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La chiave a stella 1978

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura

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La coppia conica

" ... perché lei non deve mica credere che certi truschini si combinino solo a casa nostra, e che soltanto noialtri siamo bravi a imbrogliare la gente e a non farci imbrogliare noi. E poi, io non so quanto ha viaggiato lei, ma io ho viaggiato parecchio, e ho visto che non bisogna neanche credere che i paesi siano come ce li hanno insegnati a scuola e come vengono fuori dalle storielle, sa bene, tutti gli inglesi distinti, i francesi blagueur, i tedeschi tutti d' un pezzo, e gli svizzeri onesti. Eh, ci vuol altro: tutto il mondo è paese". In pochi giorni la stagione era precipitata; di fuori nevicava asciutto e duro: ogni tanto una folata di vento proiettava contro i vetri della mensa come una manciata di minuscoli chicchi di grandine. Attraverso il velo del nevischio si intravvedeva tutto intorno l' assedio nero della foresta. Ho cercato senza successo di interrompere Faussone per protestare la mia innocenza: non ho viaggiato quanto lui, ma certamente quanto basta per distinguere la vanità dei luoghi comuni su cui si fonda la geografia popolare. Niente da fare: arrestare un racconto di Faussone è come arrestare un' onda di marea. Ormai era lanciato, e non era difficile distinguere, dietro i panneggiamenti del prologo, la corpulenza della storia che si andava delineando. Avevamo finito il caffè, che era detestabile, come in tutti i paesi (mi aveva precisato Faussone) dove l' accento della parola "caffè" cade sulla prima sillaba, e gli ho offerto una sigaretta, dimenticando che lui non è fumatore, e che io stesso, la sera prima, mi ero accorto che stavo fumando troppo, e avevo fatto voto solenne di non fumare più; ma via, cosa vuoi fare dopo un caffè come quello, e in una sera come quella? "Tutto il mondo è paese, come le stavo dicendo. Anche questo paese qui: perché è proprio qui che la storia mi è successa; no, non adesso, sei o sette anni fa. Si ricorda del viaggio in vaporetto, di Differenza, di quel vino, di quel lago che era quasi un mare, e della diga che le ho fatto vedere di lontano? Bisogna che una domenica ci andiamo, avrei caro di mostrargliela perché è un gran bel lavoro. Questi qui hanno la mano un po' pesante, ma per i lavori grossi sono più bravi di noi, poco da dire. Bene, la gru più grossa del cantiere sono io che l' ho montata: voglio dire, sono io che ho organizzato il montaggio, perché è una di quelle che si montano da sole, vengono su da terra come un fungo, che è abbastanza un bello spettacolo. Mi scusi se ci torno ogni tanto, su questa faccenda del montare le gru; ormai lei lo sa bene, io sono uno di quelli che il suo mestiere gli piace. Anche se delle volte è scomodo: proprio quella volta lì, per esempio, che il montaggio l' abbiamo fatto di gennaio, lavorando anche le domeniche, e gelava tutto, fino il grasso dei cavi, che bisognava farlo venire molle col vapore. A un certo momento si era anche formato del ghiaccio sul traliccio, spesso due dita e duro come il ferro, e non si riusciva più a far scorrere uno dentro l' altro gli elementi della torre; cioè, per scorrere scorrevano, ma arrivati in cima non avevano più lo scodimento". In generale, la parlata di Faussone mi riesce chiara, ma non sapevo che cosa fosse lo scodimento. Gliel' ho chiesto, e Faussone mi ha spiegato che manca lo scodimento quando un oggetto allungato passa sì in un condotto rettilineo, ma arrivato a una curva o ad un angolo si pianta, cioè non scode più. Quella volta, per ripristinare lo scodimento previsto dal manuale di montaggio, avevano dovuto picconare via il ghiaccio centimetro per centimetro: un lavoro da galline. "Insomma, bene o male siamo arrivati al giorno del collaudo. Più male che bene, come le ho detto; ma sul lavoro, e mica solo sul lavoro, se non ci fossero delle difficoltà ci sarebbe poi meno gusto dopo a raccontare; e raccontare, lei lo sa, anzi, me lo ha perfino detto, è una delle gioie della vita. Io