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La tregua

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1963 - Categoria: letteratura

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Il greco

Verso la fine di febbraio, dopo un mese di letto, mi sentivo non già guarito, ma stazionario. Avevo l' impressione netta che, finché non mi fossi rimesso (magari con sforzo) in posizione verticale, e non mi fossi messo scarpe ai piedi, non avrei ritrovato la salute e le forze. Perciò, in uno dei rari giorni di visita, chiesi al medico di essere messo in uscita. Il medico mi visitò, o fece mostra di visitarmi; constatò che la desquamazione della scarlattina era terminata; mi disse che per conto suo potevo andare; mi raccomandò risibilmente di non espormi alla fatica e al freddo, e mi augurò buona fortuna. Allora mi ritagliai un paio di pedule da una coperta, arraffai quante più giacche e calzoni di tela potei trovare in giro (poiché altri indumenti non si trovavano), mi congedai da Frau Vita e da Henek, e me ne andai. Stavo in piedi piuttosto male. Appena fuori della porta c' era un ufficiale sovietico: mi fotografò e mi regalò cinque sigarette. Poco oltre, non mi riuscì di evitare un tale in borghese, che stava cercando uomini per sgomberare la neve; mi catturò, sordo alle mie proteste, mi consegnò una pala e mi aggregò a una squadra di spalatori. Gli offersi le cinque sigarette, ma le respinse con stizza. Era un ex Kapo, e naturalmente era rimasto in servizio: chi altro infatti sarebbe riuscito a fare spalare neve a gente come noi? Provai a spalare, ma mi era materialmente impossibile. Se fossi riuscito a girare l' angolo, nessuno mi avrebbe più visto, ma era essenziale liberarsi dalla pala: venderla sarebbe stato interessante, ma non sapevo a chi, e portarmela dietro, anche per pochi passi, era pericoloso. Non c' era abbastanza neve per seppellirla. La lasciai cadere infine nella finestrella di una cantina, e mi ritrovai libero. Mi infilai dentro un Block: c' era un guardiano, un ungherese anziano, che non mi voleva lasciare entrare, ma le sigarette lo convinsero. Dentro era caldo, pieno di fumo e di fracasso e di facce sconosciute; ma a sera la zuppa la diedero anche a me. Speravo in qualche giorno di riposo e di allenamento graduale alla vita attiva, ma non sapevo di essere caduto male. Non più tardi del mattino seguente, incappai in un trasporto russo verso un misterioso campo di sosta. Non posso dire di ricordare esattamente come e quando il mio greco scaturì dal nulla. In quei giorni e in quei luoghi, poco dopo il passaggio del fronte, un vento alto spirava sulla faccia della terra: il mondo intorno a noi sembrava ritornato al Caos primigenio, e brulicava di esemplari umani scaleni, difettivi, abnormi; e ciascuno di essi si agitava, in moti ciechi o deliberati, in ricerca affannosa della propria sede, della propria sfera, come poeticamente si narra delle particelle dei quattro elementi nelle cosmogonie degli antichi. Travolto anch' io dal turbine, in una gelida notte dopo una copiosa nevicata, molte ore prima dell' alba, mi trovai dunque caricato su di una carretta militare a cavalli, insieme con una decina di compagni che non conoscevo. Il freddo era intenso; il cielo, fittamente stellato, si andava schiarendo a levante, a promessa di una di quelle meravigliose aurore di pianura a cui, al tempo della nostra schiavitù, assistevamo interminabilmente dalla piazza dell' appello del Lager. Nostra guida e scorta era un soldato russo. Sedeva a cassetta cantando alle stelle con voce spiegata, e rivolgendosi ogni tanto ai cavalli in quel loro nodo stranamente affettuoso, con inflessioni gentili e lunghe frasi modulate. Lo avevamo interrogato sulla nostra destinazione, naturalmente, ma senza cavarne nulla di comprensibile, salvo che, a quanto pareva da certi suoi sbuffi ritmici e dal movimento dei gomiti piegati a stantuffo, il suo compito doveva limitarsi a condurci fino ad una ferrovia. Così infatti avvenne. Al sorgere del sole, la carretta si arrestò al piede di una scarpata: sopra correvano i binari, interrotti e sconvolti per una cinquantina di metri da un recente bombardamento. Il soldato ci indicò uno dei due tronconi, ci aiutò a scendere dal carro (ed era necessario: il viaggio era durato quasi due ore, il carro era piccolo, e molti di noi, per la posizione incomoda e il freddo penetrante, erano talmente intorpiditi da non potersi muovere), ci salutò con gioviali parole incomprensibili, voltò i cavalli e se ne andò cantando dolcemente. Il sole, appena sorto, era scomparso dietro un velo di caligine; dall' alto della scarpata ferroviaria non si vedeva che una sterminata campagna piatta e deserta, sepolta nella neve, senza un tetto, senza un albero. Passarono altre ore: nessuno di noi aveva un orologio. Come ho detto, eravamo una decina. C' era un "Reichsdeutscher" che, come molti altri tedeschi "ariani", dopo la liberazione aveva assunto modi relativamente cortesi e francamente ambigui (era questa una divertente metamorfosi, che già in altri avevo visto avvenire: talora progressivamente, talora in pochi minuti, al primo apparire dei nuovi padroni dalla stella rossa, sui cui larghi visi era facile leggere la tendenza a non andare troppo per il sottile). C' erano due alti e magri fratelli, ebrei viennesi sulla cinquantina, silenziosi e cauti come tutti i vecchi Häftlinge; un ufficiale dell' esercito regolare jugoslavo, che pareva non fosse ancora riuscito a scuotersi di dosso la remissione e l' inerzia del Lager, e ci guardava con occhi vuoti. C' era una specie di rottame umano, dall' età indefinibile, che parlava senza tregua da solo in yiddish: uno dei molti che la vita feroce del campo aveva distrutti a mezzo, lasciandoli poi sopravvivere involti (e forse protetti) da una spessa corazza di insensibilità o di aperta follia. E c' era finalmente il greco, con cui il destino doveva congiungermi per una indimenticabile settimana randagia Si chiamava Mordo Nahum, e a prima vista non presentava nulla di notevole, salvo le scarpe (di cuoio, quasi nuove, di modello elegante: un vero portento, dato il tempo e il luogo), e il