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La chiave a stella 1978

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura

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Il vino e l' acqua

Non credevo, a fine settembre, di trovare sul basso Volga un caldo simile. Era domenica, e la foresteria era inabitabile: l' "Administracija" aveva installato in tutte le camere dei patetici ventilatori rumorosi ed inefficienti, ed il ricambio dell' aria era affidato unicamente alla finestrella d' angolo, grande quanto una pagina di giornale. Ho proposto a Faussone di andare al fiume, discenderlo a piedi fino alla stazione fluviale, e prendere il primo battello che fosse capitato; ha accettato e siamo partiti. Sull' alzaia faceva quasi fresco, e l' impressione di refrigerio era rafforzata dalla inaspettata trasparenza dell' acqua e dal profumo palustre e muschiato che ne emanava. Sulla superficie del fiume spirava una brezza leggera che increspava l' acqua in onde minute, ma ad intervalli la direzione dell' aria si invertiva, ed allora sopravvenivano da terra soffi torridi odorosi di argille calcinate; simultaneamente, sotto il pelo dell' acqua ritornata alla calma si distinguevano le fattezze confuse di case rustiche sommerse. Non erano eventi remoti, mi ha spiegato Faussone, non era stata una punizione divina, né quello un villaggio di peccatori. Era semplicemente l' effetto della diga gigantesca che si intravvedeva al di là del gomito del fiume, costruita sette anni prima, e a monte della quale si era ammassato un lago, anzi un mare, lungo cinquecento chilometri. Faussone ne era fiero come se la diga l' avesse tirata su lui, mentre invece ci aveva solo montato una gru. Anche questa gru stava al centro di una storia: mi ha promesso che un giorno o l' altro me l' avrebbe raccontata. Siamo arrivati alla stazione fluviale verso le nove. Consisteva di due corpi, uno in muratura costruito sulla riva, l' altro in tavole di legno, praticamente uno zatterone coperto, a galla sull' acqua; fra i due correva un pontile, esso pure di legno, articolato alle due estremità. Non si vedeva nessuno. Ci siamo fermati a consultare un orario, scritto in bella calligrafia ma pieno di cancellature e correzioni, che era incollato alla porta della sala d' aspetto, e poco dopo abbiamo visto arrivare una vecchina. Veniva verso di noi a piccoli passi tranquilli, senza guardarci, perché era intenta a lavorare ai ferri una maglia a due colori; ci ha oltrepassati, ha cavato da un angolo una seggiolina pieghevole, l' ha aperta vicino all' orario, si è seduta distendendo sotto di sé le pieghe della gonna, ed ha continuato a sferruzzare per qualche minuto. Poi ci ha guardati, ha sorriso, e ci ha detto che era inutile studiare quell' orario perché era scaduto. Faussone le ha chiesto da quando, e lei ha risposto vagamente: da tre giorni, o forse anche da una settimana, e l' orario nuovo non era ancora stato definito, però i battelli andavano lo stesso. Dove volevamo andare? Con imbarazzo, Faussone ha risposto che era tutto uguale, avremmo preso un battello qualunque, purché ritornasse in serata: volevamo soltanto prendere un po' di fresco e fare una gita sul fiume. La vecchina ha annuito con gravità, e poi ci ha fornito la preziosa informazione che un battello sarebbe arrivato di lì a poco, e sarebbe ripartito subito per Dubrovka. Quanto lontano? Non tanto, un' ora di viaggio, o forse anche due: ma che cosa ce ne importava? ci ha chiesto con un altro luminoso sorriso. Forse che non eravamo in vacanza? Bene, Dubrovka era proprio il posto che ci voleva per noi, c' erano boschi, prati, ci si poteva comprare burro, formaggio e uova, e ci abitava anche sua nipote. Volevamo i biglietti di prima classe o di seconda? La bigliettaria era lei. Ci