La chiave a stella 1978
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura
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Aveva piovuto per tutta la notte, a tratti in folate silenziose di goccioline così minute da confondersi con la nebbia, a tratti in raffiche violente: queste tamburellavano con fracasso sulle lamiere ondulate che facevano da tetto alle baracche dei magazzini, costruite senza un piano decifrabile intorno alla foresteria. Un modesto ruscello che scorreva poco lontano si era ingrossato, e per tutta la notte la sua voce era penetrata nei miei sogni, confondendosi con le immagini di alluvione e rovina evocate dal racconto indiano di Faussone. All' alba, una pigra alba umida e grigia, ci siamo trovati assediati dal sacro fango fertile della pianura sarmatica, il fango bruno liscio e profondo che nutre il grano e inghiotte gli eserciti invasori. Sotto le nostre finestre razzolavano i polli, avvezzi al fango come le anitre, a cui contendevano i lombrichi: Faussone non ha mancato di farmi notare che in quelle condizioni i polli nostrani sarebbero annegati; ecco confermati ancora una volta i vantaggi della specializzazione. I russi e le russe dei servizi circolavano impavidi, infilati nei loro stivali alti fino al ginocchio. Noi due abbiamo aspettato fin verso le nove che arrivassero le auto che ci dovevano condurre ai rispettivi luoghi di lavoro, poi abbiamo cominciato con le telefonate, ma verso le dieci è stato chiaro che il cortesissimo "al più presto" con cui ci veniva risposto voleva dire "non oggi, e domani solo se avremo fortuna". Le auto erano impantanate, guaste, destinate ad altro servizio, e inoltre non ci erano mai state promesse, ha proseguito la soave voce telefonica, con la nota indifferenza russa alla plausibilità dei pretesti singoli ed alla mutua compatibilità dei pretesti multipli. "Paese senza tempo", ho commentato io, e Faussone mi ha risposto: "Questione di non prendersela; del resto, non so lei, ma io sono pagato anche per questo". Mi era rimasta in mente la storia che lui aveva lasciata in sospeso, sulla ragazza delle zie, quella che per poco non lo aveva messo nei guai: quali guai? Faussone è stato elusivo. "Nei guai. Con una ragazza, tre volte su quattro uno si mette nei guai, specie se non sta attento fin dal principio. Non c' era comprensione, non facevamo che contraddirci, lei non mi lasciava parlare e voleva sempre dire la sua e allora io facevo lo stesso. Noti che era una in gamba e di faccia era anche abbastanza bella, ma aveva tre anni più di me e era un po' giù di carrozzeria. Non dico, avrà avuto i suoi meriti, ma per lei ci andava un marito diverso, uno di quelli che bollano la cartolina e arrivano a ora fissa e non dicono be'. Poi alla mia età uno comincia a diventare difficile, e mica detto che ormai per me non sia troppo tardi". Si è avvicinato alla vetrata, e mi è sembrato sopra pensiero e di umore tetro. Fuori pioveva un po' meno, ma si era levato un vento impetuoso; gli alberi agitavano i rami come se gesticolassero, e si vedevano correre raso terra dei curiosi ammassi di sterpi globosi, grossi da mezzo metro a un metro; volavano via rotolando e saltellando, modellati così dall' evoluzione per disseminarsi altrove: aridi e insieme tenebrosamente vivi, sembravano fuggire dalla foresta di Pier delle Vigne. Ho mormorato una vaga frase consolatoria, come si conviene, invitando a confrontare la sua età con la mia, ma lui ha ripreso a parlare come se non mi avesse sentito: "Una volta era più facile: non stavo mica a pensarci su due volte. Io veramente di natura ero timido, ma alla Lancia, un po' per la compagnia, un po' dopo che mi hanno messo alla manutenzione e che ho imparato a saldare, sono venuto