La chiave a stella 1978
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura
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Il ponte
" ... invece, quando mi hanno proposto di andare in India, non avevo tanta propensione. Non che ne sapessi tanto, dell' India: sa bene come si fa in fretta a farsi le idee sbagliate su un paese, e siccome il mondo è grande, e è tutto fatto di paesi, e praticamente uno non lo può girare tutto, finisce che uno si riempie di idee balorde su tutti i paesi, magari anche sul suo. Tutto quello che sapevo dell' India, glielo posso dire in due parole: che fanno troppi bambini, che muoiono di fame perché hanno la religione di non mangiare le mucche, che hanno ammazzato Gandi perché era troppo bravo, che è più grande dell' Europa e parlano non so più quante lingue, e allora in mancanza di meglio si sono messi d' accordo di parlare inglese; e poi quella storia di Movgli il Ranocchio, che quando ero piccolo credevo che fosse vera. Ah dimenticavo il fatto del Camasutra e dei centotrentasette modi di fare l' amore, o forse sono duecentotrentasette, non mi ricordo più bene, l' ho letto una volta su una rivista mentre aspettavo di farmi tagliare i capelli. Insomma quasi quasi avrei preferito restare a Torino: in quel periodo stavo in via Lagrange da quelle mie due zie, qualche volta invece di andare alla pensione vado da loro perché mi trattano bene, fanno cucina apposta per me, al mattino si alzano zitte zitte per non che io mi svegli, e vanno alla prima messa e a comperarmi le micchette ancora calde del forno. Hanno solo il difetto che vorrebbero che io mi maritassi, e fin qui niente di male; ma hanno la mano pesante, e mi fanno incontrare con delle ragazze che non sono tanto il mio tipo. Non ho mai capito dove vanno a trovarle: forse nei collegi delle monache, si somigliano tutte, sembrano di cera, gli parli e non si osano neanche di levarti gli occhi in faccia: mi dànno un imbarazzo terribile, non so da che parte incominciare e divento imbranato tal quale come loro. Così succede che delle altre volte che vengo a Torino, con le zie mi faccio neanche vivo e vado diretto alla pensione: anche per non dare disturbo. Le dicevo allora che era un periodo che io ero un po' stanco di girare, e malgrado questa smania delle zie sarei rimasto tranquillo volentieri; ma all' impresa me l' hanno contata soave, conoscono il mio lato debole e sanno da che parte bisogna prendermi, che era un lavoro importante, che se non ci andavo io non sapevano chi altro mandare; dài oggi e dài domani, mi telefonavano tutti i giorni, io poi gliel' ho già detto che non tengo il minimo e che in città ci sto bene solo per poco tempo, sta di fatto che a fine febbraio ho cominciato a pensare che è meglio frustare le scarpe che i lenzuoli, e al primo di marzo ero a Fiumicino che mi imbarcavo sul Boeing tutto giallo delle linee aeree pachistane. È stato un viaggio tutto da ridere: sto per dire che l' unico viaggiatore serio ero io. Metà erano turisti tedeschi e italiani, tutti gasati fin dalla partenza all' idea di andare a vedere la danza indiana perché credevano che fosse la danza del ventre, mentre invece io poi l' ho vista e è una faccenda tutta compunta, che si balla solo con gli occhi e con le dita; l' altra metà invece erano operai pachistani che tornavano a casa dalla Germania, con le mogli e i figli piccoli, e anche loro erano contenti, perché appunto tornavano a casa a fare le ferie. C' erano anche delle operaie, anzi proprio sul sedile vicino al mio c' era una ragazza con un sari viola, il sari sarebbe quel loro vestito senza maniche, senza davanti e senza didietro, una ragazza dicevo che era una bellezza. Non so come dire, sembrava trasparente e con un chiarino dentro, e aveva degli occhi che parlavano; peccato che parlava solo con gli occhi, voglio dire che sapeva solo l' indiano e un poco di tedesco, ma io il tedesco non ho mai voluto impararlo: se no avrei attaccato discorso volentieri, e garantito che sarebbe stata una conversazione più viva che con quelle ragazze delle mie zie, che sia detto senza offendere sono poi tutte piatte come se ci fosse passato san Giuseppe. Be' sorvoliamo: anche perché, non so se capita anche a lei, ma a me le ragazze più sono forestiere e più mi piacciono, perché c' è la curiosità. I più allegri di tutti erano poi i bambini. Ce n' era un bordello e mezzo, e non avevano il posto a sedere, credo che quelle linee lì non gli facciano neanche pagare il biglietto. Erano scalzi e chiacchieravano fra di loro come tanti passerotti, e giocavano a nascondersi sotto i sedili, così ogni tanto te ne spuntava uno in mezzo alle gambe, ti faceva un sorrisino e scappava subito via. Quando l' aereo è stato sopra il Caucaso c' erano dei vuoti d' aria, e i passeggeri grandi chi aveva paura e chi si sentiva male. Invece loro hanno inventato un gioco nuovo: appena l' aereo virava un poco a sinistra, e si inclinava a sinistra, loro facevano un grido tutti insieme e si buttavano tutti a sinistra contro i finestrini; e poi a destra lo stesso, tanto che il pilota si è accorto che l' apparecchio sbandava e da principio non capiva perché e credeva che ci fosse un guasto; poi si è accorto che erano loro e ha chiamato la hostess e li ha fatti stare quieti. È la hostess che me l' ha raccontato, perché il viaggio era lungo e abbiamo fatto amicizia: anche lei era bella e aveva una perlina infilata in un' aletta del naso. Quando ha portato il vassoio col mangiare, c' erano solo come delle pomate bianche e gialle che facevano senso, ma pazienza, le ho mangiate lo stesso perché lei mi guardava e io non volevo fare il difficoltoso. Sa come succede quando si sta per atterrare, che i motori rallentano un poco, l' apparecchio si inclina in avanti e sembra un grosso uccello stracco, poi scende sempre di più, si vedono i lumi del campo, e quando poi escono gli alettoni e si