siamo consultati ed abbiamo optato per la prima; la vecchietta ha posato il lavoro, è sparita per una porticina ed è riapparsa dietro uno sportello; ha frugato nel cassetto e ci ha dato i due biglietti, che anche se di prima classe costavano molto poco. Attraverso il pontile snodato ci siamo portati sullo zatterone e ci siamo messi in attesa. Anche lo zatterone era deserto, ma poco dopo è arrivato un giovane alto e magro, e si è seduto sulla panchina non lontano da noi. Era vestito semplicemente, con una giacca logora e rappezzata sui gomiti, e una camicia aperta sul petto; non aveva bagaglio (come noi, del resto), fumava una sigaretta dopo l' altra, ed osservava Faussone con curiosità. "Mah? Si sarà accorto che siamo forestieri", ha detto Faussone; ma dopo la terza sigaretta il giovane si è avvicinato, ci ha salutati, e gli ha rivolto la parola, naturalmente in russo. Dopo un breve colloquio, l' ho visto impadronirsi della mano di Faussone e stringerla con calore, anzi, manovrarla energicamente a cerchio come se fosse stata la manovella delle vecchie auto che non avevano il motorino d' avviamento. "Garantito che io non l' avrei riconosciuto, _ mi ha detto Faussone: _ è uno dei manovali che mi avevano aiutato a montare la gru della diga, sei anni fa. Ma adesso che ci penso mi par bene di ricordarmi, perché c' era un gelo da spaccare le pietre e lui non faceva neanche una piega; lavorava senza i guanti e era vestito preciso come adesso". Il russo sembrava felice come se avesse ritrovato un fratello; Faussone invece non aveva smesso il suo riserbo, e stava a sentire il prolisso discorso dell' altro come se ascoltasse il bollettino del tempo alla radio. Parlava con foga ed io lo seguivo con difficoltà, ma mi sono accorto che nel suo dire ricorreva con frequenza la parola "ràsnitsa", che è fra le poche che io conosco, e significa "differenza". "È il suo nome, _ mi ha spiegato Faussone: _ si chiama proprio così, Differenza, e mi sta spiegando che in tutto il Basso Volga con questo nome c' è solo lui. Dev' essere un bel tipo". Differenza, dopo aver frugato in tutte le tasche, ha cavato fuori un tesserino unto e spiegazzato, e ha fatto vedere a Faussone ed a me che la foto era proprio la sua, e il nome quello, Nikolaj M. Ràsnitsa. Subito dopo ha dichiarato che noi eravamo suoi amici, anzi suoi ospiti: infatti, per una fortunata combinazione quel giorno era il suo compleanno, e lui si preparava appunto a festeggiarlo con una gita sul fiume. Benissimo, saremmo andati insieme a Dubrovka; lui stava aspettando il battello, e sul battello c' erano due o tre suoi compaesani, anche loro per fargli festa. A me la prospettiva di un incontro russo, un po' meno formalistico di quelli che avvenivano sul lavoro, non era sgradita, ma ho visto dipingersi un velo di diffidenza sul viso di Faussone, di solito così poco espressivo; e poco dopo, da un angolo della bocca, mi ha soffiato: "Qui si mette male". Il battello è arrivato, provenendo dalla parte della diga, e noi due abbiamo cavato i biglietti per il controllo; Differenza, contrariato, ci ha detto che avevamo fatto molto male a prendere i biglietti, tanto più in quanto erano di prima classe e di andata e ritorno: non eravamo suoi ospiti? Il viaggio ce lo avrebbe offerto lui, era amico del capitano e di tutto l' equipaggio, e su quella linea il biglietto non lo pagava mai, né lui né i suoi invitati. Ci siamo imbarcati, ed anche il battello era deserto, ad eccezione dei due compari di Differenza, che stavano seduti su una delle panchine del ponte. Erano due omoni dalle facce patibolari, quali io non ne avevo mai viste da nessuna parte, né in Russia né altrove, salvo che in qualche Western all' italiana: uno era obeso, e portava i pantaloni sospesi ad una cinta serrata