più ardito e ho preso sicurezza; sì, saldare è stato importante non saprei dire perché. Forse perché non è un lavoro naturale, specialmente saldare autogeno: non viene di natura, non assomiglia a nessun altro lavoro, bisogna che la testa le mani e gli occhi imparino ciascheduno per conto suo, specie gli occhi, perché quando ti metti davanti agli occhi quello schermo per ripararti dalla luce vedi solo del nero, e nel nero il vermino acceso del cordone di saldatura che viene avanti, e deve venire avanti sempre alla stessa velocità: non vedi neanche le tue mani, ma se non fai tutto a regola, e sgarri anche di poco, invece di una saldatura fai un buco. Sta di fatto che dopo che ho preso sicurezza a saldare, ho preso sicurezza a tutto, fino alla maniera di camminare: e anche qui, la pratica che ho fatto nella bottega di mio padre, altroché se mi è venuta a taglio, perché mio padre buonanima mi aveva insegnato a fare i tubi di rame dalla lastra, allora i semilavorati non si trovavano, si prendeva la lastra, si battevano gli orli a bisello, si incavalcavano i due orli, si copriva il giunto con il borace e con graniglia di ottone, e poi si passava sulla forgia a coke, né troppo piano né troppo in fretta, se no l' ottone o che scappa fuori, o che non fonde: tutto così a occhio, se lo immagina che lavoro? E poi, dal tubo grosso si facevano i tubi più piccoli alla trafila, tirando con l' argano a mano, e ricuocendo a ogni passata, roba da non crederci: ma alla fine la giunta si vedeva appena appena, solo la venatura più chiara dell' ottone: a toccare con le dita non si sentiva niente. Adesso è un altro lavorare, si capisce, ma io ho idea che se certi lavori li insegnassero a scuola, invece di Romolo e Remo, si guadagnerebbe. Le stavo dicendo che imparando a saldare ho imparato un po' tutto: e così è successo che il primo lavoro di montaggio un po' importante che mi è capitato, e era proprio un lavoro di saldatura, mi sono portato una ragazza appresso: che poi, a dire la verità, di giorno, non sapevo bene cosa farmene, e anche lei poveretta mi veniva dietro, si metteva sull' erba sotto ai tralicci, fumava una sigaretta dopo l' altra e si annoiava, e io di lassù la vedevo piccola piccola. Era un lavoro in montagna, in Val d' Aosta in un bellissimo posto, e anche la stagione era buona, era il principio di giugno: c' era da finire di montare i tralicci di una linea ad alta tensione, e poi c' era da tirare i cavi. Io avevo vent' anni, mi avevano appena dato la patente, e quando l' impresa mi ha detto di prendere il furgoncino 600 con su tutti gli attrezzi, di farmi dare l' anticipo e di partire, mi sono sentito fiero come un re. Mia madre a quel tempo era ancora viva, e stava al paese, così non le ho detto niente, e alle zie, si capisce, ancora meno, per non dargli un dispiacere, perché loro, questione ragazze, si credevano di avere l' esclusiva. Lei era in vacanza, era una maestra di scuola, la conoscevo solo da un mese e la portavo a ballare da Gay, ma non le è sembrato vero e ci è stata subito; non era di quei tipi che fanno delle storie. Lei capisce che con tre faccende così in un colpo, la ragazza, il lavoro d' impegno e il viaggio in auto, mi sentivo fuori giri come un motore imballato: avere vent' anni allora era come averne diciassette adesso, e io guidavo come un cretino. Ben che non ero ancora tanto pratico, e poi il furgoncino tirava un po' l' ala, io cercavo di passare tutti, e di passarli facendogli la barba: e noti che a quel tempo l' autostrada non c' era ancora. La ragazza aveva paura, e io, sa come si è a quell' età, ero contento che lei avesse paura. A un certo momento la macchina ha starnutito due o tre volte e poi si è fermata: io ho aperto il cofano e mi sono