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La tregua

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura

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Katowice

Il campo di sosta di Katowice, che mi accolse affamato e stanco dopo la settimana di peregrinazioni col greco, era situato su di una piccola altura, in un sobborgo della città denominato Bogucice. A suo tempo, era stato un minuscolo Lager tedesco, ed aveva albergato i minatori-schiavi addetti ad una miniera di carbone che si apriva nelle vicinanze. Era costituito da una dozzina di baracche in muratura, di dimensioni ridotte, a un solo piano: esisteva ancora il duplice recinto di filo spinato, ormai puramente simbolico. La porta era sorvegliata da un solo soldato sovietico, dall' aria sonnolenta e neghittosa; sul lato opposto si apriva nel reticolato un grosso buco, da cui si poteva uscire senza neppure curvarsi: il comando russo pareva non preoccuparsene minimamente. Le cucine, la mensa, l' infermeria, i lavatoi erano esterni al recinto, per cui la porta era sede di un andirivieni continuo. La sentinella era un mongolo gigantesco sulla cinquantina, armato di mitra e baionetta, dalle enormi mani nodose, dai grigi baffi spioventi alla Stalin e dagli occhi di fuoco: ma il suo aspetto feroce e barbarico era assolutamente incongruente con le sue innocue mansioni. Non veniva mai avvicendato, e perciò moriva di noia; il suo comportamento nei confronti di chi entrava e usciva era imprevedibile: a volte pretendeva il "propusk", vale a dire il lasciapassare; altre volte chiedeva solo il nome; altre ancora, un po' di tabacco, o anche nulla. Certi altri giorni, invece, respingeva ferocemente tutti, ma non trovava nulla da obiettare se li vedeva poi uscire dal buco nel fondo, che pure era visibilissimo. Quando faceva freddo, piantava tranquillamente il suo posto di guardia, si infilava in una delle camerate su cupi vedeva fumare bene un camino, buttava il mitra su una branda, accendeva la pipa, e offriva vodka se ne aveva, o se non ne aveva la chiedeva in giro, e bestemmiava sconsolato se non gliene davano. Qualche volta consegnava addirittura il mitra al primo fra noi che gli capitava sotto mano, e a gesti e urlacci gli faceva capire di andarlo a sostituire al posto di guardia; poi si appisolava vicino alla stufa. Quando vi giunsi con Mordo Nahum, il campo era occupato da una popolazione fortemente promiscua, di quattrocento persone circa; vi erano francesi, italiani, olandesi, greci, cèchi, ungheresi ed altri: alcuni erano stati operai civili della Organizzazione Todt, altri internati militari, altri ancora ex Häftlinge. C' era anche un centinaio di donne. Di fatto, l' organizzazione del campo era largamente affidata alle iniziative singole o di gruppo: ma nominalmente il campo sottostava ad una Kommandantur sovietica, che era il più pittoresco esemplare di accampamento zingaro che si possa immaginare. C' era un capitano, Ivan Antonovic Egorov, un ometto non più giovane, dall' aria rustica e scostante; tre "tenenti anziani"; un sergente, atletico e gioviale; una dozzina di territoriali (fra cui la sentinella baffuta sopra descritta); un furiere; una "doktorka"; un medico, Pjotr Grigorjevic Dancenko, giovanissimo, gran bevitore, fumatore, amatore e pococurante; una infermiera, Marja Fjodorovna Prima, che divenne presto mia amica; ed un nugolo indefinito di ragazze solide come querce, non si capiva se militari o militarizzate o ausiliarie o civili o dilettanti. Queste avevano mansioni varie e vaghe: lavandaie, cuoche, dattilografe, segretarie, cameriere, amorose pro tempore di questo e di quello, fidanzate intermittenti, mogli, figlie. L' intera carovana viveva in buona armonia, senza orario né regole, nelle adiacenze del campo, accampata nei locali di una scuola elementare abbandonata. L' unico che si curasse di noi era il furiere, che pareva essere il più elevato in autorità, se non in grado, dell' intero