non sono nato ieri, e il collaudo si capisce che me l' ero già fatto prima, pezzo per pezzo, per conto mio: tutti i movimenti andavano da dio, e anche la prova di carico, niente da dire. Il giorno del collaudo è sempre un po' come una festa: mi sono fatta la barba bella liscia, mi sono data la brillantina (beh sì, qui dietro: un pochi mi sono rimasti), mi sono messa la giacca di velluto e mi sono trovato sul piazzale, bell' e pronto, una buona mezz' ora prima dell' ora che avevamo combinato. Arriva l' interprete, arriva l' ingegnere capo, arriva una di quelle loro vecchiette che non capisci mai cosa c' entrino, ficcano il naso dappertutto, ti fanno delle domande senza senso, si scarabocchiano il tuo nome su un pezzetto di carta, ti guardano con diffidenza, e poi si seggono in un angolo e si mettono a fare la calza. Arriva anche l' ingegnere della diga, che era poi una ingegneressa: simpatica, brava come il sole, con due spalle così e il naso rotto come un boxeur. Ci eravamo trovati diverse volte alla mensa e avevamo perfino fatto un po' amicizia: aveva un marito buono a niente, tre figli che mi ha fatto vedere la fotografia, e lei, prima di prendere la laurea, guidava il trattore nei colcos. A tavola faceva impressione: mangiava come un leone, e prima di mangiare buttava giù cento grammi di vodca senza fare una piega. A me la gente così mi piace. Sono arrivati anche diversi pelandroni che non ho capito chi fossero: avevano già la piomba alla mattina buonora, uno aveva un pintone di liquore, e continuavano a bere per conto loro. Alla fine è arrivato il collaudatore. Era un ometto tutto nero, vestito di nero, sulla quarantina, con una spalla più alta dell' altra e una faccia da non aver digerito. Non sembrava neanche un russo: sembrava un gatto ramito, sì, uno di quei gatti che prendono il vizio di mangiare le lucertole, e allora non crescono, vengono malinconici, non si lustrano più il pelo, e invece di miagolare fanno hhhh. Ma sono quasi tutti così, i collaudatori: non è un mestiere allegro, se uno non ha un po' di cattiveria non è un buon collaudatore, e se la cattiveria non ce l' ha gli viene col tempo, perché quando tutti ti guardano male la vita non è facile. Eppure ci vogliono anche loro, lo capisco anch' io, alla stessa maniera che ci vogliono i purganti. Allora lui arriva, tutti fanno silenzio, lui dà la corrente, si arrampica su su per la scaletta e si chiude nella cabina, perché a quel tempo nelle gru tutti i comandi erano ancora nella cabina. Adesso? Adesso sono a terra, per via dei fulmini. Si chiude nella cabina, grida giù di fare largo, e tutti si allontanano. Prova la traslazione e tutto va bene. Sposta il carrello sul braccio: va via bello latino come una barca sul lago. Fa agganciare una tonnellata e tira su: perfetto, come se il pesantore neanche lo sentisse. Poi prova la rotazione, e succede il finimondo: il braccio, che è poi un bel braccio lungo più di trenta metri, gira tutto a scatti, con degli stridori di ferro da far piangere il cuore. Sa bene, quando si sente il materiale che lavora male, che punta, che gratta, e ti dà una pena che neanche un cristiano. Fa tre o quattro scatti, e poi si ferma di colpo, e tutta la struttura trema, e oscilla da destra a sinistra e da sinistra a destra come se dicesse che no, per carità, così non si può andare. Io ho fatto che prendere la corsa su per la scaletta, e intanto gridavo a quello lassù che per l' amor di Dio non si muovesse, non cercasse di fare altre manovre. Arrivo in cima, e le giuro che sembrava di essere in un mare in tempesta; e vedo il mio ometto tutto tranquillo, seduto sul seggiolino, che stava già scrivendo il suo verbale sul libretto. Io il russo allora lo sapevo poco, e lui l' italiano non lo sapeva niente; ci siamo arrangiati con un po' di inglese, ma lei capisce che fra la cabina che continuava a ballare, lo sbordimento, e l' affare della lingua, ne è venuta fuori una discussione balorda. Lui continuava a dire niet, niet, che la macchina era capùt, e che lui il collaudo non me lo dava; io cercavo di spiegargli che prima di mettere giù il