alzano i diruttori vibra tutto e sembra come se l' aria fosse diventata ruvida: è stato così anche quella volta, ma è stato un brutto atterraggio. Si vede che dalla torre non davano il consenso, perché abbiamo cominciato a girare in tondo; e o che ci fossero delle turbolenze, o che il pilota non fosse tanto bravo, o che ci fosse qualche difetto, l' aereo tremolava come se volasse sui denti di una sega, e dal finestrino io vedevo le ali che battevano come quelle degli uccelli, appunto, come se fossero snodate; e è andata avanti così per una ventina di minuti. Non è che io fossi preoccupato, perché lo so che delle volte succede: ma mi è tornato in mente più tardi, quando al ponte è successo quello che è successo. Basta, come Dio ha voluto siamo atterrati, i motori si sono smorzati e hanno aperto le portiere: ebbene, quando le hanno aperte è sembrato che invece dell' aria fosse entrata in cabina dell' acqua tiepida con un odore speciale, che è poi l' odore che in India si sente dappertutto: un odore spesso, un misto d' incenso, di cannella, di sudore e di marcio. Io non avevo tanto tempo da perdere, ho recuperato la valigia e sono filato a prendere il piccolo Dakota che mi doveva portare al cantiere, e fortuna che era quasi buio perché faceva paura a vederlo; quando poi è decollato, anche senza vederlo faceva ancora più paura, ma tanto non c' era più niente da fare, e del resto era un viaggio corto. Sembrava le auto dei film di Ridolini: ma io vedevo che gli altri erano tranquilli, e così sono rimasto tranquillo anch' io. Ero tranquillo, e contento perché stavo per arrivare, e perché si trattava di incamminare un lavoro che mi andava. Non gliel' ho ancora detto, era un gran lavoro, c' era da montare un ponte sospeso, e io ho sempre pensato che i ponti è il più bel lavoro che sia: perché si è sicuri che non ne viene del male a nessuno, anzi del bene, perché sui ponti passano le strade e senza le strade saremmo ancora come i selvaggi; insomma perché i ponti sono come l' incontrario delle frontiere e le frontiere è dove nascono le guerre. Bene, io sui ponti la pensavo così, e in fondo la penso così ancora adesso; ma dopo che ho montato quel ponte in India, penso anche che a me sarebbe piaciuto studiare; che se avessi studiato probabile che avrei fatto l' ingegnere; ma se io fossi un ingegnere, l' ultima cosa che farei sarebbe di progettare un ponte, e l' ultimo ponte che progetterei sarebbe un ponte sospeso". Ho fatto notare a Faussone che il suo discorso mi sembrava un po' contraddittorio, e lui mi ha confermato che lo era; che però prima di giudicare aspettassi la fine della storia; che succede sovente che una cosa sia buona in generale e cattiva nel particolare; e che quella volta era stato proprio così. "Il Dakota è atterrato in una maniera che non avevo ancora mai visto, e sì che di voli ne ho fatti diversi. Quando è stato in vista del campo, il pilota è sceso raso terra, ma invece di rallentare i motori ha dato tutto il gas facendo un fracasso del demonio; ha passato tutto il campo a due o tre metri di altezza, ha cabrato proprio sopra le baracche, ha fatto un giro a bassa quota, e poi è atterrato facendo tre o quattro saltelli come quando si tira nell' acqua una pietra piatta. Mi hanno spiegato che era per fare andare via gli avvoltoi, e infatti li avevo visti, mentre l' aereo scendeva, nella luce dei riflettori, ma non avevo capito che cosa fossero, sembravano delle vecchie accovacciate: ma poi non mi sono più stupito, perché in India una cosa sembra sempre che sia un' altra. A ogni modo non è che si siano spaventati: si sono spostati un poco, ballonzolando con le ali mezze aperte, senza neanche prendere il volo, e appena l' aereo si è fermato si sono messi tutti intorno come se aspettassero qualche cosa, solo che ogni tanto uno dava una beccata lesta lesta al suo vicino. Sono delle gran brutte bestie. Ma è inutile che le stia a raccontare dell' India, non si finirebbe più, e poi magari lei ci è stato ... no? Comunque, sono cose che si leggono sui libri; invece, come si tirano i cavi di un ponte sospeso, nei libri non c' è, o per lo meno non c' è l' impressione che fa. Così siamo arrivati all' aeroporto del cantiere, che poi era solo una piazza di terra battuta, e ci hanno messi a dormire nelle baracche. Non si stava neanche male, solo che faceva caldo; ma anche questa faccenda del caldo è meglio non insisterci, faccia conto che faceva caldo sempre, di giorno e di notte, e che da quelle parti si suda talmente tanto che uno con licenza non ha più da andare al gabinetto. Insomma in tutta questa storia ci fa un caldo della forca e non sto più a ripeterlo se no si perde tempo. Il mattino dopo sono andato dal direttore dei lavori a presentarmi, era un ingegnere indiano e parlavamo inglese, e ci capivamo benissimo perché gli indiani l' inglese per conto mio lo parlano meglio degli inglesi, o almeno più chiaro; invece gli inglesi non hanno cognizione, ti parlano in fretta e tutto masticato, e se non capisci si stupiscono e non fanno nessuno sforzo. Allora, mi ha spiegato il lavoro, e prima cosa mi ha dato una specie di veletta da mettere sotto il casco, perché da quelle parti c' è la malaria, e infatti alle finestre della baracca c' erano le zanzariere. Io ho visto che gli operai indiani del cantiere la veletta non ce l' avevano, e gli ho chiesto, e lui mi ha risposto che tanto quelli la malaria ce l' avevano già. Quell' ingegnere era molto preoccupato; voglio dire, io al suo posto sarei stato preoccupato, ma lui, anche se lo era, non si vedeva. Parlava tutto tranquillo, e mi ha raccontato che a me mi avevano ingaggiato per tirare i cavi di sostegno del ponte sospeso; che il grosso del lavoro era già fatto, cioè a suo tempo avevano dragato il letto del fiume in cinque punti, dove si dovevano fare i cinque piloni; che era stato un lavoro balordo, perché quel fiume trascina