comando. D' altronde, tutti i loro rapporti gerarchici erano indecifrabili: si intrattenevano fra di loro per lo più con semplicità amichevole, come una grossa famiglia provvisoria, senza formalismi militareschi; scoppiavano talvolta litigi furibondi e pugilati, anche fra ufficiali e soldati, ma si concludevano rapidamente senza conseguenze disciplinari e senza rancori, come se nulla fosse stato. La guerra stava per finire, la lunghissima guerra che aveva devastato il loro paese; per loro era già finita; Era la grande tregua: poiché non era ancora cominciata l' altra dura stagione che doveva seguire, né ancora era stato pronunciato il nome nefasto della guerra fredda. Erano allegri, tristi e stanchi, e si compiacevano del cibo e del vino, come i compagni di Ulisse dopo tirate in secco le navi. E tuttavia, sotto le apparenze sciatte ed anarchiche, era agevole ravvisare in loro, in ciascuno di quei visi rudi e aperti, i buoni soldati dell' Armata Rossa, gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in pace e atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall' amore reciproco e dall' amore di patria; una disciplina più forte, appunto perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei tedeschi. Era agevole intendere, vivendo fra loro, perché quella, e non questa, avesse da ultimo prevalso. Uno dei capannoni del campo era abitato solo da italiani, quasi tutti operai civili, che si erano trasferiti in Germania più o meno volontariamente. Erano muratori e minatori, non più giovani, gente tranquilla, sobria, laboriosa, e di animo gentile. Il capocampo degli italiani, a cui venni indirizzato per essere "preso in forza", era invece molto diverso. Il ragionier Rovi era diventato capocampo non per elezione dal basso, né per investitura russa, ma per autonomina: infatti, pur essendo un individuo di qualità intellettuali e morali piuttosto povere, possedeva in misura assai spiccata la virtù che, sotto ogni cielo, è la più necessaria per la conquista del potere, e cioè l' amore per il potere medesimo. L' assistere al comportamento dell' uomo che agisce non secondo ragione, ma secondo i propri impulsi profondi, è uno spettacolo di estremo interesse, simile a quello di cui gode il naturalista che studia le attività di un animale dagli istinti complessi. Rovi aveva conquistato la sua carica agendo con la stessa atavica spontaneità con cui il ragno costruisce la sua tela; poiché come il ragno senza tela, così Rovi senza carica non sapeva vivere. Aveva subito incominciato a tessere: era fondamentalmente sciocco, e non sapeva una parola di tedesco né di russo, ma fin dal primo giorno si era assicurati i servizi di un interprete, e si era presentato cerimoniosamente al comando sovietico in qualità di plenipotenziario per gli interessi italiani. Aveva organizzato una scrivania, con moduli (scritti a mano, in bella scrittura con svolazzi), timbri, matite di vari colori e libro mastro; pur non essendo colonnello, anzi, neppure militare, aveva appeso fuori della porta un vistoso cartello "Comando Italiano _ Colonnello Rovi"; si era circondato di una piccola corte di sguatteri, scritturali, sagrestani, spie, messaggeri e bravacci, che egli rimunerava in natura, con viveri sottratti alle razioni della comunità, ed esentandoli da tutti i lavori di comune interesse. I suoi cortigiani, che come sempre avviene erano molto peggiori di lui, curavano (anche con la forza, il che di rado era necessario) che i suoi ordini fossero eseguiti, lo servivano, raccoglievano per lui informazioni, e lo adulavano intensamente. Con chiaroveggenza sorprendente, che è come dire con un procedimento mentale altamente complesso e misterioso, aveva capito l' importanza, anzi la necessità, di possedere una uniforme, dal momento che doveva trattare con gente in uniforme. Se ne era combinata una non priva di fantasia, abbastanza teatrale, con un paio di stivaloni sovietici, un berretto da ferroviere