messo a trafficare nel motore dandomi tutte le arie che potevo, ma per verità non ne capivo niente, e il difetto non l' ho trovato. Dopo un poco la ragazza ha perso la pazienza: io non volevo, ma lei ha fermato un motociclista della Stradale che ci desse una mano. In un momento, lui ha infilato uno stecco dentro il serbatoio e mi ha fatto vedere che non c' era più neanche una goccia di benzina: e difatti io lo sapevo che l' indicatore era guasto, ma me n' ero dimenticato per via della ragazza. Lui se n' è andato senza fare commenti, ma io mi sono sentito un po' ridimensionato, e forse è stato un bene, perché di lì in poi ho guidato più ragionevole e siamo arrivati senza incidenti. Ci siamo sistemati in un alberghetto da buon patto, in due camere separate per la convenienza, poi io mi sono presentato agli uffici dell' Azienda elettrica e lei se n' è andata a spasso per conto suo. Confronto a certi altri che ho fatto dopo, e qualcuno gliel' ho già raccontato, quello non era un lavoro gran che, ma io era il mio primo lavoro fuori officina e mi sentivo pieno di entusiasmo. Mi hanno condotto a un traliccio già quasi finito, mi hanno spiegato che l' altro montatore si era messo in mutua, mi hanno dato i disegni d' insieme e i dettagli dei nodi e mi hanno piantato lì. Era un traliccio in tubolari zincati, di quelli a forma di Y: era a un' altezza sui 1.00 metri, e all' ombra delle rocce c' era ancora qualche chiazza di neve, ma i prati erano già pieni di fiori; si sentiva l' acqua che scorreva e gocciolava da tutte le parti come se avesse piovuto, ma invece era il disgelo, perché di notte gelava ancora. Il traliccio era alto trenta metri; c' erano già i sollevatori piazzati, e a terra il bancone dei carpentieri che preparavano i pezzi per la saldatura. Mi hanno guardato con un' aria strana, e sul momento non ho capito perché: poi, quando hanno preso un po' più di confidenza, è venuto fuori che il montatore di prima non era in mutua, ma in infortunio, e che insomma gli era mancato un piede, era volato giù per fortuna non tanto dall' alto, e in definitiva era in ospedale con diverse costole rotte. Hanno creduto bene di dirmelo non per farmi paura, ma perché erano gente di buon senso e vecchi del mestiere, e a vedermi così, tutto allegro e gridellino, con la ragazza sotto che mi guardava, e io che facevo l' erlo a venti metri di quota, senza neppure la cinta ...." Ho dovuto interrompere la narrazione per causa dell' erlo. La locuzione mi era nota ("fare l' erlo" vuol dire press' a poco "mostrare baldanza", "fare il gradasso"), ma speravo che Faussone me ne spiegasse l' origine, o almeno mi chiarisse che cosa è un erlo. Non siamo andati molto lontano: lui sapeva vagamente che l' erlo è un uccello, e che appunto fa l' erlo con la sua femmina per indurla alle nozze, ma niente di più. In seguito, e per conto mio, ho svolto qualche ricerca, da cui è risultato che l' erlo è lo Smergo Maggiore, una specie di anitra dalla bella livrea, ormai molto raro in Italia; ma nessun cacciatore ha potuto confermarmi che il suo comportamento sia così peculiare da giustificare la metafora che è tuttora largamente usata. Faussone ha ripreso, con un' ombra di fastidio nella voce: "Già, perché io di cantieri ormai ne ho girati tanti, in Italia e fuori: delle volte ti sotterrano sotto i regolamenti e le precauzioni neanche tu fossi un deficiente oppure un bambino appena nato, specialmente all' estero; delle altre ti lasciano fare quello che diavolo vuoi perché tanto, anche se ti rompi la testa, l' assicurazione ti paga per nuovo: ma in tutti e due i casi, se non hai prudenza tu per conto tuo, presto o tardi finisci male, e la prudenza è più difficile da imparare che il mestiere. Per solito si