molta sabbia, anche quando è in magra, e così gli riempiva gli scavi a mano a mano che li facevano; che poi avevano affondato i cassoni, e avevano mandato i minatori dentro i cassoni per scavare la roccia, e ne erano morti annegati due, ma insomma alla fine i cassoni li avevano affondati, riempiti di ghiaia e di cemento, in conclusione il lavoro sporco lo avevano già finito. A sentire questo discorso ho cominciato a preoccuparmi io, perché lui parlava dei due morti senza neanche darci peso, come se fosse una cosa naturale, e mi è sembrato di capire che quello era uno di quei posti dove uno della prudenza degli altri è meglio che non se ne fidi, e che ci metta la sua propria. Le dicevo che al posto di quell' ingegnere io sarei stato un po' meno tranquillo: neanche due ore prima, gli avevano telefonato che stava capitando una cosa da non crederci, e cioè che, adesso che avevano finito i piloni, stava arrivando un' onda di piena e il fiume stava andando da un' altra parte; lui me l' ha detto così, come un altro direbbe che l' arrosto si è bruciato. Doveva proprio essere uno con le reazioni un po' lente. È arrivato un indiano col turbante e con una jeep, e lui mi ha detto tutto gentile che ci saremmo rivisti in un altro momento e che si scusava tanto; ma io ho capito che andava a vedere, gli ho chiesto di andare con lui, e lui ha fatto una smorfia che non ho capito, però mi ha detto di sì. Non saprei dire: forse perché aveva stima, forse perché un consiglio non si rifiuta mai, o anche forse solo per gentilezza, perché era uno molto gentile, ma di quelli che lasciano andare l' acqua per il suo verso. Aveva anche fantasia: mentre viaggiavamo con la jeep, e non le sto a dire che razza di strada, invece di pensare alla piena mi ha raccontato come avevano fatto per tendere le passerelle di servizio attraverso il fiume (lui li chiamava i chetuòk, i passi del gatto, ma io non credo che nessun gatto di buon senso ci sarebbe mai passato; gliene parlo poi dopo). Un altro avrebbe preso una barca, o avrebbe sparato una fiocina come quella delle balene: lui invece ha fatto venire tutti i bambini del paese lì vicino, e ha messo un premio di dieci rupìe per quello che era capace di far volare un aquilone fin sopra l' altra sponda. Un bambino c' è riuscito, lui gli ha pagato il premio, e non si è buttato via perché sono millecinquecento lire; poi allo spago dell' aquilone ha fatto annodare una cordicella più grossa, e così via via fino ai cavetti d' acciaio dei chetuòk. Aveva appena finito di raccontare questa storia che siamo arrivati al ponte, e anche a lui gli è mancato il fiato. Qui da noi non siamo abituati a pensare alla forza dei fiumi. In quel punto il fiume era largo settecento metri e faceva una curva; a me non sembrava tanto furbo fare il ponte proprio lì, ma pare che fosse obbligato perché ci doveva passare una ferrovia importante. Si vedevano i cinque piloni in mezzo alla corrente, e più lontano gli altri piloni di avvicinamento via via più bassi per raccordarsi colla pianura; sui cinque piloni grossi c' erano già le torri di sostegno, alte una cinquantina di metri; e fra due dei piloni c' era già piazzato coricato un traliccio di servizio, insomma un ponte leggero, provvisorio, per montarci sopra la campata definitiva. Noi eravamo sulla sponda di destra, che era rinforzata con un argine di cemento, bello robusto, ma lì il fiume non c' era già più: nella notte, aveva cominciato a mangiare la sponda di sinistra, dove c' era un argine uguale, e al mattino presto l' aveva sfondata. Intorno a noi c' era un centinaio di operai indiani, e non facevano neanche una piega: stavano a guardare il fiume tutti tranquilli, seduti sui calcagni in quella loro maniera che io non resisterei due minuti, non so come facciano, si vede che a loro gli insegnano da piccoli. Quando vedevano l' ingegnere si alzavano in piedi un momento e lo salutavano mettendosi le mani così sullo stomaco, giunte come per pregare, facevano un piccolo inchino e tornavano a sedersi. Noi eravamo troppo in basso per vedere bene la situazione, e allora ci siamo arrampicati su per la scaletta del traliccio di sponda, e allora sì che lo spettacolo lo abbiamo visto. Sotto di noi, come le dicevo, l' acqua non c' era più: solo un fango nero, che cominciava già a fumare e a puzzare sotto il sole, con dentro tutta una confusione di alberi strappati, tavole, fusti vuoti e carogne di bestie. L' acqua correva tutta contro la sponda sinistra, proprio come se avesse avuto la volontà di portarla via, e difatti, mentre stavamo lì incantati a guardare senza sapere che cosa fare e che cosa dire, abbiamo visto staccarsi un pezzo di argine, lungo una decina di metri, andare a sbattere contro uno dei piloni, rimbalzare e filare a valle sulla corrente, come se invece che di cemento fosse stato di legno. L' acqua aveva già portato via un bel tratto della sponda sinistra, si era infilata nella breccia e stava allagando i campi dall' altra parte: aveva scavato un lago rotondo largo più di cento metri, e dentro arrivava sempre altra acqua come una bestia cattiva che volesse fare danno, girava in tondo per la spinta che aveva, e si allargava a vista d' occhio. Giù lungo la corrente arrivava di tutto: non solo dei rottami, ma sembravano delle isole galleggianti. Si vede che più a monte il fiume passava attraverso un bosco, perché venivano giù degli alberi ancora con le foglie e le radici, e fino dei pezzi di sponda tutti interi, che non si capiva come facessero a stare a galla, con sopra erba, terra, piante in piedi e coricate, insomma dei pezzi di paesaggio. Viaggiavano a tutta velocità, delle volte si infilavano fra i piloni e filavano via dall' altra parte, delle altre volte picchiavano contro i basamenti e si spaccavano in due o tre pezzi. Si vede proprio che i piloni erano solidi, perché contro i basamenti si era formato tutto un intreccio