polacco, e giacca e pantaloni trovati non so dove, che sembravano di orbace, e forse lo erano: si era fatto cucire mostrine al bavero, filetti dorati sul berretto, greche e gradi sulle maniche, ed aveva il petto pieno di medaglie. Peraltro, non era un tiranno, e neppure un cattivo amministratore. Aveva il buon senso di contenere vessazioni, concussioni e soprusi entro limiti modesti, e possedeva per le scartoffie una vocazione innegabile. Ora, poiché quei russi erano curiosamente sensibili al fascino delle scartoffie (delle quali tuttavia sfuggiva loro l' eventuale significato razionale), e sembrava amassero la burocrazia di quell' amore platonico e spirituale che non giunge al possesso e non lo desidera, Rovi era benevolmente tollerato, se non proprio stimato, nell' ambiente della Kommandantur. Inoltre, era legato al capitano Egorov da un paradossale, impossibile vincolo di simpatia fra misantropi: poiché sia l' uno che l' altro erano individui tristi, compunti, stomacati e dispeptici, e nell' euforia generale cercavano l' isolamento. Nel campo di Bogucice trovai Leonardo, già accreditato come medico, e assediato da una clientela poco redditizia ma molto numerosa: veniva come me da Buna, ed era arrivato a Katowice già da qualche settimana, seguendo vie meno intricate delle mie. Fra gli Häftlinge di Buna i medici erano in soprannumero, e ben pochi (praticamente, solo quelli padroni della lingua tedesca, o abilissimi nell' arte del sopravvivere) erano riusciti a farsi riconoscere come tali dal medico capo delle SS. Perciò Leonardo non aveva fruito di alcun privilegio: era stato sottoposto ai lavori manuali più duri, e aveva vissuto il suo anno di Lager in modo estremamente precario. Sopportava male la fatica e il gelo, ed era stato ricoverato in infermeria infinite volte, per edemi ai piedi, ferite infettate e deperimento generale. Per tre volte, in tre selezioni di infermeria, era stato scelto per la morte in gas, e per tre volte la solidarietà dei suoi colleghi in carica lo aveva sottratto fortunosamente al suo destino. Possedeva però anche, oltre alla fortuna, un' altra virtù essenziale in quei luoghi: una illimitata capacità di sopportazione, un coraggio silenzioso, non nativo, non religioso, non trascendente, ma deliberato e voluto ora per ora, una pazienza virile, che lo sosteneva miracolosamente al limite del collasso. L' infermeria di Bogucice era sistemata nella stessa scuola che albergava il Comando russo, in due camerette abbastanza pulite. Era stata creata dal nulla da Marja Fjodorovna. Marja era una infermiera militare sulla quarantina, simile a un gatto di bosco per gli occhi obliqui e selvatici, il naso breve dalle narici frontali, e le movenze agili e silenziose. Del resto, dai boschi veniva: era nata nel cuore della Siberia. Marja era una donna energica, brusca, arruffona e sbrigativa. Si procurava i medicinali, parte per normali vie amministrative, prelevandoli da depositi militari sovietici, parte attraverso i molteplici canali della borsa nera, parte ancora (ed era la parte maggiore) cooperando attivamente al saccheggio dei magazzini degli ex Lager tedeschi e delle infermerie e farmacie tedesche abbandonate; le cui scorte, a loro volta, erano frutto di precedenti saccheggi condotti dai tedeschi in tutte le nazioni d' Europa. Perciò, ogni giorno l' infermeria di Bogucice riceveva rifornimenti senza piano né metodo: centinaia di scatole di specialità farmaceutiche, recanti etichette e istruzioni d' uso in tutte le lingue, che dovevano essere smistate e catalogate per un possibile impiego. Fra le cose che avevo imparato in Auschwitz, una delle più importanti era, che bisogna sempre evitare di essere "qualunque". Tutte le vie sono chiuse a chi appare inutile, tutte sono aperte a chi esercita una funzione, anche la più insulsa. Perciò, dopo essermi consigliato con Leonardo, mi presentai a Marja, e proposi i miei servizi come farmacista-poliglotta. Marja