sacco che portava sul dorso, che era di mole cospicua e di peso corrispondente, come io stesso avrei dovuto constatare nei giorni che seguirono. Oltre alla sua lingua, parlava spagnolo (come tutti gli ebrei di Salonicco), francese, un italiano stentato ma di buon accento, e, seppi poi, il turco, il bulgaro e un po' di albanese. Aveva quarant' anni: era di statura piuttosto alta, ma camminava curvo, con la testa in avanti come i miopi. Rosso di pelo e di pelle, aveva grossi occhi scialbi ed acquosi e un gran naso ricurvo; il che conferiva all' intera sua persona un aspetto insieme rapace ed impedito, quasi di uccello notturno sorpreso dalla luce, o di pesce da preda fuori del suo naturale elemento. Era convalescente di una malattia imprecisata, che gli aveva provocato accessi di febbre altissima, sfibrante; anche allora, nelle prime notti di viaggio, cadeva talvolta in uno stato di prostrazione, con brividi e delirio. Pur senza sentirci particolarmente attirati l' uno dall' altro, eravamo avvicinati dalle due lingue in comune, e dal fatto, assai sensibile in quelle circostanze, di essere i soli due mediterranei del piccolo gruppo. L' attesa era interminabile; avevamo fame e freddo, ed eravamo costretti a stare in piedi o a sdraiarci nella neve, perché a perdita d' occhio non si vedeva un tetto né un riparo. Doveva essere press' a poco mezzogiorno quando, annunciata di lontano dall' ansito e dal fumo, si tese caritatevolmente verso di noi la mano della civiltà, sotto forma di uno striminzito convoglio di tre o quattro carri merci trainati da una piccola locomotiva, di quelle che in tempi normali servono a manovrare i vagoni all' interno delle stazioni. Il convoglio si arrestò davanti a noi, al limite del tratto interrotto. Ne scesero alcuni contadini polacchi, da cui non riuscimmo a cavare alcuna informazione sensata: ci guardavano con facce chiuse, e ci evitavano come se fossimo stati appestati. In realtà lo eravamo, probabilmente anche in senso proprio, e comunque il nostro aspetto non doveva essere gradevole: ma dai primi "civili" che incontravamo dopo la nostra liberazione, ci eravamo illusi di ricevere un' accoglienza più cordiale. Salimmo tutti su uno dei vagoni, e il trenino ripartì quasi subito a ritroso, sospinto e non più trainato dalla locomotiva-giocattolo. Alla fermata successiva salirono due contadine, dalle quali, superata la prima diffidenza e la difficoltà del linguaggio, apprendemmo alcuni importanti dati geografici, e una notizia che, se vera, ai nostri orecchi suonava poco meno che disastrosa. L' interruzione dei binari era poco lontana da una località denominata Neu Berun, a cui a suo tempo faceva capo una diramazione per Auschwitz, allora distrutta. I due tronconi che si dipartivano dall' interruzione conducevano l' uno a Katowice (a ponente), l' altro a Cracovia (a levante). Entrambe queste località distavano da Neu Berun sessanta chilometri circa, il che, nelle condizioni spaventose in cui la guerra aveva lasciata la linea, significava almeno due giorni di viaggio, con un numero imprecisato di tappe e di trasbordi. Il convoglio su cui ci trovavamo era in viaggio verso Cracovia: su Cracovia i russi avevano smistato fino a pochi giorni prima un numero enorme di ex prigionieri, ed ora tutte le caserme, le scuole, gli ospedali, i conventi traboccavano di gente in stato di bisogno acuto. Le stesse strade di Cracovia, a detta delle nostre informatrici, brulicavano di uomini e donne di tutte le razze, che in batter d' occhio si erano trasformati in contrabbandieri, in mercanti clandestini, o addirittura in ladri e banditi. Da vari giorni ormai, gli ex prigionieri venivano concentrati in altri campi, nei dintorni di Katowice: le due donne erano molto stupite di trovarci in viaggio verso Cracovia, dove, dicevano, la stessa guarnigione russa soffriva la carestia. Ascoltato il nostro racconto, si consultarono brevemente, indi si dichiararono persuase che doveva semplicemente trattarsi di un errore del nostro accompagnatore, il carrettiere russo, il quale, poco pratico del paese, ci aveva indirizzati al troncone est invece che a quello ovest. La notizia ci precipitò in un intrico di dubbi e di angosce. Avevamo sperato in un viaggio breve e sicuro, verso un campo attrezzato per accoglierci, verso un surrogato accettabile delle nostre case; e questa speranza faceva parte di una ben più grande speranza, quella in un mondo diritto e giusto, miracolosamente ristabilito sulle sue naturali fondamenta dopo una eternità di stravolgimenti, di errori e di stragi, dopo il tempo della nostra lunga pazienza. Era una speranza ingenua, come tutte quelle che riposano su tagli troppo netti fra il male e il bene, fra il passato e il futuro: ma noi ne vivevamo. Quella prima incrinatura, e le molte altre inevitabili, piccole e grandi, che seguirono, furono per molti di noi occasione di dolore, tanto più sensibile quanto meno previsto: poiché non si sogna per anni, per decenni, un mondo migliore, senza raffigurarlo perfetto. Invece no: era avvenuto qualcosa che solo pochissimi savi tra noi avevano previsto. La libertà, l' improbabile, impossibile libertà, così lontana da Auschwitz che solo nei sogni osavamo sperarla, era giunta: ma non ci aveva portati alla Terra Promessa. Era intorno a noi, ma sotto forma di una spietata pianura deserta. Ci aspettavano altre prove, altre fatiche, altre fami, altri geli, altre paure. Io ero digiuno ormai da ventiquattro ore. Sedevamo sul pavimento di legno del vagone, addossati l' uno contro l' altro per proteggerci dal freddo; i binari erano sconnessi, e ad ogni sobbalzo le nostre teste, malferme sui colli, urtavano contro le tavole della parete Mi sentivo stremato, non solo corporalmente: come un atleta che abbia corso per ore, spendendo tutte le proprie risorse, quelle di natura prima, e poi quelle che si spremono, che si creano dal nulla nei momenti di bisogno estremo; e che arrivi alla meta; e che nell' atto in cui si abbandona esausto al suolo, venga rimesso brutalmente in piedi, e costretto a ripartire di corsa, nel buio, verso un altro traguardo non si sa quanto lontano. Meditavo pensieri amari: che la natura concede raramente indennizzi, e così il consorzio umano, in quanto è timido e tardo nello scostarsi dai grossi schemi della natura; e quale conquista rappresenti, nella storia del pensiero umano, il giungere a vedere nella natura non più un modello da seguire ma un blocco informe da scolpire, o un nemico a cui opporsi. Il treno viaggiava lentamente. Comparvero a sera villaggi bui, apparentemente deserti; poi scese una notte totale, atrocemente gelida, senza luci in cielo né in terra. Solo i sobbalzi del vagone ci impedivano di scivolare in un sonno che il freddo avrebbe reso mortale. Dopo interminabili ore di viaggio, forse verso le tre di notte, ci arrestammo finalmente in una stazioncina sconvolta e oscura. Il greco delirava: degli altri quale per paura, quale per pura inerzia, quale nella speranza che il treno ripartisse presto, nessuno volle scendere dal vagone. Io scesi, e mi aggirai nel buio col mio bagaglio ridicolo finché vidi una finestrella illuminata. Era la cabina del telegrafo, gremita di gente: c' era una stufa accesa. Entrai, guardingo come un cane randagio, pronto a sparire al primo gesto di minaccia, ma nessuno badò a me. Mi buttai sul pavimento e mi addormentai all' istante, come si impara a fare in Lager. Mi svegliai qualche ora dopo, all' alba. La cabina era vuota. Il telegrafista mi vide alzare il capo, e mi pose accanto, a terra, una gigantesca fetta di pane e formaggio. Ero sbalordito (oltre che mezzo paralizzato dal freddo e dal sonno) e temo di non averlo ringraziato. Mi infilai il cibo nello stomaco e uscii all' aperto: il treno non si era mosso. Nel vagone, i compagni giacevano inebetiti; al vedermi si riscossero, tutti salvo il jugoslavo, che cercò invano di muoversi. Il gelo e la immobilità gli avevano paralizzato le gambe: a toccarlo urlava e gemeva. Dovemmo massaggiarlo a lungo, e poi smuovergli cautamente le membra, come si sblocca un meccanismo rugginoso. Era stata per tutti una notte terribile, forse la peggiore dell' intero nostro esilio. Ne parlai col greco: ci trovammo d' accordo nella decisione di stringere sodalizio allo scopo di evitare con ogni mezzo un' altra notte di gelo, a cui sentivamo che non avremmo sopravvissuto. Penso che il greco, grazie alla mia sortita notturna, abbia in qualche modo sopravvalutato le mie qualità di "débrouillard et démerdard", come elegantemente allora si soleva dire. Quanto a me, confesso di aver tenuto conto principalmente del suo grosso sacco, e della sua qualità di salonichiota, che, come ognuno Auschwitz sapeva, equivaleva ad una garanzia di raffinate abilità mercantili, e di sapersela cavare in tutte le circostanze. La simpatia, bilaterale, e la stima, unilaterale, vennero dopo. Il treno ripartì, e con tragitto tortuoso e vago ci condusse in un luogo chiamato Szczakowa. Qui la Croce Rossa polacca aveva istituito un meraviglioso servizio di cucina calda: si distribuiva una zuppa abbastanza sostanziosa, a tutte le ore del giorno e della notte, e a chiunque indistintamente si presentasse. Un miracolo che nessuno di noi avrebbe osato sognare nei suoi sogni più audaci: in certo modo, il Lager a rovescio. Non ricordo il comportamento dei miei compagni: io mi dimostrai talmente vorace che le sorelle polacche, pure avvezze alla famelica clientela del luogo, si facevano il segno della croce. Ripartimmo nel pomeriggio. C' era il sole. Il nostro povero treno si fermò al tramonto, in avaria: rosseggiavano lontani i campanili di Cracovia. Il greco ed io scendemmo dal vagone, e andammo a interrogare il macchinista, che stava in mezzo alla neve tutto indaffarato e sporco, combattendo con lunghi getti di vapore che scaturivano da non so che tubo spaccato. _ Maschìna kaputt, _ ci rispose lapidariamente Non eravamo più servi, non eravamo più protetti, eravamo usciti di tutela. Per noi suonava l' ora della prova. Il greco, ristorato dalla zuppa calda di Szczakowa, si sentiva abbastanza in forze. _ On y va? _ On y va _. Così lasciammo il treno e i compagni perplessi che non avremmo più dovuto rivedere, e ce ne partimmo a piedi alla ricerca problematica del Consorzio Civile. Dietro sua perentoria richiesta, io mi ero caricato il famoso fardello. _ Ma è roba tua! _ avevo cercato invano di protestare. _ Appunto perché è mia. Io la ho organizzata e tu la porti. È la divisione del lavoro. Più tardi ne profitterai anche tu _. Così ci incamminammo, lui primo ed io secondo, sulla neve compatta i una strada di periferia; il sole era tramontato Ho già detto delle scarpe del greco; quanto a me calzavo un paio di curiose calzature quali in Italia ho visto portare solo dai preti: di cuoio delicatissimo, alte fin sopra il malleolo, senza legacci, con due grosse fibbie, e due pezze laterali di tessuto elastico che avrebbero dovuto assicurare la chiusura e l' aderenza. Indossavo inoltre ben quattro paia sovrapposte di pantaloni di tela da Häftling, una camicia di cotone, una giacca pure a righe, e basta: il mio bagaglio consisteva di una coperta e di una scatola di cartone in cui avevo prima conservato qualche pezzo di pane, ma che era ormai vuota: tutte cose che il greco sogguardava con non celato disprezzo e dispetto. Ci eravamo ingannati grossolanamente sulla distanza da Cracovia: avremmo dovuto percorrere almeno sette chilometri. Dopo venti minuti di cammino, le mie scarpe erano andate: la suola di una si era staccata, e l' altra stava scucendosi. Il greco aveva conservato fino allora un silenzio pregnante: quando mi vide deporre il fardello, e sedere su di un paracarro per constatare il disastro, mi domandò: _ Quanti anni hai? _ Venticinque, _ risposi. _ Qual è il tuo mestiere? _ Sono chimico. _ Allora sei uno sciocco, _ mi disse tranquillamente. _ Chi non ha scarpe è uno sciocco. Era un grande greco. Poche volte nella mia vita, prima e dopo, mi sono sentito incombere sul capo una saggezza così concreta. C' era ben poco da replicare. La validità dell' argomento era palpabile, evidente: i due rottami informi ai miei piedi, e le due meraviglie lucenti ai suoi. Non c' era giustificazione. Non ero più uno schiavo: ma dopo i primi passi sulla via della libertà, eccomi seduto