La chiave a stella 1978
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1978 - Categoria: letteratura
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Batter la lastra
"Non erano poi tanto lontano di qui, quelle terre dove mio padre ha fatto la ritirata, ma era un' altra stagione: lui me lo raccontava, gelava fino il vino nelle borracce, e il corame delle giberne". Ci eravamo inoltrati nel bosco, un bosco autunnale splendido di colori inattesi: l' oro verde dei larici, i cui aghi avevano appena incominciato a cadere, la porpora cupa dei faggi, e altrove il bruno caldo degli aceri e delle querce. I tronchi ormai nudi delle betulle accendevano il desiderio di accarezzarli come si fa coi gatti. Tra gli alberi, il sottobosco era basso, e le foglie morte ancora poche: il terreno era sodo ed elastico, come battuto, e suonava stranamente sotto i nostri passi. Faussone mi ha spiegato che, se non si lasciano gli alberi crescere troppo fitti, il bosco si pulisce da sé: ci pensano le bestie piccole e grosse, e mi ha fatto vedere le tracce della lepre nel fango indurito dal vento, e le galle gialle e rosse delle querce e delle rose canine, col vermino dentro addormentato. Ero un po' stupito di questa sua confidenza con le piante e con le bestie, ma lui mi ha fatto notare che non era mica nato montatore: i suoi ricordi d' infanzia più felici erano intessuti di maroda, cioè di minuti furti agricoli, escursioni in banda alla ricerca di nidi o di funghi, zoologia autogestita, teoria e pratica delle trappole, comunione con la modesta natura canavesana sotto la specie di mirtilli, fragole, more, lamponi, asparagi selvatici: il tutto vivificato dal brivido a buon patto del divieto eluso. "Sì, perché mio padre me la contava, _ ha continuato Faussone: _ Fin da bambino, avrebbe voluto che finissi in fretta i lavori della scuola e scendessi in officina con lui. Che facessi come lui, insomma, che a nove anni era già in Francia a imparare il mestiere, perché allora facevano tutti così, in bassa valle erano tutti magnini, e lui lo ha fatto, il mestiere, fino che è morto. Lui lo diceva, che aveva da morire col martello in mano, e è ben morto così, pover' uomo: ma non è poi detto che sia quella la maniera più brutta di morire, perché ce n' è tanti che quando gli tocca smettere di lavorare gli viene l' ulcera o si mettono a bere o cominciano a parlare da per loro, e io credo che lui sarebbe stato uno di questi, ma appunto, è morto prima. Ha mai fatto altro che batter la lastra, fuori che quando l' hanno preso prigioniero e mandato in Germania. La lastra di rame: e col rame, perché allora l' acciaio inossidabile non era ancora di moda, facevano tutto, vasi, pentole, tubi, e anche i distillatori senza il bollo della finanza per fare la grappa di contrabbando. Al mio paese, perché anch' io sono nato lì in tempo di guerra, era tutto un gran battere; più che tutto, facevano paioli da cucina, grossi e piccoli, stagnati dentro, perché appunto magnino vuol dire stagnino, uno che fa le pentole e poi ci passa lo stagno, e c' è varie famiglie che si chiamano Magnino ancora adesso e magari non sanno più perché. Lei lo sa che il rame a batterlo si incrudisce ...." Lo sapevo sì: così parlando è venuto fuori che anch' io, pur non avendo mai battuto la lastra, avevo col rame una lunga dimestichezza, trapunta di amore e di odio, di battaglie silenziose ed accanite, di entusiasmi e stanchezze, di vittorie e sconfitte, e fertile di sempre più affinata conoscenza, come avviene con le persone con cui si convive a lungo e di cui si prevedono le parole e le mosse. La conoscevo sì, la cedevolezza femminea del rame, metallo degli specchi, metallo di Venere; conoscevo il suo splendore caldo e il suo sapore malsano, il morbido verde-celeste dei suoi ossidi e l' azzurro vitreo dei suoi sali. Conoscevo bene, con le mani, l' incrudimento