impara dopo, e è ben difficile che uno la impari senza passare dei guai: fortunato quello che i guai li passa subito e piccoli. Adesso ci sono gli ispettori dell' infortunio, che ficcano il naso dappertutto, e fanno bene; ma anche se fossero tutti dei padreterni, e sapessero i trucchi di tutti i lavori, che poi non è neanche possibile perché di lavori e di trucchi ce n' è sempre di nuovi: bene, lei crede che non capiterebbe più niente? Sarebbe come credere che se tutti obbedissero al codice della strada non succederebbero più incidenti d' auto: eppure mi dica se conosce un guidatore che non ha mai avuto un incidente. Ci ho pensato su tante volte: bisogna che gli incidenti non vengano, ma vengono, e bisogna imparare a stare sempre con gli occhi aperti così; oppuramente cambiare mestiere. Bene, se io sono arrivato intero alla fine di quel lavoro che le dicevo, e senza neanche un livido, è proprio perché c' è un dio per i ciucchi e per gli innamorati. Ma guardi che io non ero né uno né l' altro: quello che mi importava era di fare bella figura con la ragazza che mi stava a guardare dal prato, proprio come dicono che faccia questo erlo con la sua erla. Se ci ripenso mi viene freddo ancora adesso, e sì che sono passati dei begli anni. Andavo su e giù per il traliccio attaccandomi alle traverse, senza passare mai per la scaletta alla marinara, lesto come Tarzan; per fare le saldature, invece di sedermi o mettermi a cavallo, come fanno le persone di senso, stavo in piedi, o magari anche su un piede solo, e alé, giù col cannello, e il disegno lo guardavo e non lo guardavo. Bisogna proprio dire che l' assistente contrario era una brava persona, o forse non ci vedeva bene, perché quando io ho dato il lavoro per finito, lui si è arrampicato su piano piano, con un' aria da papalotto, e di tutte le mie saldature, che saranno state più di duecento, me ne ha fatte rifare solo una dozzina: eppure me ne accorgevo bell' e da solo che le mie erano degli scarabocchi, tutte grottolute e piene di soffiature, mentre lì vicino c' erano quelle del montatore che si era fatto male, che sembravano ricamate; ma vede bene come è giusto il mondo, lui che era prudente era caduto, e io che facevo il balengo tutto il tempo non mi sono fatto niente. E bisogna anche dire che, o le mie saldature ben che storte erano robuste, o che il progetto era abbondoso, perché quel traliccio è ancora lì, e sì che di inverni ne ha già visti una quindicina. Beh sì, io questa debolezza ce l' ho: non è che mi tocchi di andare fino in India o in Alasca, ma se ho fatto un lavoro, per il bene o per il male, e non è troppo fuori mano, ogni tanto mi piace andarlo a trovare, come si fa con i parenti di età, e come faceva mio padre con i suoi lambicchi; così, se una festa non ho niente di meglio da fare, prendo su e vado. Quel traliccio che le dicevo, poi, lo vado a trovare volentieri, anche se è niente di speciale e fra tutti quelli che passano di lì non ce n' è uno che gli getti un occhio: perché è stato in sostanza il mio primo lavoro, e anche per via di quella ragazza che mi ero portato appresso. Io sulle prime credevo che fosse una ragazza un po' strana, perché non avevo esperienza e non sapevo che tutte le ragazze sono strane, o per un verso o per un altro, e se una non è strana vuol dire che è ancora più strana delle altre, appunto perché è fuori quota, non so se mi spiego. Era una della Calabria, voglio dire che i suoi erano arrivati dalla Calabria, ma lei le scuole le aveva fatte qui da noi, e che venisse da quelle terre si capiva solo un poco dai capelli e dal colorito, e perché era un po' piccola: dal parlare non si conosceva. Per venire in montagna con me aveva avuto da dire con i suoi, ma non tanto, perché