stretta al di sotto della pancia; l' altro era più magro, aveva la faccia butterata dal vaiolo, e chiudeva le mascelle con gli incisivi inferiori davanti ai superiori; questa particolarità gli conferiva un aspetto da cane mastino che contrastava con gli occhi, anch' essi vagamente canini, ma di un tenero color nocciola. Tutti e due puzzavano di sudore ed erano ubriachi. Il battello è ripartito. Differenza ha spiegato agli amici chi eravamo noi, e loro hanno detto che andava benissimo, più si era e più allegri si stava. Mi hanno obbligato a prendere posto fra loro due, e Faussone si è seduto accanto a Differenza sulla panchina di fronte. L' obeso aveva con sé un pacco di carta da giornale, accuratamente legato con spago; lo ha sciolto, e dentro c' erano diverse pagnotte campagnole imbottite di lardo. Le ha offerte in giro, poi è sceso non so dove sotto il ponte, ed è risalito reggendo per il manico un secchiello di latta, palesemente un contenitore di vernice riattato; ha cavato di tasca un bicchiere d' alluminio, lo ha riempito col liquido che stava nella latta, e mi ha invitato a bere. Era un vino dolciastro e molto forte, simile al marsala, ma più aspro e come spigoloso: per il mio gusto era decisamente cattivo, ed ho visto che anche Faussone, che è un conoscitore, non ne era entusiasta. Ma i due erano indomabili: nella latta c' erano almeno tre litri di mistura, e loro hanno dichiarato che dovevamo farla fuori tutta nel viaggio di andata, se no che compleanno sarebbe stato? E che poi, "niè strazno", niente paura, a Dubrovka ne avremmo trovato dell' altra ancora più buona. Nel mio scarso russo, ho cercato di difendermi: che il vino era buono ma a me bastava, che non ero abituato, che ero gravemente ammalato, al fegato, alla pancia, ma non c' è stato verso: i due, a cui si era aggiunto Differenza, hanno sfoderato una convivialità compulsiva che confinava con la minaccia, e mi è toccato bere e bere ancora. Faussone beveva anche lui, ma era meno in pericolo di me, perché tiene bene il vino, e perché, parlando meglio il russo, poteva accampare argomenti più articolati o deviare il discorso. Non mostrava alcun segno di disagio; discorreva e beveva, ogni tanto il mio occhio sempre più offuscato incontrava un suo sguardo clinico, ma, fosse distrazione o un deliberato intento di primato, non ha fatto per tutto il viaggio alcun tentativo di venire in mio soccorso. A me il vino non ha mai giovato. Quel vino, in specie, mi ha affondato in una sgradevole condizione umiliata e impotente: non avevo perduto la lucidità, ma sentivo via via indebolirsi la facoltà di reggermi in piedi, per cui paventavo il momento in cui avrei dovuto alzarmi dalla panchina; percepivo la lingua sempre più legata; soprattutto, mi si era fastidiosamente ristretto il campo visivo, ed assistevo al solenne dipanarsi delle due rive del fiume come attraverso un diaframma, o meglio come se avessi davanti agli occhi uno di quei minuscoli binocoli teatrali che usavano il secolo scorso. Per tutti questi motivi combinati, non ho serbato una memoria precisa del tragitto. A Dubrovka le cose sono andate un po' meglio; il vino era finito, tirava un buon vento fresco con odore di fieno e di stalla, e dopo i primi passi esitanti mi sono sentito rinfrancato. Sembrava che da quelle parti fossero tutti parenti: è venuto fuori che la nipote della bigliettaria era sorella del compare butterato, era ora di pranzo ed ha voluto a tutti i costi che andassimo anche noi a mangiare da loro. Abitava col marito vicino al fiume, in una casetta di legno minuscola, dipinta di celeste, con i frontoni delle porte e delle finestre lavorati a intaglio. Davanti c' era un orticello con cavoli verdi, gialli e viola, ed il tutto faceva pensare alla dimora delle fate. L' interno era