su un paracarro, coi piedi in mano, goffo e inutile come la locomotiva in avaria che da poco avevamo lasciata. Meritavo dunque la libertà? il greco sembrava dubitarne. _ ... ma avevo la scarlattina, la febbre, stavo all' infermeria: il magazzino delle scarpe era molto lontano, era proibito avvicinarsi, e poi si diceva che fosse stato saccheggiato dai polacchi. E non avevo il diritto di credere che i russi avrebbero provveduto? _ Parole, _ disse il greco. _ Parole tutti sanno dirne. Io avevo la febbre a quaranta, e non capivo se era giorno o notte: ma una cosa capivo, che mi occorrevano scarpe e altro; allora mi sono alzato, e sono andato fino al magazzino per studiare la situazione. E c' era un russo col mitra davanti alla porta: ma io volevo le scarpe, e ho girato dietro, ho sfondato una finestrella e sono entrato. Così ho avuto le scarpe, e anche il sacco e tutto quello che sta nel sacco, che verrà utile più avanti. Questa è previdenza; la tua è stupidità, è non tenere conto della realtà delle cose. _ Sei tu ora che fai parole, _ dissi io. _ Avrò sbagliato, ma adesso si tratta di arrivare a Cracovia prima che sia notte, con le scarpe o senza _; e così dicendo mi andavo arrabattando con le dita intorpidite, e con certi pezzi di fil di ferro che avevo trovato per strada, per legare almeno provvisoriamente le suole alle tomaie. _ Lascia stare, così non concludi niente _. Mi porse due pezzi di tela robusta che aveva cavati dal fagotto, e mi mostrò il modo di impacchettare scarpe e piedi, tanto da poter camminare alla meglio. Poi proseguimmo in silenzio. La periferia di Cracovia era anonima e squallida. Le strade erano rigorosamente deserte: le vetrine delle botteghe erano vuote, tutte le porte e le finestre erano sbarrate o sfondate. Giungemmo al capo di una linea tranviaria; io esitavo, poiché non avremmo avuto di che pagare la corsa, ma il greco disse: _ Saliamo, poi si vedrà _. La carrozza era vuota; dopo un quarto d' ora arrivò il manovratore, e non il bigliettario (dal che si vide che ancora una volta il greco aveva ragione; e come si vedrà, avrebbe avuto ragione in tutte le successive vicende, salvo una); partimmo, e durante il percorso scoprimmo con gioia che uno dei passeggeri saliti nel frattempo era un militare francese. Ci spiegò che era ospitato in un antico convento, davanti al quale il nostro tram sarebbe passato fra poco; alla fermata successiva, avremmo trovato una caserma requisita dai russi e piena di militari italiani. Il mio cuore esultava: avevo trovato una casa. In realtà, non tutto fu poi così piano. La sentinella polacca di guardia alla caserma ci invitò dapprima seccamente ad andarcene. _ Dove? _ Che mi importa? Via di qui, in qualunque altro luogo _. Dopo molte insistenze e preghiere, si indusse infine ad andare a chiamare un maresciallo italiano, da cui dipendevano evidentemente le decisioni sull' ammissione di altri ospiti. Non era semplice, ci spiegò questi: la caserma era già piena zeppa, le razioni erano misurate; che io fossi un italiano, poteva ammetterlo, ma non ero un militare; quanto al mio compagno, era greco, ed era impossibile introdurlo fra ex combattenti di Grecia e di Albania: ne sarebbero nati certamente disordini e zuffe. Io ribattei con la mia migliore eloquenza, e con genuine lacrime agli occhi: garantii che ci saremmo trattenuti una notte sola (e pensavo fra me: una volta dentro ...), e che il greco parlava bene italiano e comunque avrebbe aperto bocca il meno possibile. I miei argomenti erano deboli, e io lo sapevo: ma il greco conosceva il funzionamento di tutte le naje del mondo, e mentre io parlavo andava frugando nel sacco appeso alle mie spalle. Ad un tratto mi spinse da parte, e in silenzio pose sotto il naso del cerbero una abbagliante scatola di "Pork", adorna di una etichetta multicolore, e di futili istruzioni in sei lingue sul giusto modo di manipolare il contenuto. Così ci conquistammo un tetto e un letto a Cracovia. Era ormai notte. Contrariamente a quanto il maresciallo aveva voluto farci credere, all' interno della caserma regnava la più suntuosa abbondanza: c' erano stufe accese, candele e lampade a carburo, da mangiare e da bere, e paglia per dormire. Gli italiani erano sistemati in dieci-dodici per camerata ma noi a Monowitz eravamo in due per metro cubo. Avevano indosso buoni indumenti militari, giacche imbottite, molti portavano l' orologio al polso, tutti avevano i capelli lucidi di brillantina; erano chiassosi, allegri e gentili, e ci colmarono di cortesie. Quanto al greco, per poco non fu portato in trionfo. Un greco! è arrivato un greco! La voce corse di camerata in camerata, e in breve intorno al mio arcigno socio si radunò una folla festante. Parlavano greco, alcuni con disinvoltura, questi reduci dalla più misericorde occupazione militare che la storia ricordi: rievocavano con colorita simpatia luoghi e fatti, in un cavalleresco tacito riconoscimento del disperato valore del paese invaso Ma c' era qualcosa di più, che apriva loro la strada: il mio non era un greco qualunque, era visibilmente un maestro, un' autorità, un supergreco. In pochi minuti di conversazione, aveva compiuto un miracolo, aveva creato un' atmosfera. Possedeva l' adatta attrezzatura: sapeva parlare italiano, e (ciò che più importa, e manca a molti italiani stessi) sapeva di che cosa si parla in italiano. Mi sbalordì: si dimostrò esperto di ragazze e di tagliatelle, di Juventus e di musica lirica, di guerra e di blenorragia, di vino e di borsa nera, di motociclette e di espedienti. Mordo Nahum, con me tanto laconico, divenne in breve il centro della serata. Percepivo che la sua eloquenza, il suo fortunato sforzo di "captatio benevolentiae", non muovevano soltanto da considerazioni di opportunità. Aveva fatto anche lui la campagna di Grecia, col grado di sergente: dall' altra parte del fronte, s' intende, ma questo particolare in quel momento sembrava trascurabile a tutti. Era stato a Tepeleni, anche molti italiani c' erano stati, aveva sofferto come loro il freddo, la fame, il fango e i bombardamenti, e alla fine, come loro, era stato catturato dai tedeschi. Era un collega, un