erano sette figli e uno più uno meno non ci facevano neanche caso, e poi era la più grande e era maestra, così aveva abbastanza indipendenza. Le dicevo che mi era sembrata strana, ma più che altro era strana la situazione, perché anche lei era la prima volta che prendeva il volo fuori della famiglia e fuori della città, e per giunta io l' avevo portata in dei posti dove lei non c' era mai stata, e si faceva meraviglia di tutto, a cominciare dalla neve d' estate e del cine che facevo io per farle impressione. Basta, la prima sera lassù non me la dimenticherò mai. Era fuori stagione, in quell' albergo c' eravamo solo noi due, e io mi sentivo il padrone del mondo. Abbiamo ordinato un desinare da gran signori, perché, magari lei non tanto, ma io, dopo quella giornata passata all' aperto e tutte le mie ginnastiche, avevo un appetito da suonatori; e abbiamo anche bevuto parecchio. Io il vino lo tengo bene, e del resto lei lo sa, ma lei, tra il sole che aveva preso, e il vino che non c' era abituata, e il fatto di essere noi due soli lì come in un deserto, e la poca gente che c' era non ci conosceva, e quell' aria fina: sta di fatto che le era venuto il fou rire, parlava a ruota libera mentre invece per solito era abbastanza riservata, e più che tutto era sbafumata da fare impressione; io credo perfino che avesse qualche lineetta di febbre, perché a chi non ci ha l' abitudine il sole fa quell' effetto lì. Insomma a farla corta dopo cena abbiamo fatto due passi fuori, che c' era ancora un po' di chiaro, ma faceva già fresco e lei si vedeva bene che non aveva il piede sicuro, o forse anche faceva finta, si attaccava tutta a me e diceva che aveva voglia di andare a dormire. Così l' ho portata a letto, non nel suo, si capisce, perché la storia delle due camere era solo per l' occhio del mondo, come se poi lassù ci fosse stato qualcuno che guardava i casi nostri. E non fa neppure bisogno che io le stia a raccontare di quella notte, perché lei se lo immagina da solo e del resto queste cose uno se ne ha bisogno non ha nessuna difficoltà a documentarsi. In tre giorni di lavoro io avevo finito con le saldature, e come anche tutti gli altri tralicci erano pronti, era ora di cominciare a tendere i cavi. Sa, a vederli dal basso sembrano fili da cucire, ma sono di rame, sui dieci millimetri, insomma mica tanto maneggevoli. Certo che in confronto con quell' altra tesatura in India che le ho raccontato questo era un lavoro più semplice, ma bisogna contare intanto che era il mio primo lavoro, e poi che la tensione va regolata precisa, specie per i due cavi laterali, quelli che sono appesi di fuori delle due branche dell' Y, altrimenti è tutta la base del traliccio che va in torsione. Ma non abbia paura, questa è una storia senza incidenti, salvo quello del montatore che era venuto prima di me; e neanche incidenti dopo non ne sono venuti, voglio dire al traliccio, che infatti è ancora lassù che sembra nuovo, come le ho già raccontato. Perché sa, fra un elettrodotto e un ponte sospeso, come quello famoso in India, c' è una bella differenza, per il fatto che sui ponti ci passa la gente e sugli elettrodotti solo i chilovattora; insomma gli elettrodotti sono un po' come i libri che scrive lei, che saranno magari bellissimi, ma insomma se viceversa fossero un po' scarsi, parlando con licenza non muore nessuno e ci rimette solo l' utente che li ha comperati. Tendere i cavi, a regola, non sarebbe stato della mia partita, e avrei dovuto tornare, ma io, dopo che avevo finito di saldare e mi avevano dato il collaudo, son filato negli uffici e mi sono offerto come tenditore, perché così la storia con la ragazza sarebbe andata avanti ancora qualche giorno. Devo dire che a quell' epoca avevo una faccia