scrupolosamente pulito. Le finestre, ed anche le porte divisorie, erano riparate da cortine di pizzo a rete, lunghe dal soffitto al pavimento, ma il soffitto non era più alto di due metri. Ad una parete erano appese, fianco a fianco, due icone di cartone e (nello stesso formato) la fotografia di un ragazzo in divisa militare col petto costellato di medaglie. Il tavolo era coperto da una tela incerata, con sopra una zuppiera fumante, un grosso pane di segala dalla crosta scura e rugosa, quattro coperti e quattro uova sode. La nipote era una contadina robusta sulla quarantina, dalle mani rozze e dallo sguardo gentile: portava i capelli bruni coperti da un fazzoletto bianco legato sotto la gola. Accanto a lei sedeva il marito, un uomo anziano, dai corti capelli grigi appiccicati al cranio dal sudore della giornata; aveva il viso scarno ed abbronzato, ma la fronte era pallida. Di fronte, sedevano due bambini biondi, apparentemente gemelli, che sembravano impazienti di dare inizio al pranzo, ma aspettavano che i genitori ingoiassero la prima cucchiaiata; si sono affrettati a disporre altri quattro coperti per noi, di modo che siamo rimasti un po' pigiati. Io non avevo appetito, ma per non apparire scortese ho assaggiato un poco di zuppa; la padrona mi ha rimproverato con severità materna, come si farebbe con un bambino viziato: voleva sapere da me perché "mangiavo male". Faussone, in un rapido a parte, mi ha spiegato che in russo dire mangiare male è tanto come dire mangiare poco, allo stesso modo come da noi si dice mangiare bene invece che mangiare tanto. Io mi sono difeso come potevo, a gesti, smorfie e parole monche, e la signora, più discreta dei nostri due compagni di viaggio, non ha insistito. Il battello ripartiva verso le quattro. Oltre al nostro gruppo, c' era a bordo un solo passeggero schiuso chissà di dove, un ometto smilzo e stracciato, dalla barba breve e rada ma incolta e dall' età indefinibile; aveva occhi limpidi ed insensati ed un solo orecchio: l' altro era ridotto a un brutto foro carnoso, da cui partiva una cicatrice diritta lunga fino al mento. Era anche lui amico fraterno di Differenza e degli altri due, e con noi italiani si è mostrato di ospitalità squisita: ha insistito per farci visitare il battello da prua a poppa, senza trascurare né la sentina dal soffocante puzzo di muffa, né le latrine che preferisco non descrivere. Appariva insulsamente fiero di ogni dettaglio, dal che abbiamo dedotto che fosse un marinaio in pensione, o forse un ex operaio del cantiere navale: ma parlava con un accento così inusitato, con una tale prevalenza delle o sulle a, che anche Faussone ha rinunciato a fargli domande, tanto in ogni modo le risposte non le avrebbe capite. I suoi amici lo chiamavano "Grafinia", "Contessa", e Differenza ha spiegato a Faussone che era veramente un conte, e che durante la rivoluzione era scappato in Persia e aveva cambiato nome, ma il suo racconto non ci è parso né chiaro né convincente. Aveva ricominciato a fare caldo, e la riva sinistra del fiume, lungo la quale il battello navigava, era gremita di bagnanti: per lo più erano famiglie intere, che mangiavano e bevevano, diguazzavano nell' acqua o si arrostivano al sole su coperte stese sulla sponda polverosa. Alcuni, uomini e donne, portavano pudichi costumi che scendevano dal collo fino ai ginocchi; altri erano nudi, e si aggiravano attraverso la folla con naturalezza. Il sole era ancora alto: a bordo non c' era niente da bere, neppure acqua, e anche il triste vino dei nostri compagni era finito. Il conte era sparito, e gli altri tre russavano, sdraiati scompostamente sulle panchine. Io ero assetato ed accaldato; ho proposto a Faussone, una volta che fossimo sbarcati, di cercarci una qualche spiaggia isolata, spogliarci e