del rame, e quando l' ho detto a Faussone ci siamo sentiti un po' parenti: se maltrattato, cioè battuto, stirato, piegato, compresso, il rame fa come noi, i suoi cristalli s' ingrossano e diventa duro, crudo, ostile, Faussone direbbe "arverso". Gli ho detto che gli avrei forse saputo spiegare il meccanismo del fenomeno, ma lui mi ha risposto che non gli importava, e invece mi ha fatto notare che non va sempre così: alla stessa maniera che noi non siamo tutti uguali, e davanti alle difficoltà ci comportiamo diversamente, così c' è anche dei materiali che a batterli ci guadagnano, come il feltro e il cuoio, e come il ferro, che a martellarlo sputa fuori la scoria, si rinforza e diventa appunto ferro battuto. Io gli ho detto, a conclusione, che con le similitudini bisogna stare attenti, perché magari sono poetiche ma dimostrano poco: perciò si deve andare cauti nel ricavarne indicazioni educative-edificanti. Deve l' educatore prendere esempio dal fucinatore, che battendo rudemente il ferro gli dà nobiltà e forma, o dal vinaio, che ottiene lo stesso risultato sul vino distaccandosi da lui e conservandolo nel buio di una cantina? È meglio che la madre abbia a modello la pellicana, che si spenna e si denuda per rendere morbido il nido dei suoi nati, o l' orsa, che li incoraggia ad arrampicarsi in cima agli abeti e poi li abbandona lassù e se ne va senza voltarsi indietro? È un miglior modello didattico la tempra o il rinvenimento? Alla larga dalle analogie: hanno corrotto la medicina per millenni, e forse è colpa loro se oggi i sistemi pedagogici sono così numerosi, e dopo tremila anni di discussione non si sa ancora bene quale sia il migliore. Ad ogni modo, Faussone mi ha ricordato che la lamiera di rame, incrudita (e cioè resa non più lavorabile al martello, non più "malleabile") dalla lavorazione, deve essere ricotta, vale a dire scaldata per qualche minuto verso gli .00äC, per riacquistare la sua cedevolezza primitiva; di conseguenza, il lavoro del magnino consiste in un' alternanza di scaldare e battere, battere e scaldare. Queste cose più o meno le sapevo; invece, non altrettanto a lungo avevo frequentato lo stagno, a cui sono legato unicamente da una fugace avventura giovanile, e per di più di carattere essenzialmente chimico; perciò ho ascoltato con interesse le notizie che lui mi ha fornite: "Una volta che la pentola è fatta, il lavoro non è ancora finito, perché se lei, tanto per dire, fa cucina in una pentola di rame nudo, alla lunga finisce che viene ammalato, lei e la famiglia; e del resto non è detto che se mio padre è morto che aveva solo cinquantasette anni, non sia perché il rame ce l' aveva già che girava nel sangue. La morale è che la pentola bisogna stagnarla all' interno, e qui non creda che sia poi così facile, anche se magari in teoria lei sa come si fa: ma la teoria è una cosa e la pratica è un' altra. Bene, a farla corta ci va prima il vetriolo, o se si ha fretta l' acido nitrico, ma per poco tempo se no addio pentola, poi si lava con acqua, e poi si porta via l' ossido con l' acido cotto". Questo termine mi era nuovo. Ho chiesto un chiarimento, e non immaginavo, così facendo, di ravvivare una vecchia cicatrice: perché è risultato che Faussone cos' era l' "acid cheuit" non lo sapeva con precisione, e non lo sapeva perché aveva rifiutato di impararlo, insomma col padre c' era stata un po' di ruggine perché lui aveva ormai diciott' anni e ne aveva abbastanza di stare al paese a fare le padelle: voleva venire a Torino e entrare alla Lancia, e difatti c' era entrato sì, ma aveva durato poco. Bene, avevano fatto questione proprio per l' acido cotto, e il padre prima si era arrabbiato, e poi era stato zitto perché aveva capito che c' era poco da fare. "A ogni modo, si fa con l' acido muriatico, si fa cuocere con dello zinco e col sale ammoniaco e non so che cosa