La chiave a stella 1978
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura
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Ho sollevato la bocca dal piatto, dicendo fra me "tu vuoi ch' io rinnovelli": le ultime parole di Faussone mi avevano punto sul vivo. Era proprio quello, l' Istituto Tecnologico di Sverdlovsk, il mio avversario del momento, quello che mi aveva strappato alla fabbrica, al laboratorio, alla amata-odiata scrivania, per scaraventarmi laggiù. Come Faussone, anch' io stavo sotto l' ombra minacciosa di un incartamento in due lingue; anch' io ero approdato là in veste di accusato. Avevo anzi l' impressione che quell' episodio fosse in qualche modo una displuviale, un punto singolare del mio itinerario terreno: e del resto, un curioso destino vuole che in quel paese grande e strano abbiano luogo le svolte della mia vita. Poiché la veste di accusato è scomoda, sarebbe stata quella la mia ultima avventura di chimico. Poi basta: con nostalgia, ma senza ripensamenti, avrei scelto l' altra strada, dal momento che ne avevo la facoltà ed ancora me ne sentivo la forza; la strada del narratore di storie. Storie mie finché ne avevo nel sacco, poi storie d' altri, rubate, rapinate, estorte o avute in dono, per esempio appunto le sue; o anche storie di tutti e di nessuno, storie per aria, dipinte su un velo, purché un senso ce l' avessero per me, o potessero regalare al lettore un momento di stupore o di riso. C' è chi ha detto che la vita comincia a quarant' anni: bene, per me sarebbe cominciata, o ricominciata, a cinquantacinque. Del resto, non è detto che l' aver trascorso più di trent' anni nel mestiere di cucire insieme lunghe molecole presumibilmente utili al prossimo, e nel mestiere parallelo di convincere il prossimo che le mie molecole gli erano effettivamente utili, non insegni nulla sul modo di cucire insieme parole e idee, o sulle proprietà generali e speciali dei tuoi colleghi uomini. Dopo qualche esitazione, e dietro mia rinnovata richiesta, Faussone mi ha dichiarato libero di raccontare le sue storie, ed è così che questo libro è nato. Quanto alla perizia di Sverdlovsk, mi ha guardato con cauta curiosità: "Così, è qui per una grana. Non se la prenda; voglio dire, non se la prenda troppo, se no non riesce a combinare niente. Capita anche nelle migliori famiglie, di fare una topica, o di dover arrangiare la topica di qualchedun altro; e poi, un mestiere senza grane io non so neanche immaginarmelo. Cioè sì, ci sono anche quelli, ma non sono mestieri, sono come le vacche alla pastura, ma quelle almeno fanno il latte, e del resto poi le ammazzano. O come i vecchietti che giocano alle bocce in piazza d' armi e che parlano da per loro. Me la racconti, la sua grana; stavolta tocca a lei, visto che io delle mie gliene ho già raccontate diverse: così faccio il confronto. E poi, a sentire le rogne degli altri uno si dimentica le sue". Io gli ho detto: "Il mio mestiere vero, quello che ho studiato a scuola e che mi ha dato da vivere fino ad oggi, è il mestiere del chimico. Non so se lei ne ha un' idea chiara, ma assomiglia un poco al suo: solo che noi montiamo e smontiamo delle costruzioni molto piccole. Ci dividiamo in due rami principali, quelli che montano e quelli che smontano, e gli uni e gli altri siamo come dei ciechi con le dita sensibili. Dico come dei ciechi, perché appunto, le cose che noi manipoliamo sono troppo piccole per essere viste, anche coi microscopi più potenti; e allora abbiamo inventato diversi trucchi intelligenti per riconoscerle senza vederle. Qui bisogna che lei pensi una cosa, che per esempio un cieco non ha difficoltà a dirle quanti mattoni ci sono su una tavola, in che posizione sono e a che distanza fra loro; ma se invece di mattoni fossero dei grani di riso, o peggio ancora delle sfere da cuscinetti, lei capisce che il