fare una nuotata anche noi. Faussone ha taciuto per qualche istante, poi mi ha risposto di malumore: "Lo sa bene che io non so nuotare. Gliel' ho detto quella volta che le ho raccontato del derrick e dell' Alasca. E che l' acqua mi fa impressione. E non vorrà mica che mi metta a imparare qui, in quell' acqua che magari è pulita ma è piena di correntini, e non c' è neanche un bagnino, e poi non sono più tanto giovane. Il fatto è che da piccolo nessuno mi ha insegnato, perché dalle nostre parti acqua da nuotare non ce n' è; e quell' unica volta che avevo l' occasione, mi è andata male. Avevo incominciato, imparavo da solo, avevo il tempo e la buona volontà, e mi è andata male. È stato diversi anni fa, in Calabria, quando facevano l' autostrada, e mi avevano mandato laggiù con il gruista, io a montare il traliccio di varo, e lui a imparare a manovrarlo. Non lo sa che cosa è un traliccio di varo? Neanche io non lo sapevo, a quel tempo: è una maniera intelligente di fare i ponti di cemento armato, quelli che a vederli sembrano così semplici, coi piloni a sezione rettangola e sopra le travi appoggiate. Sono semplici di figura, ma metterli su non è tanto semplice, come tutte quelle cose che il pesantore ce l' hanno in alto, come chi dicesse i campanili eccetera; si capisce che fare le piramidi d' Egitto è un' altra cosa. Del resto, appunto, al paese di mio padre c' era un proverbio che diceva "i ponti e i campanili lasciali fare ai vicini", che in dialetto fa rima. Insomma, si immagini una valle un po' stretta, una strada che la deve attraversare in quota, e i piloni già fatti, diciamo a una cinquantina di metri uno dall' altro. Sa, quelli centrali possono anche essere alti sessanta o settanta metri, così non è questione di tirare su le travi con una gru, a parte il fatto che mica sempre il terreno sotto è praticabile; e in quel posto che le dicevo, appunto in Calabria, non lo era proprio niente, era la foce di uno di quei loro torrenti che ci passa l' acqua solo quando piove, cioè quasi mai, ma quando passa porta via tutto. Un greto di sabbia e di rocchi, neanche pensarci di piantarci su una gru; il pilone di mezzo era già di qualche metro dentro il mare. Bisogna anche pensare che una trave di quelle non è mica uno stecchino da pulirsi i denti, è un mastangone lungo come è largo corso Stupinigi, che pesa cento o anche centocinquanta tonnellate; e io non è che nelle gru non ci abbia fiducia, perché in fondo è il mio mestiere, ma una gru che alzi cento tonnellate a settanta metri hanno ancora da inventarla. Così hanno inventato il traliccio di varo. Adesso non ho qui sottomano una matita, ma lei deve immaginarsi un carrello lungo, tanto lungo che si può solo montarlo su piazza, che era appunto il mestiere che dovevo fare io; per la precisione, lungo in maniera che appoggi sempre almeno su tre piloni. Nel nostro caso, tenuto conto dello spessore dei piloni, fa poco meno di centocinquanta metri. Ecco, questo è un traliccio di varo, e lo chiamano così perché serve a varare le travi: dentro al traliccio ci sono due rotaie, per tutta la sua lunghezza; sulle rotaie corrono due carrelli più piccoli e ognuno porta un argano. La trave è per terra, in qualunque posto sotto il percorso del traliccio: i due argani lo tirano su fin dentro il traliccio, e poi il traliccio cammina, si avvia piano piano come un bruco e viaggia su dei rulli che sono piazzati sulla testata dei piloni; viaggia con dentro la trave, che fa pensare a una bestia gravida, viaggia di pilone in pilone finché è arrivato al posto giusto, e lì gli argani girano a rovescio e il traliccio partorisce la trave, voglio dire che la cala giù di precisione nei suoi incastri. Io l' ho visto fare, e era un bel lavoro, di quelli che dànno soddisfazione perché si vedono