d' altro, se vuole mi posso informare; ma non vorrà mica mettersi a stagnare le ramine, voglio sperare. Poi non è ancora finito, mentre l' acido cotto lavora bisogna tener pronto lo stagno. Stagno vergine: è qui che si vede se il magnino è un galantuomo o un lavativo. Ci vuole lo stagno vergine, cioè puro come viene dai suoi paesi, e non lo stagno da saldare che invece è legato con il piombo: e glielo dico perché ce ne sono stati, di quelli che hanno stagnato le pentole con lo stagno da saldatore: ce ne sono stati anche al mio paese, e quando il lavoro è finito non si conosce, ma quello che capita poi al cliente, a fare cucina magari per vent' anni col piombo che passa piano piano in tutti i mangiari, glielo lascio capire da lei. Le dicevo allora che bisogna tenere lo stagno pronto, che sia fuso ma non troppo caldo se no gli viene sopra una crosta rossa e si spreca del materiale; e sa, adesso è facile, ma a quel tempo i termometri erano roba da gran signori, e si giudicava della caloria così a stima, con lo sputo. Scusi, ma le cose bisogna chiamarle col loro nome: uno guardava se la saliva friggeva piano o forte o saltava addirittura indietro. A questo punto si prendono le cucce, che sono come delle filacce di canapa e non so neppure se hanno un nome in italiano, e si tira lo stagno sul rame come uno spalmerebbe il burro dentro una terrina, non so se ho reso l' idea; e appena finito si mette nell' acqua fredda, se no lo stagno invece che bello brillante resta come appannato. Vede, era un mestiere come tutti i mestieri, fatto di malizie grosse e piccole, inventate da chissà quale Faussone nei tempi dei tempi, che a dirle tutte ci andrebbe un libro, e è un libro che non lo scriverà mai nessuno e in fondo è un peccato; anzi adesso che sono passati gli anni mi rincresce di quella questione che ho fatto con mio padre, di avergli risposto e di averlo fatto stare zitto: perché lui capiva che quel mestiere, fatto sempre in quella maniera e vecchio come il mondo, finiva che moriva con lui, e come io gli ho risposto che dell' acido cotto non me ne faceva niente, lui è rimasto zitto, ma si è sentito morire un poco già a quell' ora. Perché vede, il suo lavoro gli piaceva, e adesso lo capisco perché adesso a me mi piace il mio". L' argomento era centrale, e mi sono accorto che Faussone lo sapeva. Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l' amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell' Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l' hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l' amore o rispettivamente l' odio per l' opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dalla storia dell' individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge. Come se avesse percepito il riverbero dei miei pensieri, Faussone ha ripreso: "Lo sa qual è il mio nome di battesimo? Tino, come tanti altri: ma il mio Tino vuol dire Libertino. Mio padre veramente quando ha fatto la denuncia mi voleva chiamare Libero, e il podestà, ben che era un fascista, era suo amico e sarebbe stato d' accordo, ma col segretario comunale non c' è stato verso. Son tutte cose che mi ha raccontato poi mia madre: questo segretario diceva che nei santi non c' è, che era un nome troppo fuorivia, che lui non voleva grane, che ci andava il consenso del federale e magari anche quello di Roma: erano solo storie, si capisce, era che lui, per non saper né leggere né scrivere, nei suoi registri quella parolina "Libero" non ce la voleva. Insomma, non c' è stato nessun perdono; morale della favola, mio padre ha ripiegato su Libertino perché pover' uomo non si rendeva conto, si credeva che fosse lo stesso, che Libertino fosse come quando uno si chiama Giovanni e lo chiamano Giovannino; ma intanto Libertino io sono rimasto, e tutti quelli che gli capita di gettare un occhio sul mio passaporto o sulla