cieco sarebbe imbarazzato a dire dove sono, perché appena li tocca si spostano: ecco, noi siamo così. Tante volte, poi, noi abbiamo l' impressione di essere non solo dei ciechi, ma degli elefanti ciechi davanti al banchetto di un orologiaio, perché le nostre dita sono troppo grossolane di fronte a quei cosetti che dobbiamo attaccare o staccare. Quelli che smontano, cioè i chimici analisti, devono essere capaci di smontare una struttura pezzo per pezzo senza danneggiarla, o almeno senza danneggiarla troppo; di allineare i pezzi smontati sul bancone, sempre senza vederli, di riconoscerli uno per uno, e poi di dire in che ordine erano attaccati insieme. Oggigiorno hanno dei begli strumenti che gli abbreviano il lavoro, ma una volta si faceva tutto a mano, e ci voleva una pazienza da non credere. Io però ho sempre fatto il chimico montatore, uno di quelli che fanno le sintesi, ossia che costruiscono delle strutture su misura. Mi dànno un modellino, come fosse questo". Qui, come più volte aveva fatto Faussone per spiegarmi i suoi tralicci, ho preso anch' io un tovagliolo di carta, e ho scarabocchiato un disegno press' a poco così: " ... oppure qualche volta me lo faccio io stesso, e poi mi devo arrangiare. Con un po' di esperienza, è facile distinguere fin dal principio le strutture che possono stare in piedi da quelle che cascano o che vanno subito a pezzi, o da quelle altre che sono possibili solo sulla carta. Ma siamo sempre dei ciechi, anche nel caso migliore, cioè che la struttura sia semplice e stabile: ciechi, e non abbiamo quelle pinzette che sovente ci capita di sognare di notte, come uno che ha sete sogna le sorgenti, e che ci permetterebbero di prendere un segmento, di tenerlo ben stretto e diritto, e di incollarlo nel verso giusto sul segmento che è già montato. Se quelle pinzette le avessimo (e non è detto che un giorno non le avremo) saremmo già riusciti a fare delle cose graziose che fin adesso le ha solo fatte il Padreterno, per esempio a montare non dico un ranocchio o una libellula, ma almeno un microbo o il semino di una muffa. Ma per adesso non le abbiamo, e in conclusione siamo dei montatori primitivi. Siamo, appunto, come degli elefanti a cui venga consegnata una scatoletta chiusa con dentro tutti i pezzi di un orologio; noi siamo molto forti e pazienti, e scuotiamo la scatoletta in tutti i sensi e con tutte le nostre forze: magari la scaldiamo anche, perché scaldare è un altro modo di scuotere. Bene, qualche volta, se l' orologio non è di un modello troppo complicato, a furia di scuotere, a montarlo si riesce; ma lei capisce che è più ragionevole arrivarci a poco per volta, montando prima due pezzi solo, poi il terzo e così via. Ci va più pazienza, ma di fatto si arriva prima: il più delle volte facciamo appunto così. Come vede, siete più fortunati voialtri, che le vostre strutture ve le vedete crescere sotto le mani e sotto gli occhi, verificandole a mano a mano che vengono su: e se sbagliate ci va poco a correggere. È vero che noi abbiamo un vantaggio: ogni nostro montaggio non porta a un traliccio solo, ma a tanti in una volta. Proprio tanti, un numero che lei non se lo può immaginare, un numero di venticinque o ventisei cifre. Se non fosse così, chiaro che ..." "Chiaro che potreste andare a cantare in un altro cortile, _ ha completato Faussone. _ Vada avanti, che se ne impara sempre una nuova". "Potremmo andare a cantare in un altro cortile, e delle volte, infatti, ci andiamo: per esempio, quando le cose vanno storte, e i nostri minuscoli tralicci non vengono tutti uguali; o magari tutti uguali, ma con un dettaglio non previsto dal modello, e noi non ce ne accorgiamo subito, perché siamo ciechi. Se ne accorge prima il cliente. Ecco, è proprio per questo che io sono qui: non per scrivere delle storie. Le storie, caso mai, sono un sottoprodotto, almeno