verbale volevo rendermi conto con un po' di calma, a bocce ferme. A questo punto io avevo già i miei sospetti: primo, perché glielo ho già detto, il giorno prima avevo fatto le mie prove e tutto era andato bene; secondo, perché mi ero accorto da un pezzo che c' erano in giro certi francesi, che era aperto un appalto per altre tre gru uguali a quella, e sapevo che la gara per quella gru noialtri l' avevamo vinta per un soffio, e che i secondi erano stati proprio i francesi. Sa, non è per il padrone. A me del padrone non me ne fa mica tanto, basta che mi paghi quello ch' è giusto, e che coi montaggi mi lasci fare alla mia maniera. No, è per via del lavoro: mettere su una macchina come quella, lavorarci dietro con le mani e con la testa per dei giorni, vederla crescere così, alta e dritta, forte e sottile come un albero, e che poi non cammini, è una pena: è come una donna incinta che le nasca un figlio storto o deficiente, non so se rendo l' idea". La rendeva, l' idea. Nell' ascoltare Faussone, si andava coagulando dentro di me un abbozzo di ipotesi, che non ho ulteriormente elaborato e che sottopongo qui al lettore: il termine "libertà" ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l' essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo. "Ogni modo: io ho aspettato che lui calasse giù, e poi mi sono messo a guardare bene come stavano le cose. C' era sicuramente qualche cosa che non andava nella coppia conica ... cos' ha da ridere?" Non ridevo: sorridevo soltanto, senza rendermene conto. Non avevo più avuto niente a che fare con le coppie coniche fin da quando, a tredici anni, avevo smesso di giocare col Meccano, e il ricordo di quel gioco-lavoro solitario e intento, e di quella minuscola coppia conica di lucido ottone fresato, mi aveva intenerito per un istante. "Sa, sono una roba molto più delicata degli ingranaggi cilindrici. Anche più difficili da montare, e se uno sbaglia il tipo di grasso, grippano che è una bellezza. Del resto, non so, a me non è mai successo, ma fare un lavoro senza niente di difficile, dove tutto vada sempre per diritto, dev' essere una bella noia, e alla lunga fa diventare stupidi. Io credo che gli uomini siano fatti come i gatti, e scusi se torno sui gatti ma è per via della professione. Se non sanno cosa fare, se non hanno topi da prendere, si graffiano tra di loro, scappano sui tetti, oppure si arrampicano sugli alberi e magari poi gnaulano perché non sono più buoni a scendere. Io credo proprio che per vivere contenti bisogna per forza avere qualche cosa da fare, ma che non sia troppo facile; oppure qualche cosa da desiderare, ma non un desiderio così per aria, qualche cosa che uno abbia la speranza di arrivarci. Ma torniamo alla coppia conica: cinque minuti e ho subito capito l' antifona. L' allineamento, capisce? Proprio il punto più delicato, perché una coppia conica è come chi dicesse il cuore di una gru, e l' allineamento è ... insomma, senza allineamento una coppia dopo due giri è da buttare a rottame. Non sto a fargliela tanto lunga: lì su c' era stato qualcuno, qualcuno del mestiere; e aveva riforato uno per uno tutti i pertugi del supporto, e aveva rimontato il basamento della coppia che sembrava dritto, e invece era sfalsato. Un lavoro da artista, che se non fosse del fatto che volevano fregarmi me gli avrei fino fatto i complimenti: ma invece ero arrabbiato come una bestia. Si capisce che erano stati i francesi, non so se proprio con le loro mani oppure con l' aiuto di qualcuno, magari giusto il mio collaudatore, quello che aveva tutta quella fretta di fare il verbale ... Ma sì, certo, la denuncia, i testimoni, la perizia, la querela: ma intanto resta sempre come un' ombra, come una macchia d' unto, che è difficile togliersela di dosso. Adesso sono passati dei begli anni, ma la causa è ancora in cammino: ottanta pagine di perizia dell' Istituto Tecnologico di Sverdlovsk, con le deformazioni, le fotografie, le radiografie e tutto. Come crede che finirà, lei? Io lo so già, come finisce, quando le cose di ferro diventano cose di carta: storta, finisce".

La chiave a stella 1978