mia patente mi ridono dietro. Anche perché, passa un anno passa l' altro, a girare il mondo così come faccio io un po' libertino lo sono poi diventato sul serio, ma questa è un' altra storia, e del resto lei se n' è già accorto da solo. Sono libertino ma non è la mia specialità. Non sono al mondo per questo, anche se poi, se lei mi chiedesse perché sono al mondo, sarei un po' imbarazzato a risponderle. Mio padre voleva chiamarmi libero perché voleva che io fossi libero. Non è che avesse delle idee politiche, lui di politica aveva solo l' idea di non fare la guerra perché aveva provato; per lui libero voleva dire di non lavorare sotto padrone. Magari dodici ore al giorno in un' officina tutta nera di caligine e col ghiaccio d' inverno come la sua, magari da emigrante o su e giù col carrettino come gli zingari, ma non sotto padrone, non nella fabbrica, non a fare tutta la vita gli stessi gesti attaccato al convogliatore fino che uno non è più buono a fare altro e gli dànno la liquidazione e la pensione e si siede sulle panchine. Ecco perché era contrario che io andassi alla Lancia, e sotto sotto avrebbe avuto caro che io tirassi avanti con la sua boita e mi sposassi e avessi dei bambini e gli mostrassi l' opera anche a loro. E non creda, io adesso non faccio per dire nel mio mestiere me la cavo, ma se mio padre non avesse insistito, delle volte con le buone e delle volte no, perché dopo la scuola andassi con lui a bottega a girargli la manovella della forgia e imparassi da lui, che dalla lastra di trenta decimi tirava su una mezza sfera giusta come l' oro così a occhio, senza neanche la scarsetta, bene, dicevo, non fosse stato di mio padre, e mi fossi contentato di quello che mi insegnavano a scuola, garantito che ero attaccato al convogliatore ancora adesso". Eravamo arrivati ad una radura, e Faussone mi ha fatto notare, come rigonfiamenti appena percettibili in superficie, i labirinti eleganti delle talpe, punteggiati dai monticelli conici di terra fresca espulsa durante i loro turni di notte. Poco prima mi aveva insegnato a riconoscere i nidi delle allodole nascosti nelle depressioni dei campi, e mi aveva indicato un ingegnoso nido di ghiro, a forma di manicotto, seminascosto fra i rami bassi di un larice. Più tardi, ha smesso di parlare e mi ha arrestato, ponendo il braccio sinistro davanti al mio petto come una barriera: con la mano destra indicava un leggero fremere dell' erba, a pochi passi dal nostro sentiero. Un serpente? No, su un tratto di terreno battuto è emersa una curiosa piccola processione: un porcospino avanzava cauto, con brevi arresti e riprese, e dietro di lui, o di lei, venivano cinque cuccioli, come minuscoli vagoni a rimorchio di una locomotiva-giocattolo. Il primo stringeva in bocca la coda della guida, ognuno degli altri, allo stesso modo, stringeva il codino dell' antecedente. La guida si è fermata netta davanti a un grosso scarabeo, lo ha rivoltato sul dorso con la zampina e lo ha preso fra i denti: i piccoli hanno rotto l' allineamento e le si sono affollati intorno; poi la guida è arretrata dietro un cespuglio, trascinandosi dietro tutti i personaggi. Al crepuscolo il cielo velato si è fatto limpido; quasi ad un tratto, ci siamo accorti di uno stridore lontano e mesto, e, come avviene ci siamo anche accorti di averlo già inteso prima, senza porvi mente. Si ripeteva ad intervalli quasi regolari, e non si capiva da quale direzione provenisse, ma poi abbiamo scoperto, altissimi sopra le nostre teste, gli stormi ordinati delle gru, uno dopo l' altro, in lunga riga nera contro il cielo pallido, come se piangessero per aver dovuto partire. " ... ma ha fatto a tempo a vedermi venire via dalla fabbrica e a incamminare questo mestiere che faccio adesso, e credo che sia stato contento: non me l' ha mai detto perché non era uno che parlasse tanto, ma me l' ha fatto