di tavole, di rami e di tronchi, e si vedeva la forza che faceva l' acqua, che si ammucchiava contro e non riusciva a portarli via, e faceva un fracasso strano, come un tuono ma sotto terra. Parola, io mi sono detto contento che l' ingegnere fosse lui; ma se fossi stato io al suo posto, credo che mi sarei dato da fare un po' di più. Non dico che lì su due piedi si potesse poi fare gran che, ma io ho avuto l' impressione che lui, se avesse seguito il suo sentimento, si sarebbe seduto sui calcagni anche lui come i suoi operai, e sarebbe rimasto lì a guardare chissà fino a quando. A me sembrava che non fosse educazione dargli dei consigli, io che ero appena arrivato a lui che era ingegnere; ma poi, visto che lui era chiaro come il sole che non sapeva che pesci pigliare, andava su e giù per la riva senza dire niente, e insomma girava sempre sulla stessa pianella, mi sono fatto coraggio e gli ho detto che secondo me sarebbe stata una bella cosa fare arrivare dei sassi, dei rocchi, più grossi che si poteva, e buttarli giù sulla riva sinistra: ma un po' in frettina, perché mentre noi parlavamo il fiume aveva portato via d' un colpo solo altri due lastroni dell' argine, e il vortice dentro il lago si era messo a girare ancora più in fretta. Abbiamo fatto per salire sulla jeep, e proprio in quel momento abbiamo visto arrivare giù un gnocco di alberi, terra e ramaglie grosso senza esagerare come una casa, e rotolava come una palla; s' è infilato nella campata dove c' era il traliccio di servizio, lo ha piegato come una paglia e l' ha tirato giù nell' acqua C' era proprio poco da fare; l' ingegnere ha detto agli operai che se ne andassero a casa, e anche noi siamo tornati alle baracche a telefonare per le pietre; ma strada facendo l' ingegnere mi ha detto, sempre tutto quieto, che tutto lì in giro non c' era altro che campi, terra nera e fango, e se io volevo una pietra grossa come una noce, dovevo andarla a cercare a almeno cento miglia lontano: come se le pietre fossero un mio capriccio, di quelli che li hanno le donne che aspettano un bambino. Insomma era un tipo gentile ma strano, sembrava che giocasse invece di lavorare, e mi faceva venire i nervi. Lui si è messo a telefonare non ho capito bene a chi, mi è sembrato a un ufficio del governo; parlava in indiano e io non capivo niente, ma mi è sembrato che arrivasse prima la centralinista, poi la segretaria della segretaria, poi la segretaria quella giusta, e l' uomo che lui cercava non veniva mai, e alla fine è saltata la linea, insomma un poco come da noi, ma lui non ha perso la pazienza e ha ricominciato da capo. Fra una segretaria e l' altra mi ha detto che però, secondo lui, per diversi giorni lì al cantiere non avrei avuto niente di utile da fare: se volevo, che restassi pure, ma lui mi consigliava di prendere il treno e andare a Calcutta, e io ci sono andato. Non ho capito bene se questo consiglio me l' ha dato per gentilezza oppure per togliermi dai piedi; certo che io non ci ho fatto un gran guadagno. Lui per verità mi aveva subito detto che non provassi neanche a cercare una camera in albergo: mi ha dato l' indirizzo di una casa privata, che andassi pure lì perché erano suoi amici, e che mi sarei trovato bene anche per l' igiene. Non sto a raccontarle di Calcutta: sono stati cinque giorni buttati via. C' è più di cinque milioni di abitanti e una gran miseria, e si vede subito: pensi che appena uscito dalla stazione, e era sera, ho visto una famiglia che andava a letto, e andava a letto dentro un pezzo di tubo di cemento, un tubo nuovo di quelli per le fognature, lungo quattro metri e diametro uno: c' erano il papà la mamma e tre bambini, nel tubo avevano messo un lumino, e due pezzi di tela uno da una parte e uno dall' altra; ma erano ancora fortunati perché la gran parte dormivano così sul marciapiede come viene viene. Gli amici dell' ingegnere è venuto fuori che non erano degli indiani ma dei parsi, e che lui era un medico, e con loro mi sono trovato bene: quando hanno saputo che ero italiano mi hanno fatto delle gran feste, chissà poi perché. Io i parsi non sapevo che cosa fossero, anzi neppure che esistessero, e per dire la verità non è che anche adesso io abbia le idee tanto chiare. Forse lei che è di un' altra religione sa spiegarmi ...." Ho dovuto deludere Faussone: dei parsi non sapevo praticamente nulla, salvo la faccenda macabra dei loro funerali, in cui, perché il cadavere non contamini né la terra, né l' acqua, né il fuoco, esso non viene né sepolto né sommerso né cremato, bensì dato in pasto agli avvoltoi nelle Torri del Silenzio. Ma credevo che queste torri non ci fossero più, fin dal tempo di Salgari. "Mai più: ci sono ancora, me lo hanno raccontato loro, che però non sono di chiesa e mi hanno detto che loro quando muoiono si fanno sotterrare alla maniera regolare. Ci sono ancora, non a Calcutta ma a Bombay: sono quattro, ognuna con la sua squadra di avvoltoi, ma funzionano solo quattro o cinque volte all' anno. Bene, mi hanno raccontato una novità. È venuto un ingegnere tedesco con tutti i prospetti, si è fatto ricevere dai preti dei parsi, e gli ha raccontato che i loro tecnici avevano studiato una griglia da mettere sul fondo delle torri: una griglia di resistenze elettriche, senza fiamma, che brucia il morto piano piano senza fare puzze e senza contaminare niente. Tra parentesi, ci voleva proprio un tedesco; ogni modo, i preti si sono messi a discutere e sembra che discutano ancora adesso, perché anche lì c' è i modernisti e i conservatori. Il medico questa storia me l' ha contata ridendoci sopra, e la moglie è venuta fuori a dire che secondo lei non se ne fa niente, non per via della religione, ma dei chilovattora e dell' amministrazione locale. A Calcutta costa tutto molto poco, ma io non mi osavo di comperare niente, e neanche di andare al cine, per via della sporcizia e delle infezioni; stavo