commilitone. Raccontava curiose storie di guerra; di quando dopo lo sfondamento del fronte da parte dei tedeschi, si era trovato con sei suoi soldati a rovistare il primo piano di una villa bombardata e abbandonata, in cerca di vettovaglie; e aveva sentito rumori sospetti al piano di sotto, era sceso cautamente per le scale col mitra all' anca, e si era incontrato con un sergente italiano che con sei soldati stava facendo il suo stesso mestiere al piano terreno. L' italiano aveva spianato a sua volta il mitra, ma lui gli aveva fatto notare che in quelle condizioni una sparatoria sarebbe stata particolarmente insulsa, che si trovavano entrambi, greci e italiani, nel medesimo brodo, e che non vedeva perché non avrebbero potuto concludere una piccola pace separata locale e continuare le ricerche nei rispettivi territori di occupazione: alla quale proposta l' italiano aveva prontamente accondisceso. Anche per me fu una rivelazione. Sapevo che non era altro se non un mercante un po' furfante, esperto nel raggiro e privo di scrupoli, egoista e freddo: eppure sentivo fiorire in lui, favorito dalla simpatia dell' uditorio, un calore nuovo, una umanità insospettata, singolare ma genuina, ricca di promesse. A notte alta, saltò fuori non so di dove nulla meno che un fiasco di vino. Fu il colpo di grazia: per me tutto naufragò celestialmente in una calda nebbia purpurea, e riuscii a stento a trascinarmi carponi fino alla lettiera di paglia che gli italiani, con cura materna, avevano preparato in un angolo per il greco e per me. Spuntava appena il giorno quando il greco mi svegliò. Ahi disinganno! dove era sparito il gioviale convitato della sera avanti? Il greco che mi stava davanti era duro, segreto, taciturno. _ Alzati, _ mi disse con tono che non ammetteva replica, _ mettiti le scarpe, prendi il sacco e andiamo. _ Andiamo dove? _ Al lavoro. Al mercato. Ti pare bello farci mantenere? A questo argomento mi sentivo del tutto refrattario. Mi sembrava, oltre che comodo, estremamente naturale che qualcuno mi mantenesse, ed anche bello: avevo trovata bella, esaltante, la esplosione di solidarietà nazionale, anzi, di spontanea umanità della sera prima. Inoltre, pieno com' ero di autocommiserazione, mi appariva giusto, buono, che il mondo provasse infine pietà di me. D' altronde, non avevo scarpe, ero malato, avevo freddo, ero stanco; e infine, in nome del cielo, che cosa mai avrei potuto fare al mercato? Gli esposi queste considerazioni, per me ovvie. Ma, "c' est pas des raisons d' homme", mi rispose secco: dovetti rendermi conto che avevo leso un suo importante principio morale, che era seriamente scandalizzato, che su quel punto non era disposto a transigere né a discutere. I codici morali, tutti, sono rigidi per definizione: non ammettono sfumature, né compromessi, né contaminazioni reciproche. Vanno accolti o rifiutati in blocco. È questa una delle principali ragioni per cui l' uomo è gregario, e ricerca più o meno consapevolmente la vicinanza non già del suo prossimo generico, ma solo di chi condivide le sue convinzioni profonde (o la sua mancanza di tali convinzioni). Mi dovetti accorgere, con disappunto e stupore, che tale appunto era Mordo Nahum: un uomo dalle convinzioni profonde, e per di più molto lontane dalle mie. Ora, ognuno sa quanto sia malagevole avere rapporti in affari, anzi convivere, con un avversario ideologico. Fondamento della sua etica era il lavoro, che egli sentiva come sacro dovere, ma che intendeva in senso molto ampio. Era lavoro tutto e solo ciò che porta a guadagno senza limitare la libertà. Il concetto di lavoro comprendeva quindi, oltre ad alcune attività lecite, anche ad esempio il contrabbando, il furto, la truffa (non la rapina: non era un violento). Considerava invece riprovevoli, perché umilianti, tutte le attività che non comportano iniziativa né rischio, o che presuppongono una disciplina e una gerarchia: qualunque rapporto di impiego, qualunque prestazione d' opera, che egli, anche se ben retribuita, assimilava in blocco al "lavoro servile". Ma non era lavoro servile arare il proprio campo, o vendere false antichità in porto ai turisti. Quanto alle attività più elevate dello spirito, al lavoro creativo, non tardai a comprendere che il greco era diviso. Si trattava di giudizi delicati, da dare caso per caso: lecito ad esempio perseguire il successo in sé, anche spacciando falsa pittura o sottoletteratura, o comunque nuocendo al prossimo; riprovevole ostinarsi a inseguire un ideale non redditizio; peccaminoso ritirarsi dal mondo in contemplazione; lecita invece, anzi commendevole, la via di chi si dedichi a meditare e ad acquistare saggezza, purché non ritenga di dover ricevere gratis il proprio pane dal consorzio civile: anche la saggezza è una merce, e può e deve essere scambiata. Poiché Mordo Nahum non era uno sciocco, si rendeva conto chiaramente che questi suoi principi4 potevano non essere condivisi da individui di altra provenienza e formazione, e nella fattispecie da me; ne era peraltro fermamente persuaso, ed era sua ambizione tradurli in atto, per dimostrarmene la validità generale. In conclusione, il mio proponimento di starmene tranquillo ad aspettare il pane dei russi non poteva che apparirgli detestabile: perché era "pane non guadagnato"; perché comportava un rapporto di sudditanza; e perché ogni forma di ordinamento, di struttura, era per lui sospetta, sia che portasse a una pagnotta al giorno, sia ad una busta paga al mese. Così seguii il greco al mercato; non tanto perché convinto dai suoi argomenti, quanto per inerzia e per curiosità. La sera prima, mentre io già navigavo in un mare di vapori vinosi, lui si era diligentemente informato sulla ubicazione, usanze, tariffe, domande e offerte del libero mercato di Cracovia, e il dovere lo chiamava. Partimmo, lui col sacco (che portavo io), io dentro le mie scarpe fatiscenti, in virtù delle quali ogni singolo passo diventava un problema: il mercato di Cracovia era fiorito spontaneo, subito dopo il passaggio del fronte, e in pochi giorni aveva invaso un intero quartiere. Vi si vendeva e comperava di tutto, e tutta la città vi faceva capo: borghesi vendevano