capire in diverse maniere, e quando ha visto che ogni tanto partivo in viaggio certamente ha avuto invidia, ma un' invidia da persona per bene, non come quando uno vorrebbe le fortune di un altro e siccome non le può avere allora gli manda degli accidenti. A lui un lavoro come il mio gli sarebbe piaciuto, anche se l' impresa ci guadagna sopra, perché almeno non ti porta via il risultato: quello resta lì, è tuo, non te lo può togliere nessuno, e lui queste cose le capiva, si vedeva dalla maniera come stava lì a guardare i suoi lambicchi dopo che li aveva finiti e lucidati. Quando venivano i clienti a portarseli via, lui gli faceva come una carezzina e si vedeva che gli dispiaceva; se non erano troppo lontani, ogni tanto prendeva la bicicletta e andava a riguardarli, con la scusa di vedere se tutto andava bene. E gli sarebbe piaciuto anche per via dei viaggi, perché ai suoi tempi si viaggiava poco, e anche lui aveva viaggiato poco, e malamente. Di quell' anno che aveva passato in Savoia come apprendista, lui diceva che si ricordava solo dei geloni, delle sberle, e delle brutte parole che gli dicevano in francese. Poi è venuta la Russia, da militare, e s' immagini un po' che viaggiare è stato quello. Invece, a lei le sembrerà strano, ma l' anno più bello della sua vita, me l' ha detto diverse volte, è stato proprio dopo Badoglio, quando i tedeschi li hanno beccati al deposito di Milano, li hanno disarmati, impacchettati nei vagoni bestiame e spediti a lavorare in Germania. Lei si stupisce, neh? Ma avere un mestiere serve sempre. I primi mesi ha fatto una gran cinghia, e non fa bisogno che queste cose gliele racconti a lei. La firma per andare con la repubblica e tornare in Italia, lui non l' ha voluta fare. Tutto l' inverno ha fatto picco e pala, e non era un bel vivere, anche perché vestiti niente, aveva solo indosso la roba della naia. Lui si era messo in lista come meccanico: aveva già perduto tutte le speranze quando a marzo l' hanno chiamato fuori e messo a lavorare in un' officina di tubisteria, e lì andava già un pochino meglio; ma poi è venuto fuori che cercavano dei macchinisti per le ferrovie, e lui macchinista non era, ma insomma un' idea delle caldaie ce l' aveva, e poi ha pensato che il basto del mulo si aggiusta andando per strada, e ben che non sapeva una parola di tedesco si è fatto avanti, perché quando c' è la fame uno si fa furbo. Ha avuto la fortuna che l' hanno messo alle locomotive a carbone, quelle che a quel tempo tiravano i merci e gli accelerati, e lui si era fatte due morose, una per capolinea. Non che lui fosse uno tanto ardito, ma diceva che era facile, tutti gli uomini tedeschi erano soldati e le donne ti correvano dietro. Può capire che questa storia lui non l' ha mai raccontata chiara perché quando l' han preso prigioniero lui era già sposato e aveva anche un bambino piccolo che sarei poi io: ma alla domenica venivano i suoi amici da noi a bere un bicchiere, e una frasetta qui, un risolino là, un discorso interrotto a mezzo, ci voleva poco a capire, anche perché io vedevo gli amici che ridevano largo così e invece mia madre con una faccia tutta tirata, che guardava da un' altra parte e rideva verde. E io lo capisco, anche, perché è stata l' unica volta in sua vita che ha preso un po' la larga; del resto, se non si trovava le morose tedesche che facevano la borsa nera e gli portavano da mangiare, facile che sarebbe finito tisico anche lui come tanti altri, e per mia madre e per me si sarebbe messa male. Quanto a portare la locomotiva, lui diceva che è più facile che andare in bici, bastava solo fare attenzione ai segnali, e se veniva un bombardamento frenare, piantare lì tutto e scappare nei prati. C' erano dei problemi solo quando calava la nebbia, oppure quando c' erano gli allarmi e i tedeschi la nebbia la facevano apposta. In buona sostanza, quando