le macchine lavorare liscio, senza sforzare e senza fare rumore; del resto, non so perché, ma vedere delle cose grosse che camminano piano e senza fracasso, come per esempio una nave quando parte, mi ha sempre fatto effetto, e mica solo a me, anche degli altri me lo hanno raccontato. Quando poi il ponte è finito, il traliccio si smonta, si porta via coi camion e serve per un' altra volta. Questo che le dico sarebbe l' ideale, cioè come il lavoro avrebbe dovuto andare, mentre invece è subito partito male. Non sto a fargliela lunga, ma tutti i momenti c' era una grana, a cominciare dai profilati che dovevo montare io, cioè i segmenti del traliccio che le ho detto, che non erano a specifica e abbiamo dovuti rifilarli tutti, uno per uno. Può capire che io ho protestato, anzi mi sono impuntato: sarebbe bella che uno dovesse pagare per gli sbagli degli altri, e un montatore mettersi lì a trafficare col seghetto e con la lima. Sono andato dal capocantiere e gliel' ho cantata chiara: tutti i pezzi a norma, bene accatastati per ordine a piè d' opera, se no niente Faussone, che se ne andassero a cercare un altro per le Calabrie; perché a questo mondo, se uno si lascia bagnare il naso è finito". Io continuavo a provare la tentazione dell' acqua, rinnovata ad ogni momento dallo sciacquio delle piccole onde contro la chiglia, e dalle grida felici dei bambini russi, biondi solidi e radiosi, che si rincorrevano a nuoto e si tuffavano come lontre. Non avevo capito la correlazione fra il traliccio di varo e il suo rifiuto dell' acqua e del nuoto, e gliene ho chiesto cautamente conto. Faussone si è rabbuiato: "Lei non mi lascia mai raccontare alla mia maniera", e si è chiuso in un silenzio corrucciato. Il rimprovero mi è sembrato (e mi sembra tuttora) del tutto fuori luogo, perché lo ho sempre lasciato parlare come voleva e per tutto il tempo che voleva, e del resto il lettore ne è testimone; ma ho taciuto per amor di pace. Il nostro doppio silenzio è stato drammaticamente interrotto. Sulla panchina accanto, il signor Differenza si è svegliato, si è stirato, si è guardato intorno sorridendo, ed ha cominciato a spogliarsi. Quando è stato in mutande, ha svegliato il suo amico obeso e gli ha consegnato il fagotto dei suoi vestiti, ci ha salutati urbanamente, ha scavalcato la ringhiera e si è buttato nel fiume. Con poche energiche bracciate si è portato fuori dal risucchio dell' elica, poi, nuotando con tutta calma su un fianco, si è diretto verso un gruppetto di case bianche da cui si dipartiva un molo di legno. L' obeso si è subito riaddormentato, e Faussone ha ripreso il racconto. "Ecco, ha visto? Bene, a me fa rabbia, perché io non sarei buono, non sarò mai buono a fare una cosa come quella: perché il traliccio con il nuotare c' entra sì, ha solo da avere pazienza che adesso il rapporto viene fuori. Deve sapere che a me stare sui cantieri mi piace, basta che tutto fili come deve, e invece quel capocantiere mi faceva venire il nervoso perché era uno di quelli che se ne fregano, basta che gli arrivi la paga a fine mese, e non si rendono conto che se uno se ne frega troppo magari poi la paga non viene, né per lui né per gli altri. Era uno piccolino, con le mani molli, e i capelli pettinati con la brillantina e la riga in mezzo: biondi, che non sembrava neanche un calabrese, e invece sembrava un galletto da tanto che era superbo. E siccome lui mi ha risposto, io gli ho detto che andava giusto bene, se non c' era la collaborazione per me andava benissimo lo stesso, il tempo era bello, c' era il sole, c' era il mare lì a due passi, io le ferie al mare non le avevo fatte mai, bene, mi mettevo in ferie finché lui non mi avesse prontato tutti i segmenti del mio traliccio dal primo all' ultimo. Ho fatto il telegramma all' impresa, e