Fjodorovna mi investigò con occhio esperto nel pesare un maschio. Ero "doktor"? Sì, lo ero, sostenni, aiutato nell' equivoco dal forte attrito linguistico: la siberiana infatti non parlava il tedesco, ma (pur non essendo ebrea) conosceva un po' di yiddish, imparato chissà dove. Non avevo un aspetto molto professionale né molto attraente, ma per stare in un retrobottega forse potevo andare. Marja trasse di tasca un pezzo di carta tutto spiegazzato, e mi chiese come mi chiamavo. Quando a "Levi" aggiunsi "Primo", i suoi occhi verdi si illuminarono, dapprima sospettosi, poi interrogativi, infine benevoli. Ma allora eravamo quasi parenti, mi spiegò. Io "Primo" e lei "Prima": "Prima" era il suo cognome, la sua "famìlia", Marja Fjodorovna Prima. Benissimo, potevo prendere servizio. Scarpe e vestiti? Mah, non era un affare semplice, ne avrebbe parlato con Egorov e con certe sue conoscenze, forse più tardi qualcosa si sarebbe potuto trovare. Si scarabocchiò il mio nome sul pezzo di carta, e il giorno seguente mi consegnò solennemente il "propusk", un lasciapassare dall' aspetto assai casalingo, che mi autorizzava a entrare e uscire dal campo a qualsiasi ora del giorno e della notte. Abitavo in una camera con otto operai italiani, e tutte le mattine mi recavo all' infermeria per servizio. Marja Fjodorovna mi consegnava centinaia di scatolette variopinte da classificare, e mi faceva piccoli regali amichevoli: scatole di glucosio (graditissime); pasticche di liquirizia e di menta; stringhe da scarpe: qualche volta un pacchetto di sale o di polvere per budini. Mi invitò una sera a prendere il tè nella sua camera, e notai che alla parete sopra il suo letto erano appese sette od otto fotografie di uomini in divisa: erano quasi tutti ritratti di visi noti, e cioè di soldati e ufficiali della Kommandantur. Marja li chiamava tutti famigliarmente per nome, e parlava di loro con semplicità affettuosa: li conosceva da tanti anni ormai, e avevano fatto tutta la guerra insieme. Dopo qualche giorno, poiché il lavoro di farmacista mi lasciava molto tempo libero, Leonardo mi chiamò ad aiutarlo in ambulatorio. Nelle intenzioni dei russi, quest' ultimo avrebbe dovuto fare servizio solo per gli ospiti del campo di Bogucice: in realtà, poiché le cure erano gratuite e prive di qualsiasi formalità, vi si presentavano a chiedere visita o medicazioni anche militari russi, civili di Katowice, gente di passaggio, mendicanti, e figure dubbie che non volevano avere a che fare con le autorità. Sia Marja sia il dottor Dancenko non trovavano nulla a ridire su questo stato di cose (già Dancenko non trovava mai a ridire su nulla, non si occupava di nulla se non di corteggiare le ragazze con divertenti maniere da granduca di operetta, e al mattino di buonora, quando veniva da noi in rapida ispezione, era già ubriaco e pieno di letizia): tuttavia, qualche settimana più tardi, Marja mi convocò, e con aria molto officiosa mi comunicò che, "per ordine di Mosca", era necessario che l' attività dell' ambulatorio fosse sottoposta a un minuzioso controllo. Perciò avrei dovuto tenere un registro, e annotarvi ogni sera il nome e l' età dei pazienti, la loro malattia, e la qualità e la quantità dei medicamenti somministrati o prescritti. In sé, la cosa non sembrava insensata; ma era necessario definire alcuni particolari pratici, che discussi con Marja. Ad esempio: come ci saremmo accertati della identità dei pazienti? Ma Marja ritenne trascurabile l' obiezione: che scrivessi le generalità dichiarate, "Mosca" si sarebbe certamente accontentata. Emerse però una difficoltà più grave: in che lingua tenere la registrazione? Non in italiano né in francese né in tedesco, che né Marja né Dancenko conoscevano. In russo allora? No, il russo non lo conoscevo io. Marja meditò perplessa, poi si illuminò, ed esclamò: _ Galina! _ Galina avrebbe risolto la situazione. Galina era una delle ragazze aggregate alla Kommandantur: conosceva il