per adesso. Sono qui con in tasca una lettera di protesta per fornitura di merce non conforme a quanto pattuito. Se abbiamo ragione noi, tutto bene, e mi pagano perfino il viaggio; se hanno ragione loro, sono seicento tonnellate che dobbiamo sostituirgli, più i danni, perché sarà colpa nostra se una certa fabbrica non riuscirà a raggiungere la quota prevista dal piano. Io sono un chimico montatore, questo gliel' ho già detto, ma non le ho detto che sono specialista di vernici. Non è una specialità che me la sia scelta io, per qualche motivo personale: è solo che dopo la guerra avevo bisogno di lavorare, bisogno urgente, ho trovato posto in una fabbrica di vernici, e ho pensato "fai che ti basti"; ma poi il lavoro non mi dispiaceva, ho finito con lo specializzarmi, e in definitiva ci sono rimasto. Mi sono accorto abbastanza presto che fare vernici è un mestiere strano: in sostanza, vuol dire fabbricare delle pellicole, cioè delle pelli artificiali, che però devono avere molte delle qualità della nostra pelle naturale, e guardi che non è poco, perché la pelle è un prodotto pregiato. Anche le nostre pelli chimiche devono avere delle qualità che fanno contrasto: devono essere flessibili e insieme resistere alle ferite; devono aderire alla carne, cioè al fondo, ma la sporcizia non deve aderirci su; devono avere dei bei colori delicati e insieme resistere alla luce; devono essere allo stesso tempo permeabili all' acqua e impermeabili, e questo appunto è talmente contraddittorio che neanche la nostra pelle è soddisfacente, nel senso che in effetti resiste abbastanza bene alla pioggia e all' acqua del mare, cioè non si restringe, non gonfia e non ci si scioglie dentro, però se uno insiste gli vengono i reumatismi: è segno che un po' d' acqua passa pure attraverso, e del resto almeno il sudore deve passare per forza, ma solo da dentro verso fuori. Vede che non è semplice. Mi avevano incaricato di progettare una vernice per l' interno delle scatole di conserva, da esportare (la vernice, non le scatole) in questo paese. Come pelle, le garantisco che avrebbe dovuto essere una pelle eccellente: doveva aderire alla lamiera stagnata, resistere alla sterilizzazione a 120äC, piegarsi senza screpolare su un mandrino così e così, resistere all' abrasione se provata con un apparecchio che non sto a descriverle; ma soprattutto, doveva resistere a tutta una serie di aggressivi che di solito nei nostri laboratori non si vedono, e cioè alle acciughe, all' aceto, al sugo di limone, ai pomodori (non doveva assorbire il colorante rosso), alla salamoia, all' olio e così via. Non doveva assumere gli odori di queste mercanzie, e non cedergli nessun odore: ma per accettare queste caratteristiche ci si accontentava del naso del collaudatore. Finalmente, doveva potersi applicare con certe macchine continue, dove da una parte entra il foglio di lamiera svolgendosi dal rotolo, riceve la vernice da una specie di rullo inchiostratore, passa in forno per la cottura, e si avvolge sul rotolo di spedizione; in queste condizioni, doveva dare un rivestimento liscio e lucido, di un color giallo oro compreso fra due campioni di colore allegati al capitolato di fornitura. Mi segue?" "Si capisce", ha risposto Faussone in tono quasi offeso. Può essere che invece non mi segua il lettore, qui ed altrove, dove è questione di mandrini, di molecole, di cuscinetti a sfere e di capicorda; bene, non so che farci, mi scuso ma sinonimi non ce n' è. Se, come è probabile, ha accettato a suo tempo i libri di mare dell' Ottocento, avrà pure digerito i bompressi e i palischermi: dunque si faccia animo, lavori di fantasia o consulti un dizionario. Gli potrà venire utile, dato che viviamo in un mondo di molecole e di cuscinetti. "Le dico subito che non mi si chiedeva di fare un' invenzione: di vernici così ne esiste già un