arrivava al capolinea, invece che andare al dormitorio della ferrovia lui si impieniva di carbone le tasche, la borsa e la camicia per regalarlo alla morosa di turno, perché altro da regalare non ne aveva, e quella in cambio gli dava da cena, e lui al mattino ripartiva. Dopo un po' di tempo che faceva questo commercio, è venuto a sapere che sulla stessa linea combinazione viaggiava anche un altro macchinista italiano, anche lui prigioniero militare, un meccanico di Chivasso; però questo portava i merci che camminano di notte. Si incontravano soltanto qualche volta ai capolinea, ma come erano quasi paesani hanno fatto amicizia lo stesso. Dato che quello di Chivasso non si era organizzato, e faceva la fame perché mangiava solo la roba che gli passava la ferrovia, mio padre gli ha ceduto una delle sue morose, così a fondo perduto per pura amicizia, e da allora si sono sempre voluti bene. Dopo che tutti e due sono tornati, il chivassese veniva a trovarci due o tre volte all' anno e a Natale ci portava un tacchino: a poco per volta tutti quanti abbiamo cominciato a considerarlo come il mio padrino, perché frattanto il mio padrino vero, quello che faceva le boccole per la Diatto, era morto. Insomma voleva sdebitarsi, tant' è vero che diversi anni dopo è stato lui che mi ha trovato il posto alla Lancia e ha convinto mio padre a lasciarmi andare, e più tardi mi ha presentato alla prima impresa dove ho lavorato da montatore, ben che montatore non ero ancora. È ancora vivo e anzi neanche tanto vecchio; è uno in gamba, dopo la guerra si è messo a allevare i tacchini e le galline faraone e si è fatto i soldi. Invece mio padre si è rimesso a lavorare come prima, a battere la lastra nella sua officina, un colpo qui e un colpo là, nel punto preciso, perché la lastra venisse tutta dello stesso spessore e per spianare le pieghe, lui le chiamava le veje. Gli avevano offerto dei posti buoni nell' industria, e più che tutto nelle carrozzerie, che non era poi un lavoro tanto diverso: mia madre gliela contava tutti i giorni, di accettare, perché la paga era buona, e per via della mutua, della pensione eccetera, ma lui non ci pensava neanche: diceva che il pane del padrone ha sette croste, e che è meglio essere testa d' anguilla che coda di storione: perché era uno di quelli che vanno avanti coi proverbi. Ormai le pentole di rame stagnato non le voleva più nessuno perché c' erano in bottega quelle d' alluminio che costavano di meno, e poi sono venute quelle d' acciaio inossidabile con la vernice che le bistecche non si attaccano, e soldi ne entravano pochi, ma lui di cambiare non se la sentiva e si è messo a fare gli autoclavi per gli ospedali, quelli per sterilizzare i ferri delle operazioni, sempre di rame, ma argentato invece che stagnato. È stato in quel periodo che si era messo d' accordo con i suoi amici per fare quel monumento al panettiere che le ho detto, e quando gliel' hanno rifiutato gli è rincresciuto e si è messo a bere un po' di più. Non lavorava più tanto, perché le ordinazioni erano poche, e a tempo perso faceva delle altre cose con una forma nuova, così per il piacere di farle, delle mensole, dei vasi per i fiori, ma non li vendeva, li metteva da una parte oppure li regalava. Mia madre era brava, molto di chiesa, ma mio padre non lo trattava tanto bene. Non gli diceva niente, ma era rustica, e si vedeva che non aveva tanta stima: non si rendeva conto che quell' uomo, finito il suo lavoro, per lui era finito tutto. Non voleva che il mondo cambiasse, e siccome invece il mondo cambia, e adesso cambia in fretta, lui non aveva la volontà di tenere dietro, e così diventava malinconico e non aveva più voglia di niente. Un giorno non è venuto a desinare, e mia madre l' ha trovato morto in officina: col martello in mano, l' aveva sempre detto".
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