siccome era convenienza anche per loro, mi hanno subito risposto di sì; e mi sembra che sono stato corretto, non le pare? Per fare le ferie non mi sono neanche mosso da quel posto, per ripicca, perché volevo tenere d' occhio il cantiere, e perché tanto non c' era bisogno: mi sono messo a pensione in una casetta a neppure centro metri dai piloni di cemento. Dentro ci stava una famiglia di brava gente, anzi, pensavo proprio a loro poco fa a Dubrovka mentre eravamo a pranzo, perché la brava gente si somiglia dappertutto, e poi lo sanno tutti che fra i russi e i calabresi non c' è tanta differenza. Erano bravi, puliti, rispettosi e di buon umore; il marito faceva un mestiere strano, cioè aggiustava i buchi delle reti da pesca, la moglie teneva la casa e l' orto, e il bambino non faceva niente, ma era simpatico lo stesso. Io anche non facevo niente; di notte dormivo come un papa, in un silenzio che si sentivano solo le onde del mare, e di giorno prendevo il sole come un turista, e mi ero messo in mente che quella era l' occasione giusta per imparare a nuotare. Glielo dicevo prima, che lì non mi mancava niente. Avevo tempo da vendere, nessuno che mi stesse a guardare o che mi disturbasse o che mi prendesse in giro perché imparavo a nuotare a quasi trent' anni, il mare era tranquillo, c' era una bella spiaggetta per riposarsi, e anche sul fondo non c' erano scogli,ma solo una sabbia fina e bianca, liscia come la seta, appena appena in pendenza in maniera che si poteva andare avanti quasi cento metri e si toccava ancora, l' acqua arrivava solo alle spalle. Con tutto questo, io glielo confesso che ero pieno di paura; non paura nella testa, non so se mi spiego, ma paura nella pancia e nei ginocchi, paura insomma come ce l' hanno le bestie, ma io sono anche un testone, lei se n' è già accorto, e allora mi sono fatto un programma. Prima cosa, dovevo farmi andar via la paura dell' acqua; poi, dovevo convincermi che stavo a galla, ci stanno tutti, anche i bambini, anche le bestie, perché non dovevo starci io? Alla fine, poi dovevo imparare l' avanzamento. Non mi mancava niente, neanche la programmazione, eppure non ero in pace come dovrebbe essere uno che stava in vacanza; mi sentivo dentro come qualche cosa che grattava, era tutto un po' combinato insieme, il rosicchiamento per il lavoro che non andava avanti, la rabbia contro quel capocantiere che non mi andava, e anche un' altra paura, che sarebbe quella di uno che si mette in mente di fare una cosa e poi non è capace di farla e allora perde la fiducia, così sarebbe meglio se non incamminasse neanche, ma siccome è testone incammina lo stesso. Adesso sono cambiato un poco, ma allora ero così. Vincere la paura dell' acqua è stato il lavoro più brutto, anzi devo dire che non l' ho vinta per niente, soltanto mi sono abituato. Ci ho messo due giorni: mi mettevo in piedi con l' acqua fino al petto, tiravo su il fiato, mi turavo il naso con le dita e poi mettevo la testa sott' acqua. Le prime volte era una morte, lo dico sul serio, mi sembrava di morire; non so se ce lo abbiano tutti, ma io avevo come un meccanismo automatico, appena avevo la testa dentro mi si chiudevano tutte le serracinesche qui nella gola, mi sentivo entrare l' acqua dentro le orecchie e mi pareva che colasse per quei due canalini fin dentro il naso, giù nel collo e nei polmoni, e mi facesse annegare. Così ero obbligato a alzarmi, e mi veniva quasi voglia di ringraziare il Padreterno perché ha separato l' acqua dall' asciutto, come è scritto nella Bibbia. Non era neanche una paura, era un orrore, come quando uno vede un morto all' improvviso e gli si drizzano tutti i peli: ma non anticipiamo, e insomma mi sono abituato. Stare a galla, poi, ho visto che era una faccenda a due indritti. Avevo visto diverse