all' intero campo. Fu accanitamente disputata non solo fra le due squadre contendenti, ma fra entrambe queste e l' arbitro: poiché arbitro, ospite d' onore, titolare del palco delle Autorità, direttore di gara e segnalinee a un tempo era il capitano della NKVD, l' inconcreto ispettore delle cucine. Ormai guarito alla perfezione della frattura, sembrava seguisse il gioco con interesse intenso, ma non di natura sportiva: con un interesse di natura misteriosa, forse estetico, forse metafisico. Il suo comportamento era irritante, anzi estenuante, se giudicato col metro dei molti competenti presenti fra il pubblico; per altro verso, esilarante, e degno di un comico di gran scuola. Interrompeva il gioco continuamente, a casaccio, con sibili prepotenti, e con una sadica predilezione per i momenti in cui erano in corso azioni sotto porta; se i giocatori non gli davano retta (e smisero ben presto di dargli retta, perché le interruzioni erano troppo frequenti), scavalcava il parapetto del palco con le sue lunghe gambe stivalate, si cacciava nella mischia fischiando come un treno, e tanto faceva finché non riusciva a impadronirsi del pallone. Allora, a volte lo prendeva in mano, rigirandolo da tutte le parti con aria sospettosa, come se fosse stato una bomba inesplosa; altre volte, con gesti imperiosi, lo faceva mettere a terra in un determinato punto del terreno, poi si avvicinava poco soddisfatto, lo spostava di qualche centimetro, gli girava intorno a lungo meditabondo, e infine, come convinto di chissà che, faceva cenno di riprendere il gioco. Altre volte ancora, quando gli riusciva di avere il pallone fra i piedi, faceva allontanare tutti, e lo calciava in porta con tutta la forza che aveva: poi si volgeva radioso al pubblico che mugghiava di rabbia, e salutava a lungo stringendosi le mani al di sopra del capo come un pugile vittorioso; Era peraltro rigorosamente imparziale; In queste condizioni, la partita (che fu meritatamente vinta dai polacchi) si trascinò per oltre due ore, fin verso le sei di sera; e si sarebbe protratta probabilmente fino a notte se fosse dipeso solo dal capitano, che non si preoccupava minimamente dell' orario, si comportava sul campo come il Padrone dopo Dio, e da quella sua malintesa funzione di direttore di gioco sembrava ricavare un divertimento folle e inesauribile. Ma verso il tramonto il cielo si oscurò rapidamente, e quando caddero le prime gocce di pioggia fu fischiata la fine. La pioggia divenne in breve un diluvio: Bogucice era lontana, ripari per via non ce n' erano, e ritornammo in baracca fradici. Il giorno dopo stavo male, di un male che rimase a lungo misterioso; Non riuscivo più a respirare liberamente. Sembrava che nella corsa dei miei polmoni ci fosse un arresto, un dolore acutissimo, una puntura profonda, localizzata da qualche parte sopra lo stomaco, ma dietro, vicino alla schiena; e mi impediva di attingere aria oltre un certo segno; E questo segno scendeva, di giorno in giorno, di ora in ora; la razione d' aria che mi era concessa si riduceva con una progressione lenta e costante che mi atterriva. Il terzo giorno non potevo più fare alcun movimento; il quarto, giacevo sulla branda supino, immobile, col respiro brevissimo e frequente come quello dei cani accaldati.
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