di bronzo che adesso non me la sogno neanche: non saprei dire perché, forse è soltanto che in quella occasione ne avevo bisogno, e che la funzione sviluppa l' organo. Sta di fatto che hanno telefonato a Torino, si sono messi d' accordo e mi hanno prolungato l' ingaggio; non è che io fossi più furbo di loro, è che veramente la squadra erano tutte leccie, e uno in più, modestia a parte abbastanza robusto, gli faceva comodo. Bene, vuol credere? Io non mi rendevo conto, ma, almeno come si faceva a quel tempo, era proprio un lavoro da bestie, che al confronto il lavoro della Lancia era di signorine. Sa, il cavo di rame è pesante, è rigido e insieme è delicato, perché è fatto a treccia, e se fregando sui sassi si lesiona uno dei fili, addio, si disfa tutto come quando si smagliano le calze, e bisogna scartare diversi metri e fare due giunte, sempre che il committente sia d' accordo: e in tutte le maniere vien fuori un brutto lavoro. E allora, perché non freghi sul terreno, bisogna tenerlo alto e tirare ben forte che non si spanci, e svolgere la bobina dal di sopra invece che dal di sotto, appunto per guadagnare altezza; insomma la nostra squadra, che poi esclusi i presenti era una dozzina di riformati, mi faceva venire in mente Volga Volga, con la differenza che invece che fino alla morte si tirava solo fino alle sei di sera. Io mi facevo coraggio pensando alla ragazza, ma intanto ogni giorno che passava mi venivano sempre più vesciche sulle mani, che per stare poi con la ragazza erano una noia, ma mi dava ancora più noia farmi vedere da lei attaccato al cavo come un asino al carretto. Ho cercato di farmi mettere con i sollevatori, cioè con quelli che tirano su da terra la tesata di cavo e la piazzano attaccata agli isolatori, ma non c' è stato verso, sa bene, quando un lavoro è comodo e ben pagato nasce subito la camorra. Niente: mi è toccato andare avanti col volgavolga per tutta la settimana, e gli ultimi due giorni era in salita e il cavo oltre che le mani mi sgarognava la spalla. Mentre che io ruscavo, la ragazza andava in giro per il paese a parlare con la gente, e una bella sera mi ha detto qual era il suo programma per il week-end. Io veramente, soltanto il fatto che un programma pur che sia lo avesse fatto lei mentre che io stavo attaccato al cavo, mi faceva girare un po' l' anima ma ho fatto finta di niente per cavalleria; o almeno ho cercato di far finta di niente, ma la ragazza rideva e diceva che si vedeva dalla maniera che mi grattavo il naso. Avevo anche poi delle ragioni più buone, e cioè che dopo sei giorni di quel lavoro attaccato ai cavi avevo più voglia di dormire che di arrampicarmi su per le montagne: o magari di fare l' amore, ma sempre a letto insomma. Invece no; le avevano riempito la testa con la faccenda della natura, e che in una valle vicino a quella dell' elettrodotto c' era un posto fantastico dove si vedevano i ghiacciai e gli stambecchi e le montagne della Svizzera e perfino le morene che io non ho mai capito cosa siano e credevo che fossero dei pesci buoni da mangiare. Insomma a farla corta lei ha capito subito qual è il mio lato debole, che è quello dell' onore: un po' per scherzo e un po' sul serio mi ha dato del patamollo e del pelandrone, perché ben che fosse delle Calabrie il nostro parlare lo ha imparato fin da bambina, sta di fatto che il sabato, subito dopo la sirena del cantiere, lei mi ha forato con lo spillo tutte le vesciche nuove della giornata, mi ha messo la tintura di iodio sulla farlecca che avevo sulla spalla, abbiamo fatto su i sacchi e siamo partiti. Guardi, non lo so neanche io perché sto a raccontarle questa storia. Forse è per via di questo paese, di questa pioggia che non finisce mai e delle macchine che non