bel numero, ma bisognava curare i dettagli perché il prodotto passasse tutte le prove previste, in specie per il tempo di cottura, che doveva essere piuttosto corto. In sostanza, si trattava di progettare una specie di cerotto a base di un tessuto di media compattezza, con le maglie non troppo serrate perché conservasse una certa elasticità, ma neanche troppo aperte, se no le acciughe e il pomodoro avrebbero potuto attraversarle. Doveva poi avere molti gancetti robusti per infeltrirsi con se stesso e per abbarbicarsi alla lamiera durante la cottura, ma perderli dopo la cottura stessa, perché se no avrebbero potuto trattenere colori, odori o sapori. Va da sé che non avrebbe dovuto contenere componenti tossici. Vede, è così che noi chimici ragioniamo: cerchiamo di farvi il verso, come quel suo aiutante scimmiotto. Ci costruiamo in mente un modellino meccanico, pur sapendo che è grossolano e puerile, e lo seguiamo fin che si può, ma sempre con una vecchia invidia per voialtri uomini dei cinque sensi, che combattete fra cielo e terra contro vecchi nemici, e lavorate sui centimetri e sui metri invece che sulle nostre salsiccette e reticelle invisibili. La nostra stanchezza è diversa dalla vostra. Non sta nel filo della schiena, ma più in su; non viene dopo una giornata faticosa, ma quando uno ha cercato di capire e non è riuscito. Di solito non guarisce col sonno. Sì, ce l' ho addosso stasera; per questo gliene parlo. Dunque, tutto andava bene; abbiamo mandato il campione all' Ente Statale, abbiamo aspettato sette mesi e la risposta è stata positiva. Abbiamo mandato un fusto di prova qui allo stabilimento, abbiamo aspettato altri nove mesi, ed è arrivata la lettera di accettazione, l' omologazione e un ordine di trecento tonnellate; subito dopo, chissà perché, un altro ordine, con una firma diversa, per altre trecento, quest' ultimo urgentissimo. Probabilmente non era che un duplicato del primo, nato da qualche pasticcio burocratico; ad ogni modo era regolare, ed era proprio quello che ci voleva per tirare su il fatturato dell' anno. Eravamo tutti diventati molto gentili, e per i corridoi e i capannoni della fabbrica non si vedeva altro che dei gran sorrisi: seicento tonnellate di una vernice non difficile da produrre, tutta della stessa qualità, e con un prezzo niente male. Noi siamo gente coscienziosa: di ogni lotto prelevavamo religiosamente un campione e lo collaudavamo in laboratorio, per essere sicuri che i provini resistessero a tutti gli articoli che le ho detto. Il nostro laboratorio si era riempito di odori nuovi e gradevoli, e il bancone dei collaudi sembrava la bottega di un droghiere. Tutto andava bene, noi ci sentivamo in una botte di ferro, e ogni venerdì, quando partiva la flotta dei camion che portava i fusti a Genova per l' imbarco, facevamo una piccola festa, utilizzando anche i viveri destinati al collaudo "perché non andassero a male". Poi c' è stato il primo allarme: un telex cortese, in cui ci invitavano a ripetere la prova della resistenza alle acciughe su un certo lotto già imbarcato. La ragazza dei collaudi ha fatto una risatina e mi ha detto che avrebbe ripetuto la prova immediatamente, ma che era sicurissima dei suoi risultati, quella vernice avrebbe resistito anche ai pescicani; io però sapevo come vanno queste cose, e ho cominciato a sentire dei crampi allo stomaco". La faccia di Faussone si è increspata in un inaspettato sorriso triste: "Eh già: a me invece viene male qui a destra, credo che sia il fegato. Ma per me un uomo che non abbia mai avuto un collaudo negativo non è un uomo, è come se fosse rimasto alla prima comunione. Poco da dire, sono degli affari che io li conosco bene; lì sul momento fanno star male, ma se uno non li prova non matura. È un po' come i quattro presi a scuola". "Io lo sapevo, come vanno queste cose. Due giorni, poi