a casa a chiacchierare con la signora parsi, che era piena d' educazione e di buon senso, anzi adesso bisogna che mi ricordi di mandarle una cartolina, e mi spiegava tutto dell' India, che non si finirebbe mai. Io però friggevo e tutti i giorni telefonavo al cantiere, ma l' ingegnere o non c' era o non si faceva trovare. L' ho trovato poi al quinto giorno, e mi ha detto che tornassi pure, che il fiume era in magra e si poteva incamminare il lavoro; e via che sono andato. Mi presento all' ingegnere, che aveva sempre quella sua aria di sognar patate, e lo trovo in mezzo al cortile delle baracche, con intorno una cinquantina di uomini, e sembrava che mi aspettasse. Mi ha salutato alla sua maniera, con le mani sul petto, e poi a sua volta mi presenta alla mia maestranza: "This is mister Peraldo, your Italian foreman"; tutti mi fanno la riverenzina con le mani congiunte e io resto lì come un salame. Credevo che si fosse dimenticato il mio nome, perché sa bene che i forestieri hanno sempre difficoltà coi nomi, e a me per esempio mi pareva che tutti gli indiani si chiamassero Sing, e pensavo che a lui fosse capitato lo stesso. Gli ho detto che non ero Peraldo ma Faussone, e lui mi ha fatto il suo sorriso angelico e mi ha detto: "Sorry, sa, voi europei avete tutti la stessa faccia". Insomma a poco per volta è venuto fuori che questo ingegnere, che si chiamava Ciaitània, era pasticcione non solo nel suo lavoro ma anche nei nomi, e che questo mister Peraldo non se l' era sognato ma esisteva proprio, era un assistente di Biella che combinazione doveva arrivare anche lui quella mattina, e era il responsabile dell' ancoraggio dei cavi del ponte, e infatti è arrivato da lì a un poco; e io sono stato contento perché trovare un compaesano fa sempre piacere. Come poi avesse fatto l' ingegnere a confondermi con lui, e a dire che avevamo la stessa faccia, resta un mistero, perché io sono lungo e magro e lui era uno tracagnotto, io ero sulla trentina e lui aveva cinquant' anni suonati, lui aveva i baffetti come Charlot e io di peli già allora avevo solo più questi pochi qui dietro, insomma se ci somigliavamo, ci somigliavamo nella piega dei gomiti, e nel fatto che anche a lui piaceva bere e mangiare bene; che da quelle parti non era una cosa tanto facile. Di incontrare un assistente biellese in un posto così fuori mano, non mi ha fatto neanche tanta meraviglia, perché se uno gira il mondo, in tutti i cantoni trova un napoletano che fa la pizza e un biellese che fa i muri. Una volta ne ho incontrato uno in Olanda su un cantiere, e diceva che Dio ha fatto il mondo, salvo l' Olanda che l' hanno fatta gli olandesi; ma le dighe per gli olandesi le hanno fatte gli assistenti biellesi, perché la macchina per fare i muri non l' ha ancora inventata nessuno; e mi è sembrato un bel proverbio, anche se adesso non è più tanto vero. Questo Peraldo è stata una fortuna averlo incontrato, perché aveva girato il mondo peggio di me, e la sapeva lunga, anche se non parlava tanto; e anche perché, non so come avesse fatto, ma aveva in baracca una bella scorta di Nebiolo, e ogni tanto me ne offriva. Me ne offriva un poco, non tanto, perché anche lui non era tanto grandioso e non voleva intaccare il capitale; e aveva anche ragione, perché il lavoro è andato poi per le lunghe, e in questo bisogna ben dire che tutto il mondo è paese, di lavori che finissero nei termini del preventivo io ne ho visti mica tanti. Mi ha portato a vedere i tunnel per gli ancoraggi: perché i cavi di quel ponte, lei capisce che sono sotto una bella trazione, e allora i soliti capicorda non bastano più. Dovevano essere ancorati in un blocco di calcestruzzo, fatto a forma di cuneo e incastrato in un tunnel inclinato ricavato dalla roccia. I tunnel erano quattro, due per ogni cavo: ma che tunnel! Erano come delle grotte. Non avevo mai visto niente che gli somigliasse, lunghi ottanta metri, larghi dieci all' entrata e quindici in fondo, con una pendenza di trenta gradi .... Eh no, non faccia quella faccia, perché poi lei queste cose le scrive, e non vorrei che venissero fuori degli spropositi: o caso mai, mi scusi, ma non per colpa mia". Ho promesso a Faussone che mi sarei attenuto con la miglior diligenza alle sue indicazioni; che in nessun caso avrei ceduto alla tentazione professionale dell' inventare, dell' abbellire e dell' arrotondare; che perciò al suo resoconto non avrei aggiunto niente, ma forse qualche cosa avrei tolto, come fa lo scultore quando ricava la forma dal blocco; e lui si è dichiarato d' accordo. Cavando dunque dal grande blocco dei dettagli tecnici che lui, non molto ordinatamente, mi ha forniti, si è delineato il profilo di un ponte lungo e snello, sostenuto da cinque torri fatte di scatole d' acciaio, ed appeso a quattro festoni di cavo d' acciaio. Ogni festone era lungo 170 metri, e ognuno dei due cavi era costituito da una mostruosa treccia di undicimila fili singoli del diametro di cinque millimetri. "Le ho già detto quell' altra sera che per me ogni lavoro è come il primo amore: ma quella volta ho capito subito che era un amore impegnativo, uno di quelli che se uno ne viene fuori con tutte le penne vuol dire che è stato fortunato. Prima di incominciare ho passato una settimana come a scuola, a lezione dagli ingegneri: erano sei, cinque indiani e uno dell' impresa; quattro ore al mattino col quaderno degli appunti e poi tutto il pomeriggio a studiarci su: perché era proprio come il lavoro del ragno, solo che i ragni nascono che il mestiere lo sanno già, e poi se cascano cascano dal basso e non si fanno gran che, anche perché loro il filo ce l' hanno incorporato. Del resto, dopo di questo lavoro che le sto raccontando, ogni volta che vedo un ragno nella sua ragnatela mi ritornano in mente i miei undicimila fili, anzi ventiduemila perché i cavi erano due, e mi sento un poco suo parente, specialmente quando tira