mobili, libri, quadri, abiti e argenteria; contadine imbottite come materassi offrivano carne, polli, uova, formaggio; bambini e bambine, naso e gote rubicondi per il vento gelato, cercavano amatori per le razioni di tabacco che l' amministrazione militare sovietica distribuiva con stravagante munificenza (trecento grammi al mese a tutti, anche ai lattanti). Incontrai con gioia un gruppetto di connazionali: gente esperta, tre soldati e una ragazza, gioviali e spendaccioni, che in quei giorni facevano ottimi affari con certe loro frittelle calde, confezionate con strani ingredienti sotto un portone poco lontano. Dopo un primo giro d' orizzonte, il greco decise per le camicie. Eravamo soci? Ebbene, lui avrebbe contribuito col capitale e con l' esperienza mercantile; io, con la mia (tenue) conoscenza del tedesco e col lavoro materiale. _ Vai, _ mi disse, _ gira tutti i banchetti dove vendono camicie, chiedi quanto costano rispondi che è troppo caro, poi torni e mi riferisci. Non farti notare troppo _. Mi accinsi di mala voglia a svolgere questa inchiesta di mercato: albergavo in me fame vecchia e freddo, e inerzia, ed insieme curiosità, spensieratezza, e una nuova e saporita voglia di attaccare discorsi, di intavolare rapporti umani, di fare pompa e spreco della mia smisurata libertà. Ma il greco alle spalle dei miei interlocutori, mi seguiva con occhio severo: presto, perbacco, il tempo è moneta, e gli affari sono affari. Ritornai dal mio giro con alcuni prezzi di riferimento, di cui il greco prese nota mentalmente; e con un buon numero di nozioni filologiche sgangherate: che camicia si dice qualcosa come "kosciùla"; che i numerali polacchi ricordano quelli greci; che "quanto costa" e "che ora è" si dice su per giù "ile kostùie" e "ktura gogìna"; una desinenza del genitivo in "-ego" che mi rese chiaro il senso di alcune imprecazioni polacche spesso udite in Lager; e altri brandelli di informazione che mi riempivano di una gioia insulsa e puerile. Il greco calcolava fra sé. Una camicia, si poteva vendere da cinquanta a cento zloty; un uovo costava cinque o sei zloty; con dieci zloty, secondo informazioni degli italiani delle frittelle, si poteva mangiare minestra e pietanza alla mensa dei poveri, dietro la cattedrale. Il greco decise di vendere una sola delle tre camicie che aveva, e di mangiare a questa mensa; il di più sarebbe stato investito in uova. Poi avremmo visto il da farsi. Mi consegnò dunque la camicia, e mi prescrisse di metterla in mostra, e di gridare: "Camicia signori, camicia". Per "camicia", già ero documentato; quanto a "signori", ritenni che la forma corretta fosse "Panowie", voce che avevo sentito usare pochi minuti prima dai miei concorrenti, e che interpretai come vocativo plurale di "Pan", signore. Su quest' ultimo termine, poi, non avevo dubbi: si trova in un importante dialogo dei Fratelli Karamàzov. Doveva proprio essere il vocabolo corretto, perché vari clienti si rivolsero a me in polacco, facendomi domande incomprensibili circa la camicia. Ero in imbarazzo: il greco intervenne d' autorità, mi spinse da parte e condusse direttamente la contrattazione che fu lunga e laboriosa ma si concluse felicemente. Su invito dell' acquirente, il passaggio di proprietà ebbe luogo non sulla pubblica piazza, bensì sotto un portone. Settanta zloty, pari a sette pasti o a una dozzina di uova. Non so il greco: io, da quattordici mesi non disponevo di una tale somma di generi alimentari, tutti in una volta. Ma ne disponevo veramente? C' era da dubitarne: il greco aveva intascato la somma in silenzio, e con tutto il suo atteggiamento dava a capire che l' amministrazione dei proventi intendeva tenersela per sé. Girammo ancora per i banchetti delle venditrici di uova, dove apprendemmo che, allo stesso prezzo, se ne potevano acquistare di sode e di crude. Ne comperammo sei, con cui cenare: il greco procedette all' acquisto con estrema diligenza, scegliendo le più grosse dopo minuziosi confronti e dopo molte perplessità e pentimenti, totalmente insensibile allo sguardo critico della venditrice. La mensa dei poveri era dunque dietro alla cattedrale: restava da stabilire quale, fra le molte e belle chiese di Cracovia, fosse la cattedrale. A chi chiedere, e come? Passava un prete: avrei chiesto al prete. Ora quel prete, giovane e di aspetto benigno, non intendeva né il francese né il tedesco; di conseguenza, per la prima e unica volta nella mia carriera postscolastica, trassi frutto dagli anni di studi classici intavolando in latino la più stravagante ed arruffata delle conversazioni. Dalla iniziale richiesta di informazioni ("Pater optime, ubi est mensa pauperorum?") venimmo confusamente a parlare di tutto, dell' essere io ebreo, del Lager ("castra"? Meglio Lager, purtroppo inteso da chiunque), dell' Italia, della inopportunità di parlare tedesco in pubblico (che meglio avrei compreso poco dopo, per esperienza diretta), e di innumerevoli altre cose, a cui l' inusitata veste della lingua dava un curioso sapore di trapassato remoto. Avevo del tutto dimenticato la fame e il freddo, tanto è vero che il bisogno di contatti umani è da annoverarsi fra i bisogni primordiali. Avevo dimenticato anche il greco; ma questi non aveva dimenticato me, e si fece vivo brutalmente dopo pochi minuti, interrompendo senza pietà la conversazione. Non già che ai contatti umani fosse negato, e non ne intendesse la bontà (lo si era visto la sera prima in caserma): ma erano cose fuori orario, festive, accessorie, da non mescolare con quel negozio serio e strenuo che è il lavoro quotidiano. Alle mie deboli proteste, non rispose che con uno sguardo torvo. Ci incamminammo; il greco tacque a lungo, poi, a giudizio conclusivo sulla mia collaborazione, mi disse in tono pensieroso: _ Je n' ai pas encore compris si tu es idiot ou fainéant. Sulla scorta delle preziose indicazioni del prete, giungemmo alla cucina dei poveri, luogo assai deprimente, ma riscaldato e pieno di odori voluttuosi. Il greco ordinò due minestre e una sola razione di fagioli col lardo: era la punizione per il modo sconveniente e fatuo con cui mi ero comportato nella mattinata. Era in