ci vengono a prendere: è per via del contrasto, insomma. Sì, perché poi aveva ragione lei, la ragazza: era veramente un bel paesaggio. E anche per un altro contrasto, a pensarci bene, fra avere vent' anni e averne trentacinque, e fra fare una cosa per la prima volta e farla quando si è fatta l' abitudine; ma dirle queste cose a lei, che di anni ne ha parecchi più di me, ho idea che non faccia neanche bisogno. Lei si era informata, come le avevo detto, e aveva deciso che il nostro viaggio di nozze (lei diceva proprio così, ma io non ero tanto convinto) lo dovevamo fare a un bivacco fisso che adesso non mi ricordo neppure il nome, però il posto è difficile che me lo dimentichi, e anche la notte che ci abbiamo passata; non perché ci abbiamo fatto l' amore, ma per il contorno. Adesso mi hanno detto che li mettono giù con gli elicotteri, ma a quel tempo questi bivacchi fissi non erano gran che, e la più parte delle persone, anche quelli che dormono nella biglietteria di Porta Nuova, se li obbligassero a dormire lì dentro farebbero reclamo. Erano come delle mezze botti di lamiera, di due metri per due, con una portina per entrare come quella dei gatti e dentro soltanto un materasso di crine, qualche coperta, una stufetta grossa come una scatola di scarpe, e se andava bene un po' di pane secco lasciato lì da quelli che ci erano passati prima. Essendo appunto che avevano la forma di un mezzo cilindro erano alti un metro più o meno, e bisognava entrarci a quattro gambe; sul tetto c' erano delle bandelle di rame che servivano da parafulmine, ma soprattutto come controventature perché la tempesta non portasse via tutto, e anche, piantata dritta, una pala col manico lungo più di due metri, perché sporgesse dalla neve nelle mezze stagioni e facesse da segnale, e serviva appunto anche a spalare la neve quando il bivacco rimaneva coperto. Per l' acqua non c' era problemi: quel bivacco era montato su uno sprone di roccia alto due metri sopra un ghiacciaio in piano. Io avevo una gran voglia di andarci a spasso sopra, ma la ragazza mi ha detto che era pericoloso per via dei crepacci, e che anzi se uno finiva in un crepaccio non venivano neppure a tirarlo su perché tanto si sapeva già che era colpa sua, e poi del resto non valeva neanche la pena perché il più delle volte uno arriva in fondo che è già bell' e morto per i colpi e per lo sbordimento, e se non è morto muore di freddo prima che arrivino i soccorsi. Le avevano spiegato così giù a valle nell' ufficio delle guide; se poi sia tutto vero o no io non glielo saprei garantire, perché a vedere due merli come noi avranno magari preso le loro precauzioni. Le dicevo che per l' acqua non c' erano problemi, perché faceva caldo da parecchie settimane, la neve sul ghiacciaio si era sciolta, il ghiaccio era rimasto nudo, e nel ghiaccio l' acqua aveva scavato come dei canaletti verdolini, una quantità, tutti paralleli come se li avessero fatti a tratteggio. Vede che per trovare delle cose strane tante volte non c' è bisogno di andare in Alasca. E anche l' acqua che gli correva dentro aveva un gusto che non avevo mai sentito prima, e che non glielo saprei spiegare, perché sa bene che i gusti e gli odori è difficile spiegarli fuori che con degli esempi, come chi dicesse odore d' aglio o gusto di salame; ma direi proprio che quell' acqua aveva gusto di cielo, e difatti veniva dal cielo dritta dritta. Neanche per il mangiare c' erano problemi, perché c' eravamo portati dietro tutto quello che ci voleva e poi abbiamo raccolto della legna per la strada e abbiamo perfino acceso un fuoco e fatto cucina come costumava una volta; e quando è venuto notte, ci siamo accorti di avere sopra la testa un cielo come io non l' avevo mai visto e neppure