tedesco, così avrei potuto dettarle i verbali in tedesco, e lei li avrebbe tradotti in russo seduta stante. Marja mandò immediatamente a chiamare Galina (l' autorità di Marja, benché di natura mal definita, appariva grande), e così ebbe inizio la nostra collaborazione. Galina aveva diciott' anni, ed era di Kazàtin, in Ucraina. Era bruna, allegra e graziosa: aveva un viso intelligente dai tratti sensibili e minuti, e fra tutte le sue colleghe era la sola che vestisse con una certa eleganza, e che avesse spalle, mani e piedi di dimensioni accettabili. Parlava il tedesco discretamente: col suo ausilio i famosi verbali venivano faticosamente confezionati sera per sera, con un mozzicone di matita, su un fascicolo di carta grigiastra che Marja mi aveva consegnato come una reliquia. Come si dice "asma" in tedesco? e "caviglia"? e "slogatura"? e quali sono i termini russi corrispondenti? Ad ogni scoglio lessicale eravamo costretti ad arrestarci in preda al dubbio, e a ricorrere a complicate gesticolazioni, che finivano in squillanti risate da parte di Galina. Molto più raramente da parte mia. Di fronte a Galina mi sentivo debole, malato e sporco; ero dolorosamente conscio del mio aspetto miserevole, della mia barba mal rasa, dei miei abiti di Auschwitz; ero acutamente conscio dello sguardo di Galina, ancora quasi infantile, in cui una pietà incerta si accompagnava con una definita repulsione. Tuttavia, dopo qualche settimana di lavoro comune, si era stabilita fra noi una atmosfera di tenue confidenza reciproca. Galina mi fece capire che la faccenda dei verbali non era poi tanto seria, che Marja Fjodorovna era "vecchia e matta" e le bastava che i fogli le venissero riconsegnati comunque coperti di scrittura, e che il dottor Dancenko era affaccendato in tutt' altre faccende (note a Galina con strabiliante copia di particolari) con la Anna, con la Tanja, con la Vassilissa, e che i verbali gli interessavano "come la neve dell' anno scorso". Così il tempo dedicato ai malinconici dèi burocratici si andò assottigliando, e Galina approfittò degli intervalli per raccontarmi la sua storia, sfumacchiando, a pezzi e a bocconi. In piena guerra, due anni prima, sotto il Caucaso dove si era rifugiata con la famiglia, era stata reclutata da quella stessa Kommandantur; reclutata nel modo più semplice, vale a dire fermata per strada, e condotta al Comando per scrivere a macchina alcune lettere. C' era andata e c' era rimasta; non era più riuscita a sganciarsi (o più probabilmente, pensavo io, non aveva neppure tentato). La Kommandantur era diventata la sua vera famiglia: la aveva seguita per decine di migliaia di chilometri, per le retrovie sconvolte e lungo il fronte sterminato, dalla Crimea alla Finlandia. Non aveva una divisa, e neppure una qualifica né un grado: ma era utile ai suoi compagni combattenti, era loro amica, e perciò li seguiva, perché c' era la guerra, e ognuno doveva fare il suo dovere; il mondo poi era grande e vario, ed è bello girarlo quando si è giovani e senza preoccupazioni. Preoccupazioni Galina non ne aveva, neppure l' ombra. La si incontrava al mattino che andava al lavatoio, con un sacco di biancheria in bilico sul capo, e cantava come un' allodola; o negli uffici del Comando, scalza, che tempestava sulla macchina per scrivere; o alla domenica a spasso sui bastioni, a braccetto con un soldato, mai lo stesso; o di sera al balcone, romanticamente rapita, mentre uno spasimante belga, tutto sbrindellato, le faceva la serenata sulla chitarra. Era una ragazza di campagna, sveglia, ingenua, un po' civetta, molto vivace, non particolarmente colta, non particolarmente seria; eppure si sentiva operante in lei la stessa virtù, la stessa dignità dei suoi compagni-amici-fidanzati, la dignità di chi lavora e sa perché, di chi combatte e sa di aver ragione, di chi ha la vita davanti. A metà maggio, pochi giorni dopo la fine della guerra, venne a salutarmi. Partiva: le avevano detto