collera; ma dopo trangugiata la minestra si ammorbidì sensibilmente, tanto da lasciarmi un buon quarto dei suoi fagioli. Fuori aveva cominciato a nevicare, e soffiava un vento selvaggio. Fosse pietà per il mio abito a strisce, o incuria del regolamento, il personale della cucina ci lasciò in pace per buona parte del pomeriggio, a meditare e a fare piani per l' avvenire. Il greco sembrava aver cambiato luna: forse gli era tornata la febbre, o forse, dopo i discreti affari della mattina, si sentiva in vacanza. Si sentiva anzi in vena benevolmente pedagogica; a mano a mano che passavano le ore, il tono del suo discorso andava insensibilmente intiepidendosi, e in parallelo andava mutando il rapporto che ci univa: da padrone-schiavo a mezzogiorno, a titolare-salariato alla una, a maestro-discepolo alle due, a fratello maggiore fratello minore alle tre. Il discorso tornò sulle mie scarpe, che nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c' è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l' inverso. _ Ma la guerra è finita, _ obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi: _ Guerra è sempre, _ rispose memorabilmente Mordo Nahum. È noto che nessuno nasce con un decalogo in corpo, e ciascuno si costruisce invece il proprio per strada o a cose fatte, sulla scorta delle esperienze proprie, o altrui assimilabili alle proprie; per cui l' universo morale di ognuno, opportunamente interpretato, viene a identificarsi con la somma delle sue esperienze precedenti, e rappresenta quindi una forma compendiaria della sua biografia. La biografia del mio greco era lineare: quella di un uomo forte e freddo, solitario e loico, che si era mosso fin dall' infanzia per entro le maglie rigide di una società mercantile. Era (o era stato) accessibile anche ad altre istanze: non era indifferente al cielo e al mare del suo paese, ai piaceri della casa e della famiglia, agli incontri dialettici; ma era stato condizionato a ricacciare tutto questo ai margini della sua giornata e della sua vita, affinché non turbasse quello che lui chiamava il "travail d' homme". La sua vita era stata di guerra, e considerava vile e cieco chi rifiutasse questo suo universo di ferro. Era venuto il Lager per entrambi: io lo avevo percepito come un mostruoso stravolgimento, una anomalia laida della mia storia e della storia del mondo; lui, come una triste conferma di cose notorie. "Guerra è sempre", l' uomo è lupo all' uomo: vecchia storia. Dei suoi due anni di Auschwitz non mi parlò mai. Mi parlò invece, con eloquenza, delle sue molteplici attività in Salonicco, delle partite di merce comprate, vendute, contrabbandate per mare, o di notte attraverso la frontiera bulgara; delle frodi vergognosamente subite e di quelle gloriosamente perpetrate; e finalmente, delle ore liete e serene trascorse in riva al suo golfo, dopo la giornata di lavoro, con i colleghi mercanti, in certi caffè su palafitte che mi descrisse con inconsueto abbandono, e dei lunghi discorsi che quivi si tenevano. Quali discorsi? Di moneta, di dogane, di noli, naturalmente; ma di altro ancora. Cosa abbia ad intendersi per "conoscere", per "spirito" per "giustizia", per "verità". Di quale natura sia il tenue legame che vincola l' anima al corpo, come esso si instauri col nascere, e si sciolga col morire. Cosa sia libertà, e come si concilii il conflitto fra la libertà dello spirito e il destino. Cosa segua la morte, anche: ed altre grandi cose greche. Ma tutto questo a sera, beninteso, a traffici ultimati, davanti al caffè o al vino o alle olive, lucido gioco di intelletto fra uomini attivi anche nell' ozio: senza passione. Perché il greco raccontasse queste cose a me, perché si confessasse a me, non è chiaro. Forse, davanti a me così diverso, così straniero, si sentiva ancora solo, e il suo discorso era un monologo. Uscimmo dalla mensa a sera, e ritornammo alla caserma degli italiani: dopo molte insistenze, avevamo ottenuto dal colonnello italiano capocampo il permesso di pernottare in caserma ancora una volta, una sola. Rancio niente, e che non ci facessimo troppo notare, non voleva avere seccature coi russi. Al mattino dopo, avremmo dovuto andarcene. Cenammo con due uova a testa di quelle acquistate la mattina, serbando le ultime due per la prima colazione. Dopo i fatti della giornata, mi sentivo molto "minore" nei confronti del greco. Quando si venne alle uova, gli chiesi se sapeva distinguere dal di fuori fra un uovo crudo e uno sodo (si fa girare rapidamente l' uovo, per esempio su un tavolo; se è sodo gira a lungo, se è crudo si ferma quasi subito): era una piccola arte di cui andavo fiero, speravo che il greco non la conoscesse, e quindi di potermi riabilitare ai suoi occhi, sia pure in piccola misura. Ma il greco mi guardò coi suoi freddi occhi di savio serpente: _ Per chi mi prendi? Mi credi nato ieri? Pensi che io non abbia mai commerciato in uova? Su, dimmi qualche articolo in cui io non abbia mai commerciato! Dovetti battere in ritirata. L' episodio in sé trascurabile, mi doveva ritornare a mente molti mesi dopo, in piena estate, nel cuore della Russia Bianca, in occasione di quello che fu il mio terzo ed ultimo incontro con Mordo Nahum. Partimmo al mattino seguente, all' alba (questo è un racconto intessuto di albe gelide), con Katowice per meta: ci era stato confermato che là veramente esistevano vari centri di raccolta per dispersi italiani, francesi, greci eccetera. Katowice non dista da Cracovia che un' ottantina di chilometri: poco più di un' ora di treno in tempi normali. Ma in quei giorni non c' erano venti chilometri di binario senza un trasbordo, molti ponti erano saltati, e per il pessimo stato della linea i treni procedevano di giorno con estrema lentezza, e di notte non viaggiavano affatto. Fu un viaggio labirintico, che durò tre giorni, con soste notturne in luoghi assurdamente lontani dalla congiungente fra i due estremi: un viaggio di gelo e di fame, che ci condusse il primo giorno in un luogo detto Trzebinia. Qui il treno si arrestò, ed io scesi sulla banchina per sgranchirmi le gambe intorpidite dal freddo. Forse ero fra i primi vestiti da "zebra" a comparire in quel