vento. Poi mi è toccato a me di fare la lezione ai miei uomini. Questa volta erano indiani indiani, non come quegli alascani che le ho raccontato prima. Da principio devo confessarle che non avevo fiducia, a vedermeli lì d' intorno seduti sui calcagni, o qualcun altro invece con le gambe incrociate e le ginocchia larghe, come le statue nelle loro chiese che avevo visto a Calcutta. Mi guardavano fisso e non facevano mai domande; ma poi, un poco alla volta, li ho presi uno per uno e ho visto che non avevano perso una parola, e secondo me sono più intelligenti di noi, o forse è che avevano paura di perdere il lavoro, perché da quelle parti non fanno complimenti. Sono poi gente come noi, anche se hanno il turbante e non hanno le scarpe e tutte le mattine caschi il mondo passano due ore a pregare. Hanno anche loro le loro grane, ce n' era uno che aveva un figlio di sedici anni che giocava già ai dadi e lui era preoccupato perché perdeva sempre, un altro aveva la moglie ammalata, e un altro ancora aveva sette figli ma diceva che lui non era d' accordo col governo e l' operazione non la voleva fare, perché a lui e a sua moglie i bambini gli piacevano, e mi ha anche fatto vedere la fotografia. Erano proprio belli, e era bella anche sua moglie: tutte le ragazze indiane sono belle, ma Peraldo, che era in India da un pezzo, mi ha spiegato che con loro niente da fare. Mi ha anche detto che in città è diverso, ma c' è in giro certe malattie che è meglio lasciar perdere; insomma alla finitiva non ho mai fatto digiuno come quella volta in India. Ma torniamo al lavoro. Le ho già detto dei chetuòk, cioè delle passerelle, e del trucco dell' aquilone per tirare il primo cavo. Chiaro che non si poteva mica far volare ventiduemila aquiloni. Per tirare i cavi di un ponte sospeso c' è un sistema speciale: si piazza un argano, e a sei o sette metri sopra ogni passerella si tira un cavo senza fine, come una di quelle cinghie di trasmissione che usavano una volta, teso fra due carrucole una per sponda; attaccato al cavo senza fine c' è una puleggia folle, con quattro gole; dentro ogni gola si passa un' ansa del filo singolo, che viene da un grande rocchetto; e poi si mettono in moto le carrucole e si tira la puleggia da sponda a sponda; così, con un viaggio si tirano otto fili. Gli operai, a parte quelli che mettono su le anse e quelli che le tolgono, stanno sulla passerella, due ogni cinquanta metri, a sorvegliare che i fili non si incavallino: ma dirlo è una cosa, e farlo è un' altra. È fortuna che gli indiani sono gente di buon comando: perché lei deve pensare che le passerelle non è come andare a spasso in via Roma. Primo, sono inclinate, perché hanno la stessa pendenza che avrà poi il cavo di sostegno; secondo, basta un filo di vento a farle ballare che è una bellezza, ma del vento avrò poi da parlargliene dopo; terzo, dato che devono essere leggere e appunto non dare presa al vento, hanno il pavimento fatto di griglia, così uno è meglio se non si guarda i piedi, perché se guarda vede l' acqua del fiume sotto, color del fango, con dentro degli affarini che si muovono, e visti di lassù sembrano pesciolini da frittura mentre invece sono le schiene dei coccodrilli: ma gliel' ho già detto che in India una cosa sembra sempre che sia un' altra. Peraldo mi ha contato che non ce n' è più tanti, ma quei pochi vengono tutti dove si monta un ponte perché mangiano le immondizie della mensa, e perché aspettano che qualcuno caschi giù. L' India è un gran bel paese ma non ha delle bestie simpatiche. Anche le zanzare, a parte il fatto che attaccano la malaria, e che appunto oltre al casco uno bisogna sempre che porti la veletta come le signore di una volta, sono delle bestiacce lunghe così, che se uno non sta attento mollano dei morsiconi da portare via il pezzo; e mi hanno anche detto che ci sono delle farfalle che vengono di notte a succhiare il sangue mentre uno dorme, ma io veramente non le ho mai viste, e per dormire ho sempre dormito bene. La malizia di quel lavoro di tendere i fili è che i fili bisogna che abbiano tutti la stessa tensione: e su una lunghezza come quella non è tanto facile. Facevamo due turni di sei ore, dall' alba al tramonto, ma poi abbiamo dovuto organizzare una squadra speciale che montava di notte, prima che venisse il sole, perché di giorno capita sempre che ci sono dei fili al sole, che scaldano e dilatano, e degli altri all' ombra, e allora la registrazione bisogna farla a quell' ora lì, perché tutti i fili hanno la stessa caloria: e questa registrazione poco da fare mi è sempre toccato di farla a me. Siamo andati avanti così per sessanta giorni, sempre con la puleggia folle che andava avanti e indietro, e la ragnatela cresceva, bella tesa e simmetrica, e dava già l' idea della sagoma che il ponte avrebbe avuto dopo. Faceva caldo, gliel' ho già detto, anzi, le avevo anche detto che non glielo avrei più detto, ma insomma faceva caldo; quando calava giù il sole era un sollievo, anche perché allora potevo rientrare in baracca e bere un bicchiere e cambiare parola con Peraldo. Peraldo aveva cominciato da manovale, poi era diventato muratore e poi cementista; era stato un po' dappertutto, e anche quattro anni in Congo a fare una diga, e da raccontare ne aveva, ma se mi metto a raccontarle anche le storie degli altri in più delle mie finisce che non finisco più. Quando la tesatura è stata terminata, a guardare da lontano si vedevano i due cavi che andavano da una sponda all' altra coi loro quattro festoni, fini e leggeri appunto come fili di ragno: ma a guardarli da vicino erano due fasci da far paura, spessi settanta centimetri; e li abbiamo compattati con una macchina speciale, come un torchio fatto a anello che viaggia lungo il cavo e lo stringe con una forza di cento tonnellate, ma in questo io non ci ho messo mano. Era una macchina americana, l' avevano spedita fin laggiù