che poteva tornare a casa. Aveva il foglio di via? aveva i soldi per il treno? _ No, _ rispose ridendo, _ "njé nada", non ce n' è bisogno, per queste cose ci si arrangia sempre _; e scomparve, risucchiata dalla vacuità dello spazio russo, per i cammini del suo paese sconfinato, lasciando dietro di sé un profumo aspro di terra, di giovinezza e di gioia. Avevo anche altre incombenze: aiutare Leonardo in ambulatorio, naturalmente; e aiutare Leonardo nel controllo quotidiano dei pidocchi. Quest' ultimo servizio era necessario in quei paesi e in quei tempi, in cui il tifo petecchiale serpeggiava endemico e mortale. L' incarico era poco attraente: dovevamo girare tutte le baracche, e invitare ciascuno a spogliarsi fino alla cintura e a presentarci la camicia, nelle cui pieghe e cuciture i pidocchi sogliono nidificare e appendere le uova. Quel tipo di pidocchi hanno una macchiolina rossa sul dorso: secondo una piacevolezza che veniva ripetuta instancabilmente dai nostri clienti, essa, osservata con adeguato ingrandimento, si rivelerebbe costituita da una minuscola falce e martello. Si chiamano anche "la fanteria", laddove le pulci sono l' artiglieria, le zanzare l' aviazione, le cimici i paracadutisti, e le piattole gli zappatori. In russo si chiamano "vsi": lo appresi da Marja, che mi aveva consegnato un secondo fascicolo, su cui avrei dovuto segnare il numero e il nome dei pidocchiosi del giorno, e sottolineati in rosso i recidivi. I recidivi erano rari, con la sola notevole eccezione del Ferrari. Il Ferrari, al cui cognome si addice l' articolo perché era milanese, era un portento di inerzia. Faceva parte di un gruppetto di criminali comuni, già detenuti a San Vittore, a cui nel 1944 i tedeschi avevano proposto la scelta fra le prigioni italiane e il servizio del lavoro in Germania, e avevano optato per quest' ultimo. Erano circa quaranta, quasi tutti ladri o ricettatori: costituivano un microcosmo chiuso, variopinto e turbolento, fonte perpetua di grane per il Comando russo e per il ragionier Rovi. Ma il Ferrari era trattato dai suoi colleghi con palese disprezzo, e si trovava quindi relegato in una solitudine forzata. Era un ometto sulla quarantina, magro e giallo, quasi calvo, dall' espressione assente. Passava le sue giornate sdraiato sulla branda, ed era un lettore infaticabile. Leggeva tutto quanto gli capitava sotto mano: giornali e libri italiani, francesi, tedeschi, polacchi. Ogni due o tre giorni, all' atto del controllo, mi diceva: _ Quel libro l' ho finito. Ne hai un altro da imprestarmi? Ma non in russo: sai che il russo non lo capisco bene _. Non era già un poliglotta: anzi, era praticamente analfabeta. Ma "leggeva" ugualmente ogni libro, dal primo rigo all' ultimo, identificando con soddisfazione le singole lettere, pronunciandole a fior di labbra, e ricostruendo faticosamente le parole, del cui significato non si curava. A lui bastava: come, a differenti livelli, altri provano diletto nel risolvere parole incrociate, o integrare equazioni differenziali, o calcolare le orbite degli asteroidi. Era dunque un individuo singolare: e me lo confermò la sua storia, che molto volentieri mi raccontò, e che qui riporto. _ Ho seguito per molti anni la scuola dei ladri di Loreto. C' era il manichino coi campanelli e il portafogli in tasca: bisognava sfilarlo senza che i campanelli suonassero, e io non ci sono mai riuscito. Così non mi hanno mai autorizzato a rubare: mi mettevano a fare il palo; ho fatto il palo per due anni. Si guadagna poco e si rischia: non è un bel lavorare. _ Pensa e ripensa, un bel giorno ho pensato che, licenza o mica licenza, se volevo guadagnarmi il pane bisognava che mi mettessi in proprio. _ C' era la guerra, lo sfollamento, la borsa nera, un mucchio di gente sui tranvai. Era sul 2, a Porta Lodovica, perché da quelle parti nessuno mi conosceva; vicino a me c' era una con una gran borsa; in tasca del cappotto, si sentiva al tasto, c' era il