luogo detto Trzebinia: mi trovai subito al centro di un fitto cerchio di curiosi, che mi interrogavano volubilmente in polacco. Risposi del mio meglio in tedesco; e di mezzo al gruppetto di operai e contadini si fece avanti un borghese, in cappello di feltro, con occhiali e una busta di cuoio in mano: un avvocato. Era polacco, parlava bene francese e tedesco, era una persona molto cortese e benevola: insomma, possedeva tutti i requisiti perché io finalmente, dopo il lunghissimo anno di schiavitù e di silenzio, ravvisassi in lui il messaggero, il portavoce del mondo civile: il primo che incontrassi. Avevo una valanga di cose urgenti da raccontare al mondo civile: cose mie ma di tutti, cose di sangue, cose che, mi pareva, avrebbero dovuto scuotere ogni coscienza sulle sue fondamenta. In realtà, l' avvocato era cortese e benevolo: mi interrogava, ed io parlavo vertiginosamente di quelle mie così recenti esperienze, di Auschwitz vicina, eppure, pareva, a tutti sconosciuta, dell' ecatombe a cui io solo ero sfuggito, tutto. L' avvocato traduceva in polacco a favore del pubblico. Ora io non conosco il polacco, ma so come si dice "ebreo" e come si dice "politico", e mi accorsi ben presto che la traduzione del mio resoconto, benché partecipe, non era fedele. L' avvocato mi descriveva al pubblico non come un ebreo italiano, ma come un prigioniero politico italiano. Gliene chiesi conto, stupito e quasi offeso. Mi rispose imbarazzato: _ C' est mieux pour vous. La guerre n' est pas finie _. Le parole del greco. Sentii l' onda calda del sentirsi libero, del sentirsi uomo fra uomini, del sentirsi vivo, rifluire lontano da me. Mi trovai a un tratto vecchio, esangue, stanco al di là di ogni misura umana: la guerra non è finita, guerra è sempre. I miei ascoltatori se ne andavano alla spicciolata: dovevano aver capito. Qualcosa del genere avevo sognato, tutti avevamo sognato, nelle notti di Auschwitz: di parlare e di non essere ascoltati, di ritrovare la libertà e di restare soli. In breve, rimasi solo con l' avvocato; dopo pochi minuti, anche lui mi lasciò, scusandosi urbanamente. Mi raccomandò, come già il prete, di evitare di parlare tedesco; alle mie richieste di spiegazioni, rispose vagamente: _ La Polonia è un triste paese _. Mi augurò buona fortuna, mi offerse del denaro che rifiutai: mi pareva commosso. La locomotiva fischiava per ripartire. Risalii sul vagone-merci, dove mi aspettava il greco, ma non gli raccontai l' episodio. Non fu l' unica sosta: altre seguirono, e in una di queste, a sera, ci rendemmo conto che Szczakowa, il luogo della zuppa calda per tutti, non era lontano. Era bensì a nord, e noi dovevamo andare verso ovest, ma poiché a Szczakowa c' era zuppa calda per tutti, e noi non avevamo altro programma che quello di sfamarci, perché non puntare su Szczakowa? Così scendemmo, aspettammo che passasse un treno adatto, e ci ripresentammo più e più volte al bancone della Croce Rossa; credo che le sorelle polacche mi abbiano riconosciuto agevolmente, e mi ricordino tuttora. Come scese la notte, ci disponemmo a dormire per terra, nel bel mezzo della sala d' aspetto, poiché tutti i posti perimetrali erano già occupati. Forse impietosito o incuriosito dal mio abito, arrivò dopo qualche ora un gendarme polacco, baffuto, rubicondo e corpulento; mi interrogò invano nella sua lingua; risposi con la prima frase che si impara di ogni lingua sconosciuta, e cioè "nie rozumiem po polsku", non capisco il polacco. Aggiunsi, in tedesco, che ero italiano, e che parlavo un poco il tedesco. Al che, miracolo! il gendarme prese a parlare italiano. Parlava un pessimo italiano, gutturale ed aspirato, trapunto di nuovissime bestemmie. Lo aveva imparato, e questo spiega tutto, in una valle del bergamasco, dove aveva lavorato qualche anno come minatore. Anche lui, ed era il terzo, mi raccomandò di non parlare tedesco. Gli chiesi perché: mi rispose con un gesto eloquente, passandosi l' indice e il medio, di coltello, fra il mento e la laringe, e aggiungendo tutto allegro: _ Stanotte tutti tedeschi kaputt. Si trattava certamente di una esagerazione, e comunque di una opinione-speranza: ma in effetti incrociammo il giorno dopo un lungo treno di vagoni merci, chiusi dall' esterno; era diretto verso levante, e dalle feritoie si vedevano molti visi umani in cerca d' aria. Questo spettacolo, fortemente evocatore, suscitò in me un groviglio di sentimenti confusi e contrastanti, che ancora oggi stenterei a districare. Il gendarme, molto gentilmente, propose a me e al greco di passare il resto della notte al caldo, in camera di sicurezza; accettammo di buon grado, e ci risvegliammo nell' insolito ambiente solo a tardo mattino, dopo un sonno ristoratore. Partimmo da Szczakowa il giorno dopo, per l' ultima tappa del viaggio. Giungemmo senza incidenti a Katowice, dove realmente esisteva un campo di raccolta per gli italiani, e un altro per i greci. Ci separammo senza molte parole: ma nel momento del congedo, in modo fugace eppure distinto, sentii muovere da me verso lui una solitaria onda di amicizia, venata di tenue gratitudine, di disprezzo, di rispetto, di animosità, di curiosità, e del rimpianto di non doverlo più vedere. Lo vidi ancora, invece: due volte. Lo vidi in maggio, nei giorni gloriosi e turbolenti della fine della guerra, quando tutti i greci di Katowice, un centinaio, uomini e donne, sfilarono cantando davanti al nostro campo, diretti alla stazione: partivano per la patria, per la casa. In testa alla colonna era lui, Mordo Nahum, signore fra i greci, e reggeva il vessillo bianco-celeste: ma lo depose quando mi vide, uscì dalla schiera per salutarmi (un po' ironicamente, ché lui partiva e io rimanevo: ma era giusto, mi spiegò, perché la Grecia apparteneva alle Nazioni Unite), e con gesto inconsueto estrasse dal famoso sacco un dono: un paio di pantaloni, del tipo usato in Auschwitz negli ultimi mesi, e cioè con una grossa "finestra" sull' anca sinistra, chiusa da una toppa di tela a strisce. Poi scomparve. Ma doveva ricomparire un' altra volta, molti mesi più tardi, sul più improbabile dei fondali e nella più inaspettata delle incarnazioni.

La tregua 1963