col suo specialista americano che guardava tutti di traverso, non parlava con nessuno e non lasciava che nessuno si avvicinasse, si vede che aveva paura che gli portassero via il segreto. A questo punto il difficile sembrava che fosse fatto; le funi verticali di sospensione le abbiamo tirate su in pochi giorni, le pescavamo coi paranchi dai pontoni che stavano sotto, e sembrava proprio di pescare delle anguille, ma erano anguille che pesavano quindici quintali l' una; e finalmente è stata l' ora di cominciare a piazzare la carreggiata, e nessuno lo poteva indovinare, ma è stato proprio lì che è cominciata l' avventura. Bisogna che le dica che, dopo il guaio di quella piena improvvisa che le ho detto, avevano fatto finta di niente ma il mio consiglio l' avevano pure seguito: mentre io ero a Calcutta avevano fatto arrivare un finimondo di camion carichi di pietroni, e come l' acqua è scesa, gli argini li hanno consolidati ben bene. Ma sa com' è la storia di quel gatto scottato, che dopo aveva paura dell' acqua fredda: per tutto il montaggio, da in cima del mio passo del gatto io l' acqua la tenevo d' occhio, e avevo anche ottenuto dall' ingegnere che mi mettesse un telefono volante a disposizione, perché pensavo che se aveva da venire un' altra piena era meglio arrivare prima; e non pensavo che il pericolo veniva da un' altra parte, e a giudicare da come sono andate le cose, non ci pensava nessuno, e neanche non ci avevano pensato i progettisti. Io quei progettisti non li ho mai visti in faccia, non so neppure di che razza fossero, però ne ho conosciuti degli altri, e tanti, e so che ce n' è di diverse maniere. C' è il progettista elefante, quello che sta sempre dalla parte della ragione, che non guarda né l' eleganza né l' economia, che non vuole grane e mette quattro dove basta uno: e in genere è un progettista già un po' vecchiotto, e se lei ci ragiona sopra vede che è una faccenda triste. C' è il tipo rancino, invece, che sembra che ogni rivetto lo deva pagare di tasca sua. C' è il progettista pappagallo, che i progetti invece di studiarci su tira a copiarli come si fa a scuola, e non si accorge che si fa ridere dietro. C' è il progettista lumaca, voglio dire il tipo burocrate, che va piano piano, e appena lo tocchi si tira subito indietro e si nasconde dentro al suo guscio che è fatto di regolamenti: e io, senza offendere, lo chiamerei anche il progettista balengo. E alla fine c' è il progettista farfalla, e io credo proprio che i progettisti di quel ponte fossero di questo tipo qui: e è il tipo più pericoloso, perché sono giovani, arditi e te la dànno a intendere, se gli parli di soldi e di sicurezza ti guardano come uno sputo, e tutto il loro pensiero è per la novità e per la bellezza: senza pensare che, quando un' opera è studiata bene, viene bella per conto suo. Mi scusi se mi sono sfogato, ma quando uno su un lavoro ci mette tutti i suoi sentimenti, e poi finisce come quel ponte che le sto raccontando, ebbene, dispiace. Dispiace per tanti motivi: perché uno ha perso tanto tempo, perché dopo succede sempre un putiferio con gli avvocati e il codice e i settemila accidenti, perché uno anche se non c' entra niente finisce sempre che si sente un po' di colpa; ma più che tutto, vedere venire giù un' opera come quella, e il modo poi come è venuta giù, un pezzo per volta, come se patisse, come se resistesse, faceva male al cuore come quando muore una persona. E proprio come quando muore una persona, che dopo tutti dicono che loro l' avevano visto, da come respirava, da come girava gli occhi, così anche quella volta, dopo il disastro, tutti volevano dire la sua, perfino l' indiano dell' operazione: che si vedeva benissimo, che le sospensioni erano scarse, che l' acciaio aveva delle soffiature grosse come dei fagioli, i saldatori dicevano che i montatori non sapevano montare, i gruisti dicevano che i saldatori non sapevano saldare, e tutti insieme se la prendevano con l' ingegnere e gli leggevano la vita, che dormiva in piedi e batteva la calabria e non aveva saputo organizzare il lavoro. E forse avevano ragione un po' tutti, o magari nessuno, perché anche qui è un po' come per le persone, a me è già successo tante volte, un traliccio per esempio, collaudato e stracollaudato che sembra che debba stare lì un secolo, e comincia a cioccare dopo un mese; un altro che non scommetteresti quattro soldi, niente, non fa una ruga. E se lei si mette nelle mani dei periti fa un bell' affare, ne vengono tre e dànno tre ragioni diverse, mai visto un perito che cavasse il ragno dal buco. Si capisce che se uno muore, o una struttura si sfascia, una ragione ci deve pur essere, ma non è detto che sia una sola, o se sì, che sia possibile trovarla. Ma andiamo con ordine. Le ho detto che per tutto questo lavoro aveva sempre fatto caldo, tutti i giorni, un caldo bagnato che era difficile abituarsi, io però verso la fine mi ero abituato. Bene, a lavoro finito, che c' erano già i verniciatori arrampicati un po' dappertutto e sembravano moscerini su una ragnatela, mi sono accorto che tutto d' un colpo aveva smesso di fare caldo: il sole era già spuntato, ma invece di fare caldo come al solito, il sudore asciugava addosso e si sentiva fresco. Ero anch' io sul ponte, a metà della prima campata, e oltre al fresco ho sentito due altre cose che mi hanno fatto restare lì bloccato come un cane da caccia quando punta: ho sentito il ponte che mi vibrava sotto i piedi, e ho sentito come una musica, ma non si capiva da che parte venisse: una musica, voglio dire un suono, profondo e lontano, come quando provano l' organo in chiesa, perché da piccolo io in chiesa ci andavo; e mi sono reso conto che tutto veniva dal vento. Era il primo vento che sentivo da quando ero atterrato in India, e non era un gran vento, però era costante, come il vento che uno sente quando va in auto piano piano e tiene la mano