portafoglio. Ho tirato fuori il saccagno, piano piano .... Devo aprire una breve parentesi tecnica; il saccagno, mi spiegò il Ferrari, è uno strumento di precisione che si ottiene spezzando in due la lama di un comune rasoio a mano libera. Serve a tagliare le borse e le tasche, perciò deve essere affilatissimo. Occasionalmente, serve anche a sfregiare, nelle questioni d' onore; ed è per questo che gli sfregiati sono anche detti "saccagnati". _ ... piano piano, e ho cominciato a tagliare la tasca. Avevo quasi finito, quando una donna, mica quella della tasca, capisci, ma un' altra, si mette a gridare "Al ladro, al ladro". A lei non le facevo niente, non mi conosceva, e non conosceva neppure quella della tasca. Non era neanche della polizia, era una che non c' entrava per niente. Sta di fatto che il tram si è fermato, mi hanno pescato, sono finito a San Vittore, di lì in Germania, e di Germania qui. Vedi? ecco cosa può capitare a prendersi certe iniziative. Da allora, il Ferrari iniziative non ne aveva più prese. Era il più remissivo e il più docile dei miei clienti: si spogliava subito senza protestare, presentava la camicia con gli immancabili pidocchi, e il mattino dopo si sottoponeva alla disinfestazione senza assumere arie da principe offeso. Ma l' indomani i pidocchi, chissà come, c' erano di nuovo. Era così: non prendeva più iniziative, non opponeva più resistenza; neppure ai pidocchi. La mia attività professionale comportava almeno due vantaggi: il "propusk" e una migliore alimentazione. La cucina del campo di Bogucice, per verità, non era scarsa: ci veniva assegnata la razione militare russa, che consisteva in un chilo di pane, due minestre al giorno, una "kasa" (vale a dire una pietanza con carne, lardo, miglio o altri vegetali), e un tè all' uso russo, diluito, abbondante e zuccherato. Ma Leonardo e io avevamo da riparare i guasti provocati da un anno di Lager: eravamo tuttora in preda ad una fame incontrollata, in buona parte psicologica, e la razione non ci bastava. Marja ci aveva autorizzati a consumare il pasto di mezzogiorno all' infermeria. La cucina dell' infermeria era gestita da due "maquisardes" parigine, operaie non più giovani, reduci dal Lager anche loro, dove avevano perso i mariti; erano donne taciturne e dolorose, sui cui visi precocemente invecchiati le sofferenze passate e recenti apparivano dominate e contenute dalla energica coscienza morale dei combattenti politici. Una, Simone, serviva alla nostra mensa. Scodellava la minestra una volta, e una seconda. Poi mi guardava, quasi con apprensione: _ Vous répétez, jeune homme? _ io accennavo timidamente di sì, vergognoso di quella mia voracità animalesca. Sotto lo sguardo severo di Simone, raramente osavo "répéter" una quarta volta. Quanto al "propusk", esso costituiva piuttosto un segno di distinzione sociale che un vantaggio specifico: infatti chiunque poteva benissimo uscire attraverso il buco nei reticolati e andarsene in città libero come un uccello del cielo. Così facevano ad esempio molti fra i ladri, per andare a esercitare la loro arte a Katowice o anche più lontano: non facevano più ritorno, oppure rientravano in campo dopo vari giorni, spesso dichiarando altre generalità, fra l' indifferenza generale. Tuttavia, il "propusk" permetteva di puntare su Katowice evitando il lungo giro attraverso il fango che circondava il campo. Col ritornare delle forze e della buona stagione, sentivo anch' io sempre più viva la tentazione di partire in crociera per la città sconosciuta: a che serviva essere stati liberati, se poi passavamo ancora i nostri giorni in una cornice di filo spinato? D' altronde la popolazione di Katowice ci guardava con simpatia, e ci era concesso ingresso libero sui tram e nei cinematografi. Ne parlai una sera con Cesare, e decidemmo per i giorni successivi un programma di massima, in cui avremmo unito l' utile al dilettevole, vale a dire gli affari al vagabondaggio.

La tregua 1963