sognato, talmente pieno di stelle che mi sembrava fino fuori tolleranza, voglio dire che per due come noi, gente di città, un montatore e una maestra, era un' esagerazione e un lusso sprecato. Come si è folli a vent' anni! Pensi che abbiamo passato quasi metà della notte a domandarci perché le stelle sono tante così, a cosa servono, da quanto tempo ci sono, e anche a cosa serviamo noi e così via, e cosa succede dopo morti, insomma delle domande che per uno con la testa sul collo non hanno nessun senso, specie per un montatore. E la seconda metà della notte l' abbiamo passata come lei s' immagina, ma in un silenzio così completo, e in un buio così spesso, che ci sembrava di essere in un altro mondo e avevamo quasi paura, anche perché ogni tanto si sentivano dei rumori che non si capivano, come dei tuoni lontani o come un muro che si diroccasse: lontani ma profondi, che facevano tremolare la roccia sotto le nostre schiene. Ma poi, a un certo punto della notte, si è cominciato a sentire un rumore diverso, e quello sì che mi ha fatto venire paura senza più nessun quasi, paura secca, tanto che io mi sono messo le scarpe e ho fatto per andare fuori a vedere che cosa c' era, ma con così poca convinzione che quando la ragazza mi ha detto in un soffio "no, no, lascia stare che prendi freddo" ho subito fatto marcia indietro e mi sono rimesso sotto la coperta. Sembrava una sega, ma una sega coi denti radi e spuntati, che cercasse di segare la lamiera del bivacco, e il bivacco faceva da cassa armonica e ne veniva fuori un rabadan mai sentito. Raschiava alla stracca, uno o due colpi e poi silenzio e poi di nuovo un colpo o due; fra una raschiata e l' altra si sentiva dei sbuffi e come dei colpi di tosse. Morale della favola, con la scusa del freddo siamo rimasti chiusi lì dentro fino a quando si è visto un filino di luce tutto intorno alla porta: anche perché quel rumore di sega non si sentiva più, soltanto i soffi e sempre più piano. Sono uscito fuori, e c' era uno stambecco stravaccato contro la parete del bivacco: era grosso ma sembrava malato, era brutto, tutto spelacchiato, perdeva le bave e tossiva. Forse stava per morire, e ci ha fatto pena a pensare che avesse voluto svegliarci perché lo aiutassimo, o che avesse voluto venire a morire vicino a noi. Vuol dire? È stato come un segnale, come se grattando con i corni contro la lamiera avesse voluto dirci una cosa. Con quella ragazza io credevo che fosse un principio, e invece era una fine. Tutta quella giornata non abbiamo più saputo cosa dirci; e poi, dopo che siamo tornati a Torino, io le telefonavo e le facevo delle proposte, e lei non diceva di no, ma consentiva con un' aria da lasciami stare che ci voleva poco a capire. Non so, si vede che ne aveva trovato uno più giusto di me, magari appunto uno di quelli che bollano la cartolina: e mica detto che non abbia avuto ragione, considerato la vita che faccio io. Per esempio, adesso sarebbe sola". Si è spalancata la porta, ed insieme con una folata di aria odorosa di funghi è entrato un autista infagottato in una tuta impermeabile lucida di pioggia: sembrava un palombaro. Ci ha fatto capire che la macchina era arrivata e ci aspettava fuori, davanti al cancello. Due? Non due, una, ma molto grande. Gli abbiamo spiegato che dovevamo andare da due parti diverse, ma ha detto che non aveva importanza: avrebbe accompagnato prima me e poi lui, o viceversa, a nostra scelta. Davanti al cancello non abbiamo trovato una macchina, bensì un pullman da turismo, con cinquanta posti, tutto per noi: saremmo arrivati ai rispettivi posti di lavoro, lui con due ore di ritardo, e io con almeno tre. "Paese senza tempo", ha ripetuto Faussone.
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