fuori dal finestrino. Mi sono sentito inquieto, non so perché, e mi sono incamminato verso la testata: forse sarà anche questo un effetto del nostro mestiere, ma le cose che vibrano a noi ci piacciono poco. Sono arrivato al pilone di testa, mi sono voltato indietro, e mi sono sentito drizzare tutti i peli. No, non è un modo di dire, si drizzano proprio, uno per uno e tutti insieme, come se si svegliassero e volessero scappare: perché da dove ero io si vedeva tutto il ponte d' infilata, e capitava una cosa da non crederci. Era come se, sotto quel fiato di vento, anche il ponte si stesse svegliando. Sì, come uno che ha sentito un rumore, si sveglia, si scrolla un po' , e si prepara a saltare giù dal letto. Tutto il ponte si scuoteva: la carreggiata scodinzolava a destra e a sinistra, e poi ha incominciato a muoversi anche nel piano verticale, si vedevano delle onde che correvano dal mio capo all' altro, come quando si scuote una corda lenta; ma non erano più vibrazioni, erano onde alte uno o due metri, perché ho visto uno dei verniciatori che aveva piantato lì il suo lavoro e si era messo a correre verso di me, e un po' lo vedevo e un po' non lo vedevo, come una barca nel mare quando le onde sono grosse. Tutti sono scappati via dal ponte, anche gli indiani andavano un po' più in fretta del solito, e c' è stato un gran gridare e un gran disordine: nessuno sapeva che cosa fare. Anche i cavi di sospensione si erano messi in movimento. Sa come succede in quei momenti, che uno dice una cosa e un altro un' altra; ma dopo qualche minuto si è visto che il ponte, non che si fosse fermato, ma le onde si erano come stabilizzate, andavano e rimbalzavano da un capo all' altro sempre con la stessa cadenza. Non so chi abbia dato l' ordine, o forse è qualcuno che si è presa l' iniziativa, ma ho visto uno dei trattori del cantiere che infilava la carreggiata del ponte rabastandosi dietro due cavi da tre pollici: forse volevano tirarli in diagonale per frenare le oscillazioni, certo chi lo ha fatto ha avuto un bel coraggio, o meglio una bella incoscienza, perché io non credo proprio che con quei due cavi, anche se fossero riusciti a fissarli, si potesse fermare una struttura come quella, pensi che la carreggiata era larga otto metri e alta uno e mezzo, faccia un po' il conto delle tonnellate che erano lì in giostra. Ogni modo, non hanno fatto a tempo a fare niente, perché di lì in poi le cose sono precipitate. Forse il vento si era rinforzato, non saprei dire, ma verso le dieci le onde verticali erano alte quattro o cinque metri, e si sentiva tremare la terra, e il fracasso delle sospensioni verticali che si allentavano e si tendevano. Il trattorista ha visto la mala parata, ha mollato lì il trattore e è scappato a riva: e ha fatto bene, perché subito dopo la carreggiata ha cominciato a torcersi come se fosse stata di gomma, il trattore sbandava a destra e a manca, e a un certo punto ha scavalcato il parapetto, o forse lo ha sfondato, e è finito nel fiume. Uno dopo l' altro, si sono sentiti come dei colpi di cannone, li ho contati, erano sei, erano le sospensioni verticali che si strappavano: si strappavano netto, a livello della carreggiata, e i monconi per il contraccolpo volavano verso il cielo. Insieme, anche la carreggiata ha cominciato a svirgolarsi, a dissaldarsi, e cadeva a pezzi nel fiume; degli altri pezzi, invece, rimanevano appesi ai travi come degli stracci. Poi è finito tutto: tutto è rimasto lì fermo, come dopo un bombardamento, e io non so che faccia avessi, ma uno lì vicino a me tremava tutto e aveva la faccia verdolina, ben che era uno di quegli indiani col turbante e la pelle scura. A conti fatti, erano andate giù due campate della carreggiata, quasi intere, e una dozzina delle sospensioni verticali; invece, i cavi principali erano a posto. Tutto era fermo come in una fotografia, salvo il fiume che continuava a correre come se niente fosse stato: eppure il vento non era caduto, anzi era più forte di prima. Era come se qualcuno avesse voluto fare quel danno, e poi si fosse accontentato. E a me è venuta in mente un' idea stupida: ho letto in un libro che, nei tempi dei tempi, quando incominciavano un ponte ammazzavano un cristiano, anzi non un cristiano perché allora non c' erano ancora, ma insomma un uomo, e lo mettevano dentro alle fondazioni; e più tardi invece ammazzavano una bestia; e allora il ponte non crollava. Ma appunto, era un' idea stupida. Io poi me ne sono venuto via, tanto i cavi grossi avevano resistito, e il mio lavoro non era da rifare. Ho saputo che dopo hanno cominciato a discutere sul perché e sul percome, e che non si sono messi d' accordo, e discutono ancora adesso. Io, per conto mio, quando ho visto il piano della carreggiata che incominciava a battere su e giù, ho subito pensato a quell' atterraggio a Calcutta, e alle ali del Boeing che battevano come quelle di un uccello, e mi avevano fatto passare un brutto momento, anche se ho volato tante volte; ma insomma non saprei dire. Certo il vento c' entrava: e infatti mi hanno detto che adesso il ponte lo stanno rifacendo, ma con delle aperture nella carreggiata, per non che il vento incontri troppa resistenza. No, di ponti sospesi non ne ho montati più. Me ne sono venuto via, non ho salutato nessuno, solo Peraldo. Non è stata una bella storia. È stato come quando vuoi bene a una ragazza, e lei ti pianta da un giorno all' altro e tu non sai perché, e soffri, non solo perché hai perso la ragazza, ma anche la fiducia. Bene, mi passi la bottiglia che beviamo ancora una volta: tanto stasera pago io. Sì, sono tornato a Torino, e c' è calato poco che non mi mettessi nelle curve con una di quelle ragazze delle mie zie che le dicevo al principio, perché ero giù di morale e non facevo resistenza: ma questa è un' altra storia. Poi mi sono fatto una ragione".
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