volte come fanno gli altri, quando si mettono a fare il morto: ho provato anch' io, e galleggiavo, niente da dire, solo che per galleggiare mi dovevo riempire i polmoni d' aria, come quei cassoni dell' Alasca che le ho raccontato; e uno non può mica stare sempre con i polmoni pieni, viene un momento che li deve pure vuotare, e allora mi sentivo affondare come i cassoni quando è stata l' ora di rimorchiarli via, e ero obbligato a tirare calci nell' acqua più presto che potevo, sempre con il fiato sospeso, finché sentivo la terra sotto i piedi; allora mi mettevo dritto respirando fitto fitto come un cane, e mi veniva voglia di piantare lì. Ma sa come succede quando uno incontra una difficoltà e allora gli pare come se avesse fatto una scommessa e gli spiace di perderla: a me capitava così, e del resto mi succede anche sul lavoro, magari pianto lì un lavoro facile ma non uno difficile. Tutto il guaio viene dal fatto che abbiamo le condotte dell' aria dalla parte sbagliata: i cani, e ancora meglio le foche, che le hanno dalla parte giusta, nuotano fin da piccoli senza fare storie e senza che nessuno gli insegni. Così mi sono rassegnato, per quella prima volta, a imparare a nuotare sulla schiena: mi sarei contentato, anche se non mi sembrava tanto naturale, ma se uno sta in acqua sulla schiena ha il naso fuori, e allora teoricamente respira. Da principio respiravo piccolo, in modo da non vuotare troppo i cassoni, poi ho aumentato la corsa poco per volta, finché mi sono convinto che si poteva anche respirare senza affondare, o almeno senza affondare il naso che è il più importante. Però bastava che arrivasse un' ondina alta così che mi riprendeva la paura e perdevo la bussola. Facevo tutti i miei esperimenti, e quando mi sentivo stanco o senza fiato andavo a riva e mi stendevo a prendere il sole vicino al pilone dell' autostrada; ci avevo anche piantato un chiodo per appenderci i vestiti, se no si riempivano di formiche. Gliel' ho detto, erano piloni alti una cinquantina di metri, o forse anche di più: erano di cemento nudo, con ancora lo stampo delle casseforme. A un due metri da terra c' era una macchia, e le prime volte non ci ho fatto neanche caso; una notte ha piovuto, e la macchia è venuta fuori più scura, ma anche quella volta non ci ho fatto caso. Certo che era una macchia strana: c' era solo quella, tutto il resto del pilone era pulito, e anche gli altri piloni. Era lunga un metro, quasi divisa in due pezzi, uno lungo e uno corto, come un punto esclamativo, solo un poco di sbieco". Ha taciuto a lungo, strofinando le mani come se le lavasse. Si sentiva distinto il battito del motore, e già si distingueva in lontananza la stazione fluviale. "Senta, non mi piace dire le bugie. Esagerare un poco sì, specie quando racconto del mio lavoro, e credo che non sia peccato, perché tanto chi sta a sentire si accorge subito. Bene, un giorno mi sono accorto che per traverso della macchia c' era una crepa, e una processione di formiche che entravano e uscivano. Mi è venuta la curiosità, ho battuto con un sasso e ho sentito che suonava cavo. Ho battuto più forte, e il cemento era solo spesso un dito e si è sfondato; e dentro c' era una testa di morto. Mi è sembrato che mi avessero sparato negli occhi, tanto che ho perso l' equilibrio, ma era proprio lì, e mi guardava. Subito dopo mi è venuta una malattia strana, mi sono uscite delle croste qui sulla vita, che mi smangiavano, cadevano e venivano fuori delle altre: ma io sono stato quasi contento perché avevo la scusa di piantare lì tutto e tornare a casa. Così a nuotare non ho imparato, né allora né dopo, perché tutte le volte che mi mettevo in acqua, fosse mare, o fiume, o lago, mi venivano dei brutti pensieri".

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