è arrivato un altro telex, e questo non era gentile per niente. Quel lotto non resisteva alle acciughe, e neppure quelli successivi che erano arrivati nel frattempo; dovevamo mandare subito, per via aerea, mille chili di vernice sicura, se no, blocco dei pagamenti e citazione per danni. Qui la febbre ha cominciato a salire, e il laboratorio a riempirsi di acciughe: italiane, grosse e piccole, spagnole, portoghesi, norvegesi; e due etti li abbiamo lasciati andare a male apposta, per vedere che effetto facevano sulla lamiera verniciata. Lei capisce che eravamo tutti abbastanza bravi in fatto di vernici, ma nessuno di noi era uno specialista in acciughe. Preparavamo provini su provini, come dei matti, centinaia di provini al giorno, li mettevamo a contatto con acciughe di tutti i mari, ma non capitava niente, da noi tutto andava bene. Poi ci è venuto in mente che forse le acciughe sovietiche erano più aggressive di quelle nostrane. Abbiamo subito fatto un telex, e dopo sette giorni il campione era sul banco: avevano fatto le cose in grande, era una latta di trenta chili mentre invece trenta grammi sarebbero bastati, forse era una confezione per i collegi o per le forze armate. E devo dire che erano ottime, perché le abbiamo anche assaggiate: ma niente, neanche loro, nessun effetto su nessuno dei provini, neppure su quelli preparati nei modi più maligni in modo da riprodurre le condizioni più sfavorevoli, poco cotti, a spessore scarso, piegati prima del collaudo. Intanto era arrivata la perizia di Sverdlovsk, quella che le dicevo prima. Ce l' ho di sopra, in camera mia, nel cassetto del tavolino, e parola mia mi sembra che puzzi. No, non di acciughe: che puzzi fuori dal cassetto, che ammorbi l' aria, specie di notte, perché di notte faccio dei sogni strani. Forse è colpa mia, che me la prendo troppo ..." Faussone si è mostrato comprensivo. Mi ha interrotto per ordinare due vodche alla ragazza che sonnecchiava dietro il bancone: mi ha spiegato che era vodca speciale, distillata di contrabbando, e infatti aveva un aroma insolito, non sgradevole, su cui ho preferito non indagare. "Beva, che le fa bene. Si capisce che lei se la prende: è naturale. Quando uno mette la sua firma su qualche cosa, non importa se è una cambiale o una gru o un' acciuga ... mi scusi, volevo dire una vernice, bisogna bene che ne risponda. Beva, che così dorme bene stanotte, non sogna i provini, e domani vedrà che si sveglia senza il mal di testa: questa è roba di borsa nera, però è genuina. Intanto mi racconti come è finita". "Non è finita, e neanche io me la sento di dire come finisce e quando finisce. Sono qui da dodici giorni, e non so quanto ci resterò; tutte le mattine mi mandano a prendere, delle volte con una macchina di rappresentanza, delle volte con una Pobieda; mi portano nel laboratorio e poi non capita niente. Viene l' interprete e si scusa, o manca il tecnologo, o manca la corrente, o tutto il personale è convocato per una riunione. Non che siano sgarbati con me, ma sembra che si dimentichino che io ci sono. Col tecnologo fino adesso non ho parlato per più di mezz' ora: mi ha fatto vedere i loro provini, e mi ci sto rompendo la testa, perché non hanno niente a che fare con i nostri; i nostri sono lisci e puliti, questi invece hanno tanti piccoli grumi. È chiaro che è successo qualche cosa durante il viaggio, ma non riesco a immaginare che cosa; oppure c' è qualche cosa che non va nei loro collaudi, ma sa bene che dare la colpa agli altri, e specialmente ai clienti, è cattiva politica. Ho detto al tecnologo che vorrei assistere al ciclo completo, alla preparazione dei provini, dal principio alla fine; mi è sembrato contrariato, mi ha detto che andava bene, però poi non si è fatto più vedere. Invece del tecnologo, mi tocca parlare con una donna terribile. La signora Kondratova è piccola, grassa, anziana, con una faccia distrutta, e non c' è verso di tenerla sull' argomento. Invece che di vernici, mi ha parlato tutto il tempo della sua storia, è una storia tremenda, era a Leningrado durante l' assedio, le sono morti al fronte il marito e due figli, e lei lavorava in fabbrica a tornire proiettili, con dieci gradi sotto zero. Mi fa molta pena, ma anche rabbia, perché fra quattro giorni mi scade il visto, e come faccio a tornare in Italia senza aver concluso niente, e soprattutto senza aver capito niente?" "Lei glielo ha detto, a quella donna, che le scade il visto?" mi ha chiesto Faussone. "No, non credo che lei abbia niente a che fare, col mio visto". "Mi dia da mente, glielo dica. Da come lei me lo racconta, deve essere una abbastanza importante, e quando scade un visto, questi qui si dànno subito da fare, perché se no sono loro che restano nelle curve. Provi: provare non fa peccato, e lei non rischia niente". Aveva ragione. Al solo annuncio della prossima scadenza del mio visto di soggiorno, è avvenuto intorno a me un mutamento sorprendente, come nel finale delle comiche di un tempo. Tutti, e la Kondratova per prima, hanno bruscamente accelerato le loro mosse e le loro parole, si sono fatti comprensivi e collaborativi, il laboratorio mi ha aperto le porte, ed il preparatore dei provini si è messo a mia piena disposizione. Il tempo che mi rimaneva non era molto, ed ho chiesto prima di tutto di esaminare il contenuto degli ultimi fusti arrivati. Non è stato facile identificarli, ma in mezza giornata ci sono riuscito; abbiamo preparato i provini con tutte le cure del caso, sono risultati lisci e lucenti, e dopo la notte passata in connubio con le acciughe il loro aspetto non era cambiato. Si poteva concludere che: o la vernice si alterava nelle condizioni locali di magazzinaggio, oppure che capitava qualcosa nel corso del prelievo fatto dai russi. Il mattino della partenza ho ancora fatto in tempo ad esaminare uno dei fusti più anziani: venivano fuori dei provini sospetti, striati e granulosi, ma ormai mancava il tempo di approfondire. La mia richiesta di proroga era stata respinta: Faussone è venuto a salutarmi alla stazione, e ci siamo lasciati con la promessa reciproca di ritrovarci, sul posto o a Torino; ma più probabilmente sul posto. Infatti, lui ne aveva ancora per diversi mesi: insieme con un gruppo di montatori russi, stava mettendo a punto uno di quei loro escavatori colossali, alti come una casa di tre piani, che si spostano su qualunque terreno camminando su quattro enormi zampe come sauri preistorici; e io dovevo sistemare due o tre faccende in fabbrica, ma senza dubbio sarei ritornato entro un mese al massimo. La Kondratova mi aveva detto che per un mese, bene o male, sarebbero andati avanti lo stesso: proprio quel giorno aveva avuto comunicazione che, in un' altra fabbrica di scatolame, si stava usando una vernice tedesca, che a quanto pare non dava inconvenienti; mentre si cercava di chiarire l' incidente, ne avrebbero fatto arrivare urgentemente un quantitativo. Tuttavia con una inconseguenza che mi ha sorpreso, ha insistito perché io tornassi al più presto possibile: "tutto compreso", la nostra vernice era preferibile. Da parte sua, avrebbe fatto tutto quanto poteva per farmi avere un nuovo visto prorogabile a piacere. Faussone mi ha pregato, già che andavo a Torino, di consegnare alle sue zie un pacco e una lettera, facendogli le sue scuse: lui avrebbe passato i Santi sul posto. Il pacco era leggero ma voluminoso, la lettera non era che un biglietto, e portava segnato l' indirizzo nella grafia chiara, meticolosa e leggermente sofisticata di chi ha studiato il disegno. Mi